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mercoledì 22 febbraio 2017

Il cielo sopra Francoforte

Nel 2003, e giusto a febbraio, presi il mio primo volo per la Germania. Ai tempi andavo per una visita di una settimana e non avevo idea che quasi tre anni dopo ci sarei andata a vivere. Su quel volo incontrai due ragazze: Anja e Asma.

Ci trovammo così, al gate, sedute vicine. Loro mi chiesero una informazione e mi parevano fossero amiche e invece scoprii in seguito che si erano conosciute giusto un attimo prima. Anja era tedesca e stava facendo un Erasmus nella mia città. Asma era algerina ma viveva da anni in Germania. e in Italia ci veniva per vedere il suo fidanzato, conosciuto online. Entrambe parlavano italiano molto bene.

Sull'aereo ci mettemmo vicine, sulla stessa fila. Parlammo tutto il tempo. Asma ci mostrò anche le foto che aveva con sé, le foto della sua famiglia in Algeria, del suo matrimonio ormai fallito con un algerino che viveva in Germania, dell'appartamento che condivideva con il suo ex, tedesco, che non accettava che non stessero più insieme, e dell'agriturismo del suo nuovo fidanzato. Alla fine pareva davvero di conoscerla da sempre. Anja parlava poco, e aveva un italiano più indurito dall'accento tedesco. Quando l'aereo cominciò a sorvolare l'aeroporto di Hahn, guardando giù verso la sterminata distesa di campi sotto la pioggia, mi disse: la Toscana è bellissima, ma capisci, queste colline sono casa.

L'aeroporto di Hahn nel 2003 pareva proprio un luogo dimenticato da dio, era un ex aeroporto militare nel bel mezzo di nulla, e non c'era davvero niente. Su quel marciapiede che negli anni a seguire sarebbe diventato per me tanto familiare ci lasciammo per prendere autobus diversi. Prima però prendemmo una cioccolata calda insieme, di quelle che per noi italiani sono deludenti latte e nesquik e che ad Anja però mancavano quanto le colline piovose.

Anja l'avrei poi ritrovata sul mio volo di ritorno e nell'anno che seguì ci vedemmo ogni tanto nella mia città. Ci incontravamo nei bar degli universitari, a volte mi presentava altre ragazze in Erasmus. Mi è rimasta impressa come in un fotogramma più di tutto, lei che arriva accaldata in bici e mi dice:  se non mi metto la giacca lo capiscono subito che non sono italiana. Ho pensato a lei ogni volta che ho bevuto una cioccolata calda italiana, che sembra un budino diceva lei, e ogni volta che sono uscita senza giacca in Italia e qualche amica mi ha fatto presente di quanto mi fossi germanizzata. In fondo io non lo sapevo ma quell'anno mi stavo avvicinando a quello che sarebbe stato uno spartiacque nella mia vita.

Con Asma invece non ci rivedemmo mai ma ci sentimmo un po' su skype qualche tempo dopo, quando cominciai ad avvicinarmi alle chat - anche quello in previsione dell'espatrio. Lei mi aiutò tanto quel giorno, si fece duecento km in più per aiutarmi a ritrovare la valigia che si era persa tra un autobus e l'altro (storia lunga). Pranzammo insieme in un burger king della stazione di Francoforte. Prima o poi parlerò per bene di lei, perché ci dicemmo davvero tante cose in quelle ore e perché l'ho pensata tanto in questi anni, mentre il mondo sembrava incartarsi sempre di più sulla questione islamica. Lei col suo bel sorriso che mi parlava di corano e di sesso aspettando un treno mi torna sempre in mente con una fitta un poco dolorosa. Il pensiero agrodolce di quello che il mondo potrebbe essere e non è.

Non mi ricordo più come ci siamo perse. Forse è che Facebook non c'era ancora e noi eravamo tutte sul crinale di grandi trasformazioni nella vita, ci saranno stati per tutte traslochi, espatri, cellulari persi o cambiati, password dimenticate. E f dopotutto eravamo solo gente che si è conosciuta in aeroporto e parlata un po', non credo di aver mai saputo i loro cognomi, tante altre informazioni se le è perse una memoria distratta dalla vita. Mi fa impressione pensare che ci sia stato un tempo simile per me, in cui potevo davvero raggiungere una simile profondità di contatto nel giro di pochi minuti, con due sconosciute. Lo vedo che non c'è più, questa prontezza al contatto. E poi mi fa impressione perché davvero ho imparato tanto da queste due ragazze, su quello che sarebbe diventato il mio mondo, ma me ne sono resa conto solo dopo.

Vorrei ritrovarle - poi però mi immagino che diventerebbero solo altri due contatti da socialmedia, e non avremmo facilmente altre discussioni come quelle che avemmo allora. Ci manderemmo un post di auguri per i compleanni. Metteremmo un like su qualche cosa qua e là. Terremmo a mente che magari una si è sposata o ha avuto un figlio ma sapendo che non faremo mai davvero parte di quelle vite.

Forse, però, quella che vorrei ritrovare davvero sono io, quella me di quel giorno di febbraio del 2003. Forse l'ho lasciata ad Hahn.
Il cielo sopra Francoforte (l'ultimo volo, dieci anni dopo)

martedì 10 gennaio 2017

do not mess with potatoes

Nella nostra famiglia allargata, che è una famiglia che mischia tre nazionalità e quattro lingue, vigono alcune regole di non-belligeranza. Una di esse è che nessuno cucina la pasta in mia presenza. Un'altra è che io lascio a loro la faccenda patate.

Sia chiaro, prima di venire al Nord non ritenevo affatto le patate bollite una "faccenda" delicata. Mentre è ben risaputo che un italiano si inalbera per spaghetti tagliati col coltello e mangiati col cucchiaio, per l'olio nella pentola, per la pentola microscopica, per la pasta scotta e scondita usata per contorno a casaccio, per il ketchup, per questo e per quello, a noi italiani non viene spontaneo guardare alle patate bollite (universale presenza) come a qualcosa di meritevole di troppi riguardi. Io, perlomeno, non conoscevo nemmeno i nomi delle diverse varietà. 

Che fosse una cosa seria l'ho imparato in realtà non da Danne, che è grandemente tollerante e non è mai fanatico quando si tratta di cibo, né dai suoi, visto che per i primi sette anni della nostra relazione abbiamo vissuto a tale distanza da loro che non si era mai posto il problema. Fu la mia amica-vicina di casa in Germania, italiana emigrata da piccola e sposata a un finlandese e che passa da anni tutte le estati in Finlandia circondata dalla grande famiglia di lui, a raccontarmi di come bollire le patate non fosse cosa da prendere alla leggera. Lasciale cucinare a loro e non farti troppe domande! Io mi sono sempre rifatta a questo ottimo consiglio e ho vissuto serena. Mi chiedevo però se non fosse un filo esagerata, la questione. 

Questo capodanno ho finalmente compreso. La cena di capodanno si è svolta a casa mia, qui, con i suoceri e i cognati, tornati giusto in tempo dalla patria di lei, la Germania. La cena si svolgeva da noi perché era più semplice per Kiki andare a dormire presto, ma il menu era stato grossomodo deciso dai miei cognati, che avevano portato dalla Germania tutto l'occorrente per la tradizionale Raclette di capodanno. La Raclette è un po' una fissa in Germania, e si adatta bene alle cene che si protraggono a lungo, perciò è molto popolare per la sera dell'ultimo dell'anno. Fatto sta che l'entusiasmo dei tedeschi verso questo ordigno che scalda il formaggio e l'idea di mangiare per una intera sera formaggio fuso versato sopra a qualunque cosa (verdure, salumi, patate lesse ma anche frutta, a quanto pare) è per me, dopo tanti anni in Germania, ancora fonte di perplessità. Per i miei suoceri, che pure si erano già prestati a questo tipo di cena in passato, è un po' un supplizio cui si piegano con rassegnazione. Non è che la Raclette non ci piaccia, ne a noi né a loro, è solo che non capiamo l'entusiasmo.

Dunque, sempre per le regole di non-belligeranza delle famiglie multi-culti, quando il menu della serata era stato deciso, nessuno aveva protestato (apertamente). Mia suocera aveva lo sguardo smarrito che conosco bene (quello di quando in un momento di grande fretta con la famiglia riunita avevo proposto di fare per loro una carbonara al volo) ma non aveva né fatto proteste né controproposte. Una volta arrivati tutti qua, con il pesante marchingegno e circa due quintali di derrate alimentari tedesche, mia suocera si era messa subito in cucina ed aveva cominciato a fare l'unica cosa per la quale, in questo bailamme di culture, si sentiva sicura di sé: bollire le patate.

Ed è stato lì che finalmente, ho capito. Lo scontro tra due culture basate sulle patate (Germania vs Svezia) mi si è rivelato in tutta la sua perniciosità. Perché vedete, mia suocera aveva già afferrato il pelapatate quando mia cognata ha alzato gli occhi al cielo e ha fatto una faccia tra l'indignato e l'afflitto. È seguita lunga discussione tra i miei cognati, me ne sono sfuggiti vari pezzi ma il succo era che le patate andavano sbucciate bollite, non crude, anche se questo comporta un lavoro più rognoso che forse non era il caso di infliggere a mia suocera. Ho sentito alla fine la frase "secondo me sono più buone così ma voi siete tanti ed io sono una, quindi avrete sicuramente ragione voi". Vi assicuro che questo è l'apex della tensione famigliare cui abbia mai assistito, una roba inaudita.

Alla fine, le patate sono state bollite con la buccia e faticosamente pelate comunque da mia suocera che non ha proferito parola. La cena si è poi svolta con la solita tranquillità e il solito dispiego di trigliceridi. Alla fine, quando siamo rimasti soli ed ed era già il 2017, ho chiesto a mio marito, con puro interesse etnologico, se avesse sentito la differenza nel sapore delle patate della discordia. Perché io, onestamente, no. E lui, onestamente, neppure. Del resto dubito che in molti fuori d'Italia possano dirsi davvero impressionati dalla differenza tra uno spaghetto intero e uno spezzato, ma tant'è, a ognuno il suo e buon anno a tutti.




venerdì 6 novembre 2015

Don't you know me by now?

C'è un film, anzi una serie di film, di cui parlo spesso perché sento che mi rappresenta molto.
Si tratta di un caso unico nella cinematografia: una storia in tre puntate, ogni film uscito a nove anni dal precedente, con gli stessi attori e lo stesso regista, dove il tempo della trama ricalca precisamente quello della realtà. Questo ha implicato anche che i nove anni non solo fossero passati per i protagonisti e gli attori, ma anche per me che li guardavo, ed è quindi per me un'esperienza unica che sono stata fortunata a poter fare.
I film sono: Before Sunrise (1995); Before Sunset (2004); Before midnight (2013).

Io sono un po' più giovane dei due protagonisti ma la loro storia risuona tantissimo nella mia. Quando uscì il primo se ne parlò come di un film generazionale. Molti criticarono questa espressione ma a posteriori direi che fosse abbastanza azzeccata. Era, è, il film della generazione Erasmus, la generazione Interrail, la generazione di chi ha sperimentato con naturalezza la dissoluzione dei confini nazionali post 1992, l'abitudine spensierata all'inglese non come materia scolastica ma come strumento di vita. La generazione che ha scoperto di avere quasi tanto in comune coi giovani di altri paesi quanto con quelli del proprio, grazie al primo villaggio globale. Eppure, mi concederete, essendo la prima generazione a vivere a quel modo, era anche la generazione che conservava il ricordo del mondo di prima e quindi viveva il tutto con uno stupore, una gratitudine, un'emozione che forse i ragazzi venuti dopo non hanno provato.

Nel 1995 io ho trascorso la mia prima vacanza inglese, ho iniziato le mie prime amicizie internazionali a suon di carta e penna, assieme ad un gruppo di coetanee che condividevano il mio stesso slancio verso altri paesi, culture, lingue. Quell'autunno, con quelle stesse ragazze, abbiamo guardato Before Sunrise sull'allora Telepiù. Mi ricordo benissimo quel pomeriggio a casa della mia Sorella Putativa, sdraiate sui divani, nella penombra, i popcorn e la cocacola e poi la delusione alla comparsa dei titoli di coda. Jesse e Celine, il ragazzo americano e la giovane francese che passano la notte parlando e camminando tra le vie di Vienna, si lasciano con una promessa e un bacio, in un'era senza social né cellulari, con internet ancora relegato ad un ruolo piuttosto marginale nelle vite di tutti. Erano, in altre parole, aggrappati romanticamente al mondo di prima, mentre il mondo di oggi già faceva capolino ovunque.

Nove anni dopo si rincontrano. A Parigi stavolta. Sono trentenni, hanno vissuto già molto. Sono già delusi in parte da quello che la vita ha dato loro. Sono delusi anche da loro stessi, perché sentono che hanno sprecato le chance che a 23 anni erano state brevemente date loro. Io l'ho visto con l'allora Fidanzato, alla vigilia della mia partenza per la Germania. Fu un mix pazzesco di emozioni che ne ricavai, ma la più potente e insopportabile era quella sensazione di spreco, di delusione, perché era come se, proprio come Jesse e Celine, nei nove anni precedenti mi fossi dimenticata di quello che realmente volevo. Non volevo quella vita serena e piacevole, col mio amabile fidanzato, con le famiglie che già si preparavano alle nozze, quella vita ineccepibile e che pure mi apparteneva così poco...la ragazza del '95 dove era finita? quella che voleva andare a fare l'università in Inghilterra, viaggiare, incontrare gente? Si capisce bene quindi come mai la mia partenza, e il mio trovarmi di colpo proprio in quel mondo che avevo smesso di cercare e che nemmeno sapevo più di volere, abbia scombussolato tutte le mie certezze. Sapete come è finita.
Come per Jesse e Celine.

Nove anni dopo li ritroviamo in Grecia, con due figlie, le rughe, la stanchezza e l'inevitabile carico di rimpianti e di dubbi. Lo sceneggiatore della mia vita ha visto bene di non farmelo guardare subito nel 2013, questo film, ma di attendere oggi che ho anche io una figlia. E di questo lo ringrazio perché so che altrimenti il film avrebbe risuonato con me meno dei precedenti. Il fatto è che anche questo terzo capitolo segue la parabola di questa generazione di cui sento di far parte: l'arrivo dei nodi al pettine.
Jesse e Celine per stare insieme hanno fatto molte scommesse, e alcune le hanno perse, evidentemente; hanno fatto molti sacrifici, e alcuni sono stati chiaramente molto pesanti.

Quando due persone che vengono da due paesi diversi si incontrano e decidono di condividere la vita si trovano a fare scelte che anni dopo presenteranno il conto. Per stare insieme uno dei due spesso rinuncia alla carriera che avrebbe potuto avere, perché si trova a partire per un paese dove si hanno meno chances lavorative, perché si trova a imparare un'altra lingua, perché ci si trova a tirar su una famiglia di expat lontano dalle rispettive famiglie e dunque senza una serie di stampelle. Tutto questo si tirano addosso Jesse e Celine, nella notte che hanno libera dai figli, come regalo degli amici.
E ricordiamoci: sono due persone che non parlano la stessa lingua con la stessa dimestichezza. Anche dopo nove anni insieme, c'è sempre il rischio del lost in translation - ed è fantastico come i due attori Julie Delpy e Ethan Hawke, essendo cosceneggiatori, inseriscano nel dialogo anche questi piccoli riferimenti ad errate scelte lessicali da parte di chi, per quanto molto molto fluente, non è madrelingua.

Tra loro, tra noi, c'è sempre in definitiva questa gigantesca spaventosa domanda: lo rifaresti?
Ne è valsa la pena?
Non sarebbe stato immensamente più facile rimanere con la vita di prima, noiosa e facile com'era?
Quanto hanno rosicato via dal nostro amore i rimpianti dovuti alla sfortuna, alle imprevedibile conseguenze di scelte che allora parevano ovvie o assennate e oggi molto molto meno?
Sono ancora la cosa migliore che ti sia capitata?
Mi faresti ancora scendere dal treno e passeresti ancora la notte a parlare di tutto e di niente con me?
Mi diresti ancora che niente altro conta finché stiamo insieme?
E la risposta non è scontata.

Tra nove anni io spero che saremo ancora qui a parlare di noi, o ad accettare quel che è stato dei sogni e delle speranze senza farci troppo male. Dopotutto non è tanto importante cosa succede, o dove arriviamo. La risposta, come diceva Celine, sta nel tentativo.

Daydream delusion
Limousine Eyelash
Oh, baby with your pretty face
Drop a tear in my wineglass
Look at those big eyes
See what you mean to me
Sweet cakes and milkshakes
I am a delusion angel
I am a fantasy parade
I want you to know what I think
Don’t want you to guess anymore
You have no idea where I came from
We have no idea where we’re going
Lodged in life
Like two branches in a river
Flowing downstream
Caught in the current
I’ll carry you. You’ll carry me
That’s how it could be
Don’t you know me?
Don’t you know me by now?


(La poesia è tratta dal primo film. Qui la scena.)





martedì 25 agosto 2015

lo sai che i papaveri

Che siete basse lo avete sempre saputo. Eravate basse anche nel vostro paese di origine, del resto. Solo che vi sentivate comunque in buona compagnia. Anzi,ad essere oneste, era quella tra le vostre amiche che era più alta delle altre a sentirsi strana. E a lamentarsi della taglia di scarpe che non si trova e del fatto di non potersi mettere i tacchi quando usciva col fidanzato. Voi, no, non vi sentivate strane. Basse di sicuro, ma strane no.

Veleggiavate felici sopra a tacchi vertiginosi dalle sette del mattino fino a tarda sera e che andassero di moda o meno le ballerine non avrebbero mai trovato posto nel vostro guardaroba. Coi tacchi ci avreste pure corso la maratona. Facevate parte di un mondo nel quale la bassezza era endemica, una condizione comune a tanti, e sebbene non ne foste felici non ve ne facevate mica un cruccio quotidiano.

Poi avete avuto la bella pensata di emigrare in Germania, dove avete cominciato a passare il tempo con svedesi, uomini e donne,  regolarmente sopra il metro e ottanta. Voi non ci facevate mica caso: gli alti esistono anche in Italia, e ne avete sempre frequentati. Ma agli occhi degli autoctoni l'accoppiata risultava così esilarante che qualcuno che doveva fare la battutina scema lo trovavate sempre.

Quando i vostri suoceri hanno sentito parlare di voi per la prima volta, tra le prime domande che hanno fatto c'era: ma quanto è alta? più o meno dell'altra nuora, quella di origini persiane, nonché allora metro ufficiale di esotismo e bassezza?

Una vostra conoscente vi ha chiesto con aria serissima, preoccupata quasi,  come vi sentivate all'idea che vostra figlia sarebbe certamente stata più alta di voi già alle elementari. Del resto, grazie alla cognata tedesca avete già una nipotina con la quale tra pochissimo potreste scambiarvi le scarpe. Ma vuoi mettere la soddisfazione di poter fare acquisti direttamente nel reparto bambino?

Försiktig di Ikea
Quando andate in visita dai suoceri non riuscite a vedervi allo specchio in nessuno dei bagni di casa. Avete poi scoperto con orrore che nelle case che hanno ancora i sanitari vecchi di qualche decennio (tipo la vostra, bien sur) persino il WC è qualche cm più alto che nel resto d'Europa. Così all'indomani del trasloco siete corse a comprarvi il panchetto Försiktig. Ben prima di avere figli in arrivo, ma siete felici di aver poi trovato un alibi e non doverlo nascondere alla vista degli ospiti. Pure il piano di lavoro in cucina è qualche cm più alto che in Italia. Avete uno sgabello in ogni stanza della casa, in pratica.

E ora vi chiedete: ma in un paese così politically correct che di recente si è pure parlato di vendere cerotti che replichino varie tonalità di pelle, per venire incontro alla diversità etnica, in un paese dove vivaddio hanno sdoganato pure i microshorts sopra al quintale di peso e nessuno dico nessuno alza manco un sopracciglio, ecco, in un paese che si dice così attento alle discriminazioni, come cavolo è possibile che invece sulle tappette si possa sparare a zero? Eh?

Non è un paese per bassi.

martedì 3 febbraio 2015

Mixed signals


Mormon preacher: in the afterlife you will be reunited with your family 
and will spend eternity with them!

Stephen Fry: but what if you've been good?


Se c'è un argomento sul quale le differenze culturali cui sono esposta si fanno sentire di più, c'è il modo di concepire i rapporti famigliari. Di seguito solo alcuni esempi.

AmicaGreca: quando il bambino nascerà, tua madre starà con voi minimo un mese, no?  (come no)

CognataTedesca: i miei sono venuti su a conoscere mia figlia quando aveva due mesi, prima temevano di disturbare (ahahaahah).

Fratello: ma tutti i miei amici all'estero fanno venire le famiglie qualche giorno prima della data presunta del parto, e restano minimo un paio di settimane! (ah beh se lo fanno tutti i tuoi amici)

Mamma: ma io non voglio certo aspettare Marzo, io conto di venir su a Febbraio. (contaci)

Mamma2: ok, aspettiamo dopo che è nato a prenotare, ma poi pensavo che verrò tipo una settimana ogni mese...(e poi c'era la marmotta che confezionava la cioccolata...)

Suocera, via email, a mio marito: se hai un minuto chiama, io non oso perché ho paura di trovarvi in un momentaccio, manca solo una settimana, potrebbe nascere da un momento all'altro...

Io (basita) a mio marito: Ma non pensa che se il momento si avvicina le manderesti un messaggio per avvertirla?

Danne:  No, mi ha solo chiesto se per favore non aspettiamo troppi giorni a dirle che è nato...

venerdì 17 ottobre 2014

confessions of a meteoropathic

Quanto è difficile tirarsi fuori da questo pantano emotivo adesso che piove e non ho più corsi di svedese che mi obblighino ad uscire.
Per esorcizzare, mi sono messa le calosce e sono uscita sotto una pioggia torrenziale (e con l'andatura da ippopotamo, ma non è il punto).
Tipo, queste son le scarpe che mi compro adesso
È un trucco che ho imparato in Scozia. Le prime volte tornavo dall'università fradicia, arrabbiata, sull'orlo delle lacrime: quaranta minuti a piedi e la pioggia ti entrava fino nelle orecchie. Ed io la prendevo sul personale, come mio solito. In più era un periodaccio in cui stare al mondo già di per sé non mi pareva tanto attraente. Poi entrai in un negozio orrendo e mi comprai questi stivali verdi, inguardabili, perché erano i più economici e non avevo i soldi per comprarmi quelli modaioli che si vedevano allora nelle boutique. E poi perché ero in rotta con l'universo e pure per fare shopping ci vuole ottimismo, in effetti. Allora, con i jeans infilati in queste tristissime calosce verdi, la testa coperta da un berretto con visiera e le mani infilate nei guanti Thinsulate, me ne andavo su e giù per le scoscese strade di Edinburgo e sfidavo la pioggia con tutta la faccia. E stranamente, più ci camminavo dentro a quel modo, ben coperta insomma, e meno mi stava antipatica, la pioggia. E anche il mondo in senso lato. Decisamente quello fu il primo passo della riabilitazione di una meteoropatica, nonché, ora che ci penso, il primo passo verso il malvestitismo da expat.

Le calosce rosse - mi ricordavano Candy Candy
Mi ricordo la mia prima vacanza studio in Inghilterra, a 14 anni: pomeriggi interi a mangiare sundae al cioccolato e ridere delle curiose scelte di abbigliamento delle autoctone. Hai visto quella, ha messo il rosso col viola! E quell'altra, con la gonna a fiori e la maglietta a pois? Eccetera. Poi le mandai a cagare, tutto quel gruppetto di chearleader col quale ero partita, e cominciai a passare i pomeriggi in altro modo, e ci rimediai pure di imparare l'inglese, ma questa è un'altra storia. Una volta espatriata son diventata più tollerante verso il malvestitismo altrui, ma per anni ho sentito chiari dentro di me i diktat modaioli del mio paese di provenienza. Incidentalmente, mi vestivo anche molto più spesso di nero. Tendevo a mettermi piuttosto le scarpe che si abbinavano meglio come stile piuttosto che le scarpe che servivano alla stagione o ai km da fare. Ed ero sconvolta quando vedevo ragazze che per andare alle feste mettevano sopra all'abituccio da sera una giacca a vento fluorescente. Poi ho desistito, e già dopo il primo anno il mio guardaroba si era fatto multicolore, le mie scarpe decisamente più comode e le mie giacche decisamente più impermeabili. Fino a che un sabato pomeriggio, in Germania, mi sono trovata dentro ad un supermercato con i pantaloni di una tuta blu, una felpa con cappuccio e una giacca marrone. Per dire.

E ieri avevo le calosce rosse, i guanti neri, una sciarpa verde e le calze blu.
E, malvestita ma incurante, mi sono infilata nelle pozzanghere e ho camminato nel parco infangandomi. Non contenta sono poi passata al centro commerciale - sì, quello coi negozzi fighetti, in teoria, solo che qui non esiste lo struscio, mai - dove ho comprato i panini coi semi di zucca nella mia panetteria/caffetteria preferita. Li ho messi nella mia borsa super impermeabile (marrone) e me ne sono tornata a casa. Decisamente più felice di quando ero uscita. Domani bisogna che faccia altrettanto, la cura scozzese ricomincia.

Certo le altre mie paturnie non si guariscono con degli stivali rossi di gomma o con i panini ai semi di zucca, ma da qualche parte bisogna cominciare. À nous deux, inverno!

venerdì 10 ottobre 2014

Princess Consuela Banana-Hammock

Era arrivato un bellissimo autunno dorato, come non se ne vedono spesso a queste latitudini.
È già finito: pioggia e vento freddo tireranno presto giù le foglie dagli alberi e i negozi ci ricordano che presto sarà tempo di accendere le luci sui davanzali delle finestre, per illuminare il buio inverno.

Non mi entra più nessuna delle mie giacche invernali. Ho approfittato del fatto che mia madre è passata a trovarmi per farmi portar su il suo vecchio eskimo classe 1977, memoria del suo inverno trentino, dove riesco ancora (per adesso) a fare entrare il mio pancione. C'è chi lo chiama vintage, io lo chiamo: cerchiamo di evitare di comprarci troppi vestiti e contemporaneamente vediamo di svuotare gli armadi strapieni di quei due hoarder che ho per genitori.
Tutto è bene quel che finisce bene.

Altri esempi di lietofine: ho passato la temibile maturità svedese e ho scoperto che finalmente risulto iscritta all'AIRE e anche legalmente sposata per la legge italiana. Ci è voluto un po' di tempo e qualche patè d'animo ma è tutto a posto...e adesso mi interrogo sulla questione documenti hobbit, ma come diceva Rossella in Via col Vento, non posso pensarci adesso, se no divento pazza! 

Intanto mi son trovata a partecipare a conversazioni per me surreali, in merito. Mia cognata infatti mi ha chiesto:
- avete già pensato a quale cognome dare al bambino?
Non nome, capito, cognome. La mia risposta (ossia che speravo proprio fosse possibile dare solo quello di Danne) l'ha peraltro sorpresa e spiazzata.
Il problema è che io e Danne, a differenza del 99% delle coppie svedesi sposate, non abbiamo lo stesso cognome (il mio o il suo o un altro, non importa) e dunque temo che ci siano meccanismi automatici per cui ai figli passa in automatico il cognome materno, come è nel caso delle donne non sposate. Io vorrei scongiurare questa eventualità perché mi pare una inutile complicazione per la vita di un bambino, quella di dover continuamente fare lo spelling. Lo stupore di mia cognata viene invece da fatto che il mio normalissimo cognome, in quanto italiano, le suona romantico, poetico, bellissimo e soprattutto non così banale come il cognome svedese di mio marito (e anche del suo).

E infatti lei, mio cognato e la bambina hanno recentemente tutti quanti cambiato cognome, passando dai loro a quello da nubile di mia suocera, che è un antico cognome tedesco (i.e. superfigo). Insomma, qui matrimoni e figli sono visti come occasioni per mettersi a inventare quasi un nome d'arte...come quella coppia di attori svedesi Noomi e Ola Rapace, che sposandosi hanno per l'appunto preso entrambi per cognome la parola francese "rapace", (che vuol dire la stessa cosa della parola italiana). A me tutto ciò pare roba da matti, anche se con Danne abbiamo convenuto che, se non avessimo avuto il non trascurabile impiccio di quella tradizionalista della burocrazia italiana, quando ci siamo sposati avremmo potuto entrambi cambiarci il cognome in Rambo come voleva lui, ed evitare di passare per quei due noiosoni che siamo.

Che poi un po' più di libertà di scelta da parte della nostra burocrazia a me farebbe pure piacere, sebbene non abbia mai desiderato particolarmente tramandare il mio cognome...però mi rendo conto anche che è l'ultimo dei nostri problemi, a giudicare almeno da ciò per cui si sono mese in fila le sentinelle, strasob.Princess Consuela Banana-Hammock

domenica 14 settembre 2014

Spudoratamente rubo l'idea mi faccio ispirare da Amiche di Fuso e procedo con la lista delle piccole grandi metamorfosi causate dalla mia migrazione verso nord (consapevole che non sarò né la prima né l'ultima a subirle).

10 segni che ti sei svedesizzata


1- Hai più scarpe ecco che altro
Ecco è una marca danese di scarpe di buona qualità, del tipo che la gente si compra quando sa che deve camminarci dentro parecchio. È la marca degli orribili sandali che gli scandinavi si mettono quando vanno a fare i turisti estivi nelle grandi città. Col tempo hai convenuto che non sono tutte orrende, anzi, e che la vita era troppo breve per sprecarla in vesciche (spendevi alla fine più di cerotti che di scarpe). Soprattutto, col tempo ti sei resa conto che le scarpe che tua mamma definiva "con la para" non paravano un accidente e che questi climi hanno bisogno di roba seria se non si vuol passare la vita coi piedi in ammollo. Infine, hai scoperto che ecco faceva anche scarpe col tacco nelle quali era possibile camminare su tragitti maggiori dell'italianissimo casa-macchina e macchina-sedia (dell'ufficio, del ristorante, di quel che è). Ora hai i piedi comodi, ma il tuo orgoglio patrio ne ha risentito e quando vai in Italia ti coglie un senso di inadeguatezza e la paura che ti straccino il passaporto.

2 - Hai due stazioni meteo e una dozzina di sonde di temperatura
Gli svedesi sono misuratori compulsivi di temperatura. Il signor Celsius, non a caso, era svedese. Gli svedesi hanno termometri a sonda che all'occorrenza usano per sapere esattamente che temperatura c'è nel freezer, per esempio. (Cosa molto utile quando vi si vuole mettere bresaola e prosciutto crudo a -18C, in modo da sterminare l'eventuale toxo e far sì che la moglie incinta non debba rinunciare per nove mesi alla sua dose di buoni prodotti italiani). Inoltre, hanno queste piccole stazioni meteo che leggono la temperatura e l'umidità interne ed esterne e non esci di casa senza avergli dato un'occhiata.  Gli svedesi sanno che a volte "guardar fuori di finestra" non assicura di una corretta scelta del vestiario. Un bel sole splendende e una temperatura di -5 possono fregarti in un attimo. A questo punto si aggiunge il corollario: ogni sera controlli le previsioni meteo su internet ci sono vari siti web che forniscono previsioni meteo ora per ora e su lunga distanza. Sport nazionale svedese è leggerli tutti, compararli, e poi utilizzarli come basi per le innumerevoli conversazioni sul tempo che qui costituiscono lo zoccolo duro dei rapporti sociali.

3- Non conosci più il significato di tenda o tapparella
E quando vai in italia ti trovi a stupirti che le case siano così buie e che tua madre tiri giù le tapparelle quando esce. Ti fa strano anche alzarti la notte per andare in bagno e non vederci un accidente, specie d'estate.

4- Fai la fika a metà mattina e metà pomeriggio
Ossia ti bevi una tazza di caffè, o di the, e ti mangi un dolcetto assieme ai tuoi colleghi di lavoro. O alle tue colleghe di disoccupazione. O coi tuoi suoceri quando sei in visita da loro e viceversa. Dalla fika non si prescinde! In città ci sono più caffetterie che piccioni in effetti ed in effetti ti senti sempre parecchio fica a far la fika.

5- Se sei invitato da qualcuno ti presenti all'ora stabilita
E nel dubbio tra prendere il tram prima e arrivare in anticipo, o quello dopo e arrivare con "solo 5 min di ritardo", scegli sempre la prima opzione, al limite aspetti a suonare il campanello. Il ritardo è un affronto, un atto di sfida, un gesto che mostra insensibilità, egoismo e soprattutto, scarsa capacità organizzativa. Merde!

6- Maneggi il tagliaformaggio con nonchalance
da wikipedia

Il formaggio svedese si compra quasi sempre in blocchi e viene tagliato in fette sottili da un attrezzo che qui è imperante e altrove, mi pare, piuttosto esotico. I primi tempi, specie se invitata a casa altrui, ti sentivi in imbarazzo a servirti da sola come è costume, perché rischiavi sempre di fare un disastro. Con gli anni ha imparato che è tutta questione di polso.

7- Mangi salato a colazione (e non ti fa schifo manco il kaviar)
Se avete letto "Uomini che odiano le donne" avrete magari notato che persino Lisbeth Salander quando si alza si fa una tazza di caffè nero bollente e ci accompagna dei sandwich. In realtà non sono veri sandwich, sono fette singole di pane imburrato su cui va uno strato di formaggio (oppure affettati) e come topping fettine sottili di cetrioli o pomodori. Tu ogni tanto ci abbini anche un uovo alla coque.

8- Dici grazie ogni due secondi
La conversazione con una cassiera contiene un minimo di sei grazie detti da entrambe le persone coinvolte. Dici grazie per dire no e grazie per dire sì. Dici grazie a chi ti ha detto grazie. Mandi un messaggio (oppure telefoni) per dire grazie all'indomani di una cena insieme o di qualsiasi altro evento. La frase è: Tack för igår! grazie per ieri! cui ovviamente segue: ma grazie a te!

9- Non possiedi un ombrello, ma hai due paia di sovrapantaloni impermeabili
Qui piove in orizzontale, quindi gli ombrelli servono a poco. Gli svedesi escono tutto l'anno con giacche tecniche (cambia solo lo spessore) accessoriate di cappucci e impermeabili per davvero (non come quelle che noi in Italia consideriamo impermeabili) e soprattutto coi sovrapantaloni ripiegati in tasca o in borsa, che mettono all'occorrenza. Anche le calosce da pioggia vanno messe in conto.

10 - Non sai più stare in casa con le scarpe 
Inizialmente non l'avresti mai detto, ma questa cosa che in casa ci si deve togliere le scarpe, anche quando si è ospiti, anche se si tratta di una festa elegante e sono tutti in abito da sera, non ti pare più tanto male. Anzi! Quando vai in visita in Italia ed entri a casa di qualcuno senti l'impulso fortissimo di togliertele ma temi che saresti presa per pazza.



domenica 7 settembre 2014

möhippa

Una möhippa è la versione svedese di un addio al nubilato. Immagino non ci sia un protocollo standard. Quella a cui sono stata ieri aveva però alcune peculiarità.
La prima, cominciava alle nove di mattina e sarebbe finita verso le otto di sera. La ragione, probabilmente il fatto che tre su cinque delle partecipanti erano mamme, sposa inclusa.
Questo probabilmente ha determinato anche il programma della giornata.
Primo step: trovarci alla suddetta ora antelucana (per me, di sabato mattina) per preparare le vivande. 
Causa la mia presenza, era stato comprato anche dello champagne analcolico, per il resto c'era cibo per un esercito. Una delle due presenti di origine polacca ha confessato che in Polonia se si prepara cibo per una festa, ce ne deve essere da far cadere ammazzata la gente. Ho convenuto che allora non ci accomuna solo la morale cattolica. 
La sposa è arrivata un filo irritata perché aveva programmato che quel giorno era il giorno in cui avrebbe espletato gli ultimi preparativi del matrimonio, ossia ordinare il bouquet. Aveva chiesto a me di accompagnarla, ed essendo la festa una sorpresa avevo risposto con un laconico: no scusa sono impegnata tutto il giorno. Al che mi era giunta altrettanto laconica risposta: vabbè vado da sola. E invece.
Dopo l'arrivo della sposa è stata la volta dell'arrivo del massaggiatore a domicilio. Mentre lei veniva rilassata a dovere, noi abbiamo ricevuto un corso di pittura ad acrilici. Dopo di ché tutte insieme abbiamo mangiato, ed io ho cominciato a sentirmi come ormai mi sento dopo aver mangiato anche solo un cracker ossia sul punto di esplodere come la bambina-palla del primo willy wonka (che non mi ricordo se stava anche nel film con johnny depp).

Peraltro, a tavola, la mia bottiglia di (orrido) spumante analcolico è stata divisa con la sposa, che di bere proprio non se la sentiva. Magari dopo, ha detto. Le altre invece avevano assunto lo stesso colorito rosé dello spumante (non analcolico) e si erano lanciate in bellissimi racconti di parti, endometriosi, gravidanze da film dell'orrore. Per finire, la sposa mi ha conisgliato di non fare come lei e scegliere l'epidurale. Al che io (perdonatemi, non mi son saputa trattenere) le ho detto che è da quando ho sedici anni che  ho preso la decisione (tra le varie cose, inclusa quella di non sposarmi mai) che senza la garanzia di un'epidurale non avrei manco cominciato una gravidanza, e cosa cavolo aveva in testa lei quando inizialmente in sala travaglio l'aveva rifiutata (per poi ricredersi ore dopo, che ve lo dico a fare). In Italia manco hai la certezza di poterla fare, e queste qui fanno le eroine moderne, chi ha il pane non ha i denti, non c'è che dire.
Dopo di che mi hanno consigliato di andare a parlare col centro che offre sostegno psicologico alle donne che hanno paura del parto, e se tale sostegno non dovesse bastare, un cesareo su richiesta. Penso che andrò a farci un giro. Ad ogni modo, sarà il tema o la gravidanza, a fine pasto avevo solo voglia di vomitare.

E invece era l'ora di metter mano ai pennelli e ai colori. E mi sono divertita parecchio. La padrona di casa aveva selezionato delle belle foto di paesaggi scattate nei suoi viaggi che avremmo potuto usare come modello per i nostri quadretti. Ci ha seguito passo passo ed aiutato a mettere insieme della roba decente.
Dopo di che è cominciata una sequela di maschere esfolianti, idratanti, manicure eccetera alla quale non ho partecipato più che altro perché l'idea di trascorrere troppo tempo davanti allo specchio ultimamente mi acciacca: piuttosto ho chiacchierato (in svedese) con questa o quella che in quel momento non fosse al trucco e parrucco. Distrattamente ho pure bevuto dal bicchiere sbagliato beccandomi un sorso d'alcol, cosa che ha prontamente fatto scattare tutti gli allarmi in tutti i centri ostetrici del Regno.

Ed era di colpo ora del piatto forte della giornata: il corso di cupcake. Si teneva in un caffè nei dintorni, un posto dal nome piuttosto ovvio di cupcake time, gestito da una ragazza americana. Questo è il mio coming out: a me gli arredi romantici, con la carta da parati color pastello disseminata di rose, le tazzine vintage del servito da tè della nonna, le sedie shabby chic di legno decapato, i cuscini candy stripes nei colori delle caramelle, e in generale l'attitudine da girlygirl hanno stancato proprio. Mi è venuta la carie già sulla porta.
I miei sono quelli in seconda fila, se interessa
Il corso consisteva nell'imparare a fare roselline di pasta di zucchero e farci spiegare la differenza tra frosting, icing e royal icing. (non la sapete? sapevatela!) Ci attendevano tre cupcake già cotti a testa e stava a noi decorarli con vari tipi di creme formaggiose (frosting all'americana), una miriade di tipi di zuccherini e perline e formine ritagliate nella pasta di zucchero. 

L'idea era di mangiare poi una delle nostre creazioni sul posto, sorseggiando un tè nelle tazzine delle bambole,  e di portare a casa le altre due. Ora, sappiate che una di noi, per la privacy diremo "una che NON era incinta" al primo boccone di glassa ai mirtilli e sottostante cupcake al cioccolato e fudge ha quasi vomitato per il brutale chock da zuccheri modello pugno nello stomaco. Ed io sono una demente, perché avrei dovuto far tesoro della sua faccia e impacchettare anche il terzo cupcake nella doggy bag. Invece, stoica come non mai, perché mi spiaceva essere scortese, me lo sono mangiato combattendo la nausea. Perché l'unico sapore che ho sentito era: zucchero! zucchero! zucchero!!! Danne si è mangiato i rimanenti due alle nove di sera sotto il mio sguardo: a tuo rischio e pericolo. E niente, si conferma la mia incapacità di comprendere o godere della pasticceria americana.
All'uscita vedevo vagamente la madonna (cit.)

 Ma era tempo di andare al ristorante. Un posto che fa roba molto molto insolita, anche quello di ispirazione americana, con voli pindarici fusion nella cucina giapponese, indiana, cinese e cajun. Erano tutte entusiaste ed io penso che senza il cupcake, il brunch megalomane di ispirazione polacca di qualche ora prima e soprattutto a bun in the oven, forse lo sarei stata anche io. Purtroppo avevo solo in mente di sopravvivere senza produrmi in funzioni corporali troppo pubbliche e andarmi a stendere. Cosa che poi ho fatto, almeno  per qualche ora: è dalle quattro del mattino che vago per casa, tra il bagno e il soggiorno, e avendo abbandonato ogni speranza di dormire o farmi passare il maldistomaco alle sei ho deciso di farci su un post.

Nel complesso mi sono pure divertita, e posso anche dire di aver bevuto più della festeggiata, che rende l'idea della gente con la quale ho a che fare.

domenica 3 agosto 2014

Il termometro segna ancora 28 gradi, e 60% di umidità. Ha piovuto stanotte ma adesso c'è di nuovo il sole.Caldo umido e piogge tropicali. Sicuri che questa sia la Svezia?

Non sono molto attiva ultimamente, il caldo mi fiacca in una maniera patetica. Non mi sono trasferita al nord per stare così! mugolo di tanto in tanto, perché sono una piattola.


Ho ricominciato a fare yoga cercando su youtube dei tutorial per lo yoga in gravidanza. Non che ci sia moltissima differenza, perlomeno non ancora, per me. E oggi ho male un po' in tutti i muscoli, segno che sono fuori allenamento in maniera imbarazzante. E mi manca di correre, davvero.

Mi manca l'idea del mio programma di allenamento che aveva mete chiare ed evidenti: correre un pochino di più o un pochino più veloce, ogni volta. Il fatto è che mi è stato detto di dover fare almeno tre ore di esercizio o di sport alla settimana, in gravidanza, adducendo il fatto che non ho molti muscoli, almeno per i canoni svedesi. E però contemporaneamente mi hanno proibito la corsa perché "aver corso tre volte alla settimana da diversi mesi non faceva di me una persona sufficientemente allenata" dunque son rimasta un po' senza alternative - oltre che senza molta stima di me, declassata a pappamolla senza muscoli nel giro di un minuto dall'inizio del mio primo colloquio con l'ostetrica. Perché io non vado in piscina, punto.

In realtà, a sentir l'ostetrica, l'alternativa per me era il nordic walking. Ossia lo sport ufficiale delle casalinghe e delle pensionate del nord-europa, altra bella legnata all'autostima. Mi ha pure dato dei consigli, mi ha mostrato i suoi bastoni e mi ha dato una dimostrazione pratica, nel bel mezzo della clinica ostetrica, ci teneva a farmi vedere che era uno sport di tutto rispetto e non solo per le signore attempate (sì ok però). Che scena surreale. Prima visita e non un prelievo, non un'analisi, solo una dimostrazione di nordic walking, e un bel cazziatone per la mia mancanza di forma fisica da parte di una sessantenne..

Ma il bello era che mentre da una parte mi rimbrottava per essere così fuori forma, dall'altro mi rimbrottavaa pure per il fatto di essere troppo magra (ma quando mai? io? nessuno in vita mia mi ha mai definito magra). Guardando solo il mio peso (lo avevo scritto compilando il modulo di entrata, ma nessuno mi ha pesato, ci avevo pure aggiunto un chilo per portarmi avanti) e non la mia altezza (nanerrima) ha sentenziato che avrei dovuto metter su minimo 16 kg, ma forse anche 20 va'. È seguita lista di prodotti caseari a base di latte rigorosamente intero, niente di quella robaccia light mi raccomando, burro come se piovesse, gelato fatto con la panna e non con il latte, e mi raccomando non ti mettere in testa che siccome sei incinta ora ti devi riempire solo di verdure. Ora ci rido ma in quel momento mi son vista costretta a trasformarmi in una palla (un aumento di 20 kg per me è un aumento del 40% della mia massa corporea, suvvia, siamo seri) e stavo quasi per mettermi a piangere. Al che lei: ma ti vedo preoccupata....dai almeno promettimi che mangi un po' di gelato! Che scena surreale, e due.

Non ho mai più incontrato quella ostetrica e ho un po' l'incubo che mi ricapiti (qui non c'è verso di essere seguiti da una sola persona, va sempre a rotazione ed è una scocciatura) perché chissà come prenderà la notizia che non ho messo su quasi niente, nonostante non abbia mai vomitato e nonostante sia stata preda di una fame assassina e debilitante per i passati tre mesi (ora non mi capita più). In italia magari  mi cazzierebbero per il contrario. Quelle che ho incontrato alle visite successive non sono state altrettanto interessate alla mia forma fisica, ma più al fatto di controllare che ci fosse effettivamente un bambino in arrivo - strano eh?  Però, peso a parte, sento un po' questa cosa che non faccio abbastanza moto. Sarebbe solo più facile facesse un filo più fresco.
Ecco che torna la piattola.

non sono l'unica in casa che col caldo si impigrisce



 

venerdì 18 luglio 2014

bra jobbat

Sono state tre settimane atroci. Calcinacci, scatoloni, elettricisti, polvere ovunque, vecchi mobili fatti a pezzi, mobili in uso accatastati a caso in altre stanze, i ritmi di pulizia a ramengo, piatti e bicchieri di carta, un microonde per riscaldare le monoporzioni del banco freezer e poi pizza e hamburger del turco sotto casa. Sono sfinita, la sera già verso le otto mi si chiudono gli occhi, si muore di caldo e i gatti sono irascibili perché devono vagare tipo percorso a ostacoli militare tra attrezzi e detriti vari. (e una di loro è pure cieca poraccia)
Ma è finita.

Abbiamo da ieri preso possesso della cucina, mandato la prima lavastoviglie, cucinato la prima cena.
L'appartamento è ancora un campo di battaglia, ma sono stati fatti immensi passi avanti. Niente più montagna di scatoloni e polistirolo, niente più assi di legno e detriti accumulati sul balcone,. Restano da fare ancora molte cose (le liste di rifinitura contro soffitto e pavimento, e delle mensole su misura per sfruttare gli ultimi 20 cm di parete nell'angolo dietro la porta) e poi le mattonelle per le quali ci siamo rassegnati a chiamare un professionista. E considerato che non abbiamo chiamato nemmeno un idraulico (e passato un weekend con la paura di non poter più riaprire l'acqua calda, ma è tutta una learning experience) è chiaro quanto ci costa questa risoluzione.

Perché noi eravamo quelli che volevano far tutto da sé, che ci vuole. Ecco cosa succede ad abitare in Svezia, nella mia modesta opinione, la Terra del Faidate. Qui tutti fanno da sé, restaurano case, dipingono facciate, disegnano e realizzano mobili, decorano, e soprattutto si rifanno la cucina. È difficile non farsi convincere, parlando con amici e colleghi, e soprattutto è difficile non sviluppare il moto di orgoglio: ma sì, son capaci tutti, saremo proprio noi gli unici idioti? Perché poi c'è un grande senso di soddisfazione a lavoro finito, bisogna ammetterlo. Oggi mi guardo intorno e in effetti la sento vocina che dice "bra jobbat!" (bel lavoro!)

È anche per questo che ho sempre sognato di fare il falegname. Deve essere bellissimo riuscire a creare con le proprie mani, deve essere una gran soddisfazione arrivare alla fine di un progetto. A volte i lavori di concetto ti lasciano invece il dubbio "ma dove è il senso di questa mia giornata di lavoro?". Vabbè, divago.

E insomma, forse non è un caso che l'ikea sia svedese, e anche che dopotutto anche le altre catene di arredamento che ci sono da queste parti abbiano spesso concetti molto simili, anche quando i prezzi sono più alti. E cioè che te li monti da te. (Quando avrò un briciolo di tempo vorrei scrivere un po' dell' ikea, che ne ho accumulate di cose da dire). E sarà per questo che in tv i programmi di faidate, arredamento, restauro e architettura sono quasi più di quelli di cucina. Una mia amica ha di recente comprato a prezzo irrisorio una casa molto vecchia, interamente da restaurare e lo farà completamente da sola, perché come dice lei "il bricolage è la mia terapia"

L'unica condizione che metterei è quella di avere una stanza adibita a laboratorio, perché vivere in un appartamento mentre lo restauri è un'esperienza allucinante che potendo avrei evitato. Ci abbiamo messo un anno, e finalmente questo appartamento è finito. Phew.







venerdì 31 gennaio 2014

le parole per dirlo

Una mattina, mi sono seduta in macchina e non sono riuscita a girare la chiave per mettere in moto.

Son rimasta così un minuto. Poi son scesa, son tornata in casa, ho scritto una mail di un rigo alla segretaria e mi son messa a letto.

È cominciata un po' così, la mia storia di burn-out. A letto ci sono stata giusto un giorno, poi mi son trascinata di nuovo al lavoro, ma ho visto quelle parole comparire tra me e Danne, e la preoccupazione farsi strada.

C'era di mezzo un capo poco presente. O meglio, presente ma inutilmente, uno capace di tenerti a parlare di niente per ore, poi vai lì con un problema oggettivo e ti riempie di buzzwords. Ma ce lo hanno tutti un capo così no? C'era di mezzo inoltre un collega troppo passionale che più cercava di aiutarmi e più mi faceva male. C'era di mezzo poi un capodelcapo falso che più falso non si può. E poi un capodelcapodelcapo che invece mi stimava molto, e di questo non se ne capacitava nessuno, lui che di solito trattava tutti male. E così il capo e il capodelcapo, vedevano bene di dire in giro col sorrisetto scemo "a lei la tratta sempre bene, chissààà perchééé".

C'era di mezzo soprattutto un luogo pieno d'invidia, un posto che pareva l'overlook hotel per quanta energia negativa conteneva. Ad essere odiate erano soprattutto le donne, che sono la minoranza e sono arrivate per ultime, storicamente. Però, esse venivano odiate con più energia dalle altre donne, quindi è davvero difficile puntare il dito. Era un posto piccolo. I tanti impiegati stranieri in pratica vivevano in una bolla: non avendo contatti o amicizie o famiglie in loco, frequentavano solo altri colleghi stranieri, mentre gli impiegati che venivano dalla zona stavano bene tra di loro, parlavano un tedesco dialettale che tagliava fuori molti degli stranieri, e in linea di massima odiavano che per noi parlar tedesco fosse così difficile. Era un luogo di forte matrice maschilista, bastava grattare sotto alla patina di pariopportunismo dettata da regole più recenti, introdotte negli ultimi anni, dopo che molti degli impiegati storici avevano già determinato il mood generale. La questione più spinosa erano le gravidanze. So di capi (donna) che hanno intimato alle loro sottoposte di organizzarsi in modo da non rimanere incinta tutte assieme. Di capi (uomini) che hanno detto in faccia alle loro dipendenti incinte: cosa vuoi che ti dica, congratulazioni? Peccato che per leggi ferree (perché non eravamo mica in Italia) non potevano licenziare nessuno con quella motivazione, e on un sospirone si rassegnavano all'assenza per maternità. Ma ti odiavano uguale. Quando ho firmato un'estensione di un anno del mio contratto a tempo determinatissimo, la macchina del pettegolezzo si era già messa in moto e aveva stabilito che il mio fosse un contratto permanente e che quindi io sarei stata incinta, come tutte, entro pochissimo, non appena ottenuta l'intoccabilità. Per mesi, ogni volta che dicevo di dovermi assentare per un appuntamento medico, mi veniva chiesto da tante donne sorridenti con forti udibilissimi sussurri e squittii se fossi incinta. Dal medico in questione, invece, ci andavo perché da quella mattina della chiave non girata cominciavo a preoccuparmi.


Credo che molte persone fossero soprattutto annoiate. Capitava spesso di dover attendere il lavoro di qualcun altro per poter fare il tuo, capitava di avere dei tempi morti in attesa di via libera dall'alto. Come riempire l'attesa? facendosi i fatti altrui, e le più divertenti erano ovviamente le storie di corna, oppure anche solo le storie innocenti. Dopo anni e anni, ancora si parlava di colleghi ormai trasferitesi altrove - di come erano stati beccati con le mani nella marmellata dietro quella o quell'altra porta. Le storie col tempo diventavano sempre più colorite. E poi bastava niente. Dare un passaggio ad un collega, essere visti in città assieme. Tutti i flirt che nascevano, erano segreti nelle intenzioni. Ti venivano magari confessati da qualche nuovo arrivato con la frase "per ora non vogliamo che si sappia". Io sorridevo comprensiva ma pensavo "povero illuso, probabilmente il tuo capo sapeva che stavate insieme prima ancora che lo sapeste voi".



Le troppe barriere linguistiche non aiutavano i rapporti tra colleghi. Mi ricordo quanto a volte le frasi di una mia (amatissima peraltro) collega tedesca mi fossero sembrate dure e prive di tatto: col tempo ho imparato a interpretarle. Col tempo ho imparato a non offendermi mai, per nessuna incomprensione che ritenevo venisse dal parlarsi sempre con una o due lingue in mezzo. Ma questo mi ha usurato. E mi ha anche reso meno socievole, perché a volte mi pareva semplicemente che il gioco non valesse la candela. Perché mica lo capivano tutti, ovviamente: in molti non ti ricambiavano mica la cortesia. E così capitava che un collega venisse a farti una scenata, perché gli avevi risposto via mail in un modo che lui riteneva offensivo - perché in Francia certe cose così non si dicono. Eh già, peccato che scrivessi in inglese. Oppure che ti parlassero alle spalle perché ti eri tenuta certe cose per te, e in Spagna certe cose invece bisogna dirle. Che stanchezza.

E poi c'era questa regola: che appena te ne vai sulla tua faccia ci giocano a freccette. Perché chi se ne è andato, specie per sua scelta, mina la certezza di avere un impiego per cui chiunque farebbe carte false. Io credo che molti siano infelici là dentro e si consolano sapendo di essere invidiati. Non è possibile che qualcuno preferisca andarsene senza aver fatto l'impossibile per farsi invece assumere a tempo indeterminato. Inoltre, gli assenti hanno sempre torto e su di loro può essere riversata la responsabilità di tutto quel che va storto. "è colpa di quella!" diranno i tuoi capi se chiamati a rispondere di qualcosa ai loro capi. È colpa sua che se ne è andata (con oltre sei mesi di preavviso) e ci ha lasciato nella cacca, diranno quelli che hanno vent'anni più di te e han fatto decine di corsi per imparare come si fa il management. È colpa di quella femmina giovane e emotiva che era qui fino a ieri a lavorare senza uno straccio di guida e di supporto se oggi non abbiamo i risultati che vi avevamo promesso! Perché il management permanente dovrebbe fare meaculpa quando può incolpare il giovane laureato che non conta un cazzo?

Tra quella mattina della chiave che non girava e la mattina di giugno in cui ho lasciato la Germania, è passato circa un anno.

Ufficialmente, io non ho mai avuto il burn-out. Ufficialmente, io non sono andata per sei mesi, pagandola di tasca mia, nonostante fosse rimborsabile dal servizio medico, a parlare con una psicoterapeuta. Una dottoressa che era un' immigrata italiana di seconda generazione, di quelli che a casa parlavano solo dialetto e ora dicono "termino" invece che "appuntamento". Una mattina, avevo fatto il suo numero su indicazioni del mio medico, e lei mi disse: mi spiace non ho posto ed io cominciai a piangere, perché dove la trovavo adesso una psicologa che parlasse italiano? e lei disse, ok vieni domani, però davvero non ho posto. E poi invece un posto saltò fuori.

Ufficialmente presi solo delle ferie. E durante quelle ferie, mi comprai una nintendo wii e mi iscrissi ad un corso di yoga pieno di attempate casalinghe tedesche.

Durante quelle ferie, casualmente, Danne trovò lavoro in Svezia.

Me lo disse telefonandomi dal suo ufficio, il giorno dopo la prima seduta dalla psicologa, dopo che mi aveva detto che aveva posto, dopotutto, dopo che avevo smesso di piangere, dopo che avevo ritrovato un po' di quiete e avevo deciso semplicemente di finire il mio contratto rinunciando alle possibili estensioni ulteriori e di andare a fare l'aiutante veterinario a 400 euro al mese, invece. Quando ho smesso di disperare, ecco che la vita mi ha ridato la speranza.

Gli ultimi sei mesi in Germania ho vissuto da sola e non sono stati facili. Eppure non ho pianto mai. Forse solo in quel viaggio per riportare giù in Italia la mia vecchia auto, con le ultime cose che non eravamo riusciti a traslocare al nord. Ma è stato solo un attimo. 

martedì 28 gennaio 2014

il re dei cliché

Il lunedì ho l'abitudine di guardare la Littizzetto a Che tempo che fa, su internet (in differita, come in purgatorio). E il suo pezzo di ieri ha ovviamente suscitato un irrefrenabile voglia di commento. Dico ovviamente, perché se c'è un argomento italiano su cui noi espatriati, e sopratutto noi espatriate, ci scaldiamo anche dopo un'eternità all'estero, è questo.
Il Bidet.

Oramai sono anni che sopravvivo senza, così come vivo senza molte altre cose italiane che mi mancano. Ma ho ben chiaro che qui si sta proprio in una categoria a parte. Io vivo con questa speranza, o sogno, che un giorno avrò una casa un filo più grande, dalla quale non mi aspetterò di traslocare entro pochi anni, e i soldi e la motivazione per rifare il bagno, e dio m'è testimone, in quel bagno metterò un Bidet.
Danne mi guarda stupito, quando lo dico, e chiede: ma perché?

E qui sento che devo fare una precisazione per i miei compatrioti, e pure per la Littizzetto, hai visto mai passasse di qui, visto che ieri diceva di imporlo per legge alla Commissione Europea - un bidet in ogni bagno d'Europa.

Gli stranieri, il bidet, non lo vogliono.

Forse non tutti sanno che, infatti, negli anni ottanta il Bidet conobbe una certa popolarità anche fuori dai patri confini. Gli anziani (tipo me) si ricorderanno infatti la scena di Crocodile Dundee, ospite del Grand Hotel a New York, che chiede alla bionda giornalista a cosa serva quel piccolo sanitario. E poi, quando ci arriva, le urla dalla finestra "Ah ho capito: serve a lavarsi il c**o!"
Ecco, ci siamo mai chiesti come potesse esserci una tale scena se non capita proprio mai di trovare un bidet in USA? Io ai miei lo chiesi, guardando il film da bambina, e loro non sapevano che dire. Ora lo so: erano gli anni ottanta, e i più ricchi e i più sciccosi, il bidet lo avevano installato...e poi lo hanno tolto! In Svezia, a quanto pare, non fu solo una cosa da ricchi. Fu così infatti che Danne, con l'aria di uno ipnotizzato per ritrovare una memoria sepolta, mi disse che in effetti si ricordava vaghissimamente di averne visto uno nel bagno di sua madre, da bambino. Ecchevvelodico a fare, sparì nel giiro di poco. Ora, togliere un sanitario non è che sia proprio una cosa da niente: bisogna essere motivati. Ecco, questo è cosa pensano le donne straniere del nostro Bidet.
Facciamocene una ragione.

E come fanno? Non possono mica farsi sempre la doccia? mi chiedono tutti, tutte le mie amiche e (non ci si crede) pure la mia ginecologa in italia. Ecco, a parte il fatto che probabilmente fanno la doccia più spesso, non avendo modo, come si dice dalle mie parti, di "lavarsi a pezzi". anche perché hanno lavandini di due cm cubici, giusto i denti ti ci puoi lavare. No, ecco, usano la carta igienica bagnata. Per questo, immagino io, la ricerca di cui parlava la Littizzetto ieri mostrava come siano proprio questi paesi ad avere più richiesta di carta igienica non riciclata, perché mi pare resista meglio quando la bagni. Ma è una mia speculazione. Inoltre, sia in Germania che qui in Svezia, ho visto vendere moltissimo le salviettine imbevute che possono essere buttate nel water, ossia idrosolubili. Una mia amica italiana che lavora nel settore, quando le ho detto questa cosa, mi ha detto "Ah finalmente capisco! Ci hanno detto che volevano commercializzare questo prodotto e con le mie colleghe ci chiedevamo a che cavolo servisse!". Ecco a cosa. Ovviamente, io ne faccio un uso criminale, e metto in un angolo la mia parte green ed ecologista, legata a una sedia con un fazzoletto in bocca.

Ah, peraltro i detergenti intimi li trovi praticamente solo in farmacia, altro che cien del lidl. Io li importo dall'italia, hanno pure precedenza sull'olio biologico fatto dai miei. Tanto per dire.


Parlando di questo ameno argomento, mi è tornata in mente un'altra cosa su cui ho molto riso (c'ho un senso dell'umorismo un po' sui generis). Al Göteborgs stadsmuseum c'è una sezione dedicata alla storia della civiltà Vichinga, e se non ricordo male, c'erano riportate testimonianze dei loro incontri con civiltà più meridionali. I Vichingi infatti si spinsero anche fino a Costantinopoli e ne è rimasta testimonianza negli scritti di storici arabi del tempo. Ecco - uno di loro scriveva anche di questa differenza di usi e costumi...mille anni fa. Mi fa ridere perché di tutte le cose che potevano colpire uno storico dell'epoca, nell'incontro tra due civiltà tanto lontane, geograficamente, culturalmente, con tali difficoltà linguistiche, c'è finita proprio questa, ai posteri.

Si vede che abbiamo una sensibilità diversa al riguardo. Magari pure delle differenze genetiche, ormai, non mi stupirebbe, E di sicuro, le temperature diverse avranno avuto la più grande responsabilità al riguardo. E insomma, dopo mille anni e in pieno villaggio globale, è tempo di accettarlo, no?

venerdì 24 gennaio 2014

Il peggio è passato

Passato il solstizio d'inverno e arrivata la prima neve, pare che finalmente sia tornata la luce.
Me lo dicevano tutti; vedrai, sarà il buio a darti fastidio, non il freddo. Ed è vero, perché francamente qui non fa più freddo che in Germania, o perlomeno non sempre. La corrente del golfo fa sì che in questa parte di Svezia piova più che nevicare, c'è una gran differenza con la costa est. con Stoccolma. E poi in casa fa caldo, più caldo che a casa dei miei nell'umidissima palude in cui vivono, dove piove tutto l'inverno, con temperature che favoriscono muffe e dolori reumatici. Mille volte meglio il freddo secco.
Ma la luce, la luce. è un'altra storia.
A Dicembre, complice la mancanza di neve e la pioggi aincessante, il buio era una costante della giornata. Il cielo diventava al massimo una distesa di nubi grigiaste, tra le nove e le tre del pomeriggio. La luce elettrica in pratica era accesa tutto il giorno. Era orribile svegliarsi e vedere il buio, a maggior ragione essendo disoccupata e non avendo una ragione vera per uscire. D'improvviso ho compreso perché gli svedesi accendano tutte quelle luci sulle finestre. Adventsljusstakar, ossia le candele dell'avvento, sia elettriche che di cera, e le stelle di natale (Julstjärna), che non sono solo le piante ma anche e soprattutto queste meravigliose stelle di carta traforate e illuminate, da appendere alla finestra della stanza con le finestre più frontali.
Diventa davvero necessario, vedere tutta quella luce, sia passeggiando fuori, vedendo le finestre illuminate degli altri, che stando a casa. Ed è per questo che non ci sono tende: queste luci devono essere condivise! Dalla mia cucina, in quei giorni bui, guardavo le case illuminate dei palazzi di fronte, tutti quei candelabri, era rincuorante davvero, faceva sentire meno soli. Perché è proprio un grido di vita e di speranza, un modo di dire agli altri: tenete duro! Siamo ancora qua, vedete? tutti vivi, anche in questo buio. L'inverno presto finirà e tornerà la luce!
Vivendo qui ho anche capito perché in un paese tra i più atei del mondo, il natale sia così sentito.È proprio il solstizio, il punto, sono i saturnalia, è il ciclo della vita, e poi gli puoi dare il nome che più ti aggrada. Puoi tirare in ballo Gesù oppure una santa che perse gli occhi - che appunto rimase al buio. Ma l'importante è che accendi candele, che ti stringi agli altri, che riempi la tua vita dentro casa di dolcezze e luci, per combattere il buio e il freddo di fuori. è facile immaginare come un migliaio di anni fa, buio e freddo fossero un affare ben più serio di oggi, e andassero a braccetto con la morte. Stando qui, lo capisci meglio, ecco.

Indirettamente, ho anche capito il rapporto complicato che le coppie miste (italo-scandinave) hanno con la luce elettrica. Fin da piccola, ho imparato che se è giorno la luce sta spenta. E quando si è costretti ad accenderla presto, d'inverno, a casa mia lo si faceva con un sospiro imbronciato, a malincuore, e contestualmente si tiravano giù le tapparelle. Perché se no i vicini avrebbero visto attraverso le tende. Ora, tutte le coppie miste che conosco hanno questa buffa routine: lo scandinavo gira di stanza in stanza accendendo luci e l'italiano,  trovand stanze disabitate e illuminate, le spegne. È un balletto buffissimo. Che però, lo ammetto, facevamo di più in Germania - dove il buio invernale incideva meno. E anche le altre coppie miste cui mi riferisco, erano coppie conosciute in Germania. Qui, in effetti, ho sentito di aver bisogno anche io, delle luci accese.

Oggi c'è un bel sole che brilla sulla neve, un cielo azzurro e tutto questo bianco intorno. Le luci di natale si sono piano piano spente, e son tornate in cantina con gli addobbi e l'albero - dopo il 13 Gennaio. Il peggio è passato.