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martedì 28 maggio 2013

Farewell

Oggi sono stata per l'ultima volta nel mio laboratorio. Sono stata per l'ultima volta seduta davanti alla mia macchina infernale. Che strana sensazione. Ho già detto addio 3 volte a qesto posto, ma ogni volta son tornata. E adesso mi pare di non averci davvero creduto, che fosse per sempre, anche se stavolta lo è.

Sono arrivata qui che avevo ventitré anni, la prima volta. Ero una studentessa di laurea in visita per una settimana. Era un febbraio lontano, e faceva caldo.
Adesso ne ho quasi 10 di più. Non ci sono stata sempre, ma è come se non me ne fossi andata mai. Qui ho lavorato per prendere una laurea e un dottorato. Qui ho lasciato un fidanzato e ho trovato un marito. Qui ho imparato a mischiare quattro lingue in una conversazione sola. Qui ho riso tanto e forte, ho pianto, di nascosto, anche se sono sempre stata vista. Qui ho cambiato capi, stanze, scrivanie, eppure ho tenuto sempre lo stesso spogliatoio, lo stesso armadietto col mio nome appiccicato sopra dal 2005. Qui qui ho detto addio a tanti amici, tante volte, e per reazione adesso non dico mai addio a nessuno, neanche oggi quindi. Qui ho bevuto circa un milione di orribili caffé, e anche la mia prima tequila. Qui, in questa città e in questa vita, ho avuto la mia prima auto, e la mia seconda, il mio primo appartamento, ed il secondo. Vivendo qui ho cambiato look, vestiti, taglio di capelli, eppure nella foto sul badge sono sempre quella del 2005, la ragazza appena sbarcata dall'italia con una moka da uno nella valigia e vestiti troppo troppo pesanti, Perché in Germania, si sa, fa freddo. Qui ho conosciuto la mia prima indipendenza, ho avuto il mio primo conto in banca, ho vissuto quel primo momento di quella prima busta paga, in cui si pensa, il mondo è mio! Qui ho dovuto smettere di essere una bambina. Qui ho scoperto il nero dell'abisso,la depressione. Qui ho scoperto come ci si innamora senza volerlo, contro ogni logica e ogni consiglio. Qui mi sono di colpo sentita forte da pensare, se sono ancora in piedi oggi, nulla mi butterà giù! Qui mi sono sentita infinitamente sola, per la prima volta, e qui ho capito che fa parte della vita imparare ad essere soli, e in questo mi sono sentita in buona compagnia, paradossalmente. Qui ho conosciuto in fondo chi sola non mi lascerà mai, comunque.
Qui sono diventata chi sono, qui ho detto addio a chi ero, ed al contrario di oggi è stato un addio che non ha notato nessuno, nemmeno io.
 

venerdì 24 maggio 2013

Hey, are you talking to me?

Da quando in Italia si parla di femminicidio non faccio che prendermi dei travasi di bile, ogni volta che incappo in un articolo che ne parli, su blog e giornali.

Punto primo: ora certo va di moda parlare di femminicidio! 
siamo di fronte semplicemente al fatto rivoluzionario che in italia si cominciano a contare i casi, come negli altri paesi succede da tanto. I numeri di oggi non sono, io credo, più alti o più bassi, è solo che prima i numeri proprio non c'erano. E di certo prima i casi di percosse in famiglia non finivano sul giornale. Non solo, prima le donne sparivano e nessuno indagava e si accontava della versione del marito che diceva, magari "se ne è andata, quella stronza" e cominciava a farsi vedere in giro con l'amante storica. Ecco, adesso quelle donne le cercano e i mariti li torchiano, e dunque io penso per una volta da ringraziare certa tv che ci sguazza. Almeno qualche cadavere lo trovano, qualcuno ogni tanto finisce in prigione - vedi Lucia Manca, che giusto pochi anni fa nessuno avrebbe cercato. Vedi Donatella Grosso, che infatti è sparita decenni fa, e infatti nessuno l'ha trovata, e quello che disse a terzi di avere intenzione di farla fuori non è stato indagato. Ecco.

Punto secondo: non mi piace la parola femminicidio!
Questo è un ritornello che mi paresolo un modo per sviare la questione, dai fatti, dal novero degli episodi, ad una questione di semantica. Chi se ne frega se è un nome stupido, potete anche evitare di dargliene uno, basta che descriviate i fatti! Nell'ultimo anno ho letto storie semplicemente agghiaccianti, e di quelle storie mi ricordo il nome delle poverette che hanno fatto una fine da film dell'orrore, e il nome degli uomini che gliele hanno fatte fare, non mi interessa il nome di nient'altro.Voglio dire, nessuno si è interrogato così tanto sul nome dato a nessun reato, e non sono mica tutti nomi intelligenti, eh. Per esempio spesso di dice razzismo quando è charo che non c'è nessuna razza in mezzo, tipo nei casi di xenofobia. Voglio dire, già che le razze umane non esisterebbero nemmeno secondo gli scienziati, ma se proprio di razze si parla non si può mica distinguere gli italiani dai tedeschi o, persino peggio, gli italiani del sud da quelli del nord! Eppure trovi sempre scritto razzismo, per semplicità, perché si capisce bene di cosa si tratta, e va bene così, mica ci mettiamo a fare i puntigliosi. E invece il femminicidio è una questione che porca miseria, a saperlo prima potevamo fare un referendum per il nome, così eravamo tutti d'accordo e si poteva passare ad occuparci dei fatti.

Punto terzo: ah e le responsabilità delle vittime dove le mettiamo?
Ecco, qui di solito mi parte l'embolo. Non ho mai visto presa in considerazione la responsabilità della vittima di nessun altro crimine. Tipo, se uno lo investono con la macchina e non lo soccorrono e il pirata se ne va, ci si pone il problema di cosa ci facesse il pedone a quell'ora in giro, del perché volesse attraversare proprio lì? Ci si chiede se non poteva guardare meglio prima di attraversare? o in altri casi lo si critica per aver scelto di andare in bici o in scooter, quando lo sanno tutti che così si è più vulnerabili che in auto? Oppure, quando c'è una rapina in villa, qualcuno dice per caso che in fondo se la cercano con tutti quei soldi e i gioielli e il suv in giardino?  Non credo. Ma per le donne picchiate o violentate vien subito fuori il vademecum.

Punto quarto: le donne che dicondo "sono la prima ad avercela con queste donne, è colpa delle femministe, queste donne menate sono chiaramente stupide se stanno insieme a uomini così"
Ecco, si vede quanto siamo braccate se dobbiamo parlare così, difenderci in modo preventivo, persino di fronte ad uomini intelligenti, uomini che sappiamo non farebbero mai nulla di male alle donne, e che comunque generalizzano sulle donne in modo odioso. Ma quante volte un uomo comincia una discussione premettendo "ah guarda, sono io il primo ad avercela con questi uomini violenti e vigliacchi, ci rovinano la reputazione!" Macché, siamo noi piuttosto che lo facciamo, perché desideriamo tantissimo essere sollevate dalla categoria. Accettiamo le generalizzazioni perché ci illudiamo che siano rivolte alle "altre". Alle donne stupide, pavide, lagnose, calcolatrici, disoneste, le donne di cui gli uomini si lamentano e che usano come esempi negativi per sminuire il fenomeno.
 Ecco, io un tempo ero così. Mi ritenevo diversa dalle altre, perché ero meno organica al cliché di donna mediterranea, angelo del focolare, madre madonna e moglie geisha. Perché io con un uomo violento non mi ci sarei mai messa, e nemmeno con uno stupido. Perché io ho sempre puntato sulla mia indipendenza, economica e psicologica, e già a sedici anni andavo in giro a dire che non mi sarei sposata. Ecco, c'è stato un periodo che certe generalizzazioni sulle donne le accettavo tranquillamente, anzi davo loro man forte. Le volevo diverse, le donne intorno a me, le volevo forti, coraggiose, autonome, e contro quel modello tanto lontano da me mi scagliavo con forza..
Ma adesso mi sento diversamente. Forse perché ho lasciato l'italia e ho scoperto di non essere una donna tanto diversa dalle altre. Quasi la totalità delle donne che ho intorno adesso la pensano come me su molte questioni, e mi sento più affine al mio genere qui in terra straniera di quanto non mi sentissi a 16 anni nel mio piccolo paese di provincia in Toscana. Ma perché? Esiste forse una ragione geografica, per cui nascono più donne intelligenti e coraggiose qui, che non lì?
Ovviamente no, e la mia è una provocazione quando dico "intelligienti". È che molti definiscono stupide le donne sottomesse. La stupidità in questo senso è il risultato di un'educazione ed è funzionale a certi sistemi sociali, e diventa alla fine un alibi per gli uomini che, per interesse, non vogliono che il mondo cambii. Dicono spesso che furono le donne cinesi a ribellarsi quando hanno dichiarato illegali i piedi deformati dalle bende,  e anche che le donne islamiche difendono l'infibulazione...te lo dicono come a dire "lo vedi che son le donne che sono cretine". Eccerto. e nessuno pensa che quelle donne, che hanno sacrificato i loro piedi e il loro piacere, per dei valori che erano maschili, per ottenere di vivere, di mangiare (perché se no non si sposavano, e se non si sposavano morivano di fame) di colpo vai lì e dici loro "ok, sono cambiate le regole, adesso non serve più". Perché invece serve, per esempio, che vadano in fabbrica e i piedi deformi sono un impiccio. E pensi che non si incazzino? nessuno darà loro i loro piedi indietro, di colpo sono solo donne menomate. Ma le regole chi le ha fatte?

E insomma, ho smesso di sentirmi migliore di queste donne che tollerano le botte per 30 anni e muoiono infine al prontosoccorso, per un cazzotto di troppo, nell'indifferenza generale; di queste ragazze con la milza spappolata dai calci che tornano a casa dicendo "lo amo". La differenza, tra me e loro, è che a me hanno insegnato a volermi bene, a sapere quanto valgo, a considerarmi un essere umano non inferiore a nessuno. Per questo io al bullo della classe stavo alla larga già da piccola. E da grande, sono stata alla larga dai narcisi, dai vigliacchi, da quelli che hanno bisogno di stare con una che reputano stupida per sentirsi superiori, da quelli che "l'omo è omo" e da quelli che fanno gesti plateali romantici. Perché alla fine vien fuori che le donne non le possono vedere, e chissà perché passano la vita a regalare enormi mazzi di rose. Ma questa è un'altra storia, per un altro giorno.


one day at a time

Sono i miei ultimi giorni in Germania. Li passo in un appartamento semivuoto, coi gatti e le ultime cose pronte per essere messe in macchina, tra dieci giorni. Cucino e mangio con l'unico scopo di svuotare la dispensa e il frigo. Bevo anche di conseguenza, il che dà innegabilmente soddisfazioni maggiori.

Penso che questa specie di inverno prolungato sia un elaborato piano del destino per non soffrire di nostalgia, visto che il trasloco è previsto per giugno, quando in questo angolo fortunato di Germania di solito fanno trenta gradi. E invece al momento in Svezia c'è bel tempo mentre qua fuori ci sono sei gradi e piove da settimane. Non credo di aver mai visto così poco sole come in questo 2013.

Le ripercussioni sul morale sono evidenti. Al lavoro, i mediterranei vanno in giro incazzati come api e si vestono in modo incongruo. il che è tipico degli immigrati mediterranei al nord una volta che hanno passato il primo inverno. Quell'inverno per il quale si erano preparati le pellicce di foca, per intendersi, e che si son stupiti di constatare non era poi così freddo. Contemporaneamente, mia madre al telefono si lamenta del freddo, perché in Toscana fa esattamente lo stesso clima di qua, ma chiaramente nella gara delle lamentatio la differenza di latitudine risolve l'ex-aequo.

Persino i gatti sono rompiscatole, perché soffrono l'assenza del loro amato Kratzbaum o albero tiragraffi o come altro cavolo si chiama il trespolo da cui erano soliti dominare la stanza e noi abietti servitori di felini, partito sul camion dei traslochi assieme a quasi tutti i nostri possedimenti terreni. Dunque Enzo si è trasferito in pianta stabile sopra l'armadio. e Liza, la mia gattina cieca, soffre della mancanza del suo umano preferito.
Mettiti in coda, sorella.

E dunque, dicevamo: sono giorni difficili, e passano con una lentezza che ha del paranormale.