Son giorni strani.
Qualcosa di positivo ogni tanto accade, e vorrei concentrarmici, ma poi torno ad essere assalita dai miei soliti pensieri neri. Penso al video di "Le vent nous portera" dei Noir Desir, per chi se lo ricorda...una spiaggia assolata e d'improvviso le nuvole scure, ecco, a volte pare passi giusto un secondo tra due estremi dello spettro emozionale.
Del resto, pure il clima da queste parti funziona così.
Siamo stati a vedere delle case in vendita, qualche chilometro a sud della città. Non ne abbiamo poi fatto di nulla, perché è oggettivamente una cosa campata per aria. Io non mi voglio trasferire, è solo che Danne è stanco di far 120 km al giorno e vorrebbe avvicinarsi al suo lavoro. Io speravo di avercelo un lavoro a questo punto, e che la località dove comprar casa sarebbe stata decisa in base ad esso...e invece. E quindi sono terrorizzata a spostarmi fuori città in questo momento: sarei sola a casa tutto il giorno, in una di quelle case bellissime e immense, magari, quelle che puoi permetterti quando vai a vivere i mezzo al nulla. Perché in Svezia, come sei fuori città sei in mezzo al nulla.
E però eravamo in giro, come dicevo, sotto questo gran sole, piegati in due da un vento assassino, e guardavamo questa casa a un passo dalla spiaggia, in questo paesino dove non c'è niente. Sarebbe bello abitare al mare, pensavo. Però la cosa strana di questi paesini sul mare, è che il centro del paese non è come da noi, una passeggiata lungo mare. No, il centro è qualche centinaio di metri (o anche un km o due) indietro, presso la strada di più grande comunicazione. Al mare ci si arriva con stradine cieche tra le case, che sbucano alla fine su uno scoglio, su un lembo di sabbia o di sassi. Strano, per me, che penso ai nostri paesi della costa tutti premuti contro le spiagge.
Non sono riuscita ad immaginarmi vivere in nessuna delle case che abbiamo guardato. In teoria, ho sempre sognato una grande casa luminosa, quella che i miei non hanno mai avuto, e che in Italia non ci saremmo mai potuti permettere. Ma alla fine, una volta sul posto, non son riuscita a vedermi davvero lì. A piantare narcisi, a dipingere di bianco la staccionata. Ad andare in bici a far la spesa come la signora Fletcher.
Poi la sera guardavo di sfuggita un brutto film in tv, una di quelle schifezze che hollywood disegna e progetta per piacere a noi ragazze e che chissà perché a me non piacciono mai. C'era questa regina del multitasking, moglie e madre e professionista, stritolata tra famiglia e lavoro, che dice "amo il mio lavoro e sono così brava" etc etc (sceglie di rallentare per stare coi figli e yadda yadda yadda, ma per una volta non volevo parlare di questo) ed io ho cambiato stizzita. Perché? Da piccola guardavo Donna in Carriera in loop, e invece non avevo mai visto né Pretty Woman né Dirty Dancing (ho recuperato da grande perché mi hanno forzato). Da piccola mi immaginavo una che avrebbe amato il suo lavoro, che lo avrebbe fatto benissimo, che lo avrebbe anche persino messo al primo posto se necessario. Come è successo che è accaduto tutto il contrario invece? Io non amo davvero quello che faccio (o facevo) per questo ho sempre scelto di seguire le scelte o le opportunità professionali di chi ho accanto.
Ho sentito mio fratello criticare una sua collega per aver fatto altrettanto, per aver seguito il marito in due o tre traslochi, finendo, come me, ad essere disoccupata in qualche occasione. Con lui sono sbottata, perché era evidente che la sentivo su di me quella critica. Del resto anche all'ufficio di collocamento, l'altro giorno, mi hanno consigliato di trasferirmi, perché lavoro a Stoccolma, Umeå, Kiruna, Malmö o dove cappero, lo troverei. Ma possibile che sia tanto assurdo voler vivere insieme alla persona che hai sposato? Ma certo, alla fine il punto è lì: se vado a Kiruna (e torno a casa una volta al mese se va bene) a lavorare le mie giornate e la mia vita ruoterebbero intorno a qualcosa che non amo abbastanza. E mi chiedo come sia potuto accadere.
Tu non sai quanto ti capisco. O forse si.
RispondiEliminaPerò lo sai cosa ti piacerebbe fare invece? Perché se lo sai sei a metà dell'opera.
Sono in un momento di buio comunicativo e mi spiace molto, ma volevo almeno lasciarti il mio incoraggiamento e prodonda comprensione.
Grazie, mi fa tanto piacere saper che c'è chi mi comprende così bene, e spero che questo momento non sia troppo buio!
EliminaUn'idea ce l'ho. Ma non è facile perseguirla qua, c'è di mezzo la lingua e una lunga ri-educazione. Sto però cercando almeno di guadagnarmi l'accesso all'uni per le facoltà umanistiche e vedere se da lì uscirà fuori una strada percorribile. Ma io in laboratorio ci stavo bene, eh, specialmente quando c'era in gioco un lavoro di precisione e calma, e spero che mi venga data una chance di sentirmi brava anche in quel lavoro. È forse solo la pressione della ricerca che mi ha stancato, perché mi mette addosso un'ansia paralizzante.
Se segui un uomo per amore sei la vergogna delle femministe. se il lavoro passa al primo posto sei una carrierista che non sa amare.. ce n'è per tutte. Ma ogni situazione è un mondo a sé e sarebbe buono concentrarsi solo sul proprio personalissimo equilibrio e benessere, impermeabili a idee e giudizi davvero inutili. Nella mia vita c'è stato un momento in cui avevo bisogno di una spinta per un cambiamento radicale e un' offerta di lavoro all'estero per il mio compagno è stata l'occasione buona. In quel frangente ho avuto fortuna. Ora, anni dopo e a relazione conclusa, sono in un angolo sperduto di mondo a fare una delle cose che amo (ma ce ne sono anche altre che amo forse ancor di più e già questo basta a farmi venire dubbi) in un ambiente che mi arricchisce, mi affascina, mi aggancia visceralmente e al tempo stesso mi soffoca e mi fa sentire sospesa in una bolla in cui per esempio la mia vita sentimentale non può che essere in stallo.. ( a un'età In cui è facile sentirsi il fiato sul collo :-)). Questo Forse c'entra poco, ma per dire che lavoro, passione, amore, necessità di guadagnarsi la pagnotta, sogni da inseguire, desideri di condivisione e molto altro sono parti di un caleidoscopio che è raro vedere e vivere tutte nello stesso momento. va beh ho buttato un po' di roba alla rinfusa in questo commento fiume. Altre volte avrei voluto commentare, sappi, ma i mezzi tecnologici a disposizione a volte fanno cilecca e diventa davvero difficile. Anche io apprezzo tanto tutti i tuoi post! ! Un abbraccio, meg
RispondiEliminaGrazie davvero per i complimenti e per l'attenzione che mi dedichi! Sono davvero affascinata da quello che scrivi sul posto in cui ti trovi, deve essere davvero un'esperienza fuori dal comune. Hai perfettamente ragione sul fatto che la nostra felicità venga da un'equazione complicatissima in cui trovano posto troppe variabili, ed è raro risolverle tutte. E nell'equazione non ci si deve mettere pure quel che pensano gli altri, se no è la fine! Probabilmente se fossi stata single sarei andata in Australia (dove mi avevano offerto un lavoro fisso) e adesso ci penso come ad un continente di possibilità...ma anche qui in Svezia può iniziare una nuova fase della mia vita, con cambiamenti più interiori che di paesaggio esterno! Cercherò di essere più costruttiva e di fare in modo che la fortuna per quanto bendata mi sbatta contro ;-)
EliminaMi affascinano i commenti di meg! Mi piacerebbe leggerla di più! !
Eliminaarrossisco.. e un grande in bocca al lupo arya! (non so neanche se sto scrivendo nel posto giusto, volevo fare rispondi al commento ma non mi lascia, boh, tecnicamente sono una frana). meg
RispondiEliminacrepi cara meg! condivido in pieno, qui facciamo il tifo per un blog dal mali!
EliminaPS: ho eliminato il commento doppio, ma forse era meglio lasciarlo, questo commento eliminato ha l'aria sinistra della censura!
Grazie che l hai cancellato. . Io sono imbranata e non riuscivo :-)
EliminaE grazie anche x il resto! Meg
eh, ma io lo dicevo che ti dovevo venire a trovare lì a Iotebori dove stai (o dovunque tu stia) perchè... be', perchè adesso dico una cosa che fa un po' sorridere persino me, non vogliatemene.
RispondiEliminaTempo fa arrivò al lavoro una collega americana. Molto americana. Straordinaria. Una donna piena di energia, molto diretta, senza peli sulla lingua ma anche molto corretta e a suo modo estremamente affettuosa. Bravissima nel suo lavoro. Tenete conto che lavoriamo entrambe in un ambiente di produzione industriale ovvero: 98% uomini, le poche donne certo non in posizioni di management, per lo più composto da ingegneri (leggasi gente brava e abituata a sentirselo dire, con conseguenti effetti sull'ego) o tecnici (molto simpatici e diretti, ma anche quelli che non si fanno problemi a dirti che il posto di una donna è in cucina).
Fu lei a dirmi un giorno, del tutto inaspettatamente, che voleva andare a pranzo con altre ricercatrici di altri dipartimenti, perchè "we need to bond". Aveva ragione. Ci sono momenti nei quali si ha bisogno di confrontarsi con qualcuno che viva le nostre esperienze. Con i miei colleghi uomini sono sempre andata molto d'accordo, ma ci sono cose che non potranno mai capire. Loro mi vedono, mi dicono anche "be', sei brava a fare quello che fai, sei intelligente, lavori bene. Dov'è il problema? Dov'è la discriminazione?"
Ecco, per me queste esperienze di chi vive "altrove" hanno un'importanza tutta particolare, e leggere quello che raccontate mi ha raddrizzato la domenica! :)
E hai ragione eccome. L'anno scorso infatti, poco prima che lasciassi il mio vecchio istituto, con due colleghe amiche e affini avevamo fatto lo stesso discorso. Che bisogna fare gruppo, non in senso antagonista ai colleghi uomini, ma solo perché loro hanno numeri diversi (in certi ambienti, come era anche il mio) e dunque è statisticamente più facile per loro trovarsi, confrontarsi, non verbalmente magari, perché pure i modi sono diversi come è ovvio. Ma noi, spesso eravamo "l'unica donna in squadra" e spesso passavamo attraverso la stessa fase senza saperlo che capitava anche alle altre. Ma da te a me in linea d'aria non è molto distante...sono i voli che spesso non mi assistono! a metà strada c'è Copenhagen, la butto lì!
Eliminaahaha! A metà strada c'è Amburgo, credo. Ma magari sei stufa di Germania... :)
RispondiEliminaIo ho lavorato in gruppi esclusivamente femminili e in gruppi a fortissima prevalenza maschile, e in gruppi misti. In tutta onestà credevo prima (e lo credo ancora) che più che il genere la differenza la facciano le persone. Al liceo eravamo una classe femminile (per caso) e con alcune ragazze ho legato moltissimo, con altre meno. Ricordo la mia prof di latino che diceva che non dovevamo fissarci su questo fatto di essere una classe femminile, come se questo significasse automaticamente "più competitive e pronte a pugnalarsi alle spalle". I problemi che abbiamo avuto li abbiamo avuti indipendentemente dal sesso, credo.
Ma la mia era anche una prospettiva un po' ingenua, nel senso che mi rendo conto ora che certe cose non si possono scavalcare: io resto una donna e certe cose solo un'altra donna le può capire (e non tutte le donne le capiscono). Sentivo alla radio qualche tempo fa una magistrato (mi dispiace non ricordare il nome, era sabato mattina, non ero troppo lucida) che raccontava di come avesse avuto una volta un incontro in carcere con un camorrista di spicco. Lei arrivata lì con tutta la sua documentazione, nel suo ruolo di magistrato, preparata, corretta, battagliera. E questo (delinquente) che, ricordo le parole "mi guardava la scollatura che non avevo". E in quel momento di era resa conto di essere per lui sono una "fimmina". Ricordo anche che aggiunse "credo che le donne che mi ascoltano capiscano cosa intendo". Ecco, io credo che questo è il tipo di cosa che se non sei donna non puoi capire. Così come non puoi capire cosa significa rientrare la sera a casa da sola (cosa che ho sempre fatto e continuo a fare) e sapere di dover prestare un'attenzione extra perchè... be', sei una donna sola che rientra al buio.
Una cosa simile è l'essere straniere in queste posizioni instabili, divise tra il cuore e il lavoro. Mi raccontava una mia amica post doc a Londra, brillante ingegnere chimico, che per lei è spaesante tornare a casa, dove nessuno nella sua famiglia ha mai studiato all'università, un dottorato manco sanno cos'è e le cugine di 5 anni più giovani di noi hanno già almeno un figlio, mentre tu dividi un appartamento con una ragazza della Guinea, hai un contratto che scade ad ottobre e un moroso ("...finchè dura!") di un'altra nazionalità che lavora in un paese terzo.
Condividere è importante! :)
Anche io la penso come te, che la differenza la facciano le persone. Di certo ho molto poco da condividere con molte mie amiche d'infanzia, che hanno vite estremamente diverse dalla mia - il genere non determina tutti gli aspetti della mia vita. Ma alcuni sì. Con le mie colleghe amiche ci siamo confrontate per esempio sulla difficoltà che avevavo a dare ordini o istruzioni a colleghi uomini più vecchi. Ho odiato intensamente sia quelli che facevano quel che chiedevo loro perché ero tanto carina e fragile, sia quelli che non lo facevano perché cosa vuoi che ne sappia lei. E solo un'altra donna sa cosa intendo, perché anche se esistono molti miei colleghi che hanno avuto seri problemi a guidare una squadra di riottosi, non hanno mai dovuto combattere su quel terreno, sentendosi dire esattamente quelle cose, e se hanno reagito nessuno li ha bollati per frustrati o acidi. (citazione dal film di cui sopra: At work, when you act like 'one of the boys', they call you abrasive and difficult. So, if you act like a woman, they say you're emotional and difficult. So, difficult is really just the word for anything that isn't a man). Dunque condividere è importante, perché forse è anche un modo per imparare dalle altre, se han trovato modi migliori in situazioni simili, o anche solo per farsi pat pat a vicenda, perché in certi momenti ti senti proprio sola!
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