Nella mia scala ci sono sette appartamenti. Tra condomini, in questi palazzi di mezza periferia, ci si frequenta poco, specie se non si hanno figli coetanei. Ci si dice Hej sulle scale. Molti guardano dallo spioncino prima di uscire di casa, per ridurre al minimo l'eventualità di incroci. Lo so perché spesso ho sentito porte aprirsi e chiudersi dopo che eravamo passati. Non è antipatia, anche se così suonerà agli italiani: è solo distanza di sicurezza, una cosa che gli svedesi praticano regolarmente. Come quando nei ristoranti, sugli autobus, nelle sale d'aspetto, scelgono il posto libero più distante da tutti gli altri posti occupati.
Dunque chi siano i miei condomini io lo ignoro, grossomodo. La variabile impazzita in questa situazione sono i vicini del pianoterra, una coppia di settantenni che si è trasferita qua pochi anni fa, vendendo una grande casa in campagna per poter vivere in città vicino ai nipotini. Non si sono del tutto rassegnati alla vita spersonalizzata di città, e fanno come se fossero ancora in un paesino: parlano con tutti, conoscono tutti. Sono utili e al contempo un po' inquietanti. Se non ci fossero stati loro non so come avremmo risolto l'inghippo cucina. Furono loro in effetti a chiedere che gli altri ci aiutassero.
Il primo a cui chiesero aiuto era il signore del primo piano, perché era un uomo robusto e loro parevano conoscerlo bene, lui e la famiglia, lo si capiva da come interagivano coi bambini. Era la prima volta che lo vedevo. Di solito incrociavo la moglie coi bambini: non sorrideva e rispondeva di malavoglia ai miei saluti. Ammetto di essermela presa all'inizio, mi sentivo rifiutata senza aver fatto altro che offrire un sorriso. Col tempo ci eravamo accorti però che era soprattutto stanca. Di quelle stanchezze che ti si depositano nelle ossa e fanno parlare di depressione, insomma. Anche quella volta ci fece capire che le scocciava aiutarci, aprendoci la porta di casa per farvi entrare il gigantesco ripiano della nostra cucina in modo che potessimo far manovra sul pianerottolo.
I loro bambini correvano su e giù per le scale, eccitati. Bussavano man mano alle altre porte dei piani superiori, perché anche quelle venissero aperte, a turno. A me sembravano bambini normalissimi, persino ben educati. I vicini del piano terra però ci dissero che avevano entrambi dei problemi. Il maggiore con ADHD, la minore una qualche forma di autismo. Tutta quella stanchezza, quella smorfia dura sul viso, adesso mi pareva di capirle meglio, e ho continuato ad offrirle i miei sorrisi. Lentamente, abbiamo notato che adesso è lei a salutare per prima ed io ho imparato a distinguere un viso da indurito da uno ostile.
Qualche tempo fa, mentre salivo le scale col fiatone e sostavo con lo sguardo un poco più a lungo intorno a me, ho visto che uno dei due nomi sulla loro porta era stato cancellato con il segno di un grosso pennarello. Danne ha poi notato che è davvero tanto tempo che non incrocia mai il padre dei bambini, al mattino, come capitava di solito. Abbiamo invece incrociato lei più volte, sempre con le braccia ingombre di borse e giochi, mentre grida, inascoltata, e i due bambini litigano tra loro e scappano avanti senza attenderla. Ci pare di sentirli gridare più spesso tra loro, sulle scale.
Di certo alla prossima occasione i vicini del piano terra ci racconteranno persino quello che non vorremmo sapere. Forse non capiamo nulla della situazione, eppure lo stesso pensiero ci ha assalito entrambi, perché ci sembra che quel segno di pennarello (insistito più volte, come da una mano arrabbiata) sia eloquente abbastanza. Ci ha riempito di una grande tristezza e, dobbiamo ammetterlo, di una certa paura. Per quello sguardo stanco, e per la tensione che quella stanchezza può insinuare in una coppia. E per tutto quanto di imprevedibile e spaventevole il futuro può avere in serbo. Chissà se sarò forte abbastanza, se saremo forti abbastanza. L'idea che nelle difficoltà ci si trovi a preferire di dividere le proprie strade mi pare l'eventualità più crudele di tutte.
io credo che se siete insieme adesso, nonostante quello che mi pare di aver capito della tua storia, ci sono buone probabilità che 'dividere le strade' non sia l'opzione che vi si addice, altrimenti l'avreste già contemplata anni fa. o no?
RispondiEliminaNon è l'opzione che ci si addice, è vero, ma sono consapevole del fatto che le difficoltà passate o presenti non sono niente in confronto a queste, sebbene perfettamente virtuali. Mi rendo conto che sto per mettere piede in un mondo fatto di responsabilità ben più grandi di quelle che io abbia mai avuto, e questo a volte mi fa paura.
Eliminafai come me, stai in denial finché è troppo tardi per scendere dal tagadà. ci sto scrivendo un post proprio ora
Eliminaeheh mi sa che hai ragione!
Eliminaè normale che tu sia spaventata. Però un passo per volta... senza pensare a scenari apocalittici...
RispondiEliminamapoi, però, se quelli apocalittici dovessero manifestarsi, non sono sicura di aver capito il finale del tuo post... però per me è meglio dividerle due strade che intersecate non sono felici... )
un abbraccione!!!
su questo sono d'accordo, che meglio separati che infelici, però questa coppia, così come altre due di nostra conoscenza, sono per me esempi di "infelicità indotte", nel senso, dovute a cause esterne e all'incapacità di gestirle in due. Non so se mi spiego, in effetti. Poi certo, magari non erano coppie solide in partenza e hanno reagito male a certi eventi. Ma un passo per volta come dici tu! È tipico mio pensare solo agli scenari apocalittici...
EliminaBeppe Spazzino for ever! :) meg
RispondiEliminaintendevo dire: quoto Squa citando Momo di Ende e lo splendido personaggio di Beppe Spazzino che doveva pulire una lunghissima strada e che, se la guardava fino all'orizzonte, si scoraggiava, quindi la sua filosofía era un metro per volta (o un passo, non ricordo). Un abbraccio! meg
RispondiEliminaoh ma che bella citazione! devo decisamente rileggermelo Momo. È verissimo per giunta, un passo alla volta. Grazie!
Elimina