E così, mentre indugiavo, ho avuto la fortuna di poter discutere con lei e lei e piano piano abbiamo compreso che tutte le ragioni per le quali avevamo taciuto erano tutto sommato risibili di fronte all'evidente necessità di rendere chiaro che così non va. In fondo, il nostro tacere era figlio proprio del perverso meccanismo che rende queste situazioni così incredibilmente comuni. È figlio del senso di impotenza e di stanchezza che ti fa perdere in partenza la voglia di addentrarti in una discussione - col collega misogino, con l'adolescente superficiale, con l'anziano tradizionalista. Ma anche con le donne che stanno lì, incredibilmente, a disquisire delle reazioni delle vittime, invece che sottolineare che nessuno dovrebbe metterle in quelle situazioni. Perché una donna, in quella situazione, perde sempre, perde comunque: perde se molla lo schiaffo e se ne va - e perde il lavoro, o peggio - e perde se si presta e sopravvive. Non è vero che c'è una scelta, l'abuso è a monte della reazione.
Ma noi, noi lo abbiamo imparato da piccole a fare le equilibriste sul filo di quel rasoio: se ci stai, sei una troia, se non ci stai, una che se la tira. E lo abbiamo imparato subito che era colpa nostra, comunque. E che la nostra libertà a quanto pare stava nel poter scegliere di non esporci a rischi. La libertà di essere invisibili.
La prima volta, a 12 anni, ero in giro con mio padre - ma lui stava forse a qualche passo da me - e avevo degli shorts molto corti. Un tizio passando mi gridò: belle gambe! Ricordo bene lo spaesamento, e il senso di vergogna. Il dubbio se mio padre avesse sentito o no, e la certezza che, nel caso avesse sentito, si sarebbe arrabbiato con me.
Quella volta poi, a 17. Andavo in bici verso casa, lungo una strada trafficata ma lontana dal paese. Mi si affiancò questo tipo in scooter, si mise alla mia velocità, e cominciò con le molestie verbali, che durarono per 5 interminabili chilometri, fino quasi a casa. So di avere avuto davvero paura, quella volta, paura che mi costringesse a fermarmi o mi facesse cadere. E schifo, quanto schifo, per le parole che diceva, e di riflesso, per me. E ovviamente non dissi nulla. Non era colpa mia forse, per aver insistito ad andare in bici, da sola, così lontano?
E quella volta che, a 18 anni, mentre tornavo dalla spiaggia al tramonto, in una pineta deserta, con la mia migliore amica, ridendo come due sceme, abbiamo evidentemente dato nell'occhio a due poliziotti in borghese. Che ci hanno fermate, e interrogate, e infine rilasciate con male parole...io credo perché italiane e automunite, e non straniere e sperdute come pensavano. Ci penso ogni volta che leggo di qualche ragazza straniera violentata da un agente - e succede come sapete - mi chiedo se poi quei due hanno trovato le vittime che cercavano.
E quell'anno intero in cui per andare all'università prendevo l'autobus e su quell'autobus c'era un tizio che adesso avrei pochi dubbi a chiamare stalker, ma in fondo non faceva nulla, parlava e basta, e a volte non scendeva alla sua fermata per rimanere sull'autobus con me più a lungo, e allora avevo preso a farmi venire a prendere alla fermata. Così, per sicurezza.
E penso pure al coinquilino cubano, che si era fatto pressante, e che per punirmi della mia improvvisa freddezza mi rubò il cellulare - ma non avevo le prove che fosse lui, e quindi pace. Del resto se ne andò poco dopo e io ho sempre considerato quel cellulare il prezzo della mia libertà di scegliere. E di quell'altro coinquilino che mi abbracciò all'improvviso in cucina una mattina, e mi piantò la sua erezione addosso - e quando raccontai, furente, della cosa ad un amico mi sentii dire che in fondo era un bravo ragazzo, e che stavo esagerando.
Nel mezzo, i tanti "innocenti complimenti" che però non erano richiesti. Le tante volte che un gruppo di uomini fermo su un marciapiede mi ha fatto pensare di cambiare strada. Le tante volte che ho sostanzialmente cercato di non attrarre l'attenzione. E poi la sensazione chiara che il fatto di avere un fidanzato mi avrebbe messo al riparo da molto. A tutto questo ho pensato, oggi.
Ma soprattutto ho pensato che in nessun momento della mia vita qualcuno mi ha "spiegato" apertamente come dovessi sentirmi o comportarmi. Devo averlo dedotto, come tutte, da come si comporta il mondo attorno a noi, dalle mille piccole sfumature che diamo alle nostre parole, dal modo col quale ridiamo a certe battute, sorridiamo in certi frangenti. E se voglio che il mondo in cui mia figlia crescerà sia diverso, anche solo in minima parte, bisogna che cominciamo a comportarci diversamente, che cominciamo a parlare diversamente.
Che cominciamo a parlare.
Normalizzare il racconto, già. Mi viene in mente, credo tu fossi già all’estero, la campagna elettorale della Moratti al ballottaggio del 2011, per l’elezione di Pisapia. Mise in giro una serie di bufale su di lui per screditarlo. E la risposta fu geniale: l’hashtag #ètuttacolpadipisapia, nel quale si accusava il poveretto di ogni illogica nefandezza, dalla fame nel mondo al buco nell’ozono. La campagna a discredito fu demolita in dieci giorni, perché accusarlo non era più cool, ma solo una solenne stronzata di cui vergognarsi.
RispondiEliminanon lo sapevo! geniale, direi. Forse aiuta in effetti questo racconto a occhi asciutti, non siamo qui a fare le sopravvissute, non siamo qui a chiedere chissà che compensazione o consolazione, solo per far presente uno stato di cose che, una volta esposto, risulta banalmente indifendibile, a uomini e donne.
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