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domenica 9 febbraio 2014

a time to remember

Si è rotto l'orologio, mi sono dovuta arrendere.
 Da un paio d'anni mi dedicavo a eleboratissime routine per rimetterlo in sesto, spostare le lancette e cambiare batterie, ogni volta pareva ci abbandonasse, e Danne diceva con uno sbuffo guarda che si è fermato di nuovo ed io niente, caparbia come non lo sono mai, attaccata a questo oggetto come a quasi niente altro. Stavolta però non c'era niente da fare.


Lo avevo preso da casa dei miei, e portato in Germania, perché si adattava bene al nuovo muro verde prato della mia cucina tedesca. Era l'orologio della cucina dei miei nonni. Mamma aveva svuotato la casa dei nonni semplicemente portando tutto a casa sua, e questo orologio anni cinquanta senza più un luogo e una funzione era finito in una scatola assieme a quelle cose senza valore, usate, eppure care. Era l'orologio che per anni ho atteso che segnasse le 4, l'ora di bim bum bam, facendo merenda con pane e zucchero. Era l'orologio che si sentiva ticchettare sommessamente nel silenzio di certi pomeriggi di luglio pieni di cicale, con la luce che entrava sghemba dalle persiane socchiuse sul giardino.

L'ho preso perché mi serviva un orologio, ma senza la reverenza di certi cimeli. Solo quando l'ho appeso la prima volta mi sono accorta che mio nonno aveva appiccicato un piccolo pezzo di scotch di carta, dietro, su cui aveva scritto una data. 18 Maggio 2007. La data in cui per l'ultima volta aveva cambiato le batterie. Io non so spiegarlo a nessuno, ma quell'orologio mi è caro soprattutto per via di quell'etichetta scritta a mano. Perché è quel genere di gesto, così ordinato, così puntuale, nella mia famiglia non esiste e se è esistito è solo perché c'era lui.

Mio padre diceva spesso: tuo nonno non combatte, non si da da fare per rendere il mondo un posto migliore, lui lo lascerà così come lo ha trovato, perfettamente funzionante. Aveva ragione in tanti modi, anche se ora non condivido più quell'accento un filo sprezzante con cui lo diceva. Perché da quando non c'è più, così tante cose hanno preso a deteriorarsi, e solo da quando non c'è più sento davvero quanto bisogno ci fosse, di qualcuno che tiene tutto in ordine, che impedisce che tutto si disfi. Ma è vero che mio nonno non era coraggioso, né ambizioso. Mio nonno era silenzioso, aveva poche opinioni, o per lo meno non le esternava facilmente - e in questo il confronto col genero era davvero stridente. Mio nonno era il tipo di persona che preferiva conformarsi per evitare scontri, per evitare l'isolamento sociale. Mio padre, tutto il contrario. Da adolescente, era facile avercela con mio nonno, ed era facile sposare le idee di mio padre al riguardo.



Mio nonno avrebbe avuto tanto da dire, però, e noi lo avremmo ascoltato volentieri. Avrebbe potuto raccontarci di più dell'Africa, della guerra, della prigionia in America. In molti potrebbero pensare che della guerra non si parli volentieri, che sia una pagina buia che si preferisce voltare. E di sicuro era così anche per lui, ma forse non nel modo esatto che si può credere. Nel cassetto della cucina, tra le posate, stavano una coppia di cucchiaio e forchetta con su inciso "US". E sulla credenza il piccolo dizionarietto di inglese dato ai prigionieri di guerra. E quelle foto nel mobile in salotto, quelle foto in bianco in nero, lui aveva vent'anni ed era bello, mio nonno, vestito da soldato. Tutto raccontava un'altra storia. Che ho capito solo molto molto dopo, e allora mi era tornato in mente De Gregori, che la guerra è bella anche se fa male, un concetto tremendo e incomprensibile ai più, e che ti condanna al silenzio, per sempre.

Mio nonno era stato poi un operaio, di quelli che, smontato il turno, andavano a far la passeggiata in centro vestiti bene e con il pettine sempre nella tasca dei pantaloni. Mio nonno ci teneva a vestirsi bene, ci teneva al suo caffé al bar, ci teneva alle chiacchiere con gli amici sulla piazza, chiacchiere mai volgari. Mio nonno era tradizionalista, cattolico, ma più per conformismo che per convinzione. Di mia nonna e della sua mania per la chiesa un po' rideva e - anche questo avrei capito dopo - un po' la disprezzava. Mio nonno non credeva davvero in niente.

Forse avrebbe preferito un figlio maschio, ma non era il tipo di maschilista che di queste cose faceva proclami, come altri del suo tempo. Aveva accettato la regola generale che i padri non si occupassero troppo dei figli, men che meno delle figlie. Di certo di mia mamma non gli era mai importato troppo - lei voleva studiare matematica, lui la mandò al magistrale, invece, perché facesse la maestra. Ma erano altri tempi, il ricordo della miseria era dietro l'angolo, e per quanto ingiusto verso mia mamma, la decisione di mio nonno era più dettata dal suo essere pavido che dal suo essere cattivo. Perfettamente in linea con la sua epoca, mio nonno.

Di fatto, mia mamma alla fine ha potuto comunque laurearsi. Di fatto, mio nonno non le ha impedito mai più nulla oltre la scelta delle superiori. Di fatto, mio nonno ha accettato pure questo genero tanto diverso da lui, senza un commento. Di fatto, tutto quel che mio padre ha imparato a fare (lavoretti di muratura, impianto elettrico, un po' di idraulica) lo ha imparato da mio nonno, non da suo padre, che non aveva pazienza. Mio nonno ne aveva, di pazienza, e si teneva per sé i commenti e le opinioni negative. Mio nonno non era un santo e non era generoso in senso lato, ma quando i miei hanno avuto bisogno di aiuto, su di lui hanno sempre potuto contare. Magari gli diceva "siete pazzi", perché era pavido, ma su un suo aiuto pratico non c'erano dubbi. Io e mio fratello siamo stati tutti i pomeriggi a casa loro, per anni, e a pranzo da loro ogni giorno d'estate, quando mia mamma aveva le maturità.

Sono cresciuta senza una grande stima di lui, e convinta di non avere la sua. Sono cresciuta pensando che rappresentava tutto quel che avrei voluto cambiare della società: quella generazione di vecchi moderati, con famiglia cristiana sempre sopra al televisore, sempre sintonizzato su raiuno. Non ho mai cercato la sua approvazione, a volte ho cercato lo scontro - e non l'ho trovato, perché mio nonno lo rifuggiva con la sua nonchalance. Mi ci sono voluti anni, per conoscerlo. C'è voluto l'alzheimer di mia nonna, c'è voluto che cadessero tante cortine. C'è voluto che crescessi e gli parlassi davvero.


Mi ricordo una conversazione degli ultimi anni, non so se mia nonna fosse ancora viva o no, lui era già cambiato. Ervamo solo e mia madre con lui e lui disse, quanto siete bravi tu e tuo fratello, eravamo entrambi laureati o quasi, e lui diceva che abisso c'era tra noi e i dei nipoti dei suoi amici, che stavano sempre a chiedere soldi, che non sapevano fare niente. Quello era un immenso credito a noi, e ai miei, per averci cresciuti bene, e bisogna tenere in mente quanto fosse fuori carattere quella frase, quanto fosse inattesa e atipica. Ci aveva messo vent'anni a dirlo, conforntandoci sempre impietosamente con tutti, sempre partendo dal presupposto che gli altri fossero meglio, preferendo da sempre, per timidezza, non si dire nulla a nessuno, né di brutto né di buono.

E poi mi ricordo quando mi trovò con un cacciavite in mano a riparare un armadietto. E con una faccia che non dimentico mi disse: non dovrebbe essere tuo fratello a farlo? perché dio ce ne scampi gli uscisse mai un complimento, ma quello era, ed io lo sapevo.

E poi l'ultimo ricordo che ho di lui, quell'ultima estate. Avevo lasciato il fidanzato storico, avevo trovato un lavoro di qualche mese in Italia ed ero tornata a stare coi miei. Per evitare shock e disonore, ai miei nonni non era stato confessato che avevo un nuovo ragazzo, straniero, che possibilmente avrei raggiunto presto, in Germania. Una domenica me ne andavo in bici verso la casa che i miei hanno in collina, passando dal paese di mio nonno: una cosa che in precedenza avevo fatto col fidanzato. Davanti a casa sua, lo incontrai per caso. Avevo la mia mountain bike, i vestiti da ciclista, era una strada impegnativa in salita, una trentina di Km. Lui era sorpreso e ammirato di vedermi fare questa cosa da sola. Mi disse: ma mi raccomando, adesso non stare sempre da sola. Lì per lì me la presi parecchio: pensa che abbia bisogno di un fidanzato? che senza muoio? Adesso a ripensarci non riesco davvero a considerarla come una cosa negativa. Dopotutto, era come se dopo tanti anni mi vedesse davvero, mi guardasse come una persona e non, come aveva fatto a lungo con mia madre, come ad un elemento del contorno privo di grande interesse. Anni prima, non mi avrebbe detto nulla e forse dentro di sé avrebbe pensato che ero pazza come mio padre. Parlarmi di cose "private" era per lui un grande sforzo e quello era il suo modo di interessarsi a me, alla mia felicità, e in questo senso questo ricordo per me significa molto.
 
Non ha mai conosciuto mio marito. Me ne spiace, anche se dubito che fosse rimasto molto del suo inglese classe 1944. È morto quando ero tornata in Germania, sono passati giusto sei anni, e mi pare un tempo immenso, infinito. E adesso che l'orologio è in cantina, avevo bisogno di fermare il suo pensiero da qualche parte.

































2 commenti:

  1. Com'é bello questo ricordo..
    che "la guerra è bella anche se fa male" l'ho pensato quando mia madre è stata ricoverata in oncologia, non sapevo ancora che se ne sarebbe andata nelgiro di 5 settimane appena.. ma tutto si era fermato ed era rimasta solo la vita -qiel poco che restava- e sorrisi e gesti significativi e carichi -purtroppo non i suoi.
    son partita per la tangente, mi capita spesso.
    un pensiero a tuo nonno!

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    1. Grazie! Capisco bene come si possa comparare un percorso tremendo come quello che avrete, immagino, passato tu e tua madre, ad una guerra. E dunque posso immaginare come si possa guardare alla vita intorno nello stesso modo - è proprio quella condizione tremenda a renderci capaci di vedere cose che altrimenti ci passerebbero sopra, o a tirar fuori cose da dentro che in altre situazioni lasceremmo volentieri dove stanno.
      5 settimane è davvero un brevissimo periodo, posso solo immaginare di quanta rielaborazione abbia bisogno a posteriori. Mi spiace tanto, un abbraccio forte

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