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giovedì 13 marzo 2014

Zlatan

Per migliorare lo svedese sto leggendo le cose più impensabili. Non si può far gli schizzinosi quando si cerca di imparare una lingua per integrarsi. Per integrarsi, serve più Moccia che Manzoni, per essere chiari. E per questo infatti mi son morsa la lingua quando ho visto i libri di Fabio Volo a casa di una mia amica svedese che studia italiano.

Vergognandomi però come una ladra ho portato a casa la biografia di Zlatan Ibrahimovic. Dopo tanto sghignazzare sulle pubblicità che tappezzavano la città questa estate. Vabbè, almeno era in saldo. E poi pare lo abbia letto mezza nazione, questo libro.

È scritto ovviamente da un giornalista o scrittore, sulla base del racconto fatto dal calciatore. Credo che abbia fatto uno sforzo notevole per conservare il modo di esprimersi di Zlatan, senza alterarlo. Il risultato è che è la lingua del ghetto che salta fuori dalle pagine - per me, un'esperienza interessante, comunque.

E così ho scoperto che nei ghetti si usano più parole inglesi, declinate però secondo la grammatica svedese (più o meno). E ho scoperto che il ragazzo di Rosengård, la periferia di Malmö dove è nato e cresciuto, non aveva mai messo piede nel centro città fino all'età di 17 anni e non ha visto un film svedese fino a 20. Non conosceva i calciatori svedesi, i suoi miti erano tutti stranieri. Viveva in questa bolla che conosco bene, mutatis mutandis, dove la musica è jugoslava, l'attenzione è oltreconfine, a casa si parla un'altra lingua e tutto il mondo ti pare alieno.

Il gap culturale infatti non è facile da colmare, pur con tutto lo sforzo messo in atto dallo stato svedese. Per esempio, un insegnante privato mandato per aiutare Zlatan a pronunciare meglio lo svedese, viene vissuto come un'umiliazione, non un aiuto. Il sistema educativo svedese, coi genitori molto coinvolti e sempre attenti a non alzare le mani e la voce, si scontra tragicamente con la realtà di un bambino educato tra le urla, le porte sbattute, lasciato più o meno a cavarsela da solo e cresciuto nella convizione (anche questa la capisco bene) che questi modi svedesi sono poco "da uomini". Lui era magari l'unico bambino in squadra senza nessun genitore a fare il tifo a bordocampo. A lui nessuno a casa chiedeva come stai, era parte fondamentale della crescita imparare a cavarsela da solo. Non erano maltrattamenti, era solo che queste azioni non erano considerate importanti a casa sua, suo padre gli voleva bene a modo suo, un modo assolutamente impermeabile alle convinzioni locali.

Crescere sentendosi diverso deve essere stato molto duro. Inoltre, i modi molto umili e poco smargiassi degli svedesi risultano incomprensibili in altri paesi e culture, e spesso persino ridicoli. Zlatan, ormai famoso e intervistato, rispondeva da "uomo dei balcani" (come dice lui stesso) non da svedese. Diceva cose come "sono il migliore!" che nessun sportivo svedese avrebbe detto apertamente, e questo da un lato ha contrinuito al suo fascino, dall'altro gli ha creato un mare di antipatia intorno. La società svedese è una delle più intolleranti alle smargiassate, è molto livellata economicamente, non è una cosa buona sentirsi superiore, mostrarsi troppo ricco o troppo sicuro di sé. Non intendo aprire qui la discussione in merito, è una faccenda sulla quale ho discusso molto con i miei amici svedesi, i quali in generale criticano questo eccesso di modestia che finisce con l'amputare talvolta ambizioni e talenti. D'altra parte, è questo uno dei motivi per cui gli svedesi sono in generale percepiti come "nice people" nel resto del mondo.

Nel libro Zlatan descrive spesso un modo di fare o di parlare come "svedese", in senso negativo, come per identificare il suo rifiuto ad uniformarsi. La società svedese a volte è un po' paradossale. Per molti aspetti, io sento che c'è più libertà di fare quel che si vuole, percepisco meno la spinta un po' da gregge che sento in italia, dai vestiti alle opinioni politiche. Però è una società non individualistica, come invece tendono ad esserlo quelle più meridionali, dove storicamente è "ognuno per sé e dio per tutti". Infatti qui si mette sempre l'accento sull'essere team-players, sulla capacità di lavorare bene in gruppo.  Qui in Svezia, quelli che pensano a se stessi prima che agli altri, che considerano il patrimonio comune una cosa da sfruttare o vandalizzare, non sono proprio ben visti, almeno in termini generali. I furbi insomma, come li chiamiamo spesso noi, qui non sono tanto cool.


Ecco, Zlatan era un po' così, un furbo. E questo lo rendeva poco cool tra gli svedesi - mentre funzionava meglio nel ghetto.  Da bambino era stato un abile ladruncolo, e anche un notevole attaccabrighe. Coi primi stipendi, il suo immediato interesse era comprare macchine vistose con cui mostrarsi in giro, cosa assolutamente invisa da queste parti. Il suo tono da galletto alle interviste, la sua facilità a perdere le staffe, tutto lo rendeva facilmente antipatico. Criticava e offendeva i compagni di squadra, per il loro non essere all'altezza. Zlatan era da sempre un giocatore che giocava per sé e poi si lamentava che gli altri giocatori non erano al suo livello.

Il libro è un po' la storia della sua maturazione, evoluzione e crescita, anche in questi termini. Ha imparato ad essere più generoso in campo perché ha capito che il suo darsi per la squadra gli può tornare indietro come una migliore probabilità di vittoria, mentre i suoi folli dribbling alla brasiliana finivano spesso con l'essere un inutile one-man-show. Ha imparato ad essere un padre migliore del suo. Ha imparato quali parti della sua educazione e cultura doveva portarsi dietro come sua identitità e quali invece era meglio perdere in quanto zavorra che lo avrebbe marcato per sempre.

Uscire dal ghetto non è facile, perché spesso ce lo portiamo in testa e nel cuore più che altro. È una strada difficile, che attraversa paure e il deserto dell'inappartenenza. Forse lo si capisce meglio da immigrati, perché a volte si preferisca rimanere là dentro, dove i messaggi non ci suonano così alieni, dove si prova una sorta di consolazione a ritrovarsi con altri solo per dire "sono pazzi questi...." eccetera. Credo sia fondamentale non passare ai figli, alla seconda generazione, questa necessità, questa insicurezza, se vogliamo dar loro una chance di sentirsi a casa da qualche parte.

domenica 9 marzo 2014

Anne-Marie Slaughter: why women still can't have it all

È l'otto marzo. Qua in Svezia non si esce con le amiche, non si ricevono mimose e in linea di massima che sia l'otto marzo non se ne accorge nessuno per le strade. Però la giornata è riconosciuta e diventa più questione di dibattiti che di effetti commerciali.

Giusto un anno fa  ho avuto modo di ascoltare una conferenza che mi ha fatto molto riflettere. A parlare era Anne-Marie Slaughter, che era stata precedentemente al centro di una piccola bufera in stile "femminismo e fastidio" e aveva in seguito scritto un libro in merito e cominciato a girare il mondo per parlarne.


Non ho trovato la stessa identica conferenza cui ho assistito, ma ne ho trovata una in cui sostanzialmente vengono discusse le stesse cose.



Nel 2009 A.M. Slaughter fu nominata Director of Policy Planning da Hillary Clinton, allora Segretario di Stato degli US (un equivalente del ministro degli esteri e della giustizia) sotto la prima amministrazione Obama. In questo modo, la Slaughter divenne la prima donna nella storia ad ottenere questa posizione. Nel 2011, alla scadenza del periodo canonico di due anni durante il quale si può chiedere l'aspettativa dal lavoro per ricoprire un incarico pubblico, la Slaughter decise di non prolungare il suo periodo a Washington e di tornare invece al suo incarico alla Princeton University. Rimanendo comunque consulente del Dipartimento di Stato. La decisione di tornare a Princeton non fu solo basata sul fatto che oltre i due anni di assenza avrebbe perso il posto professore, ma anche "sul suo desiderio di poter stare più tempo con la sua famiglia, perché si era resa conto che bilanciare un alto incarico governativo e i bisogni du due figli adolescenti non era possibile". Nel 2012, dopo un anno di dubbi, Slaughter si è convinta a scrivere l'articolo "Why Women Still Can't Have it All" pubblicato da The Atlantic. L'articolo riscosse un enorme interesse, suscitando un dibattito che raggiunse infine la prima pagina del New York Times ed i media di tutto il mondo.

È stato a questo punto che per la prima volta sentii parlare di questa donna. Mi ricordo però solo i titoli di qualche articolo e forse un'eco dalla CNN in sottofondo in casa, un pomeriggio. La mia percezione, allora, fu interamente sommersa dal concetto che molti giornali fecero passare: una donna che dice coniugare lavoro e carriera non è possibile, e rinuncia alla seconda. Plauso dei tradizionalisti. Ira delle femministe. E sdegno mio, perché di certo non avevamo bisogno di una storia come quella.

E invece ne avevamo bisogno.

Primo, era ingiusto farla passare per una che rinunciava alla carriera, visto che di fatto tornava a fare il professore universitario, e quindi a vivere nella città dove erano rimasti suo marito e i suoi figli - non a casa a far la calza, come si suol dire.
Secondo, Slaughter non ha davvero lasciato a metà un incarico, come certi titoli ti facevano pensare, l'ha portato a compimento, ha solo declinato l'offerta di prolungare il contratto.
Terzo, è normalissimo lasciare dopo i due anni. Anche la maggior parte degli uomini che prima di lei avevano avuto quell'incarico, dopo due anni erano tornati a fare quel che facevano prima. Questo perché raramente venivano confermati, mentre lei lo è stata. E anche perché dopo due anni il lavoro precedente non ci sarebbe più stato. Ma di quegli uomini nessuno ha parlato.

Una volta fissate queste importanti precisazioni, ho potuto ascoltarla senza pregiudizio. E ne aveva di cose da dire!
  
It made people talk
Partiamo dalle critiche al titolo "perché le donne ancora non possono avere tutto": lei stessa ammette che fosse forse fuorviante. Ma ha avuto l'effetto di far parlare e tanto, e quindi era un titolo efficace. Un'espressione più articolata e meno tranciante forse sarebbe passata inosservata. E di far parlare c'è ancora tanto bisogno.

I owe it all to the women before me
Riguardo all'accusa che di fatto avesse danneggiato la causa femminista, ha avuto parole molto equilibrate. Ha ammesso che le donne prima di noi hanno avuto barriere più alte da vincere, e regole più dure con cui confrontarsi. Forse hanno dovuto calpestare alcune parti di loro stesse per arrivare là dove prima di loro c'erano solo uomini - e grazie a questo fatto, altre donne hanno potuto seguirle. È opinione diffusa che siano i capi donna single ad essere meno collaborative con le impiegate che annunciano maternità. Ma invece di assumere una posizione di scontro, da donne contro donne, Slaughter sottolinea come possa essere difficile per quelle prime donne accettare che adesso non debba più essere necessario calpestare quelle parti di sé (rinunciare alla famiglia, ai figli, ad espressioni di femminilità) per ottenere la stessa stima o gli stessi risultati. Il mondo è cambiato e migliorato parecchio nel frattempo e forse loro non sono in grado di accettare il fatto che i loro sacrifici non siano più riconosciuti come necessari. Ma non dobbiamo dimenticarci che senza quei loro sacrifici la voce delle donne non sarebbe mai entrata in certe stanze.


flexibility is essential
alla fine, al di là dei diritti e delle necessità dei singoli, è nell'interesse del datore di lavoro aumentare la flessibilità. La flessibilità è importante. Non è ovunque possibile nella stessa misura, ma dovrebbe essere ovunque una linea guida. Perché alla fine, è un problema del datore di lavoro perdere un impiegato/a di valore perché non si è trovato il modo di trattenerlo. Mettere le riunioni importanti  in orari accessibili ai genitori, dar loro libertà di lavorare fuori dall'ufficio se necessario, dir loro in pratica "non mi porta dove e come lo fai, finché il lavor è fatto in tempo e fatto bene".

this is not only a woman issue, this is a human issue
questo è secondo me il messaggio più importante. Non c'era nemmeno un uomo ad ascoltarla, ma Slaughter non parlava solo alle donne, perché è evidente che i problemi di una famiglia rispetto al lavoro coinvolgono uomini e donne, sono problemi di una società non di un genere. Ci sono i padri delle donne per esempio, che hanno magari orgogliosamente investito nella carriera delle loro figlie, che le hanno spinte a laurearsi, a credere nelle loro capacità, e che di certo non possono dirsi soddisfatti nel saperle sottoimpiegate o disoccupate a causa di una maternità che evidentemente saranno i primi a non considerare solo un loro sfizio. E poi ci sono i padri che lavorano, i mariti delle donne che lavorano, i padri che son cresciuti in un mondo un po' diverso e che vedono nel loro essere padri una parte fondamentale della loro vita: anche loro hanno diritto ad un ambiente lavorativo che consenta loro di occuparsi dei figli, un ambiente lavorativo dove si possa se necessario implementare anche la loro necessità di non fare riunioni a tarda sera, o alle sette di mattina, perché al di là della routine casa-scuola c'è semplicemente la voglia di passer del tempo coi bambini.

fathers do not have it all either
infatti nemmeno gli uomini possono avere tutto, al momento. Anche loro scontano la mancanza di congedi parentali. Ma soprattutto scontano il problema di venir considerati meno che uomini (in molti ambienti lavorativi è così e comunque Slaughter parla degli USA) per chiedere il diritto a veder crescere i loro figli.

the macho culture has to change
È arrivato il momento in cui davvero lasciarsi alle spalle vestigia che non aiutano nessuno e danno solo alibi a comportamenti che alla fine danneggiano tutti, famiglia e impiego, uomini e donne. Saughter lo chiama "trovare il tipping-point" il punto in cui di colpo si dice basta e si capovolge il paradigma. Fa l'esempio del fumare in pubblico. Quel che era normalissimo in passato (fumare a cena, al cinema, nei pub) già pochi anni dopo del divieto generale pare un lontanissimo e improbabile ricordo. Eppure ai tempi la resistenza fu tenace.
È segno che volendo si possono cambiare le cose, con un aiuto significativo del legislatore.

women also have to change
ma anche le donne devono abbandonare quelle parti di quella cultura dalle quali si sentono più rappresentate e persino protette. Le donne devono imparare a delegare e accettare che non saranno più l'unica figura di riferimento dei figli: e questo non sarà un sacrificio, ma una vittoria, il segno che una coppia di genitori ha funzionato al meglio! Eppure lei stessa racconta dello strano moto di gelosia nel sentire i suoi figli chiamare il padre svegliandosi la notte - e ha dovuto ricordare a se stessa che non c'era nessuna accusa in questo al suo ruolo di madre. Le donne devono poi anche accettare che le cose che erano in passato solo di loro (purtroppo) pertinenza non vengano fatte solo esattamente come le farebbero loro. Spesso sono le donne a portarsi addosso standard assurdi, confrontandosi idealmente con l'ideal di angelo del focolare ereditato e con quello di manager competitiva e indipendente che hanno imparato crescendo. È l'ora di smetterla di farsi del male da sole!
  why in europe, where they have more benefits, women still are a long way from equality?
infine è necessario sottolineare che in USA la situazione è immensamente peggiore che in Europa riguardo ai benefici sociali. Per esempio, non esiste il congedo maternità e molte donne ricorrono "all'elemosina" dei colleghi-amici che cedono loro le loro ferie per permettere di mettere insieme un periodo sufficiente a farle tornare al lavoro (promettendo di ricambiare il favore). Eppure, nei luoghi di lavoro e nella società, sono accettate molte forme di sessismo che in USA ti porterebbero dritto in tribunale. 
 Io penso che questo da un lato non ci dica nulla di nuovo, perché le defferenze di wellfare tra europa e stati uniti hanno profonde radici culturali, dall'altro ci debba far riflettere sul fatto che i divieti producono segni più visibili dei benefici, quando si tratta di cambiare l'aspetto della società. (Esempio ne è il divieto di fumo, dopo decenni di campagne di sensibilizzazione). Ma i cambiamenti veri, quelli che accadono nel cuore delle persone, non discendono né dagli uni né dagli altri, o perlomeno non solo. Si tratta di contnuare a scuotere la barca finché non si raggiunge il tipping point, si tratta di continuare a sperare che il futuro sarà meglio del passato, per il semplice fatto che avremo collettivamente vissuto e sperimentato di più. Si tratta di cominciare a cambiare noi stessi, e la nostra famiglia, contemporaneamente continuando a far sentire la nostra voce anche fuori.

domenica 2 marzo 2014

imprinting


Ho comprato una rivista per ragazzine, da leggere in treno, per fare un po' di pratica con lo svedese che parla la gente fuori dai libri. C'era questa foto. Il titolo dice: i 5 tipi di amici che tutti dovrebbero avere.
Guardo bene la didascalia. Dice: i tuoi amici sono la famiglia che ti scegli da sola. 
Scorro tutto l'articolo. Parla appunto di 5 tipi standard di amica: l'avventurosa, l'amica di vecchia data, quella che sa ascoltare etc.
Sono perplessa. Perché? perché mi rendo conto che da nessuna parte si parla di sovrappeso. O di diete. O dei problemi legati all'anoressia. Nemmeno in chiave di amicizia si parla di immagine o simili (le amiche ti vogliono bene anche se sei rotondetta, tipo).
Dunque mi sorprendo ad essere sorpresa, mi sorprendo stupita che una rivista per ragazzine possa usare quella immagine senza nessun diretto legame con quel che mi pare l'immagine dica.
Mi sorprendo ad incazzarmi con me stessa.
Ovvio che non deve esserci legame. L'articolo parla di amiche, la foto mostra due amice, punto. Perché dovrebbero essere magre?
Mi rendo conto di colpo che per quanto io sostenga di avere idee diverse, ho ricevuto comunque un certo imprinting. E in effetti, quasi tutti gli italiani qui in Svezia (ma anche gente di altre nazionalità mi pare) commentano spesso sghignazzando sul fatto che le ragazze svedesi vanno in giro in minigonna d'estate anche quando hanno gambe meno che filiformi, ecco, o magliettine corte che mostrano rotolini di ciccia.
E io pure mi son sorpresa a pensarlo, che forse quelli non sono i vestiti più adatti, che forse starebbero meglio con altro. Molti ci aggiungono un senso di "per rispetto al senso estetico degli altri", e infatti così mi ricordo che era la mia adolescenza, sempre questo senso di essere guardata e soppesata dai passanti. Perché sia chiaro, io non penso quei commenti con superiorità ma con boh, sorellanza, ecco io penso che io non mi azzarderei a mostrare troppo quelle parti di me che sono più rotonde e meno "perfette".
Io, per chiarirsi, sono il tipo che in spiaggia fa la passeggiata col pareo perché se no la cellulite.
Anche oggi che oggettivamente me ne importa poco.
Anche oggi che (lo vedo bene) agli occhi delle ragazze italiane appena "sbarcate" appaio come imbarbarita e inelegante e ci rido su.
Eppure certi retropensieri son duri a morire.
Bello profondo questo imprinting.

Ho chiesto poi ad una amica italiana se per caso nel frattempo siano comparse anche da noi foto come questa, iniziative simili. Mi dice di no. E mi dice anche che in fondo è l'errore opposto, far l'apologia del grasso è bello, visto che è oltretutto poco sano, essere in sovrappeso. Ma a me le due nella foto non sembrano meno in salute delle varie modelle sottopeso che si troverebbero in foto simili. Con la differenza che le modelle rappresentano tipo lo zero virgola della popolazione, le due nella foto mi sembrano invece piuttosto rappresentative. Dunque perché sono queste che ci appaiono strane e fuori luogo?

E tanto per essere onesti, io sono a dieta. E non appena metto su due chili, ecco comparire le magliette lunghe, i pantaloni larghi. Io non mi sento bene quando ingrasso, e sento una cappa di malumore e insicurezza che mi avvolge tutta. Dubito cambierò e non bastano certo queste due tipe sorridenti e tonde a farmi cambiare idea. Però ecco, mi solleva sapere che c'è pure un altro modo di viverli quei 2, 5, 10 chili di troppo. Che non vuol dire non cercare di perderli, o non sapere che si è più sani e più forti facendo sport ma...insomma, mentre ce li hai ancora addosso, mentre pensi di perderli o mentre ti dici che ci penserai domani perché sei troppo stressata adesso, non è tanto ma tanto meglio poterseli portare in giro col sorriso?



martedì 25 febbraio 2014

Do one thing everyday that scares you

Fai ogni giorno qualcosa che ti spavanta, diceva una canzone*.

È un concetto complicato. Molti dicono che la paura è un sentimento positivo, ci protegge da situazioni letali. Ma sappiamo anche bene ci sono paure che si prendono controllo della nostra vita impedendoci di viverla, piuttosto. Bisogna valutare bene fino a che punto le nostre paure ci limitano e fino a che punto ci proteggono. Per esempio, la mia paura dei ragni (e in minor misura degli insetti) è profondamente irrazionale. Forse dovrei cercare di capirla meglio, capire da dove viene. Fatto sta che mi limita molto poco: mi armo di aspirapolvere con lungo braccio e limito così gli incontri. Il lavoro che mi avevano offerto in Australia è stato rifiutato saggiamente - ma siamo seri, mica ci volevo andare davvero dall'altra parte del mondo!

A lungo mi sono convinta che certe mie altre paure, parimenti, non mi limitassero granché, che si trattava di libere scelte, che avevano dignità in quanto tali e dovevo poterle rispettare. Avevo buoni motivi per i miei rifiuti, e in testa c'è: non mi piace, embé? Ultimamente però percepisco in pieno la ristrettezza della mia prigione. E vorrei farci qualcosa. Ma invecchiando non si diventa più coraggiosi temo! Quindi è tutto un filo più complicato.

Per dire, due sabati fa sono stata invitata ad una festa. Si trattava di una mia ex compagna di corso che non vedevo da mesi, da quando cioè aveva trovato lavoro e smesso di venire alle lezioni. Non mi sono mai sentita molto vicina a lei, più che altro per manifesta mancanza di punti in comune, ma non ho davvero nulla di negativo da dire su di lei. Qual era il problema? Beh, che non conoscevo quasi nessuno degli altri invitati, e che l'invito mi era giunto via facebook, cosa che mi da sempre l'idea di un invito spersonalizzato, che può essere magari inviato per sbaglio o senza particolare criterio. Era in un luogo dove non ero mai stata. Per giunta, il giorno prima della festa si era aggiunta la richiesta di portare ognuno qualcosa da mangiare, cosa che di solito aggiunge a me una cospicua dose di paranoie. Inoltre, il fatto che l'invito fosse esteso ai partner invece che aiutarmi a volte mi inibisce ancora di più, perché Danne è anche lui un poco timido e se l'invito aloccasione sociale arriva da parte mia, tendo a farmi carico psicologicamente anche del suo eventuale disagio.

La persona che sono, così abbacchiata dalle mie ultime esperienze sociologiche (quelle dei miei anni in germania) avrebbe accampato una scusa per non andare. Triste eh? eppure st(av)o messa così. Tale era il terrore di sottopormi ad ulteriori giudizi di un gruppo che ormai si era deciso contro di me a prescindere, mi ero segregata sempre di più e, a meno di non avere vicino quelle poche persone con le quali mi trovavo bene, non andavo da nessuna parte. E invece, in un moto di orgoglio o disperazione mi sono fatta coraggio e mi sono buttata.

La serata in sé non è stata chissà che cosa, ma mi ha fatto sentire meglio con me stessa per averci provato.
Inoltre, alla festa è saltato fuori un altro invito, quello per un evento che mettesse insieme i tanti italiani immigrati da queste parti e che non hanno molte occasioni di aggregazione. Sull'onda lunga del mio entusiasmo ho aderito (stupendo pure me stessa). E il sabato successivo, mi sono ritrovata ad andare in un luogo ancor più alieno dove non conoscevo davvero nessuno tranne la ragazza che mi aveva coinvolto e che, mentre ero già per strada, mi aveva comunicato che sarebbe arrivata un po' dopo di me. Dunque sono entrata in questo buffo luogo pieno di gente ignota, scrutando le facce in cerca di un lineamento riconoscibile...niente. Ammetto che per un istante ho contemplato l'idea di infilarmi in bagno giusto per prendere tempo! Ma poi non so cosa sia avvenuto, mi sono vista dirigermi con la mano tesa verso un ragazzo che mi pareva potesse essere l'organizzatore, mi sono presentata e puff! tensione svanita, non mi sono nemmeno accorta del tempo che è passato prima che mi raggiungesse la mia conoscente.



Uscendo da lì, mi sono recata in un ristorante dove degli amici di Danne (i suoi ex compagni della band) si riunivano per un hamburger ed un quiz a premi sulla musica heavy metal. Ecco, quella forse non è stata una grande idea, perché le loro ragazze a queste cose non si presentano mai, e perché il mio svedese è insufficiente....ma mi ero convinta che fosse il caso di buttarmi, I was on a roll! anche perché non lavorando vedo davvero troppe poche persone svedesi e vorrei usare ogni opportunità. Forse ai compagni di Danne sta cosa ha scocciato, non so, io perlomeno sono contenta di averlo fatto.

E niente, c'è bisogno che io metta per scritto le cose positive ogni tanto, perché tendo a dimenticarle presto o a cestinarle come non rilevanti. Quelle negative invece, che ve lo dico a fare, quelle me le incido a fuoco addosso a futura e imperitura memoria. Sigh.


* Everybody's free (to wear sunscreen) - Baz Luhrmann


domenica 9 febbraio 2014

a time to remember

Si è rotto l'orologio, mi sono dovuta arrendere.
 Da un paio d'anni mi dedicavo a eleboratissime routine per rimetterlo in sesto, spostare le lancette e cambiare batterie, ogni volta pareva ci abbandonasse, e Danne diceva con uno sbuffo guarda che si è fermato di nuovo ed io niente, caparbia come non lo sono mai, attaccata a questo oggetto come a quasi niente altro. Stavolta però non c'era niente da fare.


Lo avevo preso da casa dei miei, e portato in Germania, perché si adattava bene al nuovo muro verde prato della mia cucina tedesca. Era l'orologio della cucina dei miei nonni. Mamma aveva svuotato la casa dei nonni semplicemente portando tutto a casa sua, e questo orologio anni cinquanta senza più un luogo e una funzione era finito in una scatola assieme a quelle cose senza valore, usate, eppure care. Era l'orologio che per anni ho atteso che segnasse le 4, l'ora di bim bum bam, facendo merenda con pane e zucchero. Era l'orologio che si sentiva ticchettare sommessamente nel silenzio di certi pomeriggi di luglio pieni di cicale, con la luce che entrava sghemba dalle persiane socchiuse sul giardino.

L'ho preso perché mi serviva un orologio, ma senza la reverenza di certi cimeli. Solo quando l'ho appeso la prima volta mi sono accorta che mio nonno aveva appiccicato un piccolo pezzo di scotch di carta, dietro, su cui aveva scritto una data. 18 Maggio 2007. La data in cui per l'ultima volta aveva cambiato le batterie. Io non so spiegarlo a nessuno, ma quell'orologio mi è caro soprattutto per via di quell'etichetta scritta a mano. Perché è quel genere di gesto, così ordinato, così puntuale, nella mia famiglia non esiste e se è esistito è solo perché c'era lui.

Mio padre diceva spesso: tuo nonno non combatte, non si da da fare per rendere il mondo un posto migliore, lui lo lascerà così come lo ha trovato, perfettamente funzionante. Aveva ragione in tanti modi, anche se ora non condivido più quell'accento un filo sprezzante con cui lo diceva. Perché da quando non c'è più, così tante cose hanno preso a deteriorarsi, e solo da quando non c'è più sento davvero quanto bisogno ci fosse, di qualcuno che tiene tutto in ordine, che impedisce che tutto si disfi. Ma è vero che mio nonno non era coraggioso, né ambizioso. Mio nonno era silenzioso, aveva poche opinioni, o per lo meno non le esternava facilmente - e in questo il confronto col genero era davvero stridente. Mio nonno era il tipo di persona che preferiva conformarsi per evitare scontri, per evitare l'isolamento sociale. Mio padre, tutto il contrario. Da adolescente, era facile avercela con mio nonno, ed era facile sposare le idee di mio padre al riguardo.



Mio nonno avrebbe avuto tanto da dire, però, e noi lo avremmo ascoltato volentieri. Avrebbe potuto raccontarci di più dell'Africa, della guerra, della prigionia in America. In molti potrebbero pensare che della guerra non si parli volentieri, che sia una pagina buia che si preferisce voltare. E di sicuro era così anche per lui, ma forse non nel modo esatto che si può credere. Nel cassetto della cucina, tra le posate, stavano una coppia di cucchiaio e forchetta con su inciso "US". E sulla credenza il piccolo dizionarietto di inglese dato ai prigionieri di guerra. E quelle foto nel mobile in salotto, quelle foto in bianco in nero, lui aveva vent'anni ed era bello, mio nonno, vestito da soldato. Tutto raccontava un'altra storia. Che ho capito solo molto molto dopo, e allora mi era tornato in mente De Gregori, che la guerra è bella anche se fa male, un concetto tremendo e incomprensibile ai più, e che ti condanna al silenzio, per sempre.

Mio nonno era stato poi un operaio, di quelli che, smontato il turno, andavano a far la passeggiata in centro vestiti bene e con il pettine sempre nella tasca dei pantaloni. Mio nonno ci teneva a vestirsi bene, ci teneva al suo caffé al bar, ci teneva alle chiacchiere con gli amici sulla piazza, chiacchiere mai volgari. Mio nonno era tradizionalista, cattolico, ma più per conformismo che per convinzione. Di mia nonna e della sua mania per la chiesa un po' rideva e - anche questo avrei capito dopo - un po' la disprezzava. Mio nonno non credeva davvero in niente.

Forse avrebbe preferito un figlio maschio, ma non era il tipo di maschilista che di queste cose faceva proclami, come altri del suo tempo. Aveva accettato la regola generale che i padri non si occupassero troppo dei figli, men che meno delle figlie. Di certo di mia mamma non gli era mai importato troppo - lei voleva studiare matematica, lui la mandò al magistrale, invece, perché facesse la maestra. Ma erano altri tempi, il ricordo della miseria era dietro l'angolo, e per quanto ingiusto verso mia mamma, la decisione di mio nonno era più dettata dal suo essere pavido che dal suo essere cattivo. Perfettamente in linea con la sua epoca, mio nonno.

Di fatto, mia mamma alla fine ha potuto comunque laurearsi. Di fatto, mio nonno non le ha impedito mai più nulla oltre la scelta delle superiori. Di fatto, mio nonno ha accettato pure questo genero tanto diverso da lui, senza un commento. Di fatto, tutto quel che mio padre ha imparato a fare (lavoretti di muratura, impianto elettrico, un po' di idraulica) lo ha imparato da mio nonno, non da suo padre, che non aveva pazienza. Mio nonno ne aveva, di pazienza, e si teneva per sé i commenti e le opinioni negative. Mio nonno non era un santo e non era generoso in senso lato, ma quando i miei hanno avuto bisogno di aiuto, su di lui hanno sempre potuto contare. Magari gli diceva "siete pazzi", perché era pavido, ma su un suo aiuto pratico non c'erano dubbi. Io e mio fratello siamo stati tutti i pomeriggi a casa loro, per anni, e a pranzo da loro ogni giorno d'estate, quando mia mamma aveva le maturità.

Sono cresciuta senza una grande stima di lui, e convinta di non avere la sua. Sono cresciuta pensando che rappresentava tutto quel che avrei voluto cambiare della società: quella generazione di vecchi moderati, con famiglia cristiana sempre sopra al televisore, sempre sintonizzato su raiuno. Non ho mai cercato la sua approvazione, a volte ho cercato lo scontro - e non l'ho trovato, perché mio nonno lo rifuggiva con la sua nonchalance. Mi ci sono voluti anni, per conoscerlo. C'è voluto l'alzheimer di mia nonna, c'è voluto che cadessero tante cortine. C'è voluto che crescessi e gli parlassi davvero.


Mi ricordo una conversazione degli ultimi anni, non so se mia nonna fosse ancora viva o no, lui era già cambiato. Ervamo solo e mia madre con lui e lui disse, quanto siete bravi tu e tuo fratello, eravamo entrambi laureati o quasi, e lui diceva che abisso c'era tra noi e i dei nipoti dei suoi amici, che stavano sempre a chiedere soldi, che non sapevano fare niente. Quello era un immenso credito a noi, e ai miei, per averci cresciuti bene, e bisogna tenere in mente quanto fosse fuori carattere quella frase, quanto fosse inattesa e atipica. Ci aveva messo vent'anni a dirlo, conforntandoci sempre impietosamente con tutti, sempre partendo dal presupposto che gli altri fossero meglio, preferendo da sempre, per timidezza, non si dire nulla a nessuno, né di brutto né di buono.

E poi mi ricordo quando mi trovò con un cacciavite in mano a riparare un armadietto. E con una faccia che non dimentico mi disse: non dovrebbe essere tuo fratello a farlo? perché dio ce ne scampi gli uscisse mai un complimento, ma quello era, ed io lo sapevo.

E poi l'ultimo ricordo che ho di lui, quell'ultima estate. Avevo lasciato il fidanzato storico, avevo trovato un lavoro di qualche mese in Italia ed ero tornata a stare coi miei. Per evitare shock e disonore, ai miei nonni non era stato confessato che avevo un nuovo ragazzo, straniero, che possibilmente avrei raggiunto presto, in Germania. Una domenica me ne andavo in bici verso la casa che i miei hanno in collina, passando dal paese di mio nonno: una cosa che in precedenza avevo fatto col fidanzato. Davanti a casa sua, lo incontrai per caso. Avevo la mia mountain bike, i vestiti da ciclista, era una strada impegnativa in salita, una trentina di Km. Lui era sorpreso e ammirato di vedermi fare questa cosa da sola. Mi disse: ma mi raccomando, adesso non stare sempre da sola. Lì per lì me la presi parecchio: pensa che abbia bisogno di un fidanzato? che senza muoio? Adesso a ripensarci non riesco davvero a considerarla come una cosa negativa. Dopotutto, era come se dopo tanti anni mi vedesse davvero, mi guardasse come una persona e non, come aveva fatto a lungo con mia madre, come ad un elemento del contorno privo di grande interesse. Anni prima, non mi avrebbe detto nulla e forse dentro di sé avrebbe pensato che ero pazza come mio padre. Parlarmi di cose "private" era per lui un grande sforzo e quello era il suo modo di interessarsi a me, alla mia felicità, e in questo senso questo ricordo per me significa molto.
 
Non ha mai conosciuto mio marito. Me ne spiace, anche se dubito che fosse rimasto molto del suo inglese classe 1944. È morto quando ero tornata in Germania, sono passati giusto sei anni, e mi pare un tempo immenso, infinito. E adesso che l'orologio è in cantina, avevo bisogno di fermare il suo pensiero da qualche parte.

































giovedì 6 febbraio 2014

the gender equality paradox

Ho visto questo documentario molti mesi fa e mi ha dato molto da pensare.
Ha contraddetto molte delle mie convinzioni, ma non tutte, e mi ha sicuramente offerto un punto di vista apprezzabile, nel senso che non l'ho trovato fazioso.
Faziosi sono i commenti che lo accompagnano su youtube.'
Faziose sono certe definizioni date da altri di questo documentario: come far tacere una femminista in pochi secondi, come distruggere le loro argomentazioni, guarda come la femminista ti odia quando le dici una verità scomoda.
Da scienziata, mi piace quando vengono esposti dati, risultati di studi, e quando si possono ascoltare i pareri anche contrastanti di più ricercatori. Da scienziata, tendo ahimé a guardare un po' dall'alto in basso gli studi sociologici fatti col cuore e con le opinioni prima che con il microscopio, ecco. Però, da appassionata di psicologia e sociologia, trovo i gender studies importantissimi e appassionanti. Da donna, e da femminista, trovo fondamentale che ci si interroghi al riguardo.
 Inoltre, quando ho visto per la prima volta il filmato, su youtube non era ancora partito il flame, ecco, i commenti cretini erano assenti ed io me lo sono guardato e goduto immensamente. Per questo spero che sia ancora possibile guardarlo con gli stessi occhi, ignorando che queste cose cerca di usarle per i loro comodi e i loro personali scopi ideologici.

Alla fine, le statistiche sono utili, ci raccontano qualcosa, ma non ci raccontano le singole persone.Secondo me non c'è niente di abominevole in una statistica che ci dice che la maggior parte delle donne ha problemi ad orientarsi, o che la maggior parte degli uomini non ha un talento per le lingue straniere. Non lo trovo pericoloso in sé - specialmente perché è platealmente vero. Io per esempio ho un buon senso dell'orientamento e so sempre più o meno dove sta il nord, senza doverci pensare - ma la maggior parte delle mie amiche si perde facilmente. Un mio amico di mestiere fa il controllore di volo in Germania e mi ha raccontato della durissima selezione a stadi successivi. Fino alla prova di orientamento le donne erano il 50% dei candidati, dopo quella prova sono state quasi tutte eliminate. Io sono sicura che questo non può essere ragionevolmente ascritto al solo sessismo, e introdurre le quota rosa in quella specifica selezione, con quegli specifici candidati, avrebbe potuto in effetti far passare dei candidati meno adatti a quel lavoro.

È un tema rischioso e difficile, e troppo sensibile. Perché introdurre il concetto di differenze di genere innate può essere facilmente strumentalizzato da gente che la userebbe come ragione per tenere le donne a casa a far la calza. L'idea che la differenza intellettiva fosse biologica era di fatto la scusa per negarci pure il diritto di voto, con la storia dei grammi di cervello in meno. Per me, basterebbe far capire che il valore di una persona non è in discussione, che l'intellligenza e la stupidità sono equamente distribuiti tra i generi. Forse non si può dire altrettanto degli interessi e delle pulsioni personali: ma questo non giustifica la polarizzazione bianco-nero imposta dalla nostra società, sfruttata ignobilmente dalle logiche di marketing e di conseguenza rafforzata nella percezione collettiva..

Un buon modello educativo è infatti, secondo me, quello svedese, dove a scuola si insegna a tutti, maschi e femmine, sia economia domestica che educazione tecnica, entrambe le cose con tanto di laboratorio pratico. Così tutti imparano tutto: cucinare, lavorare a maglia, fare il bucato, lavorare il legno, costruire circuiti elettrici etc. Dunque, le ragazze che hanno interessi tecnici saranno libere di svilupparli prima dei 20 anni (quanto mi sarebbe piaciuto!) e i maschi imparano a fare tutto in casa senza sentirsi degli eroi (quando va bene) o sminuiti nella loro virilità (quando va male). Poi però, una volta che vanno all'università, nemmeno qui in Svezia le donne ingegnere sono il 50%, né gli uomini che studiano lingue o fanno l'educatore d'infanzia. È davvero un problema? Le persone vanno lasciate libere di scegliere in pace - senza condizionamenti culturali né da una parte né dall'altra. Perché io temo che nel numero "stranamente" alto delle donne indiane che studiano informatica (per dirne una) non ci siano solo quelle davvero interessate, ma anche e soprattutto quelle che sperano di venir considerate meglio di un cane una volta che avranno ottenuto un lavoro da uomo...queste non sono pari opportunità, secondo me, tutto il contrario.

Piuttosto mi chiedo questo: anche accettando che esistono dei campi prettamente maschili e degli altri prettamente femminili, come mai ai vertici di entrambi ci sono comunque uomini?


Ma ci sarebbe così tanto da dire, e ho davvero paura di fare un danno ogni volta che mi approccio a questo argomento. Come se il fatto di non poterlo esaurire mi mettesse a rischio di dare una visione parziale, e dunque meno equilibrata.



martedì 4 febbraio 2014

alzare la mano

 
È tanto che vorrei trovare il modo di parlarne (ho collezionato una dozzina di bozze infatti) ma come per tante altre cose ultimamente, mi ci voleva l'ultimo post di Squa per sbloccarmi.
La mia ex-capa ha avuto una carriera fantastica. Ad un certo punto infatti, se ne è andata per prendere una posizione infinitamente più alta. Per una combinazione di eventi, a me (e ad un collega) è toccato in sorte il suo ex-ufficio. Svuotando un cassetto, ho trovato un plico di appunti di un corso rivolto a donne in posizione di leadership, e la pagina che riportava questo testo mi ha colpito più di tutte.


Da "The successful manager", Geraldine Brown e Catherine Brady, Kogan Page, 1993:

Quello che i bambini imparano dai loro giochi:

1) a competere: devi vincere
2) a cooperare: per vincere, devi cooperare coi compagni di squadra
3) a tollerare: non importa se un altro bambino ti piace o no, se è bravo, se ha le capacità che servono per vincere, allora devi volerlo in squadra con te. Essere simpatici o amati non è importante quanto essere rispettati in quanto compagni di squadra.
4) a lavorare verso uno scopo comune: per vincere servono le doti di ogni individuo.
5) ad essere parte di una squadra: per avere successo personale, serve il supporto della squadra. L'identità di gruppo diventa più importante di quella individuale.
6) comando e rispetto del comando: per vincere devi imparare a fare entrambe le cose
7) a perdere: il fallimento non ti abbatte, impari a far meglio la prossima volta
8) a rischiare: è nell'interesse di vincere la partita
9) a pianificare e organizzare: uno schema di gioco fà sì che ognuno sappia che cosa l'aspetta
10) ad accettare le critiche: sia da parte del capo che da parte dei compagni di squadra, perché serve a migliorare il gioco della squadra
11) a interpretare le regole: le regole vanno imparate, ma anche sfidate e piegate
12) ad accettare la responsabilità: come capitano, devi accettare la responsabilità della sconfitta, e condividere il riconoscimento di una vittoria
13) a valutare e ad agire di conseguenza: devi imparare quali sono i punti di forza e di debolezza, tuoi e degli altri
14) ad avere capacità di resistenza: serve molta energia per mantenere la tua efficacia
15) a perseverare: perché devi essere determinato a cercar di vincere anche quando sembra contro ogni probabilità

Quello che le bambine imparano dai loro giochi:

1) che non importa se perdono: le relazioni di amicizia sono più importanti
2) a fare giochi dove nessuno vince: perché se nessuno vince, allora nessuno perde
3) ad evitare i rischi: non ne vale la pena, qualcuno potrebbe farsi male
4) a cercare approvazione: essere amate e apprezzate è la cosa più importante
5) ad evitare il conflitto: così da mantenere buone relazioni
6) a non prendere decisioni: magari si può cambiare gioco, ed evitare una decisione che possa alienare parte del gruppo
7) ad obbedire più che a comandare: quando maschi e femmine giocano insieme, chi prende il comando del gruppo?

Ora, non è che io ritenga questo testo perfettamente condivisibile. È evidente che non tutti gli uomini imparano le 15 lezioni suddette e che nemmeno tutte le donne si comportano come gli altri 7 punti. Per esempio, ci sono sicuramente ragazze che hanno fatto molto sport di squadra da bambine, e magari sono meglio attrezzate in questo senso. Però non ho potuto che notare che io personalmente, non ho imparato molto di quelle 15 cose (guarda caso facevo ginnastica artistica, lo sport con la più alta percentuale di anoressiche dopo la danza). Per esempio:

- io non accetto bene le critiche: se qualcuno mi critica, vuol dire che non mi ama. Se qualcuno mi critica, allora non sono perfetta. E se non sono perfetta, non posso aspirare ad avere nessun riconoscimento, o carriera, o premio, o autostima. Una critica mi getta nella depressione perché mi fa sentire un fallimento.
- io non amo le responsabilità: perché temo che mi metteranno in condizione di fallire, non essendo perfetta come invece dovrei essere
- io tendo a non perseverare: il primo accenno che non sto vincendo mi chiarisce subito che perderò, ovviamente, e come ho mai potuto pensare altrimenti? non essendo perfetta, non era nemmeno il caso che cominciassi a giocare!
- io tendo a stancarmi: perché lo sforzo di convincere me stessa è talmente grande, che non mi resta energia per convincere gli altri
- io odio i conflitti: sono proprio incapace di litigare e poi scoppio in privato
- io odio prendere decisioni, ho troppa paura che siano sbagliate


- io non ho mai rischiato molto, per la stessa ragione




Ora, è ovvio che per fare carriera, i 15 punti aiutano e gli altri 7 ti impacciano. Questo potrebbe spiegare, se davvero essi descrivono statisticamente più gli uomini delle donne, perché ci sono più uomini ai vertici.

Quel che non capisco è perché sia così. Quando avviene? C'è qualcosa di innato in questa diverisità? O è solo culturale?

Che un gran ruolo sia giocato dall'educazione mi pare evidente, almeno nel mio caso.
Ho fatto l'asilo dalle suore e non mi basterebbe un blog per dire in quanti modi quell'esperienza mi ha segnata: le bambine non fanno questo, non fanno quello, se lo fanno si beccano sculacciate. Mia madre è patologicamente insicura, mia nonna non ne parliamo. La mia ex-quasi-suocera mi chiedeva spesso se non volessi fare l'insegnate, invece che perseguire come suo figlio la strada della ricerca, un buon  lavoro da donne, diceva. Prima di ogni esame all'università ero tesissima e a posteriori dicevo sempre "sicuramente non l'ho passato": e lei diceva, se ti spaventa questo, allora come farai a partorire? In una strana commistione di generi della paura. Del resto, quando poi veniva fuori che l'esame l'avevo passato, si scocciava molto di come io avessi potuto essere così insicura. Ecco, era come dire: quelle sono preoccupazioni da uomini, inutili per te, ti distraggono da quelle che dovrebbero essere le tue preoccupazioni, e accidenti come è possibile che alla fine tu abbia i voti più alti di mio figlio?

Per quanto io sia stata fin da piccola una che urlava il suo femminismo piuttosto forte, mi rendo conto adesso di non aver visto i segnali che già un imprinting era avvenuto dentro di me, nonostante tutto. Avevo in qualche modo accettato un certo tipo di logica senza davvero metterla in discussione. Ossia, mi sarei battuta per non fare la casalinga come le mamme delle mie amiche (e la mia ex-quasi-suocera), era chiaro che avrei studiato e avrei avuto la stessa educazione di un mio eventuale marito, come mia mamma, e che avrei lavorato, come mia mamma, ma ecco, che avrei fatto carriera, no, non era davvero nei miei piani. Come mia mamma...Una vita nel compromesso. Con quel bel retrogusto di frustrazione. Mia mamma non ha mai partecipato al conocorso a preside, per esempio. Nella scuola, le insegnanti sono donne per una schiacciante maggioranza, i presidi invece, che ve lo dico a fare? per maggioranza, uomini. Ha sempre detto che avrebbe potuto essere un buon preside, ma non ha mai alzato la mano.



Ma come è accaduto che mi convincessero di dover combattere una guerra interiore verso un irraggiungibile ideale di perfezione, tanto da tagliarmi le gambe per ogni altra competizione? In che modo sono stata educata con lo scopo quasi esclusivo di essere amata e in che modo mi sono convinta che per essere amata dovevo essere perfetta?
E non è accaduto solo a me. Alcune mie compagne di corso manifestavano sintomi  piuttosto simili a me in questo. Se devo dirla tutta, all'univeristà, noi ragazze insicure eravamo anche quelle considerate più "normali", nel confronto impietoso con le tipiche "donne scienziato", nel cliché generale, quelle ossia che non avevano altro nella vita che lo studio, pochi amici e nessun fidanzato. Ecco, in qualche modo, sento che la nostra insicurezza era proprio proporzionale alla percezione esterna che "forse non avevamo bisogno di ammazzarci sui libri". Eravamo quindi considerate più femmine delle altre. Quelli che han fatto più carriera, tra di noi, erano i ragazzi coi voti medi, quelli che facevano sport e avevano la ragazza, possibilmente in un'altra facoltà.

Più ci penso più vedo che i miei sforzi nella scuola non sono mai stati indirizzati al mio personale successo, ma ad avere dei bei voti. Del resto le recenti statistiche mostrano che le ragazze vanno meglio a scuola, hanno in media i voti più alti. E nella vita in realtà i bei voti contano poco. Contano altre cose, come dimostrano le linee guida delle risorse umane. Conta sapere cosa si vuole, tanto per cominciare, sapere dove sta la meta, la porta, il canestro, sapere quanto ci manca a raggiungerlo e cosa fare per arrivarci.

Mi rendo quindi conto adesso che a me non è mai stato detto: che cosa vuoi? che cosa è importante per te? e io adesso non so rispondere. Da che ho memoria, mi è stato detto: fai il tuo dovere (nel mio caso specifico, studiare), e se lo hai fatto tutto non hai niente da temere, avrai un bel voto in ritorno, e la nostra approvazione. Come tante altre ragazze che ho sentito, è facile che alla domanda "che cosa vuoi?" rispondiamo coinvolgendo altre persone, come se la nostra felicità non fosse mai solo una cosa personale. 

Ad un certo punto della mia vita ho lasciato il mio fidanzato. Fu una decisione orribile, che ho trascinato per un periodo troppo lungo. Principalmente, ho dovuto convincere me stessa che la mia felicità avesse un valore, e che non potevo decidere pesandola contro la felicità di tutti quelli che avrei ferito. Questa azione è stata per me dolorisissima e forse unicamente possibile perché già mi ero allontanata da casa. E perché c'era il supporto di Danne (bella forza! bel coraggio!) La reazione di amici e famigliari fu piuttosto brutta e per un po' ho temuto che nessuno mi avrebbe più voluto bene. Adesso, quando parlo con mia madre delle mie paure lavorative etc, lei spesso mi dice "ma tu hai fatto scelte che poche altre avrebbero fatto", sento la sua stima a posteriori, ecco. Mia madre e molte mie amiche che a suo tempo mi avrebbero portata da un esorcista, a distanza di anni mi parlano sottolineando il mio coraggio e la mia indipendenza. E a me viene da ridere, perché adesso più che mai nella mia vita percepisco in pieno che non sono capace di impormi, di difendermi, di ottenere quel che mi spetterebbe, di alzare la mano.E vorrei tanto sapere in che modo si può lavorare su un meccanismo interiore sepolto a tale profondità dentro di me.