Fino a pochi anni fa non sapevo nemmeno che cosa fosse un book club (prima cioè di leggere "The Jane Austen Book Club" che peraltro manco mi è piaciuto). E invece qui sono molto comuni. In pochi giorni mi sono imbattuta in almeno tre o quattro di essi. Alcuni sono organizzati dalle comunità locali, tipo gli inquilini di palazzi che appartengono alla stessa compagnia abitativa o quelli di un quartiere, alcuni sono organizzati via facebook per tutti quelli che vogliano unirsi. Il nostro è un'idea di vari studenti di vari corsi di svedese della stessa scuola - io conoscevo solo un'altra persona, che mi ha invitato - e lo scopo è quello di leggere insieme un romanzo svedese e trovarsi per parlarne una volta a settimana.
Il romanzo scelto stavolta è "Kärleken" (Amore) di Theodor Kallifatides, che è uno scrittore svedese vivente. Scrive da sempre in svedese ma si è trasferito qui negli anni sessanta, a 26 anni. Dopo qualche anno di lavoretti è divenuto professore universitario di filosofia e scrittore e poeta. Non è fenomenale? imparare la lingua così bene da divenire in pochi anni un poeta e scrittore in quella lingua! Respect.
Sono alla decima pagina e già adoro quest'uomo. Questa è una mia tipica infatuazione letteraria, come quando a 15 annni mi convinsi che Giorgio Scerbanenco fosse la mia anima gemella, peccato fosse morto nel '69 (e nato nel 1911, se per questo, ma son dettagli).
Da quel che leggo in giro per la rete, inoltre, Kallifatidis si è occupato parecchio di descrivere il suo problema di integrazione in Svezia soprattutto dal punto di vista della lingua. E quello che scrive è molto in linea con quello che mi son trovata a pensare di tanto in tanto.
Nella sua autobiografia Una nuova terra fuori dalla mia finestra* per esempio scrive:
Sono uno straniero in Svezia, e uno straniero in Grecia
E ancora:
All'inizio, quando ero uno straniero che voleva sconfiggere l'alienazione, mi buttavo sulla nuova lingua come un cane affamato
Per molti aspetti è davvero interessante leggerlo allo stesso tempo dell'autobiografia di Zlatan, perché in fondo lo scrittore e il padre di Ibrahimovic sono quasi agli antipodi come modi di vivere l'essere immigrato. Il ghetto e la full immersion.
Per quanto mi sforzi di essere svedese, non lo sarò mai veramente. Per i miei figlie diverso, il loro cervello è "made in Sweden". Per questo non ho provato a trasformarli in greci. Sarebbe solo un fallimento. La loro lingua madre è lo svedese. Ed è anche la mia. Comincio il mio giorno leggendo giornali in svedese, parlo svedese con mia moglie, scrivo in svedese. Il mio greco sta diventando più un'oasi che uno strumento. A volte canto in greco, mi racconto storie in greco, mi arrabbio in greco. Lo sto recuperando – proprio quel che si dovrebbe fare in un'oasi [...] Lo straniero spesso si trova a vivere come incastrato al confine tra due lingue.
E forse la differenza più grande tra questi due modi di vivere l'essere straniero passa dall'avere un compagno/a che invece appartiene a questo paese nuovo.
La differenza, forse, alla fine, è l'amore.
Oggi guardavo come dal di fuori noi membri del book club: inglesi, tedeschi, finlandesi, francesi...(tutti in effetti emigrati per amore) tutti aggrappati a quel piccolo libro, coi nostri vocabolari, la nostra voglia di padroneggiare questa lingua che ci sfugge e che ci pare un miraggio, per arrivare ad un traguardo che ci immaginiamo felice, strappare coi denti un pezzettino di questa terra dove sentirsi un poco più a casa...eppure persino quella meta tanto agognata sarà alla fine solo un'oasi di inappartenenza, il confine stretto tra due anime e due lingue.
Come dice il ragazzo alla fine di un anno di Erasmus in "L'appartamento spagnolo": non mi sento più davvero a casa nel mio paese...ma forse mi sento un poco più a casa da qualsiasi parte.
È una condizione dalla quale non c'è ritorno, ma nemmeno nessun rimpianto.
Come accade spesso con le scelte che ti capovolgono la vita.
*(le traduzioni sono mie, e infatti sono bruttarelle, ma è che in italiano non trovo niente)
è che io mi devo trattenere altrimenti scriverei commenti più lunghi dei tuoi post! E' che sono tutti 1.interessanti 2.scritti bene (si leggono che è un piacere) 3.non pretenziosi 4.intelligenti. Mannaggiattè! :)
RispondiEliminaCosì dico due cose su questo. Mi son ritrovata anche io a pensare a cosa significhi questo fatto della lingua in termini di identià personale. Davvero l'italiano diventerà per noi una specie di oasi, un recinto personale nel quale rifugiarsi? Per quanto io sia contentissima di imparare lingue nuove, ecco, questa cosa mi fa un po' impressione. Ho sentito qualche tempo fa alla radio una discussione sugli studenti stranieri di italiano (all'estero). Si tratta in molti casi di discendenti di italiani di seconda o terza generazione. La prima è quella che se ne è andata, quella che parla ancora la lingua di casa, ma magari sceglie di non usarla con i figli perchè i figli devono crescere nel nuovo paese dove sono nati e non sentirsi estranei. Questi figli quindi crescono magari capendo qualcosa ma non capaci di parlare la lingua ai propri figli. Questi, a loro volta, vivono l'italianità come una specie di dote che hanno ricevuto e che vogliono riscuotere e si dedicano allo studio della lingua. Buffo, no? Ma affascinante. Ho sempre pensato che nonostante possa sembrare assurdo, ci scegliamo anche le nostre radici, scegliamo cosa rinnegare e cosa abbracciare del nostro passato.
Quanto all'amore, dici che mi devo sul serio trovare un marito belga per riuscire a padroneggiare la lingua? :) Non mi bastano i colleghi che ci provano?
Giusto per farci due risate, questa è stata la conversazione del mio secondo giorno di lezione dell'attuale corso di olandese:
Maestra: "e tu Anna, sei sposata?"
Io: "no"
M.: "allora hai un ragazzo belga!"
Io: "...no..."
M.: "e allora com'è che parli così bene l'olandese?!"
No, dico, pure la maestra!
E io lo so che non lo parlo bene. O meglio, lo parlo meglio di quando sono arrivata, ma faccio errori di cui mi rendo conto io stessa un attimo troppo tardi. Non so come sia in Svezia, ma qui ho l'impressione che basti un minimo per farli rimanere a bocca aperta. A volte penso che potrei far strage di cuori semplicemente dicendo "ik ben italiaans" (magica combine di esotismo + parla la mia lingua). Ok, ora la finisco di dire scemenze. E' che è un periodo pessimo, chiedo venia!
Grazie sei sempre davvero troppo magnanima coi miei sproloqui bloggherecci :)
RispondiEliminaGuarda, il fatto del fidanzato straniero (belga nel tuo caso potenziale) non lo ritengo fondamentale per l'apprendimento della lingua in sé o per la motivazione ad apprenderla - e infatti io e mio marito ancora parliamo inglese quando siamo da soli, e solo di recente ci sforziamo di parlar svedese almeno qualche minuto al giorno. Eppure tutti danno per scontato che io parli benino solo in virtù del marito autoctono. Tipo ieri all'ufficio di collocamento: tu sei qui da tanti anni vero? ehm, no, otto mesi...ah ma allora tuo marito è svedese giusto? ehm sì ma.... eccetera. Io il fatto del partner autoctono lo ritengo più una motivazione a integrarsi e metter radici. Ossia, in Germania io mi sentivo di passaggio, per esempio, e non mi sono mai veramente voluta allineare o integrare in termini di abitudini e modi di vivere, per esempio, non mi è mai importato molto dei loro personaggi famosi, attori, scrittori, programmi televisivi. Qui invece vorrei restare, e poi c'è una famiglia intera acquisita con la quale comunicare anche in base alle stupidaggini che passano nei talk show, per dire. Vorrei quindiscendere un filo più in profendità nel tessuto sociale, almeno come meta a lungo termine, e la lingua è un passpartout necessario. Non so come tu ti senta rispetto al Belgio, forse ho solo generalizzato un po' troppo. Ma se ti va di raccontarlo dilungati pure! Qui c'è spazio come sai! E insomma tutti questi che ci provano vengono tutti rimbalzati? ;-)
Wacht, wacht, wacht... tutti questi che ci provano mica sono così tanti! :) e poi, se te le raccontassi, le cose che mi dicono, capiresti. Tipo, uno che sosteneva che essere "arrogant" fosse una cosa positiva, che se lui se lo fosse sentito dire dal suo capo ne sarebbe stato orgoglioso. Diplomaticamente ho detto che forse "in olandese ha una sfumatura diversa". No, dico, ci staresti con uno del genere? :) O un altro che, squadrandomi da capo a piedi dopo che gli avevo spiegato cosa facevo qui, ha esclamato "are you telling me you are... a chemist??" come se avessi appena confessato di venire da Marte. Giusto per chiarire ha pensato bene di aggiungere che "well, you don't look like a chemist!" che credo volesse suonare come un mezzo complimento, cosa che non so se sia meglio o peggio. O quell'altro che mi chiede se sono mai stata "ad un matrimonio di questi mafiosi" (e giuro che non voleva essere antipatico, era educatamente interessato). Meglio che mi fermi, ah? ;)
RispondiEliminaImmagino che il partner autoctono sia una forte motivazione all'integrazione, in effetti. Nel mio caso forse la mancanza del detto partner e la forzosa solitudine (più la mia curiosità innata) hanno avuto lo stesso effetto: penso che se avessi qui un ragazzo straniero in effetti probabilmente ci confronteremmo sulle stramberie belghe e sul nostro spaesamento.
Tra le altre cose che mi hanno fatto sorridere nei post precedenti c'era anche il discorso sul tipo di letteratura che ti avvicina alla lingua. Mi ricordo quando ero in Italia il disagio che mi dava sentire che c'era gente che aveva imparato l'italiano dai programmi del pomeriggio di Maria de Filippi. Programmi che io conoscevo solo per quello che passava blob, quindi non esattamente un bell'italiano. Però poi mi sono ritrovata in coda al Carrefour e l'occhio mi cadeva su quelle riviste in cui si vedono starlette & Co e sapendo che poi gli argomenti di discussione vertono sempre su quelle quattro cose mi sono accorta che riuscivo a capire! Cose tipo "Greet: una nuova vita dopo l'abbandono di Jan" oppure "l'ha lasciata per una ragazza che ha l'età di sua figlia" o "con Wim mi sento finalmente in pace con me stessa". Son cose!
Ah, e poi ti ho pensata quando ho sentito Toto Cutugno che cantava l'Italiano. Qui un'altra che spopola è "Gente di Mare", la conoscono tutti, e me la canticchiano. Ora, io non sono un'esperta di cultura nazional-popolare, ma pensavo di cavarmela. E questa mi era totalmente sconosciuta, giuro! Un'altra bellissima per loro è "Ti amo" di Umberto Tozzi. Una cosa che il mio collega belga ballò al suo matrimonio, io presente.
Collega che a distanza 5 mesi dalle nozze una mattina viene da me e mi dice: "maaaa... quelle scarpe che avevi al mio matrimonio [un paio di sandali neri con un tacco di credo 5 cm]..."
Io: "sì..."
Lui: "...belle!"
E poi capisci perchè dico che ci vuol pazienza :D
Oddio Cutugno! in Germania non era possibile mangiare ad un ristorante italiano senza che in sottofondo ci fosse, a scelta: Ramazzotti (roba anni ottanta però), Albano (con Romina), Cutugno con l'Italiano e Tozzi con Gloria o Ti amo. Qui no. La differenza con la Svezia è il tipo di immigrazione, che in effetti qui è stata molto inferiore e forse meno "proletaria" che in Germania e Belgio, dove infatti le comunità italiane erano più coese e isolate, e più dipendenti culturalmente dalla madrepatria, o almeno dall'idea che ne avevano, che si aggiornava anche poco. E dunque i tedeschi e i belgi hanno in mente stereotipi più ristretti culturalmente di quelli cui mi sembrano abituati gli svedesi, almeno questa è la mia impressione. E la loro curiosità è più in campo di moda e cibo, con modi da chi se ne intende. E ammetto che è un cambiamento gradito dopo anni di domande (ti giuro innocenti) come "ma la tua è una famiglia mafiosa?" - chiesto da un tedesco - e "da dove vieni? da Pisa? strano! qui di solito siamo tutti terroni" - detto dal mio medico italiano di terza generazione O_o
RispondiEliminaOh ma la frase "non sembri una che fa chimica" anche a me l'hanno detta!! In Italia, in facoltà, e intesa come complimento. Sigh...Qui invece ho ricevuto solo un commento davvero esilarante in proposito, da parte della mia igienista dentale (immigrata russsa, una svedese non me lo avrebbe detto): "pensavo che solo uomini alti e grossi studiassero chimica nucleare!". Ci vuol pazienza davvero!