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mercoledì 30 ottobre 2013

Il cambiamento parte anche da noi

A volte mi chiedo se io non sia oltremodo fissata con le differenze di genere. Diciamo però che continuano a saltarmi all'occhio quando parlo con le mie amiche in Italia.
Ad una di loro, il figlio seienne ha detto: mamma perché pulisci sempre come una servetta mentre papà quando è casa non fa niente? Io quando sarò grande, invece, pulirò.
E lei gli ha risposto, ironica: come no, ti ci voglio proprio vedere.

L'ho rimbrottata per questa frase (ma anche lei me lo ha detto con una vaga consapevolezza di non aiutare la causa, diciamo). Le ho detto che suo figlio non può che uscire fortificato da ogni messaggio di indipendenza. Altrimenti rischia di trovarsi come i cugini di mia madre, scapoli cinquantenni, che rimasero scioccati e impreparati dalla improvvisa morte della madre ottantenne, trovandosi per la prima volta a doversi occupare di se stessi e della casa. Il pensiero non li aveva mai sfiorati. E che fortuna che il mondo è pieno di badanti, mica solo per gli anziani incapacitati dall'età - a quanto pare, anche per gli incapaci e basta. Ma almeno si sono resi conto: anche solo per il piccolo particolare che questa nuova donna sguattera, stavolta, la devono pagare e pure tenersela buona. E qualcosa hanno dovuto impararlo, ovviamente.

La mia amica ha promesso di non dare più segnali negativi come quello - ma temo che ci sia un'anima dura a morire nelle donne italiane, e mi sconvolge trovarla nelle donne della mia età, che hanno studiato, preso lauree e lavorano 10 ore al giorno in impieghi importanti. Quest'anima è quella che le porta a ridere di come gli uomini fanno le cose di casa, a pulire di nuovo quel che è stato pulito, a dire "da' a me che tu non sei capace".

Anche Anne-Marie Slaughter (che è SEMPRE citata a casaccio, in Italia) ha detto ad una conferenza tenuta a Bruxelles l'otto marzo scorso, che anche le donne devono essere artefici della rivoluzione che auspicano, accettando di cedere parte di quei ruoli tradizionali ai quali sono nonostante tutto affezionate. In particolare per la cura dei figli. Lei stessa diceva: io ho dovuto reprimere un moto di tristezza quando mio figlio malato cercava conforto nel padre e non in me. Quella non era il segno della mia sconfitta, al contrario era il segno del nostro successo come famiglia - la divisione equa dei compiti e dei successi sul lavoro aveva prodotto ruoli completamente paritetici tra i genitori. Il marito della Slaughter, infatti, era rimasto a vivere fulltime coi figli mentre lei stava a Washington a lavorare per Hillary Clinton.

Per la cronaca, fece scalpore quando lasciò Washington per tornare a stare con la famiglia - titolarono che era una sconfitta del femminismo.  Quel che non dissero è che la Slaughter lasciò l'impiego dopo i canonici due anni - esattamente come molti altri uomini prima di lei, e lo fece non per fare la casalinga ma per tornare al suo impiego normale, come molti altri uomini prestati alla politica. Impiego che, per la cronaca, era di professore ordinario a Princeton. Casalinga un cavolo. In quel modo, oltre a ritrovare la sua squadra di ricerca all'università (che avrebbe perso se fosse rimasta a Washington più dei due anni concessi normalmente) aveva anche la possibilità di vivere più a contatto coi figli adolescenti, che evidentemente ne avevano bisogno. Ma di tutto questo sui giornali c'è finita solo l'ultima riga, vero?
Gran donna, la Slaughter, dalla sua conferenza sono uscita illuminata.
E il bello è che molti uomini che conosco sarebbero stati daccordo con lei - parlo dei miei colleghi padri che amano occuparsi dei figli, che prendono o prenderanno congedi parentali -  eppure alla conferenza non ci sono venuti perché "era roba da femministe". Peccato. Gente come la Slaughter non parla alle donne, parla ai genitori, agli esseri umani, perché i figli sono di tutti ed è nell'interesse di tutti cambiare e migliorare le condizioni sul luogo di lavoro.

Proposte venute fuori durante la conferenza:
- niente meeting importanti in orari assurdi tipo le 7 di sera. Se un meeting è importante ci devono poter essere tutti i colleghi, e quindi meglio metterlo alle 10 del mattino, invece di fare apposta a lasciar fuori chi a figli.
- flessiilità d'orario e homeworking. Se fai il tuo lavoro non mi interessa dove sei o quando lo fai.
- la prossima volta che un uomo annuncia in ufficio che sua moglie è incinta, chiedete anche a lui, come fareste con qualsiasi collega donna: "Ce la farai a gestire il lavoro e la famiglia?".

Il cambiamento parte anche da noi.







4 commenti:

  1. "a volte mi chiedo se io non sia oltremodo fissata con le differenze di genere".
    Una cosa che mi ripeto quasi ogni volta che trovo da ridire su comportamenti che trovo irritanti. Ma mi saltano all'occhio.
    L'episodio della tua amica mi ha fatto tornare alla mente una frase che sentii dire da una mia excompagna di classe del liceo l'anno scorso, a proposito del suo bambino di un anno. Non mi ricordo nemmeno bene se fosse una cosa detta da lei o detta da una delle nonne al pargolo (nonne che, faccio notare, sono pure troppo giovani per appartenere alla generazione che andava a bruciare reggiseni). La frase incriminata, che mi fece letteralmente correre un brivido di fastidio sulle braccia era: "si vede che è un maschio: sa quello che vuole!".
    Il bambino aveva un anno, o forse non ancora. Non camminava, non parlava. Ma GIA' c'era qualcuno che gli diceva 1.tu sì che sai cosa vuoi e 2.questa è una cosa da maschi (con un pizzico di orgoglio).
    Non aggiungo altro, che non sarebbe altro che la continuazione di quello che dici molto bene tu. A casa mia io non credo di aver mai sentito dire "queste son cose che gli uomini/le donne non sanno fare". Mio padre stira e lava i piatti. Ma non sa rammendare, cosa che invece mio nonno sa fare e fa (la imparò da militare) e mio padre ha sempre citato con un pizzico di ammirazione. Mia madre cucina, perchè a lei piace farlo e a mio padre no. Mio padre masterizza cd e mi scrive su whatsapp, mia madre no. Le cose che i miei genitori facevano e che incuriosivano me o mia sorella ci sono sempre state spiegate e insegnate. E io vengo da una famiglia normalissima, eh! Anzi, direi pure molto tradizionale.
    Cosa diavolo è successo in questi 30 anni perchè si scivolasse indietro al "gli uomini non sanno nemmeno caricare la lavatrice" detto con un misto di esasperazione e superiorità?

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  2. Quando ero piccola le mie amiche erano tutte figlie di casalinghe e si stupivano parecchio di vedere mio padre pulire. Io ne ero molto orgogliosa e reputavo la cosa diretta conseguenza del fatto che le loro madri non avessero un lavoro fuori casa, e per questo le consideravo "meno fortunate". Rimasi molto male una volta quando mio padre si indispettì del mio sbandierato orgoglio: gli scocciava si sapesse che puliva, in pratica, perché il mondo là fuori lo avrebbe sminuito nel suo ruolo di machio. Avevo dodici anni e pensai: col tempo le cose miglioreranno. Pian piano più donne lavoreranno e più uomini aiuteranno a casa, e allora la gente come mio padre non si sentirà più in dovere di nascondersi. Ma adesso so che ero solo molto ingenua. Infatti le mie amiche adesso lavorano, ma i loro mariti comunque non alzano un dito a casa. è solo cresciuto il mercato delle colf, da quel che vedo. E finché lo stipendio della moglie copre quello della colf e della babysitter, allora si può lavorare, se no conviene smettere. Non proprio il futuro che mi immaginavo. E vorrei tornare indietro e dire a mio padre che nascondersi non ha giovato alla causa di nessuno, ma si vede che pure dentro di lui le complicazioni dell'identità di genere non erano proprio risolte.
    Quel che racconti del bambino di un anno invece mette l'accento su un'altra questione della quale ho molto discusso coi colleghi l'anno scorso. Per via di quello studio svedese per il quale ci si rivolge ai maschi e alle femmine con voci, toni e concetti diversi, che ne determinano la vita futura. È una cosa complicata che a volte tocca estremismi poco condivisibili (il famoso bimbo svedese del quale i genitori non rivelano il sesso a nessuno, pubblicato su tutti i giornali europei per diffondere l'idea che in svezia sono tutti ostaggio delle femministe). Un mio collega mio coetaneo mi disse che era l'inizio della fine del mondo, smettere di rivolgersi diversamente ai bambini maschi e femmine! Qui in svezia ho notato che i giochi per bimbi sono più unisex nella confezione (meno rosa fucsia e nelle foto sulla confezione ci sono sia maschi che femmine) e penso che sia un buon punto di partenza, altro che fine del mondo!

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  3. non so che dire...
    Anche io ho sempre pensato con orgoglio a questa cosa che mio padre facesse (alcune) cose in casa. Ma non credo fosse l'unico padre tra le mie amiche, nessuna delle quali però, ora che ci penso, aveva la mamma casalinga. Questa è un'altra cosa che ho sempre data per scontata e forse non lo era: le mamme lavoravano. Tutte. Non credo di aver mai avuto un'amica (nemmeno un amico, se è per questo) con la mamma casalinga. Il fatto che non me ne venga in mente nessuno, per lo meno, credo significhi già qualcosa... La cosa dei giochi la condivido. Però, sempre per il solito discorso che forse son fissata, quando a luglio sono stata in Danimarca mentre girellavo in aeroporto sono entrata nel negozio della Lego. Ero lì che mi guardavo attorno e mi cade l'occhio su due scatole di costruzioni per bambini sui 4-8 anni. Una rosa e una blu. Una con un'offcina, un'auto e una pompa di benzina, l'altra con un giardino fiorito, un ombrellone e una bici. Ho fatto una foto. BUT WHY?!? Che bisogno c'è? Santocielo, sono LEGO, per quale arcano motivo una bambina di 7 anni dovrebbe divertirsi di più con un tavolino e dei vasi di fiori che con un'automobilina? Senza contare che spesso la versione per bambine è molto più noiosa. Penso a quanto ci sarei rimasta male se avessi ricevuto queste cose stucchevoli...
    Ma io mi ricordo che un'altra cosa che mi intrigava un sacco da piccola erano le uova di Pasqua della K*i*n*d*e*r con i regali differenziati per genere. Pensavo "pensa che sfiga, magari il regalo che vuoi tu sta nell'uovo dell'altro colore e nessuno te lo regalerà mai". Ricordo che all'epoca la trovavo una cosa estremamente stupida e quasi incomprensibile. Come fanno a sapere quali cose piacciono "a tutte le bambine" o "a tutti i maschi"?
    Ogni tanto mi domando in quale universo sia cresciuta.

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  4. Forse è che sono cresciuta in un piccolo paese un poco arretrato. Comunque le famiglie supertradizionaliste delle mie amiche delle elementari sono cambiate parecchio negli anni successivi, e mentre crescevano le mie amiche crescevano pure le madri. Ne ho tirato fuori storie molto belle di coraggio - paradossalmente, lo scoramento mi viene dalle amiche dell'università, quelle che avevano inizialmente i presupposti migliori.
    Hai ragione sui giochi, ho parlato in modo troppo approssimativo basandomi sui giochi che ho comprato qui a mia nipote. Per esempio, ho visto un kit per pulire la casa, aspirapolvere, mocio, scopa...con la foto di un bambino sulla scatola. Ma avevo anche io notato la stupida deriva Lego. Io ho sempre avuto Lego, da piccola, ma ebbi un moto d'orgoglio contro quello che allora si chiamava "Paradisa", ossia Lego per femmine, coi pezzi rosa e semplificati. A me il rosa piaceva, ma che i pezzi fossero "for dummies" no, perché poi non ci potevi creare niente di tuo, dopo. E ho letto che questa cosa è adesso riproposta ancora più esplicitamente, facendo proprio passare il messaggio delle costruzioni per bambine=minus habens.
    Temo che l'universo nel quale siamo cresciute fosse più "avanti" della società di adesso. Mi viene proprio il dubbio che le cose stiano involvendo, arrotolandosi su posizioni meno illuminate, sulla scia entusiasta del ritorno alle tradizioni che pare sia il concetto vincente di questo scorcio di secolo, decrescita felice in testa.

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