A volte mi chiedo se io non sia oltremodo fissata con le differenze di genere. Diciamo però che continuano a saltarmi all'occhio quando parlo con le mie amiche in Italia.
Ad una di loro, il figlio seienne ha detto: mamma perché pulisci sempre come una servetta mentre papà quando è casa non fa niente? Io quando sarò grande, invece, pulirò.
E lei gli ha risposto, ironica: come no, ti ci voglio proprio vedere.
L'ho rimbrottata per questa frase (ma anche lei me lo ha detto con una vaga consapevolezza di non aiutare la causa, diciamo). Le ho detto che suo figlio non può che uscire fortificato da ogni messaggio di indipendenza. Altrimenti rischia di trovarsi come i cugini di mia madre, scapoli cinquantenni, che rimasero scioccati e impreparati dalla improvvisa morte della madre ottantenne, trovandosi per la prima volta a doversi occupare di se stessi e della casa. Il pensiero non li aveva mai sfiorati. E che fortuna che il mondo è pieno di badanti, mica solo per gli anziani incapacitati dall'età - a quanto pare, anche per gli incapaci e basta. Ma almeno si sono resi conto: anche solo per il piccolo particolare che questa nuova donna sguattera, stavolta, la devono pagare e pure tenersela buona. E qualcosa hanno dovuto impararlo, ovviamente.
La mia amica ha promesso di non dare più segnali negativi come quello - ma temo che ci sia un'anima dura a morire nelle donne italiane, e mi sconvolge trovarla nelle donne della mia età, che hanno studiato, preso lauree e lavorano 10 ore al giorno in impieghi importanti. Quest'anima è quella che le porta a ridere di come gli uomini fanno le cose di casa, a pulire di nuovo quel che è stato pulito, a dire "da' a me che tu non sei capace".
Anche Anne-Marie Slaughter (che è SEMPRE citata a casaccio, in Italia) ha detto ad una conferenza tenuta a Bruxelles l'otto marzo scorso, che anche le donne devono essere artefici della rivoluzione che auspicano, accettando di cedere parte di quei ruoli tradizionali ai quali sono nonostante tutto affezionate. In particolare per la cura dei figli. Lei stessa diceva: io ho dovuto reprimere un moto di tristezza quando mio figlio malato cercava conforto nel padre e non in me. Quella non era il segno della mia sconfitta, al contrario era il segno del nostro successo come famiglia - la divisione equa dei compiti e dei successi sul lavoro aveva prodotto ruoli completamente paritetici tra i genitori. Il marito della Slaughter, infatti, era rimasto a vivere fulltime coi figli mentre lei stava a Washington a lavorare per Hillary Clinton.
Per la cronaca, fece scalpore quando lasciò Washington per tornare a stare con la famiglia - titolarono che era una sconfitta del femminismo. Quel che non dissero è che la Slaughter lasciò l'impiego dopo i canonici due anni - esattamente come molti altri uomini prima di lei, e lo fece non per fare la casalinga ma per tornare al suo impiego normale, come molti altri uomini prestati alla politica. Impiego che, per la cronaca, era di professore ordinario a Princeton. Casalinga un cavolo. In quel modo, oltre a ritrovare la sua squadra di ricerca all'università (che avrebbe perso se fosse rimasta a Washington più dei due anni concessi normalmente) aveva anche la possibilità di vivere più a contatto coi figli adolescenti, che evidentemente ne avevano bisogno. Ma di tutto questo sui giornali c'è finita solo l'ultima riga, vero?
Gran donna, la Slaughter, dalla sua conferenza sono uscita illuminata.
E il bello è che molti uomini che conosco sarebbero stati daccordo con lei - parlo dei miei colleghi padri che amano occuparsi dei figli, che prendono o prenderanno congedi parentali - eppure alla conferenza non ci sono venuti perché "era roba da femministe". Peccato. Gente come la Slaughter non parla alle donne, parla ai genitori, agli esseri umani, perché i figli sono di tutti ed è nell'interesse di tutti cambiare e migliorare le condizioni sul luogo di lavoro.
Proposte venute fuori durante la conferenza:
- niente meeting importanti in orari assurdi tipo le 7 di sera. Se un meeting è importante ci devono poter essere tutti i colleghi, e quindi meglio metterlo alle 10 del mattino, invece di fare apposta a lasciar fuori chi a figli.
- flessiilità d'orario e homeworking. Se fai il tuo lavoro non mi interessa dove sei o quando lo fai.
- la prossima volta che un uomo annuncia in ufficio che sua moglie è incinta, chiedete anche a lui, come fareste con qualsiasi collega donna: "Ce la farai a gestire il lavoro e la famiglia?".
Il cambiamento parte anche da noi.
mercoledì 30 ottobre 2013
venerdì 18 ottobre 2013
Fredagsmys
In svedese c'è una parola difficile da tradurre: mys.
L'aggettivo mysig si può a volte tradurre con "cosy", in inglese, ma neanche questo è del tutto calzante.
Mys è un momento in cui si sta comodi, in molti sensi. In senso fisico, perché si sta a casa, o in un ambiente confortevole, sul divano, sul letto, davanti al camino, e ci si mettono vestiti comodi, in cui si sta a proprio agio. In senso psicologico, perché si sta con la famiglia, con le persone amate, con gli amici più stretti, con le persone insomma con le quali si può abbassare la guardia ed essere se stessi. E pure in senso "enogastronomico" perché è la sera - non a caso il venerdì sera - in cui ci si concedono i "comfortfood". Per molte persone è quindi la sera in cui non si cucina e si prende qualcosa al takeaway; oppure è la sera in cui si mangiano popcorn e patatine guardando un film, o dolcetti vari ascoltando musica classica. Tutto può essere un ingrediente del fredagsmys, dipende dai propri gusti: deve essere qualcosa che ci calza bene come quella tuta comoda, qualcosa che ci fa star bene e ci fa sentire amati e coccolati.
Un ingrediente comunque tipico del fredagsmyssono i Godis. Godis è un termine piuttosto vago, un'abbreviazione di "cose buone", che infatti può includere qualunque caramella gommosa o cioccolatino, ma anche pistacchi, anacardi, noccioline. I godis si vendono molto spesso come pick and mix, pagando all'etto, e oltre aglii appositi negozi ci sono angoli pick and mix ovunque: nei supermercati, nelle edicole, alle poste e nelle stazioni di servizio. La Svezia è l'unico posto dove ho visto la parete pick and mix di caramelle e di salatini persino da Lidl. Da quel che ho capito, questo concetto è nato a Stoccolma negli anni settanta e si è poi esteso a tutta la svezia e credo a tutta l'europa. Nel mio paese, in Toscana, mi ricordo ne aprirono uno negli anni novanta ma penso poi abbia chiuso e adesso li si trova solo dentro al cinema multisala. Qua sembrano invece un'istituzione. Gli svedesi sono tra i più grandi consumatori di zucchero e di dolci del mondo.The Sweet Swedes, li chiamao. Infatti il venerdì pomeriggio questi scaffali pick and mix vengono saccheggiati.
Il fredagsmys è una tradizione prevalentemente invernale e secondo me l'intero concetto ha a che vedere soprattutto con la necessità molto scandinava di star comodi in casa. Non è affatto un caso che l'ikea sia nata qua e che ci siano così tanti (ma tanti tanti tanti) negozi di decorazione d'interni e arredamento. Qui la gente spende una fortuna per decorare la casa, e l'operazione viene ripetuta regolarmente. E le case sono molto ben pensate e confortevoli. Si deve passare al chiuso una buona parte dell'anno, quindi è bene starci comodi, no?
Si tratta ovviamente di una tradizione che coinvolge soprattutto le famiglie con bambini, i giovani passano più facilmente il venerdì sera nei pub dove si fanno gli after-work parties. A meno che non siano intimamente orsi come me e Danne. Io non lo sapevo, in effetti, ma già in Germania io e Danne avevamo il nostro fredagsmys. Nel nostro caso era il kebab del kebab migliore del mondo, una birra del birrificio locale e un paio di serie TV.
A me il fredagsmys si adatta benissimo. Già da piccola i miei weekend preferiti erano quelli in cui pioveva, quando i miei quindi non mi trascinavano in giro per negozi e potevo starmene rannicchiata in una poltrona a leggere. Che ci devo fare, l'ho sempre detto che ci sono nata per sbaglio in un paese mediterraneo, io!
L'aggettivo mysig si può a volte tradurre con "cosy", in inglese, ma neanche questo è del tutto calzante.
Mys è un momento in cui si sta comodi, in molti sensi. In senso fisico, perché si sta a casa, o in un ambiente confortevole, sul divano, sul letto, davanti al camino, e ci si mettono vestiti comodi, in cui si sta a proprio agio. In senso psicologico, perché si sta con la famiglia, con le persone amate, con gli amici più stretti, con le persone insomma con le quali si può abbassare la guardia ed essere se stessi. E pure in senso "enogastronomico" perché è la sera - non a caso il venerdì sera - in cui ci si concedono i "comfortfood". Per molte persone è quindi la sera in cui non si cucina e si prende qualcosa al takeaway; oppure è la sera in cui si mangiano popcorn e patatine guardando un film, o dolcetti vari ascoltando musica classica. Tutto può essere un ingrediente del fredagsmys, dipende dai propri gusti: deve essere qualcosa che ci calza bene come quella tuta comoda, qualcosa che ci fa star bene e ci fa sentire amati e coccolati.
Un ingrediente comunque tipico del fredagsmyssono i Godis. Godis è un termine piuttosto vago, un'abbreviazione di "cose buone", che infatti può includere qualunque caramella gommosa o cioccolatino, ma anche pistacchi, anacardi, noccioline. I godis si vendono molto spesso come pick and mix, pagando all'etto, e oltre aglii appositi negozi ci sono angoli pick and mix ovunque: nei supermercati, nelle edicole, alle poste e nelle stazioni di servizio. La Svezia è l'unico posto dove ho visto la parete pick and mix di caramelle e di salatini persino da Lidl. Da quel che ho capito, questo concetto è nato a Stoccolma negli anni settanta e si è poi esteso a tutta la svezia e credo a tutta l'europa. Nel mio paese, in Toscana, mi ricordo ne aprirono uno negli anni novanta ma penso poi abbia chiuso e adesso li si trova solo dentro al cinema multisala. Qua sembrano invece un'istituzione. Gli svedesi sono tra i più grandi consumatori di zucchero e di dolci del mondo.The Sweet Swedes, li chiamao. Infatti il venerdì pomeriggio questi scaffali pick and mix vengono saccheggiati.
Il fredagsmys è una tradizione prevalentemente invernale e secondo me l'intero concetto ha a che vedere soprattutto con la necessità molto scandinava di star comodi in casa. Non è affatto un caso che l'ikea sia nata qua e che ci siano così tanti (ma tanti tanti tanti) negozi di decorazione d'interni e arredamento. Qui la gente spende una fortuna per decorare la casa, e l'operazione viene ripetuta regolarmente. E le case sono molto ben pensate e confortevoli. Si deve passare al chiuso una buona parte dell'anno, quindi è bene starci comodi, no?
Si tratta ovviamente di una tradizione che coinvolge soprattutto le famiglie con bambini, i giovani passano più facilmente il venerdì sera nei pub dove si fanno gli after-work parties. A meno che non siano intimamente orsi come me e Danne. Io non lo sapevo, in effetti, ma già in Germania io e Danne avevamo il nostro fredagsmys. Nel nostro caso era il kebab del kebab migliore del mondo, una birra del birrificio locale e un paio di serie TV.
A me il fredagsmys si adatta benissimo. Già da piccola i miei weekend preferiti erano quelli in cui pioveva, quando i miei quindi non mi trascinavano in giro per negozi e potevo starmene rannicchiata in una poltrona a leggere. Che ci devo fare, l'ho sempre detto che ci sono nata per sbaglio in un paese mediterraneo, io!
mercoledì 16 ottobre 2013
Vad betyder dildo?
Oggi era una giornata "no". In classe eravamo tutti un po' sotto tono, e abbiamo pensato che fosse per via del cambio meteorologico. Eppure verso la fine della mattinata, qualcosa, inaspettatamente è cambiato.
Alla fine della lezione, la nostra insegnante ci ha dato da leggere il giornale "Metro", il giornale gratuito.
Dovevamo leggere l'articolo in prima pagina, che parlava della gran quantità di immondizia che finisce ogni giorno giù per lo scarico del bagno. C'èra una lista di oggetti che infatti vengono ritrovati regolarmente nelle fognature. Un mio compagno di classe, un ragazzo carinissimo e gentilissimo ma con il look di chi ascolta solo death metal, ha chiesto l'aiuto dell'insegnante per capire alcuni termini.
In totale onestà. ha alzato la mano e chiesto "Vad betyder dildo?"
Perché era convinto che non avesse lo stesso significato che questa parola ha in inglese.
Anzi, già pregustava le conversazioni a venire, con altri anglofoni, su questa parola che, metti caso, in svedese vuol dire, boh, idraulico. O sciacquone, chissà. Sai che ridere!
La nostra insegnante ha almeno 65 anni, i capelli bianchi, la voce sottile. È una nonna, ed una di quelle signore che se le vedi pensi: questa di sicuro è un'insegnante.
Dunque, alla domanda "che cosa vuol dire dildo?" è andata nel panico.
Ha cominciato a picchiettarsi il mento con un dito ripetendo "dildo, dildo, dildo..."
E poi ha detto "non so dirti che cosa sia perché non lo uso"
A quel punto, tutti i presenti avevano capito di aver commesso un madornale errore.
Inserita la retromarcia, il mio compagno di classe metallaro (che è un tranquillissimo padre di famiglia ed è sposato con una svedese) ha detto: "ok, magari lo chiedo a mia moglie"
Grata per questa insperata via di uscita dall'empasse, la nostra insegnante ha tirato un sospirone e esclamato: "Sì ecco bravo chiedilo a tua moglie".
Siamo usciti dalla classe che eravamo tutti più varie tonalità di scarlatto e vermiglio.
In strada, girato l'angolo, finalmente ci siamo lasciati andare.
Qualcuno a Göteborg si sarà chiesto come mai dodici persone di età e nazionalità diverse fossero state colte contemporaneamente da un attacco di ridarella acuta su un marciapiede.
PART TWO:
il giorno dopo l'insegnate si è avvicinata al mio compagno poco prima della pausa, dicendo:
"ieri tu mi hai chiesto, che cosa significasse dildo, mi sono informata, è una parola inglese, io non la conoscevo perché si vede che è entrata da poco nella nostra lingua"
Lui ovviamente ha cercato in ogni modo di impedirle di continuare la conversazione ma è una insegnate coscienziosa, e se le fai una domanda, lei studia, si informa e ti risponde il giorno dopo.
Come si fa a non amarla.
Naturalmente, per complicarci la vita, l'edizione odierna di Metro aveva una foto esplicativa di un dildo, per una pubblicità.
Siccome noi siamo dei deficienti abbiamo passato la mattina a indicarcela a vicenda e ogni volta la nostra insegnante si manifestava al nostro fianco. Ma tra di noi ci sono dei professionisti delle manovre last minute e siamo sempre riusciti a schivarla con parate come "Hm, stavo appunto guardando questo articolo sulle ricette autunnali svedesi..."
Adoro la mia classe.
Alla fine della lezione, la nostra insegnante ci ha dato da leggere il giornale "Metro", il giornale gratuito.
Dovevamo leggere l'articolo in prima pagina, che parlava della gran quantità di immondizia che finisce ogni giorno giù per lo scarico del bagno. C'èra una lista di oggetti che infatti vengono ritrovati regolarmente nelle fognature. Un mio compagno di classe, un ragazzo carinissimo e gentilissimo ma con il look di chi ascolta solo death metal, ha chiesto l'aiuto dell'insegnante per capire alcuni termini.
In totale onestà. ha alzato la mano e chiesto "Vad betyder dildo?"
Perché era convinto che non avesse lo stesso significato che questa parola ha in inglese.
Anzi, già pregustava le conversazioni a venire, con altri anglofoni, su questa parola che, metti caso, in svedese vuol dire, boh, idraulico. O sciacquone, chissà. Sai che ridere!
La nostra insegnante ha almeno 65 anni, i capelli bianchi, la voce sottile. È una nonna, ed una di quelle signore che se le vedi pensi: questa di sicuro è un'insegnante.
Dunque, alla domanda "che cosa vuol dire dildo?" è andata nel panico.
Ha cominciato a picchiettarsi il mento con un dito ripetendo "dildo, dildo, dildo..."
E poi ha detto "non so dirti che cosa sia perché non lo uso"
A quel punto, tutti i presenti avevano capito di aver commesso un madornale errore.
Inserita la retromarcia, il mio compagno di classe metallaro (che è un tranquillissimo padre di famiglia ed è sposato con una svedese) ha detto: "ok, magari lo chiedo a mia moglie"
Grata per questa insperata via di uscita dall'empasse, la nostra insegnante ha tirato un sospirone e esclamato: "Sì ecco bravo chiedilo a tua moglie".
Siamo usciti dalla classe che eravamo tutti più varie tonalità di scarlatto e vermiglio.
In strada, girato l'angolo, finalmente ci siamo lasciati andare.
Qualcuno a Göteborg si sarà chiesto come mai dodici persone di età e nazionalità diverse fossero state colte contemporaneamente da un attacco di ridarella acuta su un marciapiede.
PART TWO:
il giorno dopo l'insegnate si è avvicinata al mio compagno poco prima della pausa, dicendo:
"ieri tu mi hai chiesto, che cosa significasse dildo, mi sono informata, è una parola inglese, io non la conoscevo perché si vede che è entrata da poco nella nostra lingua"
Lui ovviamente ha cercato in ogni modo di impedirle di continuare la conversazione ma è una insegnate coscienziosa, e se le fai una domanda, lei studia, si informa e ti risponde il giorno dopo.
Come si fa a non amarla.
Naturalmente, per complicarci la vita, l'edizione odierna di Metro aveva una foto esplicativa di un dildo, per una pubblicità.
Siccome noi siamo dei deficienti abbiamo passato la mattina a indicarcela a vicenda e ogni volta la nostra insegnante si manifestava al nostro fianco. Ma tra di noi ci sono dei professionisti delle manovre last minute e siamo sempre riusciti a schivarla con parate come "Hm, stavo appunto guardando questo articolo sulle ricette autunnali svedesi..."
Adoro la mia classe.
lunedì 14 ottobre 2013
C'era una volta un'insegnante sadica (ovvero, come ho scritto un' improbabile storia per bambini in svedese)
Det var en gång en liten katt som bodde med sin husse i en liten lägenhet.
Katten kallades Liza för hon hade runda svarta ögon som Liza Minnelli.
Katten var nämligen blind, och kunde därför bara se skillnad på ljus och mörker.
Hon var dock modig och intelligent. Hon hade snart blivit bra på att orientera sig i lägenheten.
Hon var så glad! Hon åt kyckling varje dag och la sig i solen. På nätterna sov hon med sin husse på sängen.
En dag kom en annat katt för att bo hos dem, eftersom hussen alltid hade velat ha två katter.
Den nya katten kallades Enzo. Han var stor och stark men inte så intelligent.
Hon förstod inte att Liza var blind!
Han ville leke med henne och hade mycket energi. Han kunde inte hålla sig lugn.
Liza var inte så glad längre.
Den natten, när hussen låg sig på sängen, gick Liza upp till honom och bet honom i tån!
venerdì 11 ottobre 2013
Ti ho sposato per allegria
La maggior parte dei miei amici con figli, in Svezia, non è sposata, oppure ha deciso di farlo quando i bambini (più d'uno, anche quattro) erano già grandi. Dunque mi ero fatta l'idea che il matrimonio da queste parti non sia il fatto apicale che sembrerebbe essere da noi. Eppure col tempo ho notato che non è proprio così.
Per esempio, mia cognata ha tutto, villa volvo e vovve, che tradotto significa: casa con giardino, auto famigliare e cane. Ad essere puntigliosi, lei ha una bambina ma non il cane, ma rientra comunque nello stereotipo della giovane famiglia svedese, che ha messo una crocetta in tutte le caselle. Tutte tranne una: il matrimonio. E di questa cosa si cruccia non poco. Non vede l'ora di sposarsi, di cambiar cognome, di poter dire "mio marito" invece che "il mio convivente". Le ho detto: eddai, un figlio lega molto più di un pezzo di carta non credi? Ma a quanto pare, persino qua, a me sfugge qualcosa.
Io non ho mai voluto sposarmi. Lo abbiamo fatto per tante ragioni, tutte più o meno pratiche, e certo anche perché non avevamo nessun motivo per non farlo. E che sia chiaro, son contenta di averlo fatto. Ma senza quelle ragioni pratiche, sono quasi sicura che adesso non sarei sposata. Ma per me non cambiava nulla, non mi sono sentita più legata di quanto non fossi prima, non ho mai pensato che solo sposandosi si hanno responsabilità e impegni. Ho sentito il cambiamento più nello sguardo degli altri che nel mio.
A lungo non sono riuscita a dire "mio marito" e persino adesso, se mi riferisco a lui, cerco di usare il suo nome. A volte però non è possibile, e ho smesso di fare l'idiota e dire "il mio ragazzo" come prima: l'ho fatto all'inizio e ho cominciato a sentirmi stupida, oltretutto era una bugia che poteva causare malintesi.
Ma perché mi schermivo così tanto? Perché non sto a mio agio nella conversazione che segue.
Nei (pochi) mesi in cui preparavamo il matrimonio, quando qualcuno scopriva del progetto e esclamava "Ah ti sposi?" io rispondevo "sì ma niente di serio!" (giuro). come nel film di Aldo Giovanni e Giacomo. E dopo il matrimonio, ogni volta che è venuto fuori che ero sposata sono stata trivellata di richieste di dettagli. Raccontami tutto! Com'eri vestita? dove lo avete fatto? perché non in chiesa? perché non porti l'anello? perché non hai cambiato cognome? devi farmi assolutamente vedere le foto!
Ci siamo sposati a Stoccolma, dove una parente che fa il giudice di pace poteva officiare in svedese e italiano. Abbiamo invitato solo le famiglie.
Abbiamo scelto il ristorante su raccomandazione e il menú su internet - quelli del ristorante non si capacitavano che non volessimo vedere provare testare niente (ok, c'erano 2000 km in mezzo, mi pareva davvero eccessivo farli solo per provare la torta).
Io non porto gioielli di nessun tipo, e men che meno gli anelli (che perderei in due minuti) e dunque non ho nessun brillocco da sfoggiare, e davvero non ci è venuta voglia di prenderci delle fedi. Abbiamo guardato con scarsa convinzione in un paio di negozi per diciamo una mezzoretta scarsa e abbiamo capito che non ce ne importava proprio nulla.
Mi sono truccata e vestita da sola, in 15 minuti. Ho comprato il mio vestito insieme a Danne, in un negozio normale, senza dire nulla alla commessa - e anche quell'attività mi ha preso 15 minuti al massimo. Danne aveva lo stesso vestito del dottorato.
Mia mamma ha insistito per le bomboniere e le ha fatte lei da sola, io le ho viste quel giorno lì. Non abbiamo concordato con il giudice nessuna lettura, nessun voto speciale.
Il "rito" è stato improvvisato nel giardino del ristorante, sotto un albero che aveva intorno una siepa circolare, e guardava un lago. Lei, il giudice, ha letto una poesia scelta da lei, di Gibran, che per quanto abusata si adattava alla perfezione a tutto quello in cui credo. Ed è stata una sorpresa, mi son trovata con gli occhi lucidi. Tutto è durato al massimo dieci minuti.
Non ho mai avuto illusione che quello fosse "il giorno più bello". È stato però un giorno molto bello.
E siccome non avevamo pianificato nulla, quel rito improvvisato sotto il melo per me è stata una meravigliosa sorpresa, mi è piaciuto molto. È stato decisamente il mio matrimonio.
Solo che non mi va di vedere gli sguardi delusi e un po' di commiserazione...ma come, niente brillante? niente strascico? nientte bouquet? Quindi racconto il meno possibile.
Sono uscita con le amiche svedesi di mia cognata, mai viste prima, e anche lì la notizia che fossi l'unica sposata ha suscitato un'ondata di domande. Ho detto loro, ridendo "mi sono sposata per le tasse!" e poi, in tutta sincerità, che non vale la pena farmi raccontare, che ne rimarrebbero deluse! Trust me, you do not wanna know.Lo stesso mi capita con le ragazze al corso di svedese. Sposarmi mi ha semplificato la procedura di immigrazione - che non è affatto così facile come si pensa - e quindi lo capisco se la cosa desta attentezione. Però non è solo quello: c'è un immediato precipitarsi a fare calcoli. Quanti anni posso avere? si chiedono - e quando viene fuori sento i sospiri di sollievo ovunque: Ah ma allora è più vecchia di noi, phew, c'è tempo!
Infine, la questione anelli è quella che mi fa più fatica discutere. Mi attira incomprensione già il fatto del tutto personale che io detesti portare anelli in generale - e mi si tenta di convincere che con un po' di impegno e di pratica avrei imparato a portare la fede. Come gli uomini, mi dicono: anche loro vanno abituati! Ed infatti, pare ancora più incomprensibile che io sia tranquilla all'idea che mio marito vada in giro senza portare traccia del mio possesso. (Peraltro, è risaputo che gli uomini con la fede rimorchiano meglio, perché a quanto pare una donna vedendo l'anello pensa: se questo qua è riuscito a farsi sposare qualcosa di buono ce l'ha. Stesso concetto del papà dei giardinetti. Brrrr)
Per esempio, mia cognata ha tutto, villa volvo e vovve, che tradotto significa: casa con giardino, auto famigliare e cane. Ad essere puntigliosi, lei ha una bambina ma non il cane, ma rientra comunque nello stereotipo della giovane famiglia svedese, che ha messo una crocetta in tutte le caselle. Tutte tranne una: il matrimonio. E di questa cosa si cruccia non poco. Non vede l'ora di sposarsi, di cambiar cognome, di poter dire "mio marito" invece che "il mio convivente". Le ho detto: eddai, un figlio lega molto più di un pezzo di carta non credi? Ma a quanto pare, persino qua, a me sfugge qualcosa.
Io non ho mai voluto sposarmi. Lo abbiamo fatto per tante ragioni, tutte più o meno pratiche, e certo anche perché non avevamo nessun motivo per non farlo. E che sia chiaro, son contenta di averlo fatto. Ma senza quelle ragioni pratiche, sono quasi sicura che adesso non sarei sposata. Ma per me non cambiava nulla, non mi sono sentita più legata di quanto non fossi prima, non ho mai pensato che solo sposandosi si hanno responsabilità e impegni. Ho sentito il cambiamento più nello sguardo degli altri che nel mio.
A lungo non sono riuscita a dire "mio marito" e persino adesso, se mi riferisco a lui, cerco di usare il suo nome. A volte però non è possibile, e ho smesso di fare l'idiota e dire "il mio ragazzo" come prima: l'ho fatto all'inizio e ho cominciato a sentirmi stupida, oltretutto era una bugia che poteva causare malintesi.
Ma perché mi schermivo così tanto? Perché non sto a mio agio nella conversazione che segue.
Nei (pochi) mesi in cui preparavamo il matrimonio, quando qualcuno scopriva del progetto e esclamava "Ah ti sposi?" io rispondevo "sì ma niente di serio!" (giuro). come nel film di Aldo Giovanni e Giacomo. E dopo il matrimonio, ogni volta che è venuto fuori che ero sposata sono stata trivellata di richieste di dettagli. Raccontami tutto! Com'eri vestita? dove lo avete fatto? perché non in chiesa? perché non porti l'anello? perché non hai cambiato cognome? devi farmi assolutamente vedere le foto!
Ci siamo sposati a Stoccolma, dove una parente che fa il giudice di pace poteva officiare in svedese e italiano. Abbiamo invitato solo le famiglie.
Abbiamo scelto il ristorante su raccomandazione e il menú su internet - quelli del ristorante non si capacitavano che non volessimo vedere provare testare niente (ok, c'erano 2000 km in mezzo, mi pareva davvero eccessivo farli solo per provare la torta).
Io non porto gioielli di nessun tipo, e men che meno gli anelli (che perderei in due minuti) e dunque non ho nessun brillocco da sfoggiare, e davvero non ci è venuta voglia di prenderci delle fedi. Abbiamo guardato con scarsa convinzione in un paio di negozi per diciamo una mezzoretta scarsa e abbiamo capito che non ce ne importava proprio nulla.
Mi sono truccata e vestita da sola, in 15 minuti. Ho comprato il mio vestito insieme a Danne, in un negozio normale, senza dire nulla alla commessa - e anche quell'attività mi ha preso 15 minuti al massimo. Danne aveva lo stesso vestito del dottorato.
Mia mamma ha insistito per le bomboniere e le ha fatte lei da sola, io le ho viste quel giorno lì. Non abbiamo concordato con il giudice nessuna lettura, nessun voto speciale.
Il "rito" è stato improvvisato nel giardino del ristorante, sotto un albero che aveva intorno una siepa circolare, e guardava un lago. Lei, il giudice, ha letto una poesia scelta da lei, di Gibran, che per quanto abusata si adattava alla perfezione a tutto quello in cui credo. Ed è stata una sorpresa, mi son trovata con gli occhi lucidi. Tutto è durato al massimo dieci minuti.
Non ho mai avuto illusione che quello fosse "il giorno più bello". È stato però un giorno molto bello.
E siccome non avevamo pianificato nulla, quel rito improvvisato sotto il melo per me è stata una meravigliosa sorpresa, mi è piaciuto molto. È stato decisamente il mio matrimonio.
Solo che non mi va di vedere gli sguardi delusi e un po' di commiserazione...ma come, niente brillante? niente strascico? nientte bouquet? Quindi racconto il meno possibile.
Sono uscita con le amiche svedesi di mia cognata, mai viste prima, e anche lì la notizia che fossi l'unica sposata ha suscitato un'ondata di domande. Ho detto loro, ridendo "mi sono sposata per le tasse!" e poi, in tutta sincerità, che non vale la pena farmi raccontare, che ne rimarrebbero deluse! Trust me, you do not wanna know.Lo stesso mi capita con le ragazze al corso di svedese. Sposarmi mi ha semplificato la procedura di immigrazione - che non è affatto così facile come si pensa - e quindi lo capisco se la cosa desta attentezione. Però non è solo quello: c'è un immediato precipitarsi a fare calcoli. Quanti anni posso avere? si chiedono - e quando viene fuori sento i sospiri di sollievo ovunque: Ah ma allora è più vecchia di noi, phew, c'è tempo!
Infine, la questione anelli è quella che mi fa più fatica discutere. Mi attira incomprensione già il fatto del tutto personale che io detesti portare anelli in generale - e mi si tenta di convincere che con un po' di impegno e di pratica avrei imparato a portare la fede. Come gli uomini, mi dicono: anche loro vanno abituati! Ed infatti, pare ancora più incomprensibile che io sia tranquilla all'idea che mio marito vada in giro senza portare traccia del mio possesso. (Peraltro, è risaputo che gli uomini con la fede rimorchiano meglio, perché a quanto pare una donna vedendo l'anello pensa: se questo qua è riuscito a farsi sposare qualcosa di buono ce l'ha. Stesso concetto del papà dei giardinetti. Brrrr)
On Marriage Kahlil Gibran
You were born together, and together you shall be forevermore.
You shall be together when the white wings of death scatter your days.
Ay, you shall be together even in the silent memory of God.
But let there be spaces in your togetherness,
And let the winds of the heavens dance between you.
Love one another, but make not a bond of love:
Let it rather be a moving sea between the shores of your souls.
Fill each other's cup but drink not from one cup.
Give one another of your bread but eat not from the same loaf
Sing and dance together and be joyous, but let each one of you be alone,
Even as the strings of a lute are alone though they quiver with the same music.
Give your hearts, but not into each other's keeping.
For only the hand of Life can contain your hearts.
And stand together yet not too near together:
For the pillars of the temple stand apart,
And the oak tree and the cypress grow not in each other's shadow.
mercoledì 9 ottobre 2013
MM7880
Oggi sono arrivate le nuove targhe della macchina. Un altro pezzo della nostra vita tedesca archiviato.
E peraltro pioveva anche quella volta, tre anni fa, in cui le cambiammo da svedesi a tedesche.
Sotto l'acqua, fuori dalla casa della nostra assicuratrice, una signora sessantenne che teneva l'ufficio in casa, accanto al salotto, tra le foto dei nipoti, e non parlava inglese. Che poi per montare le targhe tedesche serviva un sistema diverso, e dopo vari tentativi inutili, sempre sotto la pioggia, la signora decise di portarci nell'officina-concessionaria di suo figlio, a un isolato di distanza, per farcele installare da lui. Per coprire la breve distanza mettemmo la targa posteriore sotto al tergicristallo. Il figlio meccanico - non parlava inglese neppure lui - stava per chiudere e andare a casa ma ce le istallò lo stesso, e gratis. A pensarci adesso era un filo surreale vivere da stranieri in un paesino di 8000 persone dove si parlava solo dialetto badisch.
Stasera, di nuovo sotto la pioggia, abbiamo fatto lo scambio opposto e ci siamo resi conto che potevamo tenere la cornice portatarga che ci regalò il signor Meinzner che vendeva Renault.
Le targhe tedesche invece - le nostre iniziali e i nostri anni di nascita, perché in Germania si può scegliere la targa che si vuole - restano a noi, da appendere da qualche parte, come ricordo di quella stramba, lunga, importante, assurda, dolorosa, fantastica, difficile, spensierata parentesi..
E peraltro pioveva anche quella volta, tre anni fa, in cui le cambiammo da svedesi a tedesche.
Sotto l'acqua, fuori dalla casa della nostra assicuratrice, una signora sessantenne che teneva l'ufficio in casa, accanto al salotto, tra le foto dei nipoti, e non parlava inglese. Che poi per montare le targhe tedesche serviva un sistema diverso, e dopo vari tentativi inutili, sempre sotto la pioggia, la signora decise di portarci nell'officina-concessionaria di suo figlio, a un isolato di distanza, per farcele installare da lui. Per coprire la breve distanza mettemmo la targa posteriore sotto al tergicristallo. Il figlio meccanico - non parlava inglese neppure lui - stava per chiudere e andare a casa ma ce le istallò lo stesso, e gratis. A pensarci adesso era un filo surreale vivere da stranieri in un paesino di 8000 persone dove si parlava solo dialetto badisch.
Stasera, di nuovo sotto la pioggia, abbiamo fatto lo scambio opposto e ci siamo resi conto che potevamo tenere la cornice portatarga che ci regalò il signor Meinzner che vendeva Renault.
Le targhe tedesche invece - le nostre iniziali e i nostri anni di nascita, perché in Germania si può scegliere la targa che si vuole - restano a noi, da appendere da qualche parte, come ricordo di quella stramba, lunga, importante, assurda, dolorosa, fantastica, difficile, spensierata parentesi..
giovedì 3 ottobre 2013
Ancora sulla pasta
I cliché sul cibo italiano mi affascinano. Perché non si tratta di semplice mancanza di esperienza diretta, come ne avrei io per esempio nei confronti della cucina cinese. Quel che mi affascina è che all'estero ci si esprime in merito con una serie di certezze granitiche. Ossia, la gente studia, si informa, e parla con quella che credono essere cognizione di causa.
Vorrei essere chiara: io non mi aspetto che si cucini italiano. Sono felicissima quando mia suocera cucina, ogni piatto che ho provato qua mi è sempre piaciuto. Mi sembra normalissimo che la gente ignori come si mangia in italia. Mi affascina proprio che si informino così tanto e che mostrino questo atteggiamento quasi religioso al riguardo (e che vengano anche male informati).
Per esempio, si è diffusa col tempo l'idea che gli spaghetti non si spezzano. E lo senti dire in giro con una tale soddisfazione che fa quasi tenerezza! Ho sentito dire ad un signore tedesco, che lui compra solo i veri spaghetti napoletani lunghi un metro!
Eppure ci sono in giro altre "regole inoppugnabili" non altrettanto fondate. Francamente mi chiedo da dove arrivino, dove le leggano queste regolee ferree e dogmi. Come il fatto che con il ragù si mangino gli spaghetti. Chi lo ha sancito?
In Germania, per esempio, si pensa che in italia l'insalata sia un antipasto e non un contorno, perché nei ristoranti italiani là si comincia sempre con l'insalatina. Invece la pasta può benissimo essere messa a fianco alla carne. Scondita, però. Se invece ci fossero salse di mezzo, esse fanno sì che la pasta ci galleggi dentro. Anche le lasagne. Le salse statisticamente contengono panna da cucina. Anche la carbonara. Specialmente la carbonara. Nel caso in cui la pasta non sia un contorno, va mangiata in giganteschi piatti fondi chiamati per l'appunto "pastateller". Che vengono acquistati gioiosamente da molte famiglie teutoniche assiema ai pizzateller, che sono altrettanto enormi ma piani.
Rispetto ai tedeschi, però, gli svedesi sono più interessati a cucinare esattamente come in Italia, senza modifiche. Cioè, mentre in Germania si sceglie platealmente di mettere l'emmenthal sulla pizza perché la mozzarella "non sa di niente", qui in Svezia trovi i talebani del Vero Italiano. Solo che spesso sono stati male informati.
Per esempio, sono tutti convinti che in italia non si compri la pasta, e che TUTTI se la facciano in casa. Tutti i giorni! Ad una festa, c'era questa ragazza che diceva: gli italiani non ci trovano nulla di speciale nel farsi la pasta in casa, it's just a thing they do! Eh già. Nulla di speciale, tutti i giorni prima dell'ufficio tirano la pasta.
E poi ce la prendiamo con la barilla! Quasi tutte le svedesi che conosco hanno provato a fare la pasta in casa. Una di loro mi ha mostrato l'ultimo acquisto: uno speciale stampino per ravioli. Poi ha aggiunto, con aria complice: però è tanto più bello tagliarli a mano, sembrano più rustici, più artigianali!
Hanno un'idea molto romantica delle italiane.
Poverette, quante delusioni do loro.
Leggono avidamente ricettari che spacciano per italiane ricette che al massimo sono interpretazioni. Mi hanno invitato a pranzo e mi hanno detto: "in tuo onore ho preparato un'insalata di patate italiana!" Ora, io non voglio parlare a nome della penisola, le patate si mangiano anche da noi, ma non ho mai sentito parlare espressamente di insalata di patate italiana. E insomma era così: patate lesse, olio di oliva e succo di limone (invece di panna o aceto o cose molto nordeuropee), olive e....sundried tomatoes, ovviamente. I pomodori secchi sono proprio una religione. Stando a come ci immaginano qui, in italia li mangiamo pure a colazione. Come il pesto qualche anno fa. Ora è un po' passata la fissa del pesto, ma se trovi un panino descritto dalle parole "mediterraneo" o "italiano", puoi star sicuro che c'è del pesto dentro. E i pomodori secchi.
Ma l'abbinata olio e limone pare essere il fingerprint ufficiale. Un'altra ragazza mi ha detto che importa olio costosissimo dall'italia. Un olio speciale, mi dice, che ha provato quando era là in viaggio di nozze, in un agriturismo speciale. Ne ho provati tanti di olii, ma quello è il migliore: è al gusto di lime! Nel senso, mi spiega, che ci aggiungono del limone, o del lime, non so.
Ora, siccome le ho detto che i miei genitori producono olio per consumo personale (hanno un centinaio di piante in campagna) mi aspetto che alla prossima festa racconti che "gli italiani si fanno l'olio da soli, mica lo comprano, è una cosa normale per loro, it's just a thing they do".
Vorrei essere chiara: io non mi aspetto che si cucini italiano. Sono felicissima quando mia suocera cucina, ogni piatto che ho provato qua mi è sempre piaciuto. Mi sembra normalissimo che la gente ignori come si mangia in italia. Mi affascina proprio che si informino così tanto e che mostrino questo atteggiamento quasi religioso al riguardo (e che vengano anche male informati).
Per esempio, si è diffusa col tempo l'idea che gli spaghetti non si spezzano. E lo senti dire in giro con una tale soddisfazione che fa quasi tenerezza! Ho sentito dire ad un signore tedesco, che lui compra solo i veri spaghetti napoletani lunghi un metro!
Eppure ci sono in giro altre "regole inoppugnabili" non altrettanto fondate. Francamente mi chiedo da dove arrivino, dove le leggano queste regolee ferree e dogmi. Come il fatto che con il ragù si mangino gli spaghetti. Chi lo ha sancito?
In Germania, per esempio, si pensa che in italia l'insalata sia un antipasto e non un contorno, perché nei ristoranti italiani là si comincia sempre con l'insalatina. Invece la pasta può benissimo essere messa a fianco alla carne. Scondita, però. Se invece ci fossero salse di mezzo, esse fanno sì che la pasta ci galleggi dentro. Anche le lasagne. Le salse statisticamente contengono panna da cucina. Anche la carbonara. Specialmente la carbonara. Nel caso in cui la pasta non sia un contorno, va mangiata in giganteschi piatti fondi chiamati per l'appunto "pastateller". Che vengono acquistati gioiosamente da molte famiglie teutoniche assiema ai pizzateller, che sono altrettanto enormi ma piani.
Rispetto ai tedeschi, però, gli svedesi sono più interessati a cucinare esattamente come in Italia, senza modifiche. Cioè, mentre in Germania si sceglie platealmente di mettere l'emmenthal sulla pizza perché la mozzarella "non sa di niente", qui in Svezia trovi i talebani del Vero Italiano. Solo che spesso sono stati male informati.
Per esempio, sono tutti convinti che in italia non si compri la pasta, e che TUTTI se la facciano in casa. Tutti i giorni! Ad una festa, c'era questa ragazza che diceva: gli italiani non ci trovano nulla di speciale nel farsi la pasta in casa, it's just a thing they do! Eh già. Nulla di speciale, tutti i giorni prima dell'ufficio tirano la pasta.
E poi ce la prendiamo con la barilla! Quasi tutte le svedesi che conosco hanno provato a fare la pasta in casa. Una di loro mi ha mostrato l'ultimo acquisto: uno speciale stampino per ravioli. Poi ha aggiunto, con aria complice: però è tanto più bello tagliarli a mano, sembrano più rustici, più artigianali!
Hanno un'idea molto romantica delle italiane.
Poverette, quante delusioni do loro.
Leggono avidamente ricettari che spacciano per italiane ricette che al massimo sono interpretazioni. Mi hanno invitato a pranzo e mi hanno detto: "in tuo onore ho preparato un'insalata di patate italiana!" Ora, io non voglio parlare a nome della penisola, le patate si mangiano anche da noi, ma non ho mai sentito parlare espressamente di insalata di patate italiana. E insomma era così: patate lesse, olio di oliva e succo di limone (invece di panna o aceto o cose molto nordeuropee), olive e....sundried tomatoes, ovviamente. I pomodori secchi sono proprio una religione. Stando a come ci immaginano qui, in italia li mangiamo pure a colazione. Come il pesto qualche anno fa. Ora è un po' passata la fissa del pesto, ma se trovi un panino descritto dalle parole "mediterraneo" o "italiano", puoi star sicuro che c'è del pesto dentro. E i pomodori secchi.
Ma l'abbinata olio e limone pare essere il fingerprint ufficiale. Un'altra ragazza mi ha detto che importa olio costosissimo dall'italia. Un olio speciale, mi dice, che ha provato quando era là in viaggio di nozze, in un agriturismo speciale. Ne ho provati tanti di olii, ma quello è il migliore: è al gusto di lime! Nel senso, mi spiega, che ci aggiungono del limone, o del lime, non so.
Ora, siccome le ho detto che i miei genitori producono olio per consumo personale (hanno un centinaio di piante in campagna) mi aspetto che alla prossima festa racconti che "gli italiani si fanno l'olio da soli, mica lo comprano, è una cosa normale per loro, it's just a thing they do".
Iscriviti a:
Post (Atom)