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martedì 21 gennaio 2014

il dio delle piccole cose

Il mio rapporto con le cose, gli oggetti, è piuttosto tormentato. Mi sono costretta in pratica a vivere con sempre meno cose, perché, con i miei genitori in pratica hoarders allo stadio iniziale, ho cominciato a sentire le cose come una zavorra che ci portava tutti giù.
Eppure, il trasloco mi ha messo di fronte ad alcune mie contraddizioni.
Ho scoperto che ci sono oggetti, all'apparenza identici a tanti altri che ho buttato via senza un attimo di dubbio, sapendo che avrei potuto rimpiazzarli facilmente all'occorrenza,che invece considero insostituibili.
C'è una bilancia digitale - di recente la usiamo spesso perché stiamo seguendo una dieta. Se l'avessi perduta o lasciata in Germania, ne avrei trovate mille altre identiche da lidl, per dieci euro. Però ogni volta che la uso ripenso al 2006 e ad un ragazzo svedese appena conosciuto che mi chiese di aiutarlo a scegliere tra i premi che poteva ricevere da una raccolta punti. La raccolta punti di Karstadt, per l'esattezza. Non mi ricordo gli altri oggetti del catalogo, ma mi colpì questo ragazzo che viveva solo, che faceva una raccolta punti in un grande magazzino, e che tra tanti piccoli oggetti pensava di prendersi una bilancia digitale. Perché mi colpiva? forse aveva la mia età, all'incirca, l'età degli amici lasciati in Italia, e nessuno di loro aveva vissuto da solo, e nessuno di loro, me compresa, si era ancora approcciato alla vita con le esigenze e le priorità di un adulto, uno che ha bisogno di una bilancia digitale. E poi, ovviamente, mi colpì che chiedesse consiglio a me, come se sapesse che un giorno non lontanissimo, avrei diviso con lui l'uso quotidiano di quella bilancia.
Ci sono dei candelabri di metallo, e una tovaglietta da tavolo. Nulla di costoso, niente di meraviglioso. Ma ogni volta che li guardo, mi ricordo di un sabato a spasso per la città, di una svendita speciale organizzata dal suddetto grande magazzino, in un garage adiacente, e noi che passeggiando la scopriamo per caso, entriamo, e frughiamo pigramente tra ceste di oggetti in saldo. E penso che non ho mai comprato una tovaglia in vita mia, né dei candelabri, e penso che anche solo il gesto, di rendere la nostra casa più nostra e più accogliente mi fa sentire bene. Ripenso a quel periodo, alla casa sgangherata in affitto, ai mobili di seconda mano, i segni della vita da single di un ragazzo, le chitarre e i pesi sul pavimento e i miei vestiti che entravano tutti nella metà del suo piccolo armadio.
C'è un bollitore per l'acqua - comprato da aldi per 15 euro, che mi è sempre sembrato fichissimo, e ogni volta che l'accendevo e vedevo quella futuristica luce blu mi sentivo come se avessi fatto un gigantesco upgrade della mia vita.
C'è il tostapane che lascia il segno bruciato di un teschio su ogni fetta di pane, quello con su scritto "sweet child of mine", comprato per lui in quel negozio di cose pazze che si chiamava Grüner Krebs - e usato ogni giorno, per anni, e oggi un poco meno - ma ogni volta ripenso a quanto costasse, e a quanti pochi soldi avessi.
Ci sono poi due pirofile di vetro col tappo di plastica, e sono sicura nessuno penserebbe mai che siano insostituibili, ma è che mi ricordo bene quel giorno da walmart. Perché non avevamo la macchina, e ci siamo andati col tram, da walmart, che stava un poco fuori città, ci siamo andati apposta cambiando due o tre linee. E per portare a casa la spesa di quel giorno, abbiamo dovuto comprare pure quelle borse rigide, quelle che non sono usa e getta, e pure quelle abbiamo ancora. Le pirofile erano perché avevamo appena comprato il forno, che Danne non aveva mai avuto nella sua cucina sgangherata da scapolo, un piccolo forno elettrico, ma grande abbastanza per farci una pizza, e non avevamo nessun recipiente per cuocere nulla in forno, e bisognava pure trovarne di abbastanza piccoli, perché ci entrassero. E dunque quelle pirofile, una grande e una piccola, di vetro pirex, che pesavano pure un po' sulla via di casa, alla sera, in quei primi mesi di vita comune, quel primo inverno in cui tutto cambiò. L'altro giorno ci siamo chiesti perché non ne abbiamo mai più trovate, di pirofile col tappo in plastica, ora che abbiamo un forno grande, ora che ogni tanto portiamo una teglia di lasagne da questo o da quello e pensiamo, se solo avesse il tappo! Ma è così, niente sarà mai così perfetto come quei primi oggetti solo nostri, quei primi pezzi del nostro futuro, quei primi passi nella mia vita adulta.




martedì 14 gennaio 2014

Dos idiomas dos almas*

Con Danne ancora non parliamo svedese. Riesco a parlare svedese con lui solo se ci sono intorno a noi altri svedesi. E anche in quel caso, se si tratta di amici che conosco da tanto, sono enormemente a disagio. Con i famigliari di Danne, invece, coi quali non ho mai potuto prima d'ora parlare più di tanto, passare allo svedese è stato un passo avanti.
Il motivo è ovvio: mi sento come sdoppiata, e sento che di colpo la me stessa che parla svedese  non mi appartiene, e questo mi fa tanta più impressione quanto più i miei interlocutori mi hanno conosciuta nella piena potenza di una lingua a me più nota.. Sono una persona diversa da quella che fino a ieri con le stesse persone parlava inglese, una persona che parla con un vocabolario ristretto, che è involontariamente comica ma non è capace di esserlo volontariamente - perché declinare il senso dell'umorismo.in una nuova lingua è forse l'ultima cosa che si riesce a fare, molto dopo che si è già diventati fluenti.
 
In effetti ho dovuto ripensare a come sia andata con l'inglese. Non me ne sono accorta, a suo tempo, ma ci ho messo anni a trovare me stessa nella mia seconda lingua. Non so esattamente quando sia accaduto, ma comunque anni dopo aver conseguito, a vent'anni, il famoso livello C2, quello che corrisponde, sulla carta, ai madrelingua. Prima del C2 ero comunque in grado di parlare inglese in modo rilassato, avevo avuto modo di fare molte amicizie in altri paesi, conoscere gente, cavarmela in situazioni quotidiane. L'inglese era però la lingua delle vacanze, delle parentesi aperte e chiuse. Non ne avevo bisogno al di fuori di esse, e durante potevo ben permettermi di essere più o meno io, ma smussata di tante complicanze, di tante sottigliezze. Dove il vocabolario non mi seguiva, la conversazione non andava, e andava bene così, anche perché ero una ragazzina.

Il cambiamento è avvenuto molti anni dopo, quando mi sono trasferita in Germania, l'inglese si è preso tutta la mia vita, incluse le ore di dormiveglia e di sonno.Vivevo in uno studentato dove ero l'unica italiana e soprattutto, là ho conosciuto Jason. Jason mi assomigliava tanto, era come una me stessa cinese e maschile. Jason è madrelingua inglese, ma un inglese velocissimo e duro, come è quello che si parla a Singapore. Le nostre serate passate a parlare e guardar film, fino alle quattro del mattino, sono stati il vero shock linguistico. Ricordo bene che molte di quelle conversazioni le seguivo con molta fatica, che a volte al telefono non lo capivo, che guardare un film o una serie tv dove si parlasse con forti accenti o in modo gergale era difficile. Un esempio su tutti: Snatch visto senza sottotitoli fu una pena tremenda. È vero, ero già stata in grado di leggere in lingua originale molti classici inglesi, ma col diario di Bridget Jones, per fare un altro esempio, avevo fatto molta più fatica. Mi mancavano le parolacce, le espressioni colorite, la percezione che una frase può essere detta in molti modi. E il senso dell'umorismo....ah, la fatica di tradurre le cose che mi facevano ridere, e la realizzazione che semplicemente non si può. Perché pare assurdo ma non ci fanno ridere le stesse cose, in due lingue diverse. E questo, incidentalmente spiega perché in Italia detestavo I Griffin e invece adesso adoro Family Guy. È che semplicemente in italiano spesso non funziona, non si è in grado veramente di decodificarlo. Anche perché mancano alcuni riferimenti culturali.

E qui si apre un altro capitolo. Il cinema, le citazioni da film o da episodi de I Simpson sono sempre state una gran parte delle conversazioni con i miei amici, in Italia come all'estero. Ma solo dopo aver conosciuto Jason mi sono resa conto che non potevo comunicare semplicemente traducendo all'indietro, dall'italiano all'inglese, le frasi celebri e le battute. Anzi, nemmeno i titoli dei film! Dopo aver conosciuto Danne, ed aver capito che ormai l'inglese era una componente fissa della mia vita, ho dovuto riguardare tutti i film che erano stati importanti per me in lingua originale, da Via col Vento al Padrino - perché devi sapere come dire Cara francamente me ne infischio! in modo che si capisca che stai citando Reth Butler. Sembra una cosa da niente ma ci ho messo anni!

Ecco, ci ho messo anni. Io e Danne siamo insieme da 7 anni. Abbiamo le nostre battute, i nostri modi di dire, le nostre citazioni, i nostri riferimenti, tutto in inglese. Forse altre coppie miste hanno sempre avuto un modo misto di parlare - ne conosco che mischiano due o tre lingue costantemente - ma forse per noi non è stato necessario poiché potevamo coprire tutti gli ambiti della nostra vita con questa seconda lingua. Dalle parole d'amore alle parolacce, mi è rimasto solo di dirgli stronzo, ogni tanto. Ma questo lo dice anche Colin Firth, che ha la moglie italiana e che parla italiano, che stronzo è la sua parola preferita!

Passare allo svedese con lui mi costa fatica ma soprattutto trasforma interamente la nostra relazione, per quello non mi riesce. All'inizio lui rideva, e lo capisco, perché è così pazzesco il confronto. Non so essere in svedese né sarcastica né sboccata, non mi soddisfano queste parolacce senza cuore che parlano solo di inferno e dannazioni, non riesco nemmenoa gridare al gatto di scendere dal tavolo, in svedese

Dai tempo al tempo, mi dico. Piano piano arriveranno tutti i riferimenti culturali che mi mancano.
E una parte di me, in un angolo, sospira e pensa...di nuovo? Dopo la fatica fatta con l'inglese e quella fatta col tedesco siamo daccapo! E capisco la mia compagna di corso che una volta è sbottata dicendo "Questa lo giuro è l'ultima lingua che imparo!"

* citazione da non so chi. Avrei tanto voluto studiare spagnolo, io.





martedì 7 gennaio 2014

mia nonna

Mia nonna non mi telefona. C'è come una regola non scritta, che dice che sono i nipoti a dover chiamare i nonni. Specialmente se sono stati così insensibili da andarsene all'estero. Forse è un corollario a quell'altro teorema, quello per cui le visite dei nipoti bambini sono gradite anzi anelate, finché i suddetti nipoti sono  carucci e ben vestiti e si trattengono massimo un paio d'ore. Le chiesero se potevo andare a pranzo da lei una volta a settimana, quando avevo undici anni, per via del tempo pieno - i miei lavoravano. Lei disse di no, che non se la sentiva, un impegno troppo oneroso. Come risultato mi hanno dovuto iscrivere ad un'altra scuola, e come conseguenza io alle medie ho studiato francese e non inglese. E come conseguenza ho dovuto fare inglese privatamente, e alla fine è anche meglio così. Però questa nonna che non mi voleva a pranzo qualche perplessità me l'ha lasciata.

Mia nonna pretende.  Il suo unico figlio è il suo servetto. Per questo mio padre non può venirmi a trovare, o muoversi da casa per più di due giorni.  Di conseguenza, mi disse subito che al mio matrimonio non sarebbe venuto (poi mia madre minacciò ritorsioni), così come non è venuto al mio dottorato. La nonna di questo gode enormemente. (Del mio dottorato ha detto: ma come, non era già dottoressa?) Gli dice spesso eh che catena corta che ti ho messo ma con un certo piacere, non so se mi spiego, e mai una volta ha fatto il gesto eroico, simbolico, di dirgli "ma sì vai, che me la caverò". Scherziamo? È il suo trionfo.

Come a giustificarsi del gran bisogno che ha che mio padre la accudisca, spesso dice "io volevo fare anche una femmina, ma non è venuta". Ed io penso a questa femmina, questa desiderata servetta che avrebbe di sicuro sollevato mio padre da tanti compiti, fin dall'infanzia. Che vita avrebbe avuto. E penso menomale che non è venuta, anche se mi spiace per mio padre. Mio padre ha sempre dovuto aiutare in casa, anche nelle faccende, perché mia nonna ha avuto spesso problemi di salute, periodi di infermità. E però mia nonna lo ha fatto studiare, mio padre, contro il parere del padre e della scuola che lo vedeva bene all'aviamento o all'istituto tecnico, e invece fu tra i primi a fare lo scientifico. Lui di questo gliene è grato e sorride quando la sente dire "io ho fatto un dottore". Peccato solo in fisica, e non in medicina, come avrebbe voluto. E mi chiedo che scuola avrebbe fatto, la femmina che non è stata. Avendo fatto un dottore, un investimento, mia nonna aveva anche delle aspettative sul riscatto sociale ed economico che ne sarebbe venuto. E invece mio padre si è sposato subito dopo essersi laureato, e quel primo assegno da borsista (come i dottorandi di oggi) non era destinato a lei, ma a alla nuova famiglia. Per giunta lontana, perché il lavoro lo avrebbe portato a girare un po' per l'italia, con questa moglie disapprovata perché laureata, perché coetanea, perché conosciuta da poco, perché inferiore in niente, anzi. Lei avrebbe preferito che restasse vicino, che aspettasse, che trovasse una diciottenne incolta e senza prospettive lavorative, che avrebbe immediatamente preso il posto di servetta. La femmina tanto agognata.

I primi anni di matrimonio furono molto belli, dice mia madre - lontano da tutti. Epperò le lamentatio di mia nonna li raggiungevano anche a centinaia di km. Povera donna abbandonata dal figlio costretta ad affidarsi alla gentilezza di estranei (dicevano i pettegolezzi). Mia nonna aveva allora sessant'anni, meno di mia madre adesso, era appena andata in pensione: fu allora che cominciò a pieno titolo la sua carriera da inferma, malata, moribonda, costringendo la nostra famiglia ad un precipitoso rientro nelle vicinanze. Adesso ha 92 anni, e sta più o meno come allora. Ma col tempo ho compreso meglio la sua necessità di essere malata. A dirlo non ci si crede, ma per mia nonna andare in ospedale ricoverata era come andare in vacanza, era andare in un posto dove sarebbe stata accudita e dove la famiglia sarebbe stata costretta ad andarla ad assistere al suo capezzale. Mia nonna che si preparava ad un ricovero era un ciclone di paranoie, entusiasmi, voci alzate e toni teatrali. Era nel suo elemento. Per anni le ho sentito dire che suo marito almeno su una cosa non faceva economie: le cure mediche. Col tempo mi sono fatta l'idea che i ricoveri, i pianti, le iperboli erano il suo modo di sentirsi amata, in un modo forzoso e bullo che le somigliava profondamente.

Lei era figlia di mezzo di una famiglia di contadini, dove le donne mangiavano su una "seggiola nel canto del fuoco" e gli uomini serviti a tavola - nessuno contava meno di lei. Il fratello scapestrato era il cocco di casa, e lei per prima si sarebbe fatta ammazzare per servirlo meglio. Una madre intelligente ma insicura, una sorella debole e molto meno intelligente di lei, un padre piuttosto ottuso, e lei in mezzo a fare per tre, con una forza ed un'energia di cui andava molto orgogliosa. Grande e grossa, forte di braccia e di voce, la chiamavano la bersagliera e ne era intimamente fiera. Solo che in pratica era la bestia da soma di casa: e più lei si faceva in quattro e più cresceva in lei la proiezione su quel futuro in cui sarebbe stato il suo turno di essere servita. Adesso quando vedo come tratta la donna delle pulizie mi vergogno profondamente.

La famiglia di mio nonno, in cui si trasferì dopo il matrimonio, era pure una famiglia di mezzadri, anche lì il lavoro era durissimo, ma le dinamiche famigliari erano un po' diverse, le donne un filo meno bistrattate, all'educazione si dava importanza. Mio nonno aveva la terza elementare ma per i campi lo chiamavano il dottore - ed io lo ricordo ottantenne a leggersi tutti i libri di storia di mia madre, silenzioso e profondo com'era. Ecco io credo che mia nonna non trovò il cambiamento in cui sperava, sposandosi, nonostante avesse fatto il maschio, l'unico erede del cognome di casa. Poté però almeno aggrapparsi a quel ruolo di privilegio delle famiglie contadine, un ruolo conteso ferocemente tra suocere e nuore, quello della malata. Mio nonno era orfano, e avena solo una sorella, il ruolo fu subito suo. E grazie ad una gravidanza difficile, alle immense fatiche dell'infanzia e ad una schiena geneticamente difettata (la stessa che ho io) fu abbastanza facile. Seguirono operazioni di ernie, busti, ferri vari. Da piccola me li mostrava piuttosto fiera; guarda guarda la tua povera nonna coi ferri che le sorreggono la schiena. E lei lo sapeva che io avrei avuto lo stesso problema - quanto me lo ha ripetuto! vedrai vedrai quando sarai vecchia! ma non prima di allora: finché c'è lei al mondo, il ruolo è suo. E la mia schiena, le lastre, la fisioterapia, gli antidolorifici, non sono cose da essere discusse con lei. Ho smesso da tanto di dirle come sto. Essere interrotta alla seconda frase di cui io sono il soggetto non è divertente. Ho smesso da tanto di dirle qualunque cosa.

Non mi importa molto, in realtà, della sua palese indifferenza alla mia salute. In un certo senso, per me è stato quasi liberatorio rendermi conto che non le importava proprio. Mi ha sollevato dai sensi di colpa che ancora affliggono mio padre. Me lo ricordo bene quando è stato, avrò avuto forse vent'anni, una conversazione in cui si lamentava con i soliti toni da tregenda di un piccolo problema alla pelle che, incidentalmente, avevo anche io avuto una volta. Si vede che sono parecchi i geni che mi ha passato. Ed io, in piena innocenza, volevo dirle di come lo avevo risolto, di quale farmaco avevo usato, e cominciai a raccontarle l'episodio e lei mi interruppe, ripeté le sue lamentele, mi fece capire proprio chiaro che quello non era terreno mio. E dopo, stranamente mi sono sentita parecchio più leggera. Si fosse trattato di un problema più grave, come per esempio è diventata in seguito la mia schiena, ci sarei stata male: meglio aver messo tutti i pezzi del puzzle a posto senza essermi spezzata il cuore.

Cosa che invece mi si spezza ogni volta che sento i racconti più recenti, relativi alle dinamiche tra lei e mio padre. Mio padre sta male, e in questo minaccia il suo ruolo di malata. A 92 anni non è certo il momento di farsi spodestare. E dunque, ogni volta che le condizioni di mio padre si aggravano, ogni volta che compare un sintomo nuovo, ecco che per magia lo stesso sintomo compare anche a lei. Solo peggio, ovviamente, almeno a giudicare dai lamenti. Ed io di questo proprio non riesco a farmi una ragione, di questo proprio non so perdonarla.

domenica 5 gennaio 2014

different strokes for different folks

La camera da letto è l'ultima stanza da rifare, dopo lo studio, il soggiorno, l'ingresso. Poi verrà la cucina, ma per ora ci basta riportare queste pare ti a colori più umani, risolvere le magagne di macchie e bozzi e usura che affliggevano quasi tutte le superfici.

La cucina, per quanto imperfetta, per quanto anch'essa datata e ammaccata, è pur sempre funzionale e comoda - perché le cucine svedesi degli anni sessanta, persino quelle degli appartamenti proletari, erano funzionali in un modo che da noi ci saremmo sognati ancora a lungo - e poi è rosso fuoco, vuoi mettere che allegria ti fa una cucina rosso fuoco. Le pareti invece!

Sulle pareti abbiamo trovato strati e strati della carta da parati più assurda. Uno sotto l'altro, sono spuntati fuori fiorami baldanzosi, rilievi broccateggianti, geometrie arlecchinesche, altri fiori, quadrati, linee, e altri fiori ancora. I colori parevano scelti completamente a caso ma mai troppo lontano dalla vasta gamma degli ocra e dei marroni tanto in voga ai tempi. Questo capita agli appartamenti in affitto: lavori fatti di fretta, col materiale più economico - la fantasia rimasta invenduta del decennio precedente, il colore che nessuno voleva, Ma lo stesso mi chiedo quali persone abbiano mai potuto pensare che fosse accettabile vivere circondati da quelle combinazioni.

Lo studio - quella era la stanza dei bambini. Alle pareti una giungla, dal pavimento al soffitto: giraffe e leoni tra gli alberi di un'amazzonia stilizzata. Pure due murales, come due quadri incastonati nel muro: altri leoni, elefanti, giraffe, ma fatti a mano libera, visibilmente, da qualche membro della famiglia dalle aspirazioni artistiche. Mi son chiesta come vivessero quei due bambini, io non ci avrei chiuso occhio là dentro. E poi ho pensato che era per quei due bambini (nelle foto dell'appartamento in vendita si vedevano una culla ed un lettino) che tutte le prese elettriche sono così scomode, sono le prese childproof che si vendevano anni e anni fa. Chissà quando le hanno messe, se al tempo di quell'oggetto o al tempo di quei bambini. E chissà qual era il tempo di quei bambini, perché che ne sappiamo di chi viveva qui per ultimo? pare la casa fosse rimasta vuota per anni, l'ultimo proprietario aveva intenzione di rinnovarla ma non l'ha mai fatto e l'ha poi venduta a noi esattamente com'era. Ed è per quei bambini che tutti gli sportelli della cucina avevano gli odiosi sistemi antibambino che ho dovuto smontare uno per uno. E i due ganci più bassi in bagno, quelli in cui sbatto chiedendomi perché ci sono, erano per loro.

Dalla camera abbiamo in questi giorni smontato  l'armadio a muro, perché era messo in un posto scomodo e così la camera sembrerà più grande. Gli armadi a muro erano una costante degli appartamenti svedesi, ed erano ben pensati, con le mensole e i cassetti. Pure in un appartamento da operai. Mia madre negli anni ottanta girò mezza provincia per convincere un falegname a fargliene uno come lo voleva, e i cassetti fu decretato sarebbe stato impossibile chederglieli. Per smontarlo abbiamo comprato una sega elettrica, e ci è voluta una serie di silenti imprecazioni svedesi per come era attaccato al cemento con chiodi di cinque centimetri, soffitto, pareti e pavimento - ho pensato in caso di terremoto lo avremmo trovato intatto, in mezzo alle macerie. E quindi bisogna rifare il pavimento, perché sotto l'armadio, appunto, c'era solo cemento. Sarà per i prossimi giorni: intanto abbiamo spellato, stuccato e carteggiato le pareti color latte e nesquik. Alla fine saranno bianche, come nel resto della casa - bianco e basta, nessuno di quei vari crema mascarpone cappuccino che vanno tanto di moda e sembrano fatti solo per farti venir fame e per strizzare l'occhio alle donne che sempre più numerose si avvicinano ai negozi di vernici. Bianco e basta - tranne una parete azzurra.

E mi immagino i futuri inquilini di questo posto, in un giorno lontano, chiedersi perplessi che cosa avesse in testa il precedente propietario, a tingere tutto bianco gesso, e a mettere una parete azzurra lì, una verde in soggiorno, una verde scuro in ingresso. Niente di più soggettivo dei colori, mi viene da pensare.

E però proprio per questo: finalmente casa.

martedì 31 dicembre 2013

Fairytale Of New York (Shane MacGowan)





It was Christmas Eve, babe, in the drunk tank
An old man said to me, won't see another one
And then he sang a song, The Rare Old Mountain Dew
And I turned my face away and dreamed about you

Got on a lucky one, came in eighteen to one
I've got a feeling this year's for me and you
So happy Christmas, I love you baby
I can see a better time when all our dreams come true

They've got cars big as bars, they've got rivers of gold
But the wind goes right through you It's no place for the old
When you first took my hand on a cold Christmas Eve
You promised me Broadway was waiting for me

You were handsome, You were pretty, Queen of New York City
When the band finished playing they howled out for more
Sinatra was swinging, all the drunks they were singing
We kissed on the corner then danced through the night

The boys of the NYPD choir were singing 'Galway Bay'
And the bells were ringing out for Christmas day

You're a bum, You're a punk, You're an old slut on junk
Lying there almost dead on a drip in that bed
You scum bag, You maggot, You cheap lousy faggot
Happy Christmas your arse, I pray God It's our last

The boys of the NYPD choir were singing 'Galway Bay'
And the bells were ringing out for Christmas day

I could have been someone, well so could anyone
You took my dreams from me when I first found you
I kept them with me babe, I put them with my own
Can't make it all alone I've built my dreams around you

The boys of the NYPD choir were singing 'Galway Bay'
And the bells were ringing out for Christmas day 

lunedì 30 dicembre 2013

il natale dell'expat

La mattina di Natale, mentre ci preparavamo per andare da mia cognata per la seconda parte delle libagioni, mio suocero stava guardando la tv, mia suocera mi stava ovviamente pulendo la cucina ed io e Danne entravamo e uscivamo dalla doccia. Passando, ho sentito delle parole in italiano, e le mie sinapsi, a fatica, hanno elaborato l'arrivo di questa lingua minoritaria in famiglia, e relegata ad un angolino del mio cervello.
Era il discorso del Papa, ho constatato affacciandomi brevemente in soggiorno.

E di colpo è stato Natale.

Io non sono mai stata religiosa, e ho smesso di andare a messa non appena ho potuto. Allergica alla mia educazione cattolica, ho sempre preso in giro mia nonna per come la sua settimana ruotava attorno alla chiesa, alla canonica, alle messe e alle novene. Per dire, da piccola una volta o due mi aveva portato a pulire la chiesa, assieme ad un altro gruppo di "beghine". A parte lei e mia mamma, il resto della famiglia se ne stava serenamente dispiegato su posizioni riassumibili grossomodo con la frase di mio nonno paterno "credi in dio ma non credere ai preti".

Però mi ero dimenticata questa cosa. La mattina di Natale la tele stava accesa su raiuno. Mentre mia madre era ai fornelli e in cucina si alzavano vapori e il suono di qualcosa che sfrigola o bolle, mio padre entrava e usciva da casa occupato dalle sue faccende, io e mio fratello giravamo per casa apparecchiando tavole o inseguendo gatti, e i vari nonni si presentavano a più mandate, regalomuniti, nessuno guardava la tele, ma questa stava sempre lì accesa. E questo sottofondo io lo devo aver interiorizzato. Sono tre anni che non vado a casa dai miei per natale, non me ne ero mai accorta fino a quest'anno.

Lì per lì mi ha strappato un sorriso. E poi mi ha fatto riflettere. Perché mi sono chiesta: è questo uno di quei ricordi destinato a perire? Oppure è una di quelle tradizioni che mi potrei incaponire sul conservare? Perché a queste cose non ci si pensa mai quando si vive circondati da sessanta milioni di abitanti con cui condividere il carico e la responsabilità della tradizione.

Per esempio, a me il presepe non piaceva e io e mio fratello abbiamo smesso di farlo che eravamo tipo alle medie. Andavo in giro brandendo questa mia allergia al presepe con orgoglio...e probabilmente progettavo di avere anche in futuro, anche avendo una famiglia, una casa completamente presepe-free. Ma di presepi intorno ce ne erano comunque tantissimi (i parenti, le varie parrocchie che organizzano mostre, la tele coi servizi dalla via di Napoli con quelle orrende statuine...). Adesso che vivo qua, adesso che una probabile futura famiglia sarà per forza di cose una famiglia culturalmente mista e espatriata, mi trovo a ripensare diverse delle mie posizioni. Molte delle tradizioni italiane che volenti o nolenti hanno rappresentato una gran parte della mia infanzia, se non verranno da me, non verranno da nessuno.

Non sarebbe certo una tragedia, lo ammetto. Si cresce benissimo senza presepi e si hanno fantastici Natali senza il papa in sottofondo. Quel che verrebbe a mancare sarebbe solo un link tra quelli che sono stati i miei Natali, per esempio, e i Natali che verranno. Questo link non è mai totale nemmeno quando si hanno due genitori della stessa nazionalità e quando non si vive all'estero: ai miei genitori, tanto per fare un esempio, i regali (pochissimi) li portava santa lucia con un ciuchino, mica Babbo Natale. Ma il link tra me e loro era fatto dal paese stesso che era cresciuto tutto intorno a noi, e del quale essi portavano la memoria. Tra me e dei possibili figli, il legame, culturalmente parlando, è tutto nelle mie mani. Perché quel che resta della mia famiglia di origine è troppo piccolo e troppo lontano per contribuire significativamente. E dunque se non volessi tramandare loro molto, non riceverebbero molto di più della vista dei vari panettoni in vendita da Lidl.

Dei miei Natali io metterei in valigia quelli in cui non pioveva, ossia quelli in cui mio padre approfittava della presenza di suo padre per andare a potare gli alberi del giardino, dopo pranzo. Perché quando tuo padre è un contadino, sebbene abbia vissuto in città oltre metà della sua vita, quella è la tua versione di quality time.
Mi mancano i crostini di mia nonna, che erano l'unica cosa che sapeva fare e l'unica di fatto che le spettava fare. Per anni mia madre ha sostenuto di non esserne capace, ed ovviamente non era vero. Mia nonna aveva questo rapporto difficile con la cucina (entrambe le mie nonne a dire il vero, io non ho mai conosciuto torte o biscotti fatti da loro) e so che soffriva per non essere capace di offrire mai qualcosa che non incontrasse riprovazione in suo marito. Quando una ricetta incontrava plauso, la ripeteva per forza di cose talmente spesso che alla fine incontrava l'insofferenza. Povera nonna. L'altra mia nonna arrivava di solito con una pianta enorme per mia madre, due bastoni per camminare e la sua celebre pelliccia di castoro. A pensarci adesso mi mancano quei formalismi da italia del boom, quell'eredità anni sessanta che mi arrivava, inconsapevolmente, tramite certi loro abiti o abitudini. E infatti portre con me i pranzi del primo dell'anno dai miei nonni materni, col sottofondo del concerto della filarmonica, le sedie scomode del salotto buono, ancora freddino poiché stava chiuso tutto il resto dell'anno, l'albero natale finto, la collezione di bottiglie del mobile bar, i liquori della festa che nessuno beveva mai, la bottiglia del gin col ramo di ginepro dentro, l'amaro zucca, la pera williams, ci sono arrivate quasi tutte intere e svaporate, quando abbiamo dovuto svuotare la casa. E vorrei portar via con me le calze della befana appese al boiler in mancanza di un camino, e quelle che ricevevamo da mia nonna paterna, quelle con il carbone di zucchero e le sigarette di cioccolato. La befana e le sue calze devo assolutamente portarle via con me, anche se qui in Svezia la si vede a Pasqua e non porta niente in dono, e le calze sono una cosa che piuttosto si vede a Natale.

Però va bene anche tutto quel che di nuovo imparerei a vivere quassù. Il mix di cartoni disney che va in onda uguale a se stesso, ogni 24 dicembre alle tre, da tempo immemore, per esempio. Il mercatino di natale di Liseberg, per esempio. Le luci alle finestre, le stelle luminose appese nelle cucine. I dolcetti di santa lucia. La ciotola con il porridge da lasciare per babbo natale. I biscotti e le caramelle fatte in casa da quella santa donna di mia suocera. Ce ne è di roba con cui riempire i natali futuri, non c'è che dire. 







venerdì 27 dicembre 2013

and so this is xmas

Questo natale svedese è stato un ardito esperimento di interazione culturale.

Già si è cominciato con la questione di quando effettivamente sia Natale. Perché pare che nel nord europa il giorno importante sia solo il 24 (Julafton), il 25 dicembre (Juldag) invece è il giorno del recupero. E a S.Stefano (Annandag) non fanno nulla, tranne precipitarsi al centro commerciale a spintonarsi per i saldi 30-70% dei cosiddetti giorni di mezzo (mellandagar). Però, sebbene in netta minoranza, mi è stato chiesto circa le mie tradizioni. "Quando si festeggia in Italia?". Io ho sfoderato il mio evergreen, la risposta che ormai scatta a qualsiasi domanda circa il mio paese. Dipende (Det beror på). Perché io non mi permetterei mai di fornire stime generali, quando si tratta di tradizioni. Le differenze regionali in Italia sono immense, tanto per cominciare. E poi. soprattutto, la mia famiglia di bastian contrari ha sempre avuto in uggia uniformarsi, tanto per principio. Ad ogni modo, che ne sappia io in Toscana conta soprattutto il 25. Poi conosco anche famiglie cha fanno il cosiddetto cenone. Ma di certo non si può paragonare questo con la versione scandinava: cme si fa a chiamare cenone un cosa che inizia all'una del pomeriggio?

Stabilito dunque che avremmo festeggiato ENTRAMBE le date, si è passati all'annosa questione menù.
Il menù del 24 è stato dettato dalla padrona di casa, mia cognata, tedesca, ed il verdetto è stato "Raclette".
La Raclette è stata una costante dei miei anni tedeschi. La raclette per i tedeschi è un culto, un must. Tutti ne hanno un set, da sei o da tto padelline. I miei suoceri hanno chiesto se fosse una tradizione tedesca, ma la risposta è stata che è piuttosto svizzera. Ha soppiantato, dicono i genitori di mia cognata, la fonduta di moda negli anni ottanta, come piatto "sociale". I miei amici francesi però mi hanno detto che in Francia la si usa esclusivamente per fondere il formaggio omonimo, senza aggiunta di salumi o verdure e tanto meno senza la variante tutta di tedesca di fondere la qualunque, dalla feta al brì.

Ma è stato il 25 che si è raggiunto il non plus ultra dell'integrazione middeleuropea. Knudel di patati e rolade di manzo di manifattura tedesca (la mamma di mia cognata) e elementi sparsi del cosiddetto Julbord svedese. I piatti natalizi svedesi hanno questo in comune: sono difficili da preparare, vengono mangiati solo a natale e mentre li mangi pensi che va benissimo aspettare 365 giorni per mangiarli di nuovo. Perché non sono male, intendiamoci, ma non sono in effetti piatti da sognarseli la notte. Tipo il pesce marinato nell'idrossido di sodio, non sa di niente, per opinione comune: ci devi versare sopra un litro di salsa e badilate di sale e pepe. Poi c'è il prosciutto di natale, le papatate (ovviamente), la salsa di lingonberries che va su tutto, e la gelatina di carne. Ci sono anche altre cose che non ho avuto modo di provare perché in nome dell'integrazione e del buon senso solo un limitato numero di piatti è stato concesso ad ogni partecipante alla gara culinaria.

Io me ne stavo buona e zitta pensando di portare un panettone, finché non mi è stato chiesto se volessi anche io portare qualcosa di tipico.  E qui è scattato il panico.
Perché il problema è che io ho sempre e solo fatto natale con i miei. E non lo so cosa si mangia altrove, a natale. Det beror på. Al nord non si fa il vitello tonnato? ma io che ne so. I cappelletti in Emilia? Boh. a casa mia si fanno i crostini toscani coi fegatini di pollo ma la cosa è infattibile. Primo perché che cappero ne so di come si fanno. Li faceva mia nonna, per dire, mia mamma ha imparato a 50 anni, quando è morta nonna, ed io sono fermamente incline a fare altrettanto. E poi dove li trovo i fegatini? minimo minimo devo trovare un negozio etnico dove si parla solo curdo. E poi stai sicura che non li mangerebbero manco sotto tortura, i crostini di paté di fegato, gli svedesi. Molto meglio il pesce decomposto, hmmm (scherzo).
E dunque ho detto lasagne, perché mamma a noi fa le lasagne. Ma non è natalizio, diranno i miei piccoli lettori! Eggià. Il fatto è che quando ero piccolissima facevano i tortellini in brodo ma poi c'è stata una sollevazione popolare ed è circa dall' 89 che si fanno lasagne, punto. (E una marea di altre cose, ovviamente). E dunque lasagne furono, con grandi perplessità a destra e a manca. O a Nord e Sud del Baltico.

E bon, siamo sopravvissuti.