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domenica 27 aprile 2014

Gravity

Tutti mi hanno consigliato di guardare Gravity - anche se non era certo il tipo di film che di solito mi attrae.

Ora che finalmente l'ho fatto, posso dire che davvero avevano ragione. Anche se mi ha tenuto sulle spine e innervosito e fatto sgranocchiare più patatine di un horror. Anche se c'è Sandra Bullock, che di solito detesto.

La grande sorpresa di Gravity, per me, non sono stati gli effetti speciali visti in 3D, per quanto impressionanti, o l'ambientanzione dello spazio, per quanto davvero nuova e originale di per sé.
Per me, il punto di Gravity, è che è un film d'azione con protagonista una donna.

E ce ne sono mille, diranno tutti. Vero. Ma le donne dei film d'azione sono di solito la mera trasposizione in un corpo da gnocca del classico eroe uomo da film d'azione. Non mi pare portino molto altro alla storia, se non le tette - mi si perdonerà la bassezza.
Invece qui Sandra Bullock non porta nessunissima dimensione estetica femminile - il che già mi pare una novità - e al contrario porta una dimensione psicologica molto molto femminile.

Sandra Bullock è una scienziata che si presta ad una missione nello spazio come tecnico specialista, dopo un brevissimo training da astronauta e soprattutto (lo si scopre dopo) dopo una grande tragedia personale. La sentiamo definire "un genio" e la vediamo occuparsi di strumentazioni sofisticate in un ambiente estremo: no, non è una donna comune, Ryan Stone.

Eppure, la vediamo anche dubitare di se stessa e delle sue competenze, delle sue forze. Quando tutto va a rotoli e la sfiga si accanisce su di lei con una serie di ostacoli uno peggio dell'altro (da qui l'abnorme consumo di sgranocchiabili) si comprende la sua difficoltà a non desiderare di mollare, di gettare la spugna e lasciarsi andare: perché avere speranza è una cosa difficile, e ancor di più quando ad aspettarti sulla terra non hai proprio niente. La vediamo ad un passo dalla resa. La sentiamo dire "non sono mai stata capace di..." e per questa ragione rifiutare di provarci. Si capisce che si chiede: "Ma chi me lo ha fatto fare?" e la vediamo volar via con la mente verso un mondo di bambini e cani e ninna nanne, un mondo dove sarebbe più facile vivere, perché ci sono mille vite più facili là sulla terra.
E però se è lì è perché qualcuno quel lavoro doveva farlo e la sua vita ha valore, deve averlo. La vediamo capire, e lottare, e in ogni step vediamo intatta la sua persona, e sappiamo che quella scena, per quanto tipica da film d'azione, non avrebbe mai potuto essere scritta a quel modo per un uomo.

Questo è un film breve, con una storia molto scarna. Si può pensare che sia un film concepito come divertissement tecnologico, per sperimentare le ultimissime tecniche della cinematografia digitale. Si può dire che la storia non contasse e che fosse solo questione di effetti speciali. Ma io non credo. Se fosse solo questo, sarebbe bastato il protagonosta uomo, con il solito contorno di gnocca. Io non credo sia un caso che il fulcro di tutto fosse una donna fragile e forte, una donna che risulta essere la più grande nemica di se stessa e anche la sua più grande risorsa. Una donna come ne conosco molte, per certi aspetti, e almeno una la incontro tutti i giorni, nello specchio.

Perché questa storia scarna è soprattutto la storia di una rinascita e un messaggio di forza e speranza.

E sono grata al regista (un visionario, guardate anche il terribile "Children of Men") per aver concepito questa storia e questa donna, in una Hollywood che di certo ha spesso ben altro in mente. E in un mondo dove si comincia a chiedersi se non fosse semplicemente meglio quando le donne stavano a casa, con meno problemi, meno responsabilità, i bambini, i cani, le ninnenanne. Chi non gioirebbe di quelle cose dopotutto? Ma là fuori c'è anche tanto altro, tanto altro che le donne possono fare, e sarà dura, sarà un rischio, ma sarà anche a hell of a ride.

UPDATE:
Senza volerlo, il giorno dopo ho visto un documentario del 2011 su come il cinema e la tv americana rappresenta le donne (MissRepresentation). Attrici famose (tra le altre: Geena Davis, Jane Fonda, Rosario Dawson, Daphne Zuniga) parlano di come le case produttrici non vogliano fare film con protagonista donne a meno che non si tratti di cosiddetti chick-flick, film per femmine che gli uomini non guardano, a meno che non sia il primo appuntamento. Non solo: mentre registi uomini sono considerati ok per dirigere film e serie "per femmine", tipo Sex and the City, le registe donne non possono dirigere che filmetti per bimbeminkia. I film poi non parlano più di donne, come figure a tutto tondo, ma sono diventati ormai una loro rappresentazione stilizzata, quasi un cartone animato.
Il documentario è bellissimo e parla di molto altro, dalla politica al giornalismo, passando addirittura per le notizie in sé: solo il 26% delle notizie dei telegiornali ha per protagonista una donna. È come se metà del pianeta considerasse l'altra metà non interessante, a meno che non si tratti di sesso.
In questa ottica apprezzo ancora di più Gravity. Perché gli uomini l'hanno guardato...e persino apprezzato. Segno che alla fine uscire dagli schemi è possibile, non ci sono leggi inviolabili universali che ci costringono a questi ruoli.




2 commenti:

  1. Il chercheur andò a vederlo non molto tempo fa, primo film in allora quasi due anni di papitudine (io ci devo ancora -an-dare)... tornò a casa entusiasta per gli effetti,  come solo un uomo può essere,  e pieno di proteste per le inesattitudini físico - gravitazionali, come solo un fisico può fare. Lui disse che non c'era trama, ora tu mi intrighi e magari mi munisco di materiale sgranochiante e vado...

    Comunque in quanto a donne, alternativa alla gnocca ritrita e azione,  vogliamo parlare di Alien!!?
    Baci da Squabus che cominciò a scrivere questo commento una settimana fa quasi, in blues sulla via di ritorno a casa

    "deficit di forza di volontà aneurotica" fa un po' paura :$

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  2. Le inesattezze le abbiamo notate anche noi e a parziale discolpa le ha ammesse lo stesso regista dicendo che erano necessarie per semplificare certi passaggi. È sempre un peccato però. Hai ragione su Alien, me lo ero dimenticato! in effetti, nel documentario di cui sopra dicevano anche era più facile trovare figure interessanti nei film più vecchi piuttosto che in quelli degli ultimi 10 anni, come se un processo evolutivo fosse stato iniziato e poi abbandonato.
    Anche a me fa paura! Ma la definizione è coniata da chi chiaramente è affetto dal problema opposto, e dunque le pigrone come me le considera esseri riprovevoli. Sigh.

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