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martedì 25 agosto 2015

lo sai che i papaveri

Che siete basse lo avete sempre saputo. Eravate basse anche nel vostro paese di origine, del resto. Solo che vi sentivate comunque in buona compagnia. Anzi,ad essere oneste, era quella tra le vostre amiche che era più alta delle altre a sentirsi strana. E a lamentarsi della taglia di scarpe che non si trova e del fatto di non potersi mettere i tacchi quando usciva col fidanzato. Voi, no, non vi sentivate strane. Basse di sicuro, ma strane no.

Veleggiavate felici sopra a tacchi vertiginosi dalle sette del mattino fino a tarda sera e che andassero di moda o meno le ballerine non avrebbero mai trovato posto nel vostro guardaroba. Coi tacchi ci avreste pure corso la maratona. Facevate parte di un mondo nel quale la bassezza era endemica, una condizione comune a tanti, e sebbene non ne foste felici non ve ne facevate mica un cruccio quotidiano.

Poi avete avuto la bella pensata di emigrare in Germania, dove avete cominciato a passare il tempo con svedesi, uomini e donne,  regolarmente sopra il metro e ottanta. Voi non ci facevate mica caso: gli alti esistono anche in Italia, e ne avete sempre frequentati. Ma agli occhi degli autoctoni l'accoppiata risultava così esilarante che qualcuno che doveva fare la battutina scema lo trovavate sempre.

Quando i vostri suoceri hanno sentito parlare di voi per la prima volta, tra le prime domande che hanno fatto c'era: ma quanto è alta? più o meno dell'altra nuora, quella di origini persiane, nonché allora metro ufficiale di esotismo e bassezza?

Una vostra conoscente vi ha chiesto con aria serissima, preoccupata quasi,  come vi sentivate all'idea che vostra figlia sarebbe certamente stata più alta di voi già alle elementari. Del resto, grazie alla cognata tedesca avete già una nipotina con la quale tra pochissimo potreste scambiarvi le scarpe. Ma vuoi mettere la soddisfazione di poter fare acquisti direttamente nel reparto bambino?

Försiktig di Ikea
Quando andate in visita dai suoceri non riuscite a vedervi allo specchio in nessuno dei bagni di casa. Avete poi scoperto con orrore che nelle case che hanno ancora i sanitari vecchi di qualche decennio (tipo la vostra, bien sur) persino il WC è qualche cm più alto che nel resto d'Europa. Così all'indomani del trasloco siete corse a comprarvi il panchetto Försiktig. Ben prima di avere figli in arrivo, ma siete felici di aver poi trovato un alibi e non doverlo nascondere alla vista degli ospiti. Pure il piano di lavoro in cucina è qualche cm più alto che in Italia. Avete uno sgabello in ogni stanza della casa, in pratica.

E ora vi chiedete: ma in un paese così politically correct che di recente si è pure parlato di vendere cerotti che replichino varie tonalità di pelle, per venire incontro alla diversità etnica, in un paese dove vivaddio hanno sdoganato pure i microshorts sopra al quintale di peso e nessuno dico nessuno alza manco un sopracciglio, ecco, in un paese che si dice così attento alle discriminazioni, come cavolo è possibile che invece sulle tappette si possa sparare a zero? Eh?

Non è un paese per bassi.

mercoledì 19 agosto 2015

To sit here with you and talk about nothing Is breaking my heart

Da anni ogni volta che torno in visita dai miei mi dedico al decluttering. Sono partita dai vestiti, poi sono passata ai libri, a questo giro era il turno di quel che in inglese chiamerei "keepsake". I ricordi, foto, diari, ritagli, vecchi quaderni di scuola, peluche, cornici etc. Capite bene perché avessi lasciato questo settore per ultimo: era decisamente il più insidioso e istintivamente avrei voluto non doverlo fare.

Ho ritrovato quindi la scatola nella quale per un decennio buono ho accumulato la mia corrispondenza. Ebbene sì, nonostante sia nata abbondantemente dopo la seconda guerra mondiale, c'è stato tutto un lungo periodo della mia vita in cui io scrivevo lettere. A tonnellate. Carta penna e francobollo. Adesso mi pare impossibile ma un anno mi feci pure regalare per il compleanno un foglio di francobolli. Ogni mia vacanza inglese finiva con una buona lista di indirizzi di località sparse per l'Europa. E un pacchetto di foto, quelle che si facevano allora, coi rullini, per cui fino a che non le sviluppavi non potevi saperlo come erano venute. Ed erano sempre venute di merda. E ora pure quelle stanno lì, in un'altra scatola, con le facce di tutte quelle persone incontrate così, in una manciata di giorni e con quei luoghi tanto iconici sullo sfondo. Stonehenge. I leoni di Trafalgar Square. Il Royal Mile. La cattedrale di Winchester. La spiaggia di Hastings. In barca a fare punting sul Cam. Mi fa impressione constatare che c'era più intimità in quelle lettere scritte a mano di quanta non ne abbia mai condiviso dopo, quando alcune di quelle corrispondenze sono diventate email e alcune di quelle facce sono poi comparse su Facebook. E sono ancora lì, solo che pare non abbiamo più tanto da dirci. 

In ordine sparso. C'era B. che era un ingegnere di Belgrado, e solo pochi mesi dopo averlo conosciuto cominciammo a bombardare casa sua, con aerei che partivano anche da casa mia, e lui mi scriveva pure dal fronte, perché a ventidue anni ovviamente fu tra quelli che vennero subito mandati a combattere. Ed io pregavo che non morisse. Non morì. C'era G., con la quale dividevo la camera, che studiava giornalismo e faceva la stagista per una tv locale andando in giro in elicottero. C'erano J. e W., due ragazzi olandesi carini che più carini non si può. C'erano Mignon e Mimi, dalla Svizzera tedesca: la corrispondenza con Mimi da sola era almeno la metà del totale. Lettere piene di mi manchi, di riferimenti a battute che a suo tempo ci avevano fatto ridere tantissimo - che tenerezza rivederle lì sulla carta, e ricordarsi di quelle risate. C'era M., dal Giappone, che poi venne a trovarmi in Italia con un valigione immenso che conteneva pure un kimono da farmi provare - ho la foto di me e lei in kimono, nel soggiorno dei miei. C'era P., il mio insegnante di inglese di cui ero innamorata persa, che scrisse nella "pagella finale": è un'alunna meravigliosa ma deve credere di più in se stessa - sono passati vent'anni, cazzo, e non ho mica imparato un tubo. C'erano poi A&D, la coppia di adorabili pensionati che mi ospitò un'estate e che mi mandavano bellissime cartoline di auguri, parole piene di affetto, regalini che stessero in una busta, e per i quali ricamai due cigni azzurri a punto croce. Mi ha colpito leggere la frase: ho scelto questo biglietto sapendo che ti sarebbe piaciuto. Era così vero, era proprio una cosa da me, e una signora sessantenne inglese, della quale oggi non so nulla, lo sapeva. 

Del resto ci mettevo così tanto di me in quelle righe, in quella carta da lettere scelta con cura, comprata con gioia - ora non saprei manco dove andarla a comprare, la carta da lettere. Forse è per questo che ho un blog? Per tornare ad avere un posto dove rovesciare quel che ho dentro? Sono sempre stata un po' ottocentesca dentro, del resto. Quel che non mi pare di aver più è quella spinta verso gli altri, quel modo di aprirmi e d'esser pronta a imbastire un'altra bellissima amicizia con qualcuno conosciuto su un treno, per dire. Forse era anche una cosa generazionale: Prima dell'alba era il mio film preferito, mi rappresentava.  Il seguito, pure.  Non a caso.

Non so se sono diventata più introversa con l'età o se è stata questa vita da expat a cambiarmi. Ero ancora così quando partii per la Germania. Proprio sul primo aereo che presi conobbi due ragazze: A., algerina emigrata in Germania e fidanzata a un italiano, e K., una tedesca in Erasmus. Con K. ci vedevamo ogni tanto per un caffè nella zona dell'università, a volte veniva pure una sua amica svizzera che studiava glottologia e mi parlava dei dialetti sardi (non è pazzesco?). Con A. ci siamo scritte a lungo- i genitori del ragazzo italiano non la volevano in casa e alla fine si sono lasciati - abbiamo parlato di Islam, di gap culturali, di sesso e di corano. Nemmeno lei so che fine abbia fatto. Di lei non mi restano nemmeno le parole, perché appunto erano già diventate virtuali, e darei chissà cosa per ritrovarle. Ma forse vorrei ritrovare anche un po' di quella me stessa. 

Alla fine ho tolto davvero poco di quella scatola. L'ho infilata in fondo in fondo al mio armadio, dietro ai cappotti che non metto mai.

domenica 16 agosto 2015

sei mesi

La fine delle vacanze ha coinciso con l'arrivo di un'altra attesa fase di "tempesta". Del resto, i cambiamenti sono davvero tanti in questo periodo. È questo il periodo in cui i bambini scoprono che il mondo è un luogo vasto, vastissimo, e loro, per quanto possano strillare, sono al suo confronto piuttosto irrilevanti. Scoprono quindi il concetto di distanza, per cui ci sono oggetti fuori dalla loro portata e persino mamma e papà possono anche allontanarsi e sottrarsi alla loro vista. Sono tutte scoperte terrificanti ed è anche normale non prenderle benissimo, no?

Non a caso è in questo periodo che si fano anche progressi piuttosto importanti. Per esempio, si impara a muoversi! A sei mesi precisi Kiki ha imparato a gattonare. In realtà è più uno strisciare da allenamento per marines. Dal quinto mese aveva dato segnali di essere lì lì per riuscirci ma ogni volta che vedeva davanti a lei qualche oggetto che la interessava agitava gambe e braccia a mo' di aeroplanino, soprattutto. E invece un bel giorno ho comprato una bottiglietta di bolle di sapone e la spinta a cercare di afferrarne una è stata la motivazione che evidentemente le era fino ad allora mancata.

Si capisce quindi che questo progresso significa che di colpo mia figlia è semovente e molto attratta da nuovi e curiosi modi di attentare alla propria vita. Ho una teoria, che siamo tra i mammiferi gli unici i cui piccoli hanno questa forte tendenza all'autodistruzione. Attendo commenti da etologi. Il giorno dopo aver scoperto il dono del moto, mia figlia è riuscita in meno di un minuto, giuro, ad attraversare la stanza, aprire la finestra scorrevole del mobile-tv. accendere sia la playstation che la wii, tirar fuori il DVD di guitar hero e cominciare a crucciarselo felice - in altre parole a fare qualcosa di cui nessuna delle sue nonne è capace. Tre giorni dopo mia figlia ha scoperto l'esistenza del cibo per gatti, e ormai quotidianamente devo risolvere il problema di come sfamare i miei gatti senza lasciar che mia figlia si strozzi con un croccantino royal canin. Una soluzione cui stiamo seriamente pensando è dare ai gatti direttamente babyfood.

Altre cose che ho già tolto dalla bocca di mia figlia circa venti volte: il cavo di alimentazione del mio cellulare (che non lascio sul pavimento, ma ce lo trovo, misteriosamente, ogni giorno. Sospetto la complicità felina); i suoi calzini (che si toglie da sola); tutto quello che fuoriesce dal cestino della carta una volta che è riuscita nell'impresa di ribaltarlo (ormai è un'esperta); le mie scarpe. Inoltre, mentre uno dei gatti ci vede benissimo e quindi si tiene bene alla larga dalla chiassosa bestiolina, l'altra è cieca e capita che la pupa l'afferri per la coda. Chiaramente io faccio il possibile ma è solo una questione di tempo prima che la gatta me la faccia a fettine. È evidente che né noi, né i gatti, né l'appartamento eravamo preparati a questa rivoluzione.

Forse dovremmo procurarci un "box" o come cavolo si chiama quella specie di recinto di gioco per bambini. Che però qui non è affatto comune (l'ho sentito definire "prigione per bambini", i soliti estremismi!) mentre mi dicono i miei amici che in Francia e Germania sia quasi la regola.
In attesa di trovare soluzioni, passo le mie giornate ad inseguirla, e mi rendo conto che sono già distrutta. Non che non me lo avessero detto eh, ma è tipico dei neo-genitori questa fretta di vederli crescere e arrivare allo step successivo, per poi trovarsi a guardare con nostalgia a quelli passati.

sabato 15 agosto 2015

Perché piangono

Qua c'era un post che si è perso e ancora non me ne capacito. Colpa del fatto che come è noto sono una pippa nel multitasking e ho una figlia che da quando è semovente anela all'autodistruzione.

Ad ogni modo, mentre cerco un modo di porvi rimedio e faccio nota di salvare sempre tutto, ripubblico solo la parte cui si è interessata diarista con relativa spiegazione.

Questo schema rappresenta i balzi di crescita del bambino e le conseguenti fasi di tempesta. È preso da un libro che ho solo in svedese, non ne trovo la traduzione italiana ma il titolo tradotto sarebbe più o meno: "Cresci e scopri il mondo - Sette scatti di crescita durante il primo anno di vita del bambino" È stato scritto da due olandesi.

autori: Hetty van de Rijt e Frans X. Plooij
titolo originale: why they cry (1999)
ISBN 91-46-21057-1


Da "växa och upptäcka världen - sju utvecklingssprång under barnets första levnadsår"
il calendario nella foto si legge così:

numeri contraddistinguono le settimane di vita del bambino. I periodi neri sono quelli in cui il bambino diventa più difficile, lamentoso o bisognoso di attenzione, sempre relativamente alla sua natura. La nuvoletta col fulmine indica il picco di nervosismo, la tempesta vera e propria (sempre con un margine di giorni eh). I periodi bianchi sono quelli più sereni, il sole indica il periodo in cui il bambino dà il meglio di sé. Le settimane 29 e 30 (periodo grigio) non sono visibili in tutti i bambini, ma se il bambino in quel periodo è difficile NON è a causa dell'arrivo di un altro balzo di crescita ma solo perché è in quel periodo che si scopre che la mamma può talvolta lasciarlo, si scopre il concetto di distanza. Anche questo è un progresso dopotutto, ma più psicologico che fisico.

mercoledì 12 agosto 2015

che sia un'andata o un ritorno

Alla fine dei miei giorni italiani, mentre mi recavo in aeroporto, il sentimento che mi riempiva era la gratitudine. E questo, nonostante  i nugoli di zanzare, i 36 gradi fissi e il tasso di umidità sub-tropicale che ha messo in ginocchio tutti e tre i vacanzieri scandinavi (me compresa) riducendoci alla semi-immobilità per la maggior parte del tempo.

Sono grata alla mia famiglia per avermi, se non compresa, almeno sopportata e per aver fatto quel che chiedevo loro. Sono grata pure del loro precoce rincoglionimento nei paraggi della pupa, uno spasso. 
Sono grata ai miei amici per aver dimostrato tanto affetto a me e a Kiki. Quando torno a casa ho sempre un po' di ansia all'idea di non poter organizzare rimpatriate sufficientemente bene. Ci sono talvolta degli ostacoli dovuti al fatto che in Italia io non mi sento tanto indipendente - non ho un'auto mia per esempio, né una casa mia. Inoltre ci sono ostacoli che metto io, perché ammettiamolo io sono una pippa col multitasking e sono anche fondamentalmente una couch-potato, per cui una volta che ho raggiunto la posizione orizzontale vacanziera faccio una fatica immensa a mettermi in moto tipo trottola pianificando uscite mondane pranzo, merenda e cena. Un tempo lo facevo eh, ma ormai torno sempre per così poco tempo che non ce la faccio più. Inoltre a questo giro c'era la variabile Kiki, che aggiungeva nuovi ostacoli alla mobilità, cui si aggiunga il suddetto clima equatoriale. Dunque ero molto pessimista e ad alcune persone non avevo detto che sarei rientrata. Questo aggiungeva naturalmente dei sensi di colpa (e quando mai).

Per questo sono stata grata pure allo sceneggiatore, perché nell'unica uscita di 5 minuti a piedi fatta da me e Danne, a tarda sera, per prendere un gelato, una delle mie amiche storiche del Paesello, LaSu, ci ha visto per strada passando in macchina. Ha quasi sbandato. Possibile che fosse proprio Arya che vive in Svezia?? si è chiesta. Beh, bianchi erano di sicuro, si risposta, e quello accanto a lei aveva proprio l'aria del vichingo... È seguito messaggio incredulo via WhatsApp. Al quale ho risposto col capo coperto di cenere, dicendole sostanzialmente di passare quando voleva o poteva, in quella manciata di ore che ancora mancavano alla mia partenza. Ed ecco che giusto il sabato prima del mio volo sono venute a conoscere Kiki le due amiche più antiche. L'Ale si è ovviamente messa a piangere, LaSu mi ha fatto molto ridere, e nessuna pareva essersi offesa. È stato molto bello ed io ne sono molto grata. 

Gli Amici dell'Uni, gruppo che da sempre include la cara Connie, sono venuti a cena da me, in formazione un po' ridotta va detto, sopportando eroicamente mille disagi. E anche questo è stato molto bello. Era la prima volta che potevo incontrare il bambino adottato da due di loro, giunto in patria proprio in contemporanea all'arrivo di Kiki dopo anni e anni di sfibrante attesa. Anche di questo mi sono sentita molto grata, per loro, per lui e pure per Kiki, che ha ricevuto un bellissimo libro personalizzato che immagino tra qualche tempo adorerà.

E infine, sono davvero grata allo sceneggiatore per aver reso possibile l'incontro con Connie e la 'povna. Cosa non facile dato che si tratta pur sempre di periodo di vacanze e di viaggi, e invece tra un viaggio e degli ospiti in arrivo è stato possibile infilare una fantastica serata nella PiccolaCittà. Si parte con un aperitivo che era come un abbraccio, con quei cubetti di cocomero e melone che strizzavano l'occhio alle mie malinconie, uno scambio di libri inatteso e accorto - perché si sa che i bagagli di una mamma sherpa sono un problema, e il libro non a caso era un gioiellino anche nel senso delle dimensioni - e poi una camminata verso il centro di quella città che tanto ha visto della mia vita. Passare una sera così seduta all'aperto, con tutto quel brusio di gente e di vita intorno, un ottimo mojito, un ottimo street-food, tanti sorrisi e la straniante sensazione del sentir parlare italiano ovunque intorno a me è stato fantastico. Perché era tutto così famigliare - i luoghi, i suoni, i sapori - eppure anche così esotico, perché è proprio il tipo di vita che a Nord non si fa tanto, per ovvi motivi. Che è poi la stessa cosa che si potrebbe dire di certi incontri: ci si vede per la prima volta ma si sa già quasi tutto, in pratica ci si conosce, ed è più un rivedersi che un incontrarsi. E come posso non essere grata alla lunga serie di coincidenze, casualità, avvenimenti, link virtuali e fisici, che mi ha portato nel giro di un anno a questa serata?

E adesso vorrei anche scrivere del viaggio massacrante che ho fatto domenica - viaggio che vi giuro era quasi riuscito a spazzar via questo stato di grazia trasformandomi in una belva sudata e inferocita. Abbiamo però ritrovato le temperature a noi congeniali, la casa, i gatti e dopo due giorni persino il bagaglio che ovviamente si erano persi, miracolosamente intatto! Dunque sorvoliamo, dimentichiamo, e torniamo a guardarci indietro con il cuore pieno solo di questa parola: grazie.

martedì 28 luglio 2015

io vivo altrove, e sento

L'estate nella mia infanzia era la frutta. Perché la frutta arrivava a casa mia coi ritmi delle stagioni e non tanto con quelli della grande distribuzione. Ed io la frutta l'adoravo. Forse era perché la famiglia di mio padre veniva dalla terra ed era venuta in città vendendo frutta - e a casa nostra sapevamo che per esser buona non doveva esser bella, lasciamo le belle mele agli uomini senza fantasia e alle signore che fan la spesa sul Corso. Forse era perché mio padre stava a casa con noi al sabato mattina e ci portava al mercato. La frutta era decisamente terreno suo, mia madre non l'ha mai mangiata. E tra i banchi di frutta, nonostante la laurea, si vedeva che si sentiva a casa.

L'estate era arrivata di sicuro quando arrivavano le angurie, che noi chiamiamo cocomeri. Il venditore faceva il tassello sul cocomero per provare che era buono - ed io chiedevo: ma se non è buono non lo compriamo? e lui rideva senza spiegarmi anche quella regola del mondo. Il cocomero della mia infanzia era enorme e dolcissimo e veniva con quell'anticipazione lì, di quel tassello mangiato sotto il sole tra i banchi del mercato. Qui le angurie arrivano da lontano, sono piccoline se no nessuno le comprerebbe, sanno d'acqua e nessuno mi offre baldanzoso di tagliarne un piccolo cuneo. Lo stesso mi trovo ad auscultare battendo col pugno, l'orecchio incollato alla scorza come un indiano alla terra, per sentire quel rumore particolare che ho imparato da bambina e che pure non so raccontare, quel rumore che promette zucchero e gioia. Gli altri clienti mi guardano incuriositi, e lo so, e non mi importa.

L'estate della frutta però iniziava a maggio, con le ciliegie, grandi e nere, che arrivavano in enormi ceste dalla casa in campagna, e che mangiavo come vuole il proverbio, fino a star male. In realtà, non ho mai conosciuto altro modo di mangiare la frutta che quello. Poi a fine giugno c'erano le pere del nostro albero in giardino. Alla fine della cena sotto al gazebo mi alzavo e ne coglievo semplicemente una da un ramo. Dovevo sbrigarmi finché erano dure come il legno e aspre da morire, come piacevano solo a me. Io le pere dolci e fangose che piacevano agli altri non le ho mai capite. Poi arrivavano le prugne, quelle grandi come un pugno, viola fuori e quasi verdi dentro, anche quelle dovevano essere prese prima che diventassero roba da nonne. Tra Luglio e Agosto il grande albero che stava, sta, nel giardino di mia nonna ci sommergeva di una pioggia di bellissime albicocche, che stavolta per piacermi dovevano essere dolcissime e morbide. Quelle non arrivavo a coglierle, lo faceva mio nonno con la scala, e me le faceva trovare in ordinate file nelle cassette - no, lui non era tipo da ceste, da foglie, da terra. Ad agosto era poi il periodo delle more, quelle che il mio prozio andava a cogliere apposta per me, durante le sue passeggiate, al rovo che cresceva contro il muro della Villa, per poi offrirmele fredde di frigo. Perché lo sapevano tutti in famiglia come conquistarmi. Settembre era poi il mio mese preferito: mi piaceva che raffrescasse, che ricominciasse la scuola, che arrivasse il mio compleanno e su tutto che arrivassero i fichi. Anche questi, come da regola, in enormi quantità.

Chiaro che l'estate fosse a casa mia una lunga sequela di marmellate, che però io non ho mai amato altrettanto. La frutta per me era questione di consistenze, di profumi, di sensazioni sul palato, di facce e dita appiccicaticce, di tête-à-tête con mio padre a fine pasto, di alberi, di racconti, di cicli di vita. Le marmellate facevano parte di un femminile col quale avrei fatto un po' fatica a scendere a patti.

Ma a patti si scende con tutto, crescendo, anche con il fatto di trovarsi a vivere in luoghi dove la frutta, quella che c'è, ha altre regole. Le regole delle fragole, del sambuco, della rosa canina, dei mirtilli, dei lamponi e di una lista infinita di altre bacche che in italiano non trovano quasi nome. Le regole dei boschi, delle torte, degli sciroppi, regole che ho imparato e che pure amo. E al supermercato la frutta arriva dall'altra parte del mondo, spesso è esotica e solletica la fantasia, spesso non sa di niente, spesso costa tantissimo e difficilmente arriverà in casa mia in grandi ceste da far fuori in pazzesche scorpacciate.

Però stamani è andata così, fuori pioveva e c'erano dodici gradi e al supermercato ho comprato le albicocche, in un cestino da un chilo. Albicocche piccole, di un arancio acceso, vellutate sulle dita e sul palato, un morso come un abbraccio ed è stato un po' come la Ratatouille per Anton Ego. Mi son trovata nel giardino di mio nonno, quelle mattine di luglio che mamma aveva gli esami di maturità, prima che venisse l'afa, con la faccia in su verso i rami, e ho pensato che dopotutto, da qualche parte, oggi è estate.

venerdì 24 luglio 2015

it all keeps adding up, I think I'm cracking up

Un mio amico mi ha chiesto se do già segni di mummybrain, perché a quanto pare è comune in questa fase della vita sentire che la mente non lavora allo stesso modo di un tempo. Non so se io possa accampare scuse biologiche, fatto sta che sento che mi sto rincretinendo e mi chiedo se sia un transitorio o una cosa irreversibile. Ultimamente propendo per la seconda.

In particolare, c'è la questione lingua. Sono passati i tempi in cui la gente si stupiva per come avessi imparato velocemente lo svedese: adesso sono solo una che quando parla non la capisce nessuno. Deprimente. Imparare una lingua straniera dopo i 30 anni è una faticaccia ed è molto frustrante. Ci si trova per esempio a cercare la stessa parola sul vocabolario duecento volte, come se fosse il giorno della marmotta. E ogni volta, trovandola, ci si batte un palmo in fronte e si esclama "ma la sapevo!".

Essere mamma forse non c'entra con le mie défaillance linguistiche ma ha creato un overload, una causa ulteriore di confusione per la mia povera mente rattrappita, ossia la necessità che io parli solo italiano con Kiki, secondo la regola one-parent-one-language , allo stesso tempo in cui io parli "solo e soltanto svedese" con Danne. Questo per evitare di introdurre in famiglia una terza lingua non indispensabile e che non è la madrelingua di nessuno. (Buffo, per anni ho pensato che avrei parlato in inglese coi miei ipotetici figli e ora lo devo evitare accuratamente). L'inglese in Svezia è però onnipresente, per esempio nel 90% dei programmi televisivi, ed è impossibile eliminarlo completamente dalla mia testa. Dunque mi giostro tre lingue tutto il giorno ed evidentemente nun gliela fo.

Peraltro, sebbene fuori casa non mi dispiaccia parlare questa lingua, io odio parlare in svedese con Danne. Quando parlo svedese sento di avere la proprietà di linguaggio di un seienne e mi sento irrimediabilmente idiota. Questo mi preclude diverse cose che all'interno del mio matrimonio ho sempre ritenuto fondamentali:
1) vincere nelle litigate nei dibattiti grazie alla mia superiorità intellettuale (ahahaha)
2) imprecare in modo variopinto, efficace e catartico
3) essere incredibilmente arguta e ironica.
Dunque mi rode tantissimo non poter più parlare inglese e lo faccio proprio a malincuore. Eppure ci provo, eh. Ogni giorno comincio animata di buone intenzioni. Poi capita che ci sediamo sul divano a guardare qualcosa insieme, un film o una serie tv, e puff, dopo dieci minuti massimo mi salta la sinapsi e si ricade nell'inglese.

Contemporaneamente c'è questo altro problema: parlare con i neonati, apparentemente cosa fondamentale e importantissima, è un'attività un tantino straniante, visto che non possono rispondere. Nel mio caso, oltre al bambino, non mi capiscono nemmeno gli astanti. Per esempio, mia cognata parla in tedesco con la figlia, ma sa che tutti noi possiamo capirla. L'italiano lo parlo solo io. E mi sento a disagio a parlare in una lingua che estromette chi ho intorno. È il peccato mortale degli italiani (ma non solo) all'estero ed io l'ho imparato dopo tanto e ora non riesco a non impostarmi direttamente sulla lingua parlata da tutti i presenti. Quando sono da sola infatti non mi succede, ma se c'è Danne spesso e volentieri mi rivolgo a Kiki in svedese o in inglese. Madornale Errore, madre degenere, sta figlia parlerà a diciotto anni se va bene.

Sia chiaro, Danne, che odia studiare le lingue, è comunque il primo a dirmi che devo superare il blocco e che non importa se lui non capisce. Ed io voglio parlare italiano con mia figlia. È solo che la mia mente ancora incespica e non sono mai sicura di quale delle tre uscirà dalla mia bocca. Spesso, tutte e tre insieme. Oppure nessuna delle tre, tipo quando a metà frase in svedese mi blocco alla ricerca di una parola e non la trovo in nessun cassetto mentale.

Insomma un gran caos, condito dai soliti sensi di colpa (una spruzzatina su tutto), dal quale i miei neuroni rischiano di non riprendersi mai più. Se qualcuno all'ascolto avesse esperienze di bilinguismo e trilinguismo famigliare da condividere, vi prego, fatevi avanti!