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martedì 30 dicembre 2014

A kingdom of isolation and it looks like I'm the queen

Alla fine è nevicato. Ha aspettato che tornassimo a casa, evitandoci l'insicurezza delle strade, e che tempismo che avevamo appena messo le gomme da neve nuove. Io ero sveglia, come al solito, seduta al tavolo della cucina, quando i fiocchi hanno cominciato a scendere e la notte di colpo si è fatta splendente. Ha nevicato poi ancora e ancora, e oggi che c'è una nebbia ghiacciata e fitta pare di essere immersi in un mare di latte.

Noi usciamo poco. Ho male dappertutto e la prima sensazione che ho svegliandomi al mattino è dolore, purtroppo: schiena, fianchi, testa...mi prendono crampi pazzeschi alle gambe e non ho mai dovuto soffiarmi il naso così spesso in tutta la mia vita. Per quello di uscire nella neve me la sento poco. E di uscire in generale, perché solo a casa a volte riesco a dimenticarmi di essere enormemente incinta.

Così stiamo a casa, dormiamo fino a tardi, e cerchiamo su netflix qualche serie tv che faccia un po' ridere. E facciamo un puzzle per sottolineare bene che tremendi geek che siamo e per accomiatarci come si deve dalla vita da cazzoni che abbiamo sempre prediletto, noi, quelli che gran materiale per fare i genitori non hanno mai sentito di averlo.

Ad ogni modo, anche grazie al costante "ehi voi due ma vi rendete conto che manca tipo un mese? com'è che non avete comprato ancora un accidente?" oggi abbiamo dovuto autoimporci una uscita all'ikea. Speravamo che fosse finito il peggio della ressa ai saldi dei "giorni di mezzo" che qui in Svezia cominciano il 25 dicembre (!) e durano fino a primi di gennaio, e soprattutto che la neve e la nebbia facessero da deterrente. Abbiamo coi comprato l'indispensabile. Per il resto, pace. Ho capito che sarò una mamma minimalista, in virtù di una serie di ragioni pratiche e morali. E forse anche psicologiche.

Ho ricevuto già un sacco di vestiti di seconda mano, e a me pare proprio che grazie all'immane parco vestiti e giocattoli smessi dalla cuginetta mia figlia non avrebbe in teoria mai bisogno di comprarsi nulla. Ah madre degenere...ecco, forse a mia figlia andrà pure meglio così visto come sono allergica alle cose pucciose da bambine, tutte rosa e fiorellini, se avessi avuto tabula rasa probabilmente l'avrei condannata a un guardaroba da maschio. Per esempio mi sono fatta passare dalla suocera un maglioncino fatto da lei per Danne coi colori svedesi, per non so che evento, e lei non voleva darmelo perché giallo e blu com'era sarebbe stato poco adatto ad una bimba!

Come dicevo qualche tempo fa a Crudelia, mentre eravamo in giro per negozi:
"Dio, spero che mia figlia non diventi una fanatica di Hello Kitty, o dovrò suicidarmi"
E lei "Beh coraggio, potrebbe andare peggio: potresti diventarlo tu!"
Sigh.




venerdì 26 dicembre 2014

Natale in Småland - from all of us to all of you

Finita la settimana di vacanza dai miei suoceri, nella regione di Småland. Il 25 dicembre la temperatura è scesa sotto lo zero e da lì non si è più rialzata. Oggi c'era un bel sole ma il termometro segnava -10C a mezzogiorno. Ancora niente neve però!

Viaggiare per oltre 5 ore con due gatti in auto è un'esperienza raso follia e davvero c'è da chiedersi come sopravviveremo alla prossima entrata in famiglia..il viaggio è oltretutto molto lento perché sono pochi i tratti di strada in cui si possano fare 120 km/h già in condizioni meteo ottimali. Bella differenza per noi dopo tanti anni di Germania! Di contro ci sono i bellissimi panorami, laghi incantati che sbucano da dietro ogni curva e boschi...e un bel rischio di imbattersi in alci e cervi.

E allora racconto due cose su questa regione, Småland. È una zona famosa per le vetrerie (marche di design internazionale come Kosta Boda e Orrefors sono in effetti nomi di villaggi dove da secoli si creano bellissimi cristalli). È piena di boschi ed ha una lunga storia di povertà poiché il terreno è sabbioso e sassoso e non ci cresce molto, cosa che nei secoli ha portato gli abitanti di queste zone ad emigrare in massa verso gli Stati Uniti. In Svezia, forse non a caso, gli abitanti di Småland hanno la fama che altrove hanno scozzesi, olandesi, genovesi, ossia quella dei parsimoniosi, o dei tirchi se vi va.

Con queste premesse, vi stupisce che tra i loro cittadini più illustri vi sia Ingvar Kamprad, il fondatore dell'IKEA? Forse avrete notato che l'area ricreativa per i bambini, all'ikea, si chiama appunto Småland: letteralmente "la terra dei piccoli" ma anche un omaggio alla regione che ha dato i natali al signor Kamprad.
Mr Ikea del resto, tra le dieci persone più ricche del pianeta, pare guidi una vecchia volvo, voli solo low-cost e abbia trovato modi molto intelligenti di schivare il ferreo sistema di tassazione svedese. Insomma, un perfetto esempio di abitante di questi luoghi.

Ma oltre alla grande quantità di legno e alla fissa per il risparmio c'è un'altra ragione per cui secondo me l'ikea non poteva nascere che qui: l'importanza che si da al poter mangiare, a basso costo, in qualsiasi momento. Infatti nel concetto di ikea fin dall'inizio il ristorante è stato centrale: non lo hanno aggiunto dopo, non lo hanno pensato nelle vicinanze. Il ristorante Ikea, dove si serve cibo a buon mercato ma sempre in linea con la tradizione, è al centro del negozio e l'idea era da sempre che le famiglie non dovessero interrompere la visita o terminare gli acquisti per poter mangiare. Da quando conosco i miei suoceri, tutto questo lo capisco ancora di più!

Io credo che alla base di tutto ci sia la memoria ancora fresca di estrema povertà di queste zone. Bastava un aumento anche minimo della popolazione che già si rischiava la carestia. Uno degli scrittori svedesi più famosi, Vilhelm Moberg, viene da questi luoghi e ha scritto 4 romanzi che raccontano la saga di una famiglia allargata che fu costretta dalla fame ad emigrare in Minnesota. Questa è una storia comune a molte famiglie da queste parti, inclusa quella di Danne. Nel 1971-72 ne sono stati tratti due film The Emigrants e The Settlers con Liv Ullman e Max von Sydow:  nominati agli Oscar, naturalmente una roba da tagliarsi le vene. Negli anni novanta invece Björn Ulvaeus e Benny Andersson degli ABBA ne hanno tratto un musical, dal titolo Kristina Från Duvemåla, che qui in Svezia è famoso quanto Mamma Mia.

A Natale, che qui si festeggia durante la giornata del 24, la nonna novantenne è venuta anche lei a passare la giornata a casa dei miei suoceri, spostandosi dal suo paese a 50 Km di distanza grazie al servizio taxi di cui usufruiscono i cittadini anziani. E ha portato con sé le lettere di natale ricevute come ogni anno dagli States, perché la aiutassimo a leggerle. Sono scritte in inglese, da parenti così lontani che ormai non conoscono una parola di svedese. Pare che a casa sua ce ne siano scatoloni pieni, una corrispondenza di decenni. Mi ha chiesto se voglio prenderle io, lei non ha cuore di buttarle.

È stato il mio primo natale svedese al 100%, ossia la prima volta in cui ho seguito completamente la tradizione della famiglia di Danne, visto che l'anno passato avevamo fatto un mix delle tre nazioni rappresentate nella nostra pur ristretta famiglia allargata. Quest'anno c'è stato tutto, Julbord all'una del pomeriggio, alle 3 glögg e l'irrinunciabile cartone disney,  From all of us to all of you, trasmesso identico a se stesso dal 1959. Ecco, forse la cosa che capisco meno della svezia dopo il lutfisk! Dopo i cartoni (e la conseguente pennichella), la tradizionale apertura dei regali prima del caffè delle 5 e il porridge di riso, latte e cannella mangiato alle 7:30 in un apposito servito di piatti che pare abbia oltre cento anni. Per me sono una novità queste tradizioni più vecchie di me, è una delle conseguenze di venire da una famiglia di polemici.

E adesso siamo a casa col freezer pieno delle scorte inviate da mia suocera, il corridoio ingombro di valigie e regali e chissà quanti chili in più. È stato un natale di coccole e caminetti accesi, letargico come si addice a questo mio momento storico. Decisamente un buon natale, come spero sia stato per tutti quelli che passano da qua.

giovedì 18 dicembre 2014

Il buffet di Natale: sapevatelo! (un educhescionalpost)

Ieri sono stata al mio primo Julbord, il buffet di natale, che tutti i ristoranti e persino l'ikea organizzano da fine novembre in poi e del quale per così tanto tempo avevo solo sentito parlare.

In un Julbord sono presenti cibi caldi e freddi della tradiszione svedese. Francamente, si sovrappongono parecchio con quelli preparati a Pasqua e a Midsommar. La varietà alimentare in un paese come questo, storicamente, era naturalmente un po' limitata. Quello che secondo me è esclusivo del periodo natalizio è la tradizione di recarsi con colleghi ed amici ad uno di questi organizzati dai ristoranti, per poi tornarne sempre devastati dall'immane quantità di cibo assunto e spesso anche un pochino delusi dalla qualità. Fa tutto parte della tradizione.

Ieri eravamo in un posto molto figo, un'antica villa in mezzo alla campagna, dove il buffet era decisamente uno dei migliori cui potessi aspirare. È stata un'esperienza culturalmente interessante, anche se come al solito fare riferimento a quell'orso di mio marito non mi ha molto aiutato, visto che lui pare non sapere un accidente del suo paese e a qualsiasi mia domanda risponde non lo so. Santa pazienza.

Per esempio, mi dicono che ad un Julbord ci si alza per riempirsi il piatto 4 volte. Anzi, prima ci si siede al proprio tavolo e si  beve del glögg, vino speziato caldo in una tazzina sul fondo della quale si mettono mandorle e uvette. Lo si accompagna con pepparkakor, o gingerbread, sui quali talvolta si spalma un formaggio spalmabile. Poi ci si alza per andare al tavolo del buffet, aspettando con pazienza che non ci siano troppe persone in fila perché gli svedesi odiano sgomitare, piuttosto rischiano di andar digiuni. Ci si alza 4 volte, dicevamo: una prima per i piatti freddi, poi un'altra per gli affettati freddi di carne, poi i piatti caldi e infine per il dolce. Se invece seguite Danne farete un bel mischione di tutto e non capirete un accidente di quello che avrete nel piatto. Se poi siete pure italiane e incinta, dunque lievemente obnubilate dalla fame e geneticamente sprovviste di senso della coda, finirete per zigzagare tra le portate senza rendervi conto che vi state inimicando l'intera popolazione del ristorante.

I piatti freddi comprendono: uova sode con crema di gamberetti, aringhe preparate secondo varie ricette, salmone affumicato caldo e freddo, patè di salmone, l'immancabile insalata fredda di patate.
Tra gli affettati freddi il più importante in questo caso è il "prosciutto cotto di natale" (Julskinka) ma non possono mancare nemmeno il patè di fegato e varie salsicce fatte in casa, spesso di selvaggina come alci e cervi. Queste carni si accompagnano con pane soffice o croccante, del tipo knäckebröd, sottili fette di formaggio soffice e salse e verdure sottacetoTra i piatti caldi immancabili abbiamo il Jansson frestelse, una specie di pasticcio di sardine, patate e verdure, le immancabili köttbullar, ossia le polpettine, delle piccole salsicce fritte dette prinskorv e costolette di maiale arrostite. E poi c'è il Lutfisk, un piatto ottenuto trattando merluzzo essiccato con nientepopodimeno che soda caustica e servito assieme ai piatti caldi con le solite patate bollite e una salsa bianca molto spessa. Se la descrizione pare disgustosa, sappiate che il sapore è praticamente inesistente, e questo è quindi un bene. 

Questo per me è uno dei principali misteri: che ci sia tanta motivazione a passare ore ed ore in cucina per preparare un piatto la cui esitenza è giustificata dalla sola, innegabile, storica difficoltà di sopravvivenza nei freddi mesi invernali in Scandinavia, per cui dovevano inventarsi modi di conservare il cibo a lungo. Io i vichinghi li capisco, sono gli svedesi moderni che mi sfuggono. Ma la tradizione è tradizione, e dunque, per amore di (seconda) patria, anche quest'anno mi immolo al lutfisk.

Se siete ancora vivi dopo tutto ciò, è ora di passare al dolce.
Gli Svedesi sono incredibili consumatori di zucchero, come testimonia la loro quotidiana fika a base di dolcetti vari e il fatto che ogni settimana si riforniscono di caramelle sfuse in uno degli appositi negozi (ce ne sono ovunque) oppure anche in un qualsiasi tabaccaio o supermercato esistente. L'angolo delle caramelle sfuse c'è sempre, anche se il supermercato è 2mx2m, come capita nelle isolette sperdute dell'arcipelago. Credo che sia stato studiato il loro metabolismo, perché con tutto il dolce che mangiano uno se li aspetta obesi e invece non lo sono (troppo). Il fatto è che fanno sport con qualsiasi tempo meteorologico, secondo me
.
Insomma i dolci di natale sono ovviamente tanti e pesantini. Si comincia con una crema di riso spruzzata di cannella (risgryngröt, simile, secondo me al milchreis tedesco) che talvolta nasconde una mandorla, e chi trova la mandorla è re per un giorno (in famiglia, al Julbord non ce la mettono). Poi, specie nel sud della Svezia, c'è il cheesecake svedese, ostkaka, che si serve tiepido con panna e gelatina di fragole (o altri frutti rossi, intraducibili in italiano). Altri dolci cambiano a seconda della zona, ho visto dei dolcetti fritti che mi ricordano alcuni dei nostri di carnevale, ma come al solito è stato inutile chiedere delucidazioni a Danne, che del suo paese pare sapere meno di me.

Soprattutto c'è una quantità imbarazzante di caramelle fatte in casa. Questa è un'attività tipica del periodo, cui spesso ci si dedica con lo scopo di far regalini agli amici, e tutti sembrano destreggiarsi molto bene con queste preparazioni appiccicose. Un classico sono i cubetti di fudge, aromatizzati in vario modo, poi le gelatine morbide di frutta, cioccolata impreziosita di frutta secca e noci, e molte caramelle dure come per esempio i polkagris bianchi e rossi che nella forma di bastoncino sono un simbolo internazionale di Natale, diffusa molto in America grazie all'immigrazione nord-europea. L'elenco potrebbe continuare all'infinito...e continuerà, perché andiamo a casa dei miei suoceri per le feste, non oso immaginare!

Cosa si beve ad un Julbord? Se guidate, berrete Julmust che in questo periodo fa perdere parecchi soldi alla cocacola in Svezia. A me ricorda un po' il chinotto e mi piace, cosa che fa di me una rarità tra gli immigrati. Se invece potete bere alcol, potrete dedicarvi alla birra nella variante natalizia Julöl e agli shots di acquavite. Di acquavite ce ne sono molte varietà, tutte grossomodo disgustose e puntualmente ripetute a Midsommar. Io ho provato tutto, in passato, ovviamente, cosa che mi è valsa alcune delle sbornie più clamorose della mia vita.

Tutto ciò si svolge anche in meno di due ore, poiché in fondo l'idea di stare ore seduti a tavola come capita da noi qui non la capirebbero molto. Dunque ci si alza storditi giurando di non ripetere per almeno un anno.
E dire che lunedì si parte per Småland, una settimana a casa di mia suocera che cucina da dio e comincia a prepararsi un mese prima...




venerdì 12 dicembre 2014

Darkness shall take flight soon, from earth's valleys. So she speaks wonderful words to us

Julstjärna accesa sul davanzale della mia cucina
È arrivato il buio, ma non il freddo, perlomeno non quanto ci si potrebbe aspettare. Siamo però nel pieno della stagione dell'Avvento. Il che qui significa: luci, luci, luci!
Si tratta di una vera e propria resistenza attiva alle tenebre, e non importa essere particolarmente religiosi per dedicarcisi. In realtà, la sensazione che ho è che di religioso nel senso moderno del termine ci sia sempre stato poco in queste celebrazioni, che discendono dritte dritte dalle tradizioni relative al solstizio di inverno. Come ovunque nel mondo, del resto, solo che qui, evidentemente, l'aspetto astronomico è sempre stato così potente da non essere del tutto sepolto dalle tradizioni cristiane successive. Esattamente la stessa cosa che accade a giugno, per midsommar.

Calendario dell'avvento di Danne
Su ogni davanzale, ogni finestra, compaiono luci, stelle, candele. I balconi si ricoprono di ghirlande luminose. Le stanze cambiano faccia, riempiendosi di candele, di decorazioni, le più motivate cambiano persino le tende. Camminando per strada si può facilmente vedere dentro le case attraverso queste finestre rigorosamente senza tende, che paiono invogliarti e dirti, guardami! non sei solo in questo buio, ci sono anche io!

L'anno passato mi sono resa conto di quanto avessi un bisogno fisico delle luci degli altri. La mattina prima delle nove e al pomeriggio già verso le tre e mezza, è davvero un sollievo vedere che tanti dei miei vicini hanno finestre illuminate. E ho deciso che era giusto che facessi la mia parte. Abbiamo quindi messo dei timer alle prese elettriche cui sono collegate le nostre luci di natale. In questo modo esse si accendono e si spengono in automatico ogni mattina e ogni sera - perché mi ero resa conto che spesso mi dimenticavo e se non ero in casa rimanevano spente. È un gesto che si fa per gli altri, non pe sé, e adesso lo so.

i Lussekatter allo zafferano fatti da mia suocera
lo zafferano è una spezia luminosa, ne abbiamo bisogno!
I negozi e i centri commerciali si riempiono, e la sensazione è che non sia solo per comprare ma anche per sfuggire al buio di fuori approfittando dei corridoi scintillanti. In passato mi sentivo soffocare dalla solita corsa consumistica agli acquisti, e la penso tutt'ora così. Solo che adesso passeggiare nel centro commerciale durante il giorno, quando non c'è la bolgia del sabato se non altro, mi pare quasi bello. Non compro mica nulla, ci vado perché sia la biblioteca che la clinica ostetrica stanno lì. Di solito vado nella mia caffetteria preferita e mi prendo un Lussekatt gigante, una di quelle fantastiche briosche allo zafferano che si vendono solo in questo periodo.

Quello che tutti si ripetono tra loro, è che il peggio sarà il dopo, a gennaio e febbraio, quando le luci si saranno spente e resterà solo il buio e il freddo.
Psicologicamente ci si prepara come ad un letargo, e in molti ti fanno notare che gli svedesi cambiano un po' personalità con la stagione, e sono molto più aperti e comunicativi d'estate. A gennaio e a febbraio ad essere affollate saranno le palestre, anche se molti opteranno per il correre nella neve, se nevicherà. È stato un anno così caldo, così insolito. Per le feste ci recheremo dai miei suoceri, che vivono sulla costa est, dove di solito fa un poco più freddo, spero che per una volta il mio fanciullino venga esaudito e questa ultratrentenne appesantita si possa beare di un bianco natale.

Per quest'anno, comunque, credo che il letargo mi si addica molto bene. Ho poche energie, che penso di dover centellinare. Le notti sono difficili e quindi questi giorni bui e pigri mi portano a rintanarmi in bozzoli fatti di film, libri, e gatti ronfosi. E intanto mi preparo ad un evento che avrà tutta la forza sconvolgente di una primavera tanto attesa.

lunedì 8 dicembre 2014

then hate me if thou wilt, if ever, now

È l'una passata.
Di nuovo.

Io di insonnia ho sempre un po' sofferto, in effetti. E ho sempre avuto quel tipo di metabolismo per cui la sera sono molto ma molto più attiva che la mattina. Mi è difficile addormentarmi, e poi mi è difficilissimo svegliarmi. Adesso pare siano gli ormoni, E forse qualche paura o qualche tensione. Ma l'insonnia nella mia vita c'è sempre stata. Stanotte penso e mi ricordo che due delle mie amicizie più intense e profonde sono nate intorno a notti insonni e lunghe chiacchierate.

La prima a sedici anni, a Edinburgo, una di quelle vacanze studio estive, e noi vicine di stanza, in quel college per cadetti della marina. E dire che eravamo nate e cresciute a due km l'una dall'altra. Una notte intera a cuore aperto, sdraiate su un lettino davanti ad una grande finestra, a parlare di poesie, di sogni, di parole (perché le parole sono importanti) guardando un cielo del nord che non diventava mai buio. Il giorno dopo, a lezione di inglese, avevamo le gambe molli - ma non le occhiaie, che il bello di aver sedici anni è quello, eravamo proprio uno schianto, io e la mia sorella putativa.  Ma non siamo crollate a dormire nemmeno sui banchi e nemmeno più tardi sul prato davanti al monumento a Scott, e nemmeno la sera, sulla spiaggia ventosa, umida e scura, mentre bevevamo uno shandy e pensavamo che era fantastico esserci trovate e non ci curavamo di tutta quella gente ubriaca intorno. Ché anche se ci facevamo di Rimbaud eravamo lontane mille miglia dal non essere delle brave ragazze.

La seconda a venticinque, in Germania. Con lui e con altri (troppi) studenti vivevo in una wohngemeinschaft.nella mansarda di un antico palazzo, dividevamo la cucina, i bagni e l'antipatia per la padrona di casa, la vecchia che abitava al piano terra e cercava di gestire il nostro appartamento spagnolo come un collegio di suore. Passavamo le sere a parlare di un po' di tutto, mischiando tedesco e inglese, a volte uscivamo nella neve a bere gluhwein e mangiare currywurst, a volte finivamo in qualche birreria, a volte rimanevamo lì, nella mansarda, e le ore ci volavano via. E come nel giallo di Agatha Christie, and then there were two, spesso rimanevamo solo io e lui. Lui che aveva un inglese tremendo, quello dei nativi di Singapore e che citava Shakespeare a braccio anche se era un ingegnere, e anche le parole inglesi erano importanti, dopotutto. Parlavamo di politica e delle nostre patrie così diverse e distanti e amate e odiate , e mi specchiavo nella sua voglia di cambiare il mondo, nella sua rabbia e nella sua desolazione, perché presto, dopo Natale, sarebbe stato costretto a tornare in patria e lavorare per il suo governo. Nelle settimane prima di quella partenza avevamo intrapreso una corsa contro il tempo, e ogni sera dormivamo un poco meno. e il giorno dopo ci messaggiavamo per vedere se l'altro non stesse arrendendosi al sonno. A volte non so come arrivassi in fondo alla giornata, e pensavo "appena arrivo a casa mi metto a letto", ma poi ecco che di colpo mi svegliavo di nuovo, e non mi sarei addormentata neanche se ci avessi provato, e poi qualcuno bussava alla porta. Le occhiaie non mi venivano nemmeno allora. Ed ero ancora una brava ragazza, nonostante tutta quella birra.

I ricordi delle mie amicizie insonni mi fanno tenerezza. Il tempo è passato, senza dubbio. e adesso varie distanze e incomprensioni mi separano da quelle due fantastiche persone. E anche dalla me che ero.
Inoltre, ora le occhiaie mi vengono eccome.

venerdì 5 dicembre 2014

Strike the harp and join the chorus fa la la la la, la la la la

Io non ho mai creduto a Babbo Natale.

Ora, mi pare ovvio che questo, più che a vedere con le mie precoci doti di debunking, deve aver avuto a che fare con l'approccio educativo dei miei genitori. Quelli che mi facevano ascoltare Vivaldi in culla, per intenderci, e che avevano dichiarato fuorilegge il tv-color. (Nel senso che, quando finalmente avevano capitolato e ce l'avevano lasciata guardare, la televisione, che come diceva Popper era una cattiva maestra, per rendere l'esperienza meno piacevole e addictive avevano optato per un 14 pollici in bianco e nero, i sadici). (Che i puffi erano blu ci ho messo anni a capirlo).

D'altra parte, non dipendeva solo dai miei. Nella famiglia allargata regnava infatti una certa confusione in merito alle tradizioni natalizie, e nella generale mancanza di coerenza era più difficile convincersi della veridicità di una o dell'altra. Per esempio, i miei nonni paterni e alcuni prozii parevano intendere che i regali li portasse Santa Lucia, col ciuchino. Ora, già che Santa Lucia era il 13 e non era nemmeno vacanza, ma chi lo aveva mai visto 'sto ciuchino?
Gli altri nonni invece, mi pare che ogni tanto menzionassero una qualche responsabilità di Gesù Bambino nella faccenda. Che cosa ti porta Gesù Bambino? era una frase che mi pare mi venisse rivolta non solo da loro, ma anche da altre persone nei loro dintorni. Ed io non credo di averli mai presi alla lettera. Dopo tutto, Gesù Bambino era un infante che il giorno di natale compariva nella mangiatoia del presepe, e aveva tutta l'aria di essere quello cui i doni venivano portati, non viceversa. Lungi da me mettere in dubbio i poteri sovrannaturali del divino, almeno a quell'età, ma ecco, diciamo che al massimo potevo accettare una sua intercessione, ma che i regali venissero nella pratica da mamma e babbo, a me pareva piuttosto chiaro. Tant'è che di letterine non ne ho mai scritte, a chicchessia.
Quanto a Babbo Natale, avendo fatto l'asilo dalle suore non credo egli fosse contemplato nelle recite e nei saggi finali. Alla televisione lo si vedeva, ma che c'entra, alla tele si vedeva pure il pupazzo Uan. O Mimì Ayuara. Cioè, non è che non sapessi cosa fosse, ma non avevo idea che fosse qualcosa in cui credere.

Ho un paio di ricordi che dimostrano come io, rispetto alla questione fossi più che altro perplessa.
A sei anni facevo ginnastica artistica (vabbè diciamo che ogni settimana mi recavo là dove altri facevano ginnastica artistica e mi mettevo un body dai colori improbabili) e quel Natale ci fu come sempre il Grande Saggio delle classi di ginnastica. A fine serata, mentre me ne sto seduta in mezzo ad altre bambine in un angolo della palestra, ecco spuntare DUE tizi vestiti da babbo natale muniti di sacco di doni, con lo scopo di distribuire un regalino ad ogni allieva, Mentre li vediamo cominciare la distribuzione, chiedo ad una mia compagna coetanea: ma chi sono quelli? E lei: Babbo Natale!  Ed io, ripeto: sì ok, ma chi sono davvero? Al che questa povera bambina mi guarda con totale stupore e insiste che sono babbo natale, davvero! Ora, io già allora tendevo a dubitare di me, quindi forse forse mi avrebbe anche convinto che non ci avevo capito un ciufolo come sempre, ma cavolo, erano DUE. Fattele due domande tesoro.

Un altro ricordo era a scuola, la prima o la seconda elementare al massimo, durante un intervallo. è un ricordo molto vago, ma insomma, deve essere scoppiata tra due bambini la discussione in merito al signore ciccione con la barba ed era saltata fuori la frase derisoria "tizio crede ancora a babbo natale!". Ecco il mio ricordo è di aver pensato: ma in che senso ancora? Ora il mio senso di inappartenenza ha radici lontane e il mio ricordo era appunto: ma perché sembrano tutti capire di cosa cavolo si sta parlando...tranne me?

E insomma, per me babbo natale, il ciuchino, gesù bambino erano tutti modi di dire, i regali li facevano comparire i genitori la mattina di natale, senza manco fare troppo show, e finita lì. Erano tanti e molto graditi, non vi immaginate scene da libro cuore, che questa bimba non ha sofferto. Attendevo la mattina di natale con molto entusiasmo ed anticipazione. Solo che, nella fase in cui i miei coetanei cominciavano a smettere di crederci, tutto quel parlare di una questione che pareva oggettivamente spinosa (le frasi evasive delle maestre, le lacrime di qualche bambino deriso...) mi portò a voler chiedere numi a mia madre.
"Mamma, ma Babbo Natale esiste?"
La genitrice, che ora si giustifica dicendo "è perché insegno filosofia, che pretendi?", mi disse:
"Se a te fa piacere crederci, sì"
Ottima risposta, per carità, se io ci avessi mai creduto e avessi ancora capito dove stesse il punto.

Con la Befana, invece, il parentado si uniformava nella versione ufficiale, quella che vedeva la vecchia sulla scopa che depositava dolci e giocattoli e dunque, stranamente, a quella penso di averci creduto, per un po'.
Solo che il 6 gennaio mia mamma appendeva le "calze" sotto al boiler della caldaia. Perché non avevamo il camino. Camino che peraltro era un tasto dolentissimo in quegli anni, perché era un po' l'oggetto del desiderio della famigliola media anni ottanta, e noi eravamo gli unici tra i nostri vicini a non averlo, per problemi sorti durante la costruzione dello stabile. Una ferita aperta per mia madre, che aveva un conto in sospeso col costruttore (un palazzinaro della perggior specie). Ma non divaghiamo: calza appesa alla caldaia, dalla quale partiva un tubo che spariva nel muro. Ed io facevo colazione ogni giorno seduta al tavolo fissando questa caldaia sul muro opposto della cucina e pensavo che non c'era verso che una vecchietta per quanto magica riuscisse a farvi passare qualcosa attraverso. (Tanto più che ogni tanto ci finiva dentro qualche volatile, nel tubo, e non ne usciva né morto né vivo, una storia atroce) Quindi anche la befana è stata archiviata piuttosto presto.

Ora, io non so come declinare tutto ciò nella mia futura genitorialità ma non ho dubbi che qualche scompenso lo creeremo, con queste premesse.

mercoledì 3 dicembre 2014

Keep calm and keep on breast-feeding (ovvero, la Svezia e le madridemmerda)

Ieri, corso pre-parto. Tema: il bambino è nato (e mo'?)
Ero l'unica senza marito al seguito e ciò ha determinato sguardi un poco compassionevoli. Ma anche il fatto che parlando dell'"altro genitore" venisse sempre specificato che poteva essere un lui o una lei.

Lezione molto molto dettagliata su tutto quel che accade e che si deve fare dai primi minuti dopo il parto in poi. L'ostetrica che teneva il corso ha poi premesso di essere sessuologa e che avrebbe probabilmente mezionato la questione sesso, se questo non creava imbarazzi tra i presenti. Si è quindi lanciata in consigli pratici e disegnini esplicativi sul come e quando tornare tornare all'attività sessuale. Disengnando alla lavagna, ha specificato: parlo di rapporti eterosessuali, in questo caso. Si vede che le preparano a tutti i possibili tipi di audience.

Due terzi del tempo, comunque, son stati spesi sulla questione allattamento. Ho notato, rispetto alle storie sentite in Italia, che qui il personale ostetrico si pone molto il problema dello stress psicologico delle neo-mamme, e pure dei padri. Per esempio, è stato introdotto il divieto assoluto di visite in ospedale, dove si trascorrono dai 2 ai 3 giorni praticando esclusivamente il cosiddetto rooming. Ti consigliano caldamente di mandare annuncio e foto del pupo urbi et orbi via telefono e poi spegnere tutti i mezzi di comunicazione e dormire. La famiglia aspetterà il suo turno. Hanno chiesto se pensiamo questa sia cosa buona e giusta e tutte le coppie presenti hanno detto sì.

Subito dopo la nascita il bambino ti viene messo pelle a pelle, a meno di casi straordinari in cui cure mediche siano necessarie a madre o figlio. Questa cosa del pelle a pelle l'hanno detta all'infinito. Pare che aiuti a mantenere stabili i livelli di glucosio nel bambino. Quasi tutti i bambini vengono quindi subito attaccati al seno e poi possono anche dormire per le 24 ore successive, a meno che non siano sotto i 3 kg o sopra i 4, nel qual caso hanno bisogno di mangiare prima. Un'ostetrica ti segue da vicino in tutta questa fase e più o meno ti consiglia se è il caso di rimanere un altro giorno. Per il dopo, ci sono numeri specifici a cui telefonare per avere aiuto, e gruppi di volontarie che offrono il loro supporto all'allattamento. Perché, dice, nel 90% una donna che rinuncia ad allattare è una donna che è stata lasciata sola.

Solo che appunto, bisogna vedere di chi è la compagnia: madri, suocere e parenti esperte non sono generalmente annoverate tra coloro che possono aiutare. L'ostetrica che teneva il corso di ieri ha raccomandato ai padri di rispondere a tono, per conto delle mogli, a chiunque si permettesse commenti in merito. Tipo la suocera con il collo proteso e l'orecchio teso mentre la mamma allatta, che sentenzia "non mi pare di sentirlo mangiare". O il sempreverde "sei sicura che il tuo latte sia abbastanza?". Mi è piaciuto che il compito di poliziotto cattivo fosse esplicitamente dato ai padri, perché questo dei commenti è senza dubbio uno dei fattori di stress più tipici per le donne in quella fase, e lo stress è la prima causa di abbandono dell'allattamento. Dunque, keep calm and keep on breast-feeding.

Per tutto il tempo ci è stato ripetuto che allattare è la scelta migliore, ma che allattare non fa di te una madre migliore. Certo, a me è parso che si volesse dire che rinunciare a provarci un po' faccia di te una pappamolle, ma ammetto che perlomeno il sistema fa davvero di tutto per facilitarti nell'impresa. Compreso il non trascurabile dettaglio che i padri stanno a casa 10 gg dopo il parto, perché agli inizi almeno allattare è una full-time activity che richiede tutta la concentrazione possibile, nonché un botto di energie, e quindi qualcun altro dovrà smazzarsi il resto. Nel filmato si vedevano i padri caricare lavastoviglie, passare aspirapolveri, cucinare, fare la spesa.

Mi è poi piaciuto che si dicesse che il tanto benefico contatto pelle a pelle non è territorio esclusivo delle madri né, tanto meno, di quelle che allattano al seno. Ci è stato mostrato come massimizzare questo contatto in altre situazioni, rassicurandoci quindi in merito a quei cliché che vedono chi usa il latte artificiale come un genitore che mancherà di stabilire un legame affettivo forte.

Tra le mie conoscenze annovero pochi casi di allattamento felice, molti di allattamento al seno interrotto o non partito con contorno di stress immane e molti casi di persone (in Svezia, Francia e Germania) che non hanno allattato al seno per decisione presa in partenza. Una delle cose che queste ultime mi hanno detto, è che il ritorno alla vita di coppia normale è stato secondo loro facilitato da questa scelta. Ed i padri, alternandosi alle mamme nell'opera di allattamento, hanno permesso loro di tornare a poter fare anche altre cose un poco prima. Cosa che per quelle donne, specificatamente, era importante. Magari per altre no, e in quel caso ben venga l'aiuto di chi dice di non mollare, che non sei sola e ce la puoi fare.

Tutto sommato, mi pare la questione principale sia la libertà di scelta. Mi pare che perlomeno qualcuno qui si sia posto il problema di come far star meglio le neo-madri, e non dica solo che se non sanno allattare sono madridemmerda. E non è cosa da poco.