Nel mio prontuario di frasi svedesi, tra le prime frasi ho trovato
Bär min väska!
ossia Carry my bag!
così, all'imperativo.
La cosa mi ha fatto sorridere. Immagino, anche se non ne ho le prove, che una frase come questa, così all'imperativo, non si troverebbe mai tra le prime dieci di un prontuario di italiano. Invece, avendo a che fare da anni con uno svedese (o un cavaliere del nord, come li descriveva ironicamente una mia amica sposata a un finlandese), questa frase mi è apparsa subito utilissima.
Come constatano tutte le italiane che soggiornano da queste parti, gli svedesi di solito non sono tipi da gran gesti di cavalleria. Secondo me c'è come senso di pudore nell'offrire un aiuto che può essere non richiesto o risultare quasi offensivo, e forse per questo non aprono porte o spontaneamente si offrono di portar le borse a qualcuno. Non tutti ovviamente, eh, qui si generalizza impunemente.
Io non sono mai stata sensibile ai gesti romantici, per vari motivi, e dunque la mancanza di certe attenzioni non è stata per me un "turn off". Anzi, il più delle volte, quando ho a che fare con gli italiani (o chiunque altro) che si fanno un punto di onore di certi gesti, mi trovo abbastanza in imbarazzo. Quante volte mi sono trovata a scontrarmi davanti ad una porta, non riuscendo mai a predirre se il mio accompagnatore mi avrebbe lasciato passare per prima o no? perché non lo fanno tutti o non lo fanno sempre, e quindi devo sempre pensare un po' al da farsi. Preferirei semplicemente lasciar passare chi è più vicino, ecco, la mia vita sarebbe più facile.
Deve essere per questo che ho sposato uno svedese. Le croniche mancanze di galanteria di mio marito non mi hanno mai disturbata, mi hanno solo offerto spunti di osservazione. Ci ho riso molto su, ecco.
Semplicemente, ogni volta che la mia borsa o valigia si è dimostrata troppo pesante, gli ho chiesto di portarla.
Proprio così, all'imperativo.
Ogni volta che ho chiesto aiuto l'ho ricevuto subito, e senza commenti, battutine o altro.
Ogni volta che gli ho intimato di portare la mia valigia, lui l'ha semplicemente presa dalle mie mani.
Ieri, la mia insegnante di svedese, ci ha spiegato che spesso qui al ristorante ognuno paga per sé. Capita spesso anche durante gli appuntamenti, non solo tra amici. Sapendo che veniamo da altre culture, ha immaginato che la cosa potesse stupirci
(Non me, venendo dalla Germania...mi scusassero i germanofili ma non ho mai incontrato tanti taccagni come là. Mi è capitato di essere invitata ad un barbeque in Germania: alla mia
domanda di rito "posso portare qualcosa?" mi hanno risposto "un'insalata
di pasta!" (sorvoliamo) Io ho portato quella e una bottiglia di vino.
Ad un certo punto mi hanno chiesto dove fosse la mia carne. Ognuno, era
implicito, se la doveva portar da sé, e mangiar la sua. Ecco qui non mi
pare si tratti di cavalleria o meno, ma proprio di tirchieria.)
Non per questo dobbiamo uniformarci, si è raccomandata poi la mia insegnate. Continuate a fare come vi viene naturale! Lei, per esempio, figlia di diplomatici francesi, si è sempre comportata in altro modo, offrendo volentieri alle amiche, e non ricevendo quasi mai indietro lo stesso trattamento (sigh).
E poi ha detto: forse perché non sono femminista, ma non avrei mai accettato un secondo appuntamento con uno che non facesse almeno il gesto di offrire al primo invito.
E poi ha aggiunto: infatti ho sposato un polacco!
Mi stupisco sempre tanto di quante ragazze incontro qua col mito del cavaliere, mentre io sono, secondo loro, tra le masochiste che lo evitano. Sarà come per i capelli lisci o ricci, che si vuole sempre quel che non si ha?
Del resto devo essere d'accordo con il fatto che se qualcuno mi invita a cena in un posto scelto da lui/lei dovrebbe almeno fare il gesto di offrire. Ma non è questione di maschilismo o femminismo. Se invece si assume che in una relazione uomo-donna, le spese siano tutte a senso unico, beh. mi pare un altro paio di maniche. Sarà che non ho capito nulla del mondo e della vita.
E c'è un'altra cosa. Qui ci si schermisce più che in italia dalla definizione di femminismo. Ed è tutto dire, perché pure in italia un po' ci si sente in dovere di mettere le mani avanti e dire "non per essere femminista, però...". Qui le femministe sono un po' più estremiste e intolleranti e di certo con loro sento di aver poco a che spartire. Per esempio quando definiscono gli uomini "potenziali stupratori" o mettono su un casino per avere il diritto di stare in topless nei parchi cittadini. Però ecco, io vorrei potermi definire femminista, perché i diritti delle donne che qui paiono tanto scontati, scontati non lo sono per niente, nemmeno in altri paesi europei. Oppure lo sono sulla carta. E per questo vorrei che le donne di qua non considerassero la cavalleria come la fantastica figata che credono, solo perché pare loro esotica e interessante, dal sicuro della loro esistenza scandinava. La cavalleria è la copertina luccicante della discriminazione. E se devo scegliere, preferisco tenermi saldi i diritti e aprirmi la porta da sola.
E se serve, chiedo aiuto, e l'ottengo. Perché questo fanno gli esseri umani degni di questo nome.
E dico grazie.
Ma se non serve, sono ben felice di far da me.
mercoledì 21 agosto 2013
martedì 6 agosto 2013
botte d'autostima
Primi giorni di corso di svedese. Classe piena di studenti in erasmus, soprattutto tedeschi. Si parla parecchio inglese, troppo. Mi ricorda le mie estati da ragazzina in vacanza studio. Mi sento incredibilmente vecchia. Specialmente quando mi presento e dico che sono sposata. Eppure era il corso più adatto a me, perché essendo pensato per studenti universitari, il livello di apprendimento è più uniforme che nei corsi per immigrati. Non solo in quei casi il gap culturale tra gli studenti è enorme - perché non si insegna facilmente la stessa cosa nello stesso modo ad uno che parla swahili e ad uno che parla russo - ma c'è in aggiunta il mix di età, di ritmi di apprendimento e, va detto, pure di livello di istruzione. E dunque, eccomi qua, un buon dieci anni più vecchia dei miei compagni di classe, mentre rimembro i pomeriggi passati in giro per winchester, o cambridge, o hastings, intenta a scambiarmi indirizzi cui scrivere - oh my god - lettere. Actual mail. Sono vecchia, vecchia, vecchia!
Come se non bastasse questo, a dar picconate alla mia autostima ci hanno pensato anche altri due strumenti del demonio con cui ho frequenti incontri. La bilancia e lo skatteverket. La prima, grazie ai vari chili di stress accumulati durante i meravigliosi ultimi mesi di dottorato. Il secondo, tramite l'emissione del mio primo documento ufficiale svedese, la carta di identità per immigrati - perché a quanto pare il mio passaporto da solo non bastava a dirgli chi ero. E dunque ho dovuto pagare perché mi consegnassero una carta di identità dove risulto essere ben 4 cm più bassa di quanto attestato dai miei documenti italiani. come mai? ci sono varie teorie. La prima è che mi sia ristretta, come le vecchiette. La seconda, è che in effetti io sia sempre stata incommensurabilmente nana e che semplicemente l'ufficio anagrafe italiano si fosse fidato della mia ottimistica approssimazione della mia altezza, allo sportello, senza veramente convalidare il tutto. In svezia, no, col cavolo! Mi hanno fatto pure togliere le scarpe, casomai volessi rubare quei due millimetri di suola delle converse, prima di misurarmi. Davanti a tutti, in un atrio affollato, ad una di quelle aste tipo quelle che stanno negli studi medici. E poi, perché le disgrazie non vengono mai sole, mi hanno preso la foto più terrificante che io abbia mai fatto. Al secondo tentativo. Nel primo sorridevo e lo hanno cancellato chiedendomi di fare un'espressione "neutra". Evidentemente, con ciò intendevano "da scema mentale", e questa infatti hanno felicemente stampigliato sul mio documento della vergogna. Sigh.
Come se non bastasse questo, a dar picconate alla mia autostima ci hanno pensato anche altri due strumenti del demonio con cui ho frequenti incontri. La bilancia e lo skatteverket. La prima, grazie ai vari chili di stress accumulati durante i meravigliosi ultimi mesi di dottorato. Il secondo, tramite l'emissione del mio primo documento ufficiale svedese, la carta di identità per immigrati - perché a quanto pare il mio passaporto da solo non bastava a dirgli chi ero. E dunque ho dovuto pagare perché mi consegnassero una carta di identità dove risulto essere ben 4 cm più bassa di quanto attestato dai miei documenti italiani. come mai? ci sono varie teorie. La prima è che mi sia ristretta, come le vecchiette. La seconda, è che in effetti io sia sempre stata incommensurabilmente nana e che semplicemente l'ufficio anagrafe italiano si fosse fidato della mia ottimistica approssimazione della mia altezza, allo sportello, senza veramente convalidare il tutto. In svezia, no, col cavolo! Mi hanno fatto pure togliere le scarpe, casomai volessi rubare quei due millimetri di suola delle converse, prima di misurarmi. Davanti a tutti, in un atrio affollato, ad una di quelle aste tipo quelle che stanno negli studi medici. E poi, perché le disgrazie non vengono mai sole, mi hanno preso la foto più terrificante che io abbia mai fatto. Al secondo tentativo. Nel primo sorridevo e lo hanno cancellato chiedendomi di fare un'espressione "neutra". Evidentemente, con ciò intendevano "da scema mentale", e questa infatti hanno felicemente stampigliato sul mio documento della vergogna. Sigh.
lunedì 10 giugno 2013
It's a bright June afternoon, it never gets dark
E così, eccomi qua, seduta al tavolo della mia nuova cucina svedese, circondata da scatoloni e gatti disorientati. Davanti a me, un'enorme finestra su un parco, bambini che vociano e cani, e più in là qualcuno steso a prendere il sole in bikini. Quando l'estate arriva, qui in Svezia, va colta al volo, si esce con già il costume sotto e ci si accaparra il primo fazzoletto verde appena si hanno due minuti. Ieri sera mi aggiravo per l'appartamento - un campo di battaglia - verso le undici di sera, e fuori pareva pieno giorno. Come nella canzone dei Roxette. Non che fosse la prima volta, per me, ma è la prima volta che mi capita e non siamo in vacanza. Stamani la sveglia, almeno per Danne, era alle sei e dunque non era il caso di star fuori a godersi questi cieli strani fino a mezzanotte. E poi i gabbiani. Volano sui tetti qua fuori e lanciano le loro grida acute e mi fanno irrimediabilmente pensare al mare, alle vacanze. Sentirli mi rende immediatamente felice. E poi, essendo disoccupata, è un po' come se fossi in vacanza, e godiamocela un po' no?
Stanotte dormirò da mia cognata, per non lasciarla sola con la bambina per la prima volta nella casa nuova - il marito è in viaggio per lavoro. Abitano a tre chilometri da noi. Tre chilometri, non più 1300. Fa proprio strano, dopo tanti anni insieme, ritrovarsi per la prima volta immersi in questa vita famigliare, di favori chiesti e dati nello spazio di una telefonata, di possibili cene improvvisate, passeggiate e caffé non pianificati.
E poi c'è questo appartamento da restaurare, un appartamento mio, per la prima volta. Lo guardo e provo a dire: casa. Ieri mi sono sorpresa a dire "casa" intendendo il posto in Germania dove mercoledì tornerò per l'ultima volta, a pulire e consegnare le chiavi, riprendermi la mia vecchia macchina e riportarla in Italia. A casa, anche quella, se parlo con mia madre. Che concetto evanescente. E poi penso: radici. Chissà se ricrescono. Chissà se sono autorizzata a metterle qui, proprio qui, in questa cucina con la grande finestra, il parco, i gabbiani. Secondo me anche i gatti se lo stanno chiedendo, zampettando circospetti per le stanze deficitarie di divani e letti. Chissà se in questa casa che per la prima volta sulla carta mi appartiene, potrò cercare di quietare il mio senso di inappartenenza. Do I belong here? Se solo sapessi rispondere.
Stanotte dormirò da mia cognata, per non lasciarla sola con la bambina per la prima volta nella casa nuova - il marito è in viaggio per lavoro. Abitano a tre chilometri da noi. Tre chilometri, non più 1300. Fa proprio strano, dopo tanti anni insieme, ritrovarsi per la prima volta immersi in questa vita famigliare, di favori chiesti e dati nello spazio di una telefonata, di possibili cene improvvisate, passeggiate e caffé non pianificati.
E poi c'è questo appartamento da restaurare, un appartamento mio, per la prima volta. Lo guardo e provo a dire: casa. Ieri mi sono sorpresa a dire "casa" intendendo il posto in Germania dove mercoledì tornerò per l'ultima volta, a pulire e consegnare le chiavi, riprendermi la mia vecchia macchina e riportarla in Italia. A casa, anche quella, se parlo con mia madre. Che concetto evanescente. E poi penso: radici. Chissà se ricrescono. Chissà se sono autorizzata a metterle qui, proprio qui, in questa cucina con la grande finestra, il parco, i gabbiani. Secondo me anche i gatti se lo stanno chiedendo, zampettando circospetti per le stanze deficitarie di divani e letti. Chissà se in questa casa che per la prima volta sulla carta mi appartiene, potrò cercare di quietare il mio senso di inappartenenza. Do I belong here? Se solo sapessi rispondere.
martedì 28 maggio 2013
Farewell
Oggi
sono stata per l'ultima volta nel mio laboratorio. Sono stata per l'ultima volta seduta davanti alla mia macchina
infernale. Che strana sensazione. Ho già detto addio 3 volte a qesto
posto, ma ogni volta son tornata. E adesso mi pare di non averci davvero
creduto, che fosse per sempre, anche se stavolta lo è.
Sono arrivata qui che avevo ventitré anni, la prima volta. Ero una studentessa di laurea in visita per una settimana. Era un febbraio lontano, e faceva caldo.
Adesso ne ho quasi
10 di più. Non ci sono stata sempre, ma è come se non me ne fossi andata
mai. Qui ho lavorato per prendere una laurea e un dottorato. Qui ho lasciato un fidanzato e
ho trovato un marito. Qui ho imparato a mischiare quattro lingue in una
conversazione sola. Qui ho riso tanto e forte, ho pianto, di nascosto, anche se sono sempre stata vista. Qui ho
cambiato capi, stanze, scrivanie, eppure ho tenuto sempre lo stesso
spogliatoio, lo stesso armadietto col mio nome appiccicato sopra dal
2005. Qui qui ho detto addio a tanti amici, tante volte, e per reazione
adesso non dico mai addio a nessuno, neanche oggi quindi. Qui ho bevuto
circa un milione di orribili caffé, e anche la mia prima tequila. Qui, in questa città e in questa vita, ho avuto la mia prima auto, e la mia
seconda, il mio primo appartamento, ed il secondo. Vivendo qui ho cambiato look,
vestiti, taglio di capelli, eppure nella foto sul badge sono sempre
quella del 2005, la ragazza appena sbarcata dall'italia
con una moka da uno nella valigia e vestiti troppo troppo pesanti, Perché in Germania, si sa, fa freddo. Qui ho conosciuto la mia prima indipendenza, ho avuto il mio primo conto
in banca, ho vissuto quel primo momento di quella prima busta paga, in
cui si pensa, il mondo è mio! Qui ho dovuto smettere di essere una
bambina. Qui ho scoperto il nero dell'abisso,la depressione. Qui ho
scoperto come ci si innamora senza volerlo, contro ogni logica e ogni
consiglio. Qui mi sono di colpo sentita forte da pensare, se sono ancora
in piedi oggi, nulla mi butterà giù! Qui mi sono sentita infinitamente
sola, per la prima volta, e qui ho capito che fa parte della vita imparare
ad essere soli, e in questo mi sono sentita in buona compagnia,
paradossalmente. Qui ho conosciuto in fondo chi sola non mi lascerà mai,
comunque.
Qui sono diventata chi sono, qui ho detto addio a chi ero, ed
al contrario di oggi è stato un addio che non ha notato nessuno, nemmeno
io.
venerdì 24 maggio 2013
Hey, are you talking to me?
Da quando in Italia si parla di femminicidio non faccio che prendermi dei travasi di bile, ogni volta che incappo in un articolo che ne parli, su blog e giornali.
Punto primo: ora certo va di moda parlare di femminicidio!
siamo di fronte semplicemente al fatto rivoluzionario che in italia si cominciano a contare i casi, come negli altri paesi succede da tanto. I numeri di oggi non sono, io credo, più alti o più bassi, è solo che prima i numeri proprio non c'erano. E di certo prima i casi di percosse in famiglia non finivano sul giornale. Non solo, prima le donne sparivano e nessuno indagava e si accontava della versione del marito che diceva, magari "se ne è andata, quella stronza" e cominciava a farsi vedere in giro con l'amante storica. Ecco, adesso quelle donne le cercano e i mariti li torchiano, e dunque io penso per una volta da ringraziare certa tv che ci sguazza. Almeno qualche cadavere lo trovano, qualcuno ogni tanto finisce in prigione - vedi Lucia Manca, che giusto pochi anni fa nessuno avrebbe cercato. Vedi Donatella Grosso, che infatti è sparita decenni fa, e infatti nessuno l'ha trovata, e quello che disse a terzi di avere intenzione di farla fuori non è stato indagato. Ecco.
Punto secondo: non mi piace la parola femminicidio!
Questo è un ritornello che mi paresolo un modo per sviare la questione, dai fatti, dal novero degli episodi, ad una questione di semantica. Chi se ne frega se è un nome stupido, potete anche evitare di dargliene uno, basta che descriviate i fatti! Nell'ultimo anno ho letto storie semplicemente agghiaccianti, e di quelle storie mi ricordo il nome delle poverette che hanno fatto una fine da film dell'orrore, e il nome degli uomini che gliele hanno fatte fare, non mi interessa il nome di nient'altro.Voglio dire, nessuno si è interrogato così tanto sul nome dato a nessun reato, e non sono mica tutti nomi intelligenti, eh. Per esempio spesso di dice razzismo quando è charo che non c'è nessuna razza in mezzo, tipo nei casi di xenofobia. Voglio dire, già che le razze umane non esisterebbero nemmeno secondo gli scienziati, ma se proprio di razze si parla non si può mica distinguere gli italiani dai tedeschi o, persino peggio, gli italiani del sud da quelli del nord! Eppure trovi sempre scritto razzismo, per semplicità, perché si capisce bene di cosa si tratta, e va bene così, mica ci mettiamo a fare i puntigliosi. E invece il femminicidio è una questione che porca miseria, a saperlo prima potevamo fare un referendum per il nome, così eravamo tutti d'accordo e si poteva passare ad occuparci dei fatti.
Punto terzo: ah e le responsabilità delle vittime dove le mettiamo?
Ecco, qui di solito mi parte l'embolo. Non ho mai visto presa in considerazione la responsabilità della vittima di nessun altro crimine. Tipo, se uno lo investono con la macchina e non lo soccorrono e il pirata se ne va, ci si pone il problema di cosa ci facesse il pedone a quell'ora in giro, del perché volesse attraversare proprio lì? Ci si chiede se non poteva guardare meglio prima di attraversare? o in altri casi lo si critica per aver scelto di andare in bici o in scooter, quando lo sanno tutti che così si è più vulnerabili che in auto? Oppure, quando c'è una rapina in villa, qualcuno dice per caso che in fondo se la cercano con tutti quei soldi e i gioielli e il suv in giardino? Non credo. Ma per le donne picchiate o violentate vien subito fuori il vademecum.
Punto quarto: le donne che dicondo "sono la prima ad avercela con queste donne, è colpa delle femministe, queste donne menate sono chiaramente stupide se stanno insieme a uomini così"
Ecco, si vede quanto siamo braccate se dobbiamo parlare così, difenderci in modo preventivo, persino di fronte ad uomini intelligenti, uomini che sappiamo non farebbero mai nulla di male alle donne, e che comunque generalizzano sulle donne in modo odioso. Ma quante volte un uomo comincia una discussione premettendo "ah guarda, sono io il primo ad avercela con questi uomini violenti e vigliacchi, ci rovinano la reputazione!" Macché, siamo noi piuttosto che lo facciamo, perché desideriamo tantissimo essere sollevate dalla categoria. Accettiamo le generalizzazioni perché ci illudiamo che siano rivolte alle "altre". Alle donne stupide, pavide, lagnose, calcolatrici, disoneste, le donne di cui gli uomini si lamentano e che usano come esempi negativi per sminuire il fenomeno.
Ecco, io un tempo ero così. Mi ritenevo diversa dalle altre, perché ero meno organica al cliché di donna mediterranea, angelo del focolare, madre madonna e moglie geisha. Perché io con un uomo violento non mi ci sarei mai messa, e nemmeno con uno stupido. Perché io ho sempre puntato sulla mia indipendenza, economica e psicologica, e già a sedici anni andavo in giro a dire che non mi sarei sposata. Ecco, c'è stato un periodo che certe generalizzazioni sulle donne le accettavo tranquillamente, anzi davo loro man forte. Le volevo diverse, le donne intorno a me, le volevo forti, coraggiose, autonome, e contro quel modello tanto lontano da me mi scagliavo con forza..
Ma adesso mi sento diversamente. Forse perché ho lasciato l'italia e ho scoperto di non essere una donna tanto diversa dalle altre. Quasi la totalità delle donne che ho intorno adesso la pensano come me su molte questioni, e mi sento più affine al mio genere qui in terra straniera di quanto non mi sentissi a 16 anni nel mio piccolo paese di provincia in Toscana. Ma perché? Esiste forse una ragione geografica, per cui nascono più donne intelligenti e coraggiose qui, che non lì?
Ovviamente no, e la mia è una provocazione quando dico "intelligienti". È che molti definiscono stupide le donne sottomesse. La stupidità in questo senso è il risultato di un'educazione ed è funzionale a certi sistemi sociali, e diventa alla fine un alibi per gli uomini che, per interesse, non vogliono che il mondo cambii. Dicono spesso che furono le donne cinesi a ribellarsi quando hanno dichiarato illegali i piedi deformati dalle bende, e anche che le donne islamiche difendono l'infibulazione...te lo dicono come a dire "lo vedi che son le donne che sono cretine". Eccerto. e nessuno pensa che quelle donne, che hanno sacrificato i loro piedi e il loro piacere, per dei valori che erano maschili, per ottenere di vivere, di mangiare (perché se no non si sposavano, e se non si sposavano morivano di fame) di colpo vai lì e dici loro "ok, sono cambiate le regole, adesso non serve più". Perché invece serve, per esempio, che vadano in fabbrica e i piedi deformi sono un impiccio. E pensi che non si incazzino? nessuno darà loro i loro piedi indietro, di colpo sono solo donne menomate. Ma le regole chi le ha fatte?
E insomma, ho smesso di sentirmi migliore di queste donne che tollerano le botte per 30 anni e muoiono infine al prontosoccorso, per un cazzotto di troppo, nell'indifferenza generale; di queste ragazze con la milza spappolata dai calci che tornano a casa dicendo "lo amo". La differenza, tra me e loro, è che a me hanno insegnato a volermi bene, a sapere quanto valgo, a considerarmi un essere umano non inferiore a nessuno. Per questo io al bullo della classe stavo alla larga già da piccola. E da grande, sono stata alla larga dai narcisi, dai vigliacchi, da quelli che hanno bisogno di stare con una che reputano stupida per sentirsi superiori, da quelli che "l'omo è omo" e da quelli che fanno gesti plateali romantici. Perché alla fine vien fuori che le donne non le possono vedere, e chissà perché passano la vita a regalare enormi mazzi di rose. Ma questa è un'altra storia, per un altro giorno.
Punto primo: ora certo va di moda parlare di femminicidio!
siamo di fronte semplicemente al fatto rivoluzionario che in italia si cominciano a contare i casi, come negli altri paesi succede da tanto. I numeri di oggi non sono, io credo, più alti o più bassi, è solo che prima i numeri proprio non c'erano. E di certo prima i casi di percosse in famiglia non finivano sul giornale. Non solo, prima le donne sparivano e nessuno indagava e si accontava della versione del marito che diceva, magari "se ne è andata, quella stronza" e cominciava a farsi vedere in giro con l'amante storica. Ecco, adesso quelle donne le cercano e i mariti li torchiano, e dunque io penso per una volta da ringraziare certa tv che ci sguazza. Almeno qualche cadavere lo trovano, qualcuno ogni tanto finisce in prigione - vedi Lucia Manca, che giusto pochi anni fa nessuno avrebbe cercato. Vedi Donatella Grosso, che infatti è sparita decenni fa, e infatti nessuno l'ha trovata, e quello che disse a terzi di avere intenzione di farla fuori non è stato indagato. Ecco.
Punto secondo: non mi piace la parola femminicidio!
Questo è un ritornello che mi paresolo un modo per sviare la questione, dai fatti, dal novero degli episodi, ad una questione di semantica. Chi se ne frega se è un nome stupido, potete anche evitare di dargliene uno, basta che descriviate i fatti! Nell'ultimo anno ho letto storie semplicemente agghiaccianti, e di quelle storie mi ricordo il nome delle poverette che hanno fatto una fine da film dell'orrore, e il nome degli uomini che gliele hanno fatte fare, non mi interessa il nome di nient'altro.Voglio dire, nessuno si è interrogato così tanto sul nome dato a nessun reato, e non sono mica tutti nomi intelligenti, eh. Per esempio spesso di dice razzismo quando è charo che non c'è nessuna razza in mezzo, tipo nei casi di xenofobia. Voglio dire, già che le razze umane non esisterebbero nemmeno secondo gli scienziati, ma se proprio di razze si parla non si può mica distinguere gli italiani dai tedeschi o, persino peggio, gli italiani del sud da quelli del nord! Eppure trovi sempre scritto razzismo, per semplicità, perché si capisce bene di cosa si tratta, e va bene così, mica ci mettiamo a fare i puntigliosi. E invece il femminicidio è una questione che porca miseria, a saperlo prima potevamo fare un referendum per il nome, così eravamo tutti d'accordo e si poteva passare ad occuparci dei fatti.
Punto terzo: ah e le responsabilità delle vittime dove le mettiamo?
Ecco, qui di solito mi parte l'embolo. Non ho mai visto presa in considerazione la responsabilità della vittima di nessun altro crimine. Tipo, se uno lo investono con la macchina e non lo soccorrono e il pirata se ne va, ci si pone il problema di cosa ci facesse il pedone a quell'ora in giro, del perché volesse attraversare proprio lì? Ci si chiede se non poteva guardare meglio prima di attraversare? o in altri casi lo si critica per aver scelto di andare in bici o in scooter, quando lo sanno tutti che così si è più vulnerabili che in auto? Oppure, quando c'è una rapina in villa, qualcuno dice per caso che in fondo se la cercano con tutti quei soldi e i gioielli e il suv in giardino? Non credo. Ma per le donne picchiate o violentate vien subito fuori il vademecum.
Punto quarto: le donne che dicondo "sono la prima ad avercela con queste donne, è colpa delle femministe, queste donne menate sono chiaramente stupide se stanno insieme a uomini così"
Ecco, si vede quanto siamo braccate se dobbiamo parlare così, difenderci in modo preventivo, persino di fronte ad uomini intelligenti, uomini che sappiamo non farebbero mai nulla di male alle donne, e che comunque generalizzano sulle donne in modo odioso. Ma quante volte un uomo comincia una discussione premettendo "ah guarda, sono io il primo ad avercela con questi uomini violenti e vigliacchi, ci rovinano la reputazione!" Macché, siamo noi piuttosto che lo facciamo, perché desideriamo tantissimo essere sollevate dalla categoria. Accettiamo le generalizzazioni perché ci illudiamo che siano rivolte alle "altre". Alle donne stupide, pavide, lagnose, calcolatrici, disoneste, le donne di cui gli uomini si lamentano e che usano come esempi negativi per sminuire il fenomeno.
Ecco, io un tempo ero così. Mi ritenevo diversa dalle altre, perché ero meno organica al cliché di donna mediterranea, angelo del focolare, madre madonna e moglie geisha. Perché io con un uomo violento non mi ci sarei mai messa, e nemmeno con uno stupido. Perché io ho sempre puntato sulla mia indipendenza, economica e psicologica, e già a sedici anni andavo in giro a dire che non mi sarei sposata. Ecco, c'è stato un periodo che certe generalizzazioni sulle donne le accettavo tranquillamente, anzi davo loro man forte. Le volevo diverse, le donne intorno a me, le volevo forti, coraggiose, autonome, e contro quel modello tanto lontano da me mi scagliavo con forza..
Ma adesso mi sento diversamente. Forse perché ho lasciato l'italia e ho scoperto di non essere una donna tanto diversa dalle altre. Quasi la totalità delle donne che ho intorno adesso la pensano come me su molte questioni, e mi sento più affine al mio genere qui in terra straniera di quanto non mi sentissi a 16 anni nel mio piccolo paese di provincia in Toscana. Ma perché? Esiste forse una ragione geografica, per cui nascono più donne intelligenti e coraggiose qui, che non lì?
Ovviamente no, e la mia è una provocazione quando dico "intelligienti". È che molti definiscono stupide le donne sottomesse. La stupidità in questo senso è il risultato di un'educazione ed è funzionale a certi sistemi sociali, e diventa alla fine un alibi per gli uomini che, per interesse, non vogliono che il mondo cambii. Dicono spesso che furono le donne cinesi a ribellarsi quando hanno dichiarato illegali i piedi deformati dalle bende, e anche che le donne islamiche difendono l'infibulazione...te lo dicono come a dire "lo vedi che son le donne che sono cretine". Eccerto. e nessuno pensa che quelle donne, che hanno sacrificato i loro piedi e il loro piacere, per dei valori che erano maschili, per ottenere di vivere, di mangiare (perché se no non si sposavano, e se non si sposavano morivano di fame) di colpo vai lì e dici loro "ok, sono cambiate le regole, adesso non serve più". Perché invece serve, per esempio, che vadano in fabbrica e i piedi deformi sono un impiccio. E pensi che non si incazzino? nessuno darà loro i loro piedi indietro, di colpo sono solo donne menomate. Ma le regole chi le ha fatte?
E insomma, ho smesso di sentirmi migliore di queste donne che tollerano le botte per 30 anni e muoiono infine al prontosoccorso, per un cazzotto di troppo, nell'indifferenza generale; di queste ragazze con la milza spappolata dai calci che tornano a casa dicendo "lo amo". La differenza, tra me e loro, è che a me hanno insegnato a volermi bene, a sapere quanto valgo, a considerarmi un essere umano non inferiore a nessuno. Per questo io al bullo della classe stavo alla larga già da piccola. E da grande, sono stata alla larga dai narcisi, dai vigliacchi, da quelli che hanno bisogno di stare con una che reputano stupida per sentirsi superiori, da quelli che "l'omo è omo" e da quelli che fanno gesti plateali romantici. Perché alla fine vien fuori che le donne non le possono vedere, e chissà perché passano la vita a regalare enormi mazzi di rose. Ma questa è un'altra storia, per un altro giorno.
one day at a time
Sono i miei ultimi giorni in Germania. Li passo in un appartamento semivuoto, coi gatti e le ultime cose pronte per essere messe in macchina, tra dieci giorni. Cucino e mangio con l'unico scopo di svuotare la dispensa e il frigo. Bevo anche di conseguenza, il che dà innegabilmente soddisfazioni maggiori.
Penso che questa specie di inverno prolungato sia un elaborato piano del destino per non soffrire di nostalgia, visto che il trasloco è previsto per giugno, quando in questo angolo fortunato di Germania di solito fanno trenta gradi. E invece al momento in Svezia c'è bel tempo mentre qua fuori ci sono sei gradi e piove da settimane. Non credo di aver mai visto così poco sole come in questo 2013.
Le ripercussioni sul morale sono evidenti. Al lavoro, i mediterranei vanno in giro incazzati come api e si vestono in modo incongruo. il che è tipico degli immigrati mediterranei al nord una volta che hanno passato il primo inverno. Quell'inverno per il quale si erano preparati le pellicce di foca, per intendersi, e che si son stupiti di constatare non era poi così freddo. Contemporaneamente, mia madre al telefono si lamenta del freddo, perché in Toscana fa esattamente lo stesso clima di qua, ma chiaramente nella gara delle lamentatio la differenza di latitudine risolve l'ex-aequo.
Persino i gatti sono rompiscatole, perché soffrono l'assenza del loro amato Kratzbaum o albero tiragraffi o come altro cavolo si chiama il trespolo da cui erano soliti dominare la stanza e noi abietti servitori di felini, partito sul camion dei traslochi assieme a quasi tutti i nostri possedimenti terreni. Dunque Enzo si è trasferito in pianta stabile sopra l'armadio. e Liza, la mia gattina cieca, soffre della mancanza del suo umano preferito.
Mettiti in coda, sorella.
E dunque, dicevamo: sono giorni difficili, e passano con una lentezza che ha del paranormale.
Penso che questa specie di inverno prolungato sia un elaborato piano del destino per non soffrire di nostalgia, visto che il trasloco è previsto per giugno, quando in questo angolo fortunato di Germania di solito fanno trenta gradi. E invece al momento in Svezia c'è bel tempo mentre qua fuori ci sono sei gradi e piove da settimane. Non credo di aver mai visto così poco sole come in questo 2013.
Le ripercussioni sul morale sono evidenti. Al lavoro, i mediterranei vanno in giro incazzati come api e si vestono in modo incongruo. il che è tipico degli immigrati mediterranei al nord una volta che hanno passato il primo inverno. Quell'inverno per il quale si erano preparati le pellicce di foca, per intendersi, e che si son stupiti di constatare non era poi così freddo. Contemporaneamente, mia madre al telefono si lamenta del freddo, perché in Toscana fa esattamente lo stesso clima di qua, ma chiaramente nella gara delle lamentatio la differenza di latitudine risolve l'ex-aequo.
Persino i gatti sono rompiscatole, perché soffrono l'assenza del loro amato Kratzbaum o albero tiragraffi o come altro cavolo si chiama il trespolo da cui erano soliti dominare la stanza e noi abietti servitori di felini, partito sul camion dei traslochi assieme a quasi tutti i nostri possedimenti terreni. Dunque Enzo si è trasferito in pianta stabile sopra l'armadio. e Liza, la mia gattina cieca, soffre della mancanza del suo umano preferito.
Mettiti in coda, sorella.
E dunque, dicevamo: sono giorni difficili, e passano con una lentezza che ha del paranormale.
giovedì 2 febbraio 2012
Di recente ho scoperto che provo un'ammirazione sconfinata e persino una certa invidia verso un paio di persone che mostrano un'attitudine positiva ed energetica verso la vita e gli altri.
Non è solo che sono più socievoli o estroverse di me. Infatti ci sono molte persone socievoli che non mi danno le stesse sensazioni e mi lasciano piuttosto il dubbio di essere magari persone superficiali o poco sincere. Io parlo di un paio di rari casi in cui si nota che una persona ha proprio uno sguardo positivo sul mondo. In particolare una ragazza. Tutti le sembrano possibili amici perché vede il buono in ognuno di loro. Non pensa mai che sotto o dietro di loro possano celarsi aspetti negativi: non lo pensa non perché sia stupida e non lo ritenga tecnicamente o statisticamente possibile, ma perché non le interessa, non ha paura di questa eventualità, se si presenterà la affronterà ma non è il caso di porsela a priori. È una persona coraggiosa, sicura di sé, tanto che si vede che non si cura dello sguardo degli altri, si può permettere di sembrare eccentrica e allo stesso modo non verrà disturbata, né interessata, dalle eccentricità degli altri. La sua risposta in generale è la risata. Ride molto di se stessa, ma senza che questo le causi contraccolpi di autostima. Ride degli altri, senza cattiveria, perché in fondo la vita è una commedia. Niente le sembra impossibile. La sua voce è alta. I suoi vestiti sono colorati e bizzarri. I suoi capelli sono arruffati e luminosi come la criniera di un leone, e per firmarsi infatti lei stilizza una figurina di donna dai capelli pazzi.
Il suo passo nel mondo è la corsa. Lo sport sta nella sua vita non come competizione, nemmeno con se stessa, ma come respirare. Credo sia per questo che tutti la amano persino quando è brutalmente sincera: i suoi giudizi negativi non sembrano interpretazioni cattive della realtà ma semplicemente quiete descrizioni dei fatti come stanno, e per quanto basiti o sorpresi, nessuno è davvero in grado di contrastarle o bollarle per cattiverie. Infatti non bisogna confondere questa ragazza con le tante che riempioni i diari di cuori e fiori, di rosa e giallo, che scrivono carinerie, che si scambiano foto di gattini nei cappelli e di bambini paffuti. Non si tratta di un ottimismo alla pollyanna, qui. Si tratta di un ottimismo combattivo, guerriero, persino maschile (non c'è troppa cura delle apparenze, per quanto la bellezza non manchi). Se qualcuno lancia un commento negativo su chiunque altro non sia a tiro, lei porge subito una difesa quieta e inoppugnabile, che mette fine alla questione.
Il suo passo nel mondo è la corsa. Lo sport sta nella sua vita non come competizione, nemmeno con se stessa, ma come respirare. Credo sia per questo che tutti la amano persino quando è brutalmente sincera: i suoi giudizi negativi non sembrano interpretazioni cattive della realtà ma semplicemente quiete descrizioni dei fatti come stanno, e per quanto basiti o sorpresi, nessuno è davvero in grado di contrastarle o bollarle per cattiverie. Infatti non bisogna confondere questa ragazza con le tante che riempioni i diari di cuori e fiori, di rosa e giallo, che scrivono carinerie, che si scambiano foto di gattini nei cappelli e di bambini paffuti. Non si tratta di un ottimismo alla pollyanna, qui. Si tratta di un ottimismo combattivo, guerriero, persino maschile (non c'è troppa cura delle apparenze, per quanto la bellezza non manchi). Se qualcuno lancia un commento negativo su chiunque altro non sia a tiro, lei porge subito una difesa quieta e inoppugnabile, che mette fine alla questione.
È tutto quel che vorrei essere e non sono. È il mio contrario esatto. La bontà mi è sempre sembrata sinonimo di stupidità. Parto sempre prevenuta. Ho paura di tutti. Immagino lati oscuri ovunque. Il mio passo è silenzioso e lungo i muri. Invece di essere eccentrica, vivace e chiassosa, vorrei essere invisibile, confondermi con l'ambiente, non sembrare diversa dagli altri.
Sono una persona negativa.
Sono una persona negativa.
Mi è stato fatto notare che persino i miei interessi sono negativi. Mi appassionano le storie di delitti, la descrizione dei lati oscuri della mente umana. Leggo spesso i racconti di famiglie dove si litiga e non ci si rispetta, e spesso ho detto di essere "affascinata dalla psiche umana". Rimugino molto su quel che sta sotto, o dietro le cose, e lo immagino sempre al peggio. Sono pessimista. Sono piena di rabbia. Vorrei tanto piacere agli altri salvo poi scoprire che loro non piacciono a me, e sconfinare nell'esatto opposto.
Ovvio che l'educazione conti. Mi immagino che queste persone positive abbiano alle spalle famiglie numerose e chiassose e allegre. Che siano state educate a vedere il buono. Io poi dico: non posso mica cambiare e cominciare a vedere tutto rosa! E anche questo è pensiero negativo, pessimista, oscuro.
Invece di cambiare il mio sguardo, vorrei che cambiassero le cose, che divenissero più simili a come vorrei vederle. Ma non sono più così ingenua da non vedere che sono io a rendere le cose in un certo modo, ormai è la statistica che mi dice questo, dopo 30 anni in cui un certo pattern si ripete comincio a capire che sono io e non il destino a determinarlo.
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