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lunedì 8 settembre 2014

with the birds I'll share this lonely view

Ieri è morta la mia prozia, la più giovane delle sorelle di mia nonna.
I miei primi tre anni di vita li ho passati in un piccolo paese dei Castelli Romani. Per motivi del tutto casuali, in quella zona vivevano due sorelle di mia nonna che vi si erano trasferite in momenti diversi per seguire le carriere, pure indipendenti tra loro, dei loro mariti. E sempre casualmente, e temporaneamente, là era finita mia madre seguendo la carriera di mio padre.

La decisione dei miei di avere figli proprio in quel periodo, e non prima, dipendeva in larga misura dalla presenza delle mie prozie, e delle loro famiglie. Specialmente della minore, che aveva allora tre figli adolescenti e abitava più vicina. Anzi, forse persino la scelta di prendere proprio quel lavoro, e di non rimanere nell'oscuro luogo alpino dove avevano vissuto fino ad allora, era dovuta alla presenza della famiglia allargata di mia madre. Adesso mi viene da ridere al pensare che vivere prima a 600 e poi 300 Km da "casa" sia stata per i miei un'esperienza tanto radicale quanto per me vivere all'estero. E l'idea che essere "da soli" lontano da casa impedisse di fare figli mi colpisce oggi più che mai. Ad ogni modo è così che è andata, e dopo avermi portato a nascere in Toscana e aver fatto il viaggio inverso quando avevo dieci giorni, sono cresciuta con la prozia, che chiamavo zia ma era per me una nonna a tutti gli effetti, e con le giovani cugine di mia madre che mi facevano volentieri da babysitter.

Ed io di quel periodo mi ricordo parecchio, anche se in pochi mi credono perché è raro aver memoria di quel che accade prima dei 4-5 anni di vita. Io mi ricordo la casa della zia, dalla quale si è trasferita poi nell'85 e che io non ho mai più rivisto, e della quale non ci sono foto - mentre non mi ricordo affatto la casa dei miei, perché in effetti vi passavo meno tempo. Mi ricordo la divisa da carabiniere di mio zio appesa in ingresso, e pure quella è una cosa solo di quegli anni, visto che fu allora che andò in pensione. Mi ricordo poi l'orologio appeso in cucina, la camera delle mie cugine adolescenti una mensola piena di pupazzetti, ed uno in particolare col quale mi facevano giocare. Mi ricordo che avevo paura del fidanzato di mia cugina, che aveva la barba. Mi ricordo un giorno che mia zia fece gli gnocchi e mio cugino dodicenne mi portava a rubare l'impasto di nascosto, quando lei era voltata. Tutt'ora adoro mangiare l'impasto crudo degli gnocchi e ogni volta penso a lei, almeno un po'.

Poi mio padre trovò lavoro "vicino casa" ovvero vicino sua madre, il lavoro che fa tutt'ora, e ci trasferimmo nella casa dove abitano anche adesso. Mio fratello stava per nascere. Il trasloco fu una cosa difficile, così mi raccontano. Io non ricordo nulla. Mi dicono che una sera mia zia chiamò al telefono, mentre eravamo dai miei nonni, e chiese di parlare con me. Io andai a nascondermi sotto un tavolo e lì rimasi, con l'aria di voler piangere ma senza farlo. Mio padre dice che era il mio modo di manifestare che avevo molto sofferto per quel distacco e rimase molto impressionato da quella reazione, in una bambina così piccola. Ci fu solo quella sera, quella manifestazione, e poi niente altro.

I rapporti tra le due parti della famiglia sono continuati, ovviamente, e mia zia ha sempre avuto un affetto particolare per me, ed io per lei. Col tempo e la morte delle sorelle sono venute a mancare però le visite vicendevoli regolari, sia in Toscana che ai Castelli. Oggi i miei sono stati al suo funerale, e li ho pensati su quelle stradine, in quella piazza, in quella chiesa, nei luoghi dove ho imparato a camminare. Mi sono concentrata e ho sentito chiara la voce di mia zia, cristallina nella mia testa. Adesso è come se si fosse spezzato l'ultimo legame, dura mantenere i rapporti oltre il secondo grado di parentela, anche senza la distanza in mezzo. Ho pensato al significato di distanza dei cuori, che è altra cosa della distanza fisica.

Ma soprattutto oggi ho ripensato a quel racconto e a quella bambina sotto al tavolo che si rifiuta di parlare e anche di piangere, quella bambina di fronte al suo primo distacco, alla sua prima nostalgia. Chissà se è per quello che mi attacco poco alle cose, che non cerco di trattenere niente fisicamente, chissà se è già da quella sera che viaggio con la valigia leggera, e col cuore pesante.

8 commenti:

  1. Ho appena finito di scriverti una stronzata sull'altro post e già mi fai commuovere.. condivido l'adorazione per l'impasto degli gnocchi e il doppio filo che la lega (nel mio caso) alla nonna. Un abbraccio, scrittrice dell'anima! Meg

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    1. in me convivono varie anime, una è decisamente cazzara ;-) grazie davvero, cara

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  2. quando ero piccola, prima di cominciare ad andare all'asilo, era capitato che stessi a volte con una baby sitter. Di costei non ricordo assolutamente nulla, non il nome, non il volto, non la voce, non ho un singolo flash di un momento passato insieme, zero. Però mi ricordo di me, che quando mia madre tornava a casa correvo lungo il corridoio mentre sentivo che fuori dalla porta cercava le chiavi e poi, nel momento in cui le infilava nella toppa... scappavo via.
    Era il mio modo per dirle cose che una bambina di 2 anni non sapeva formulare, ma che erano molto semplici: sono contenta che tu sia tornata perché ti voglio un bene dell'anima, ma sono arrabbiata con te perché te ne sei andata.E adesso è troppo comodo che torni e io sto qui per te, nossignore, mi devi venire a cercare!
    Mia madre dice che si ricorda i miei passi in avvicinamento dall'altro lato della porta e poi i miei passi che correvano via. Come sono egoisti i bambini! Però poi penso che anche questo era un modo di esprimersi, come il tuo non voler rispondere al telefono. Era un modo per dire "mi sei mancata". Gli adulti intelligenti lo capiscono credo.
    Quanto al cuore pesante, io ci casco ancora, e ancora... mi affeziono alle persone, anche se so che partirò presto. Mi faccio venire ogni volta un mezzo magone. Ma meglio così, piuttosto che galleggiare sulla vita, penso. O non era questo che intendevi dire?

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  3. Decisamente meglio così. Ho imparato presto ad accettare i cambiamenti, e anche la nostalgia delle persone care, questo intendevo, e forse mi sono indurita un po' già fin da allora, per evitare di soffrire troppo. Ma tuttora mi porto dietro un gran bagaglio di ricordi, e sensazioni, laddove il mio bagaglio fisico invece è divenuto quasi inesistente. Come se, con tutte le persone che devo portarmi nel cuore, non avrei mai posto e modo per rimanere attaccata anche, che ne so, ai vecchi diari di scuola, ai libri, ai vestiti...
    I bambini certe cose le dicono forte e chiaro, anche senza parlare, non c'è dubbio.

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  4. mannaggia arya, mi spiace per la prozietta, il racconto mi ha messo il magone, ma un magone non indigesto. E' bello come racconti, sei delicata e dolce.
    Io a quella bambina sotto il tavolo vorrei presentarne un'altra di mia conoscenza, secondo me si starebbero simpatiche

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  5. grazie cara Squa! anche io son sicura che si starebbero simpatiche. Un bacio

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