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venerdì 14 ottobre 2016

"Sono diventato il genitore che un tempo detestavo"

Questo era il titolo di un articolo che ho letto tempo fa, su un giornale svedese. Iniziava con il racconto di un padre il cui bambino di tre anni era sfuggito ad ogni controllo durante la visita ad una mostra e di come avesse semidistrutto un'opera d'arte. (Arte moderna: l'opera era fatta di pasta cruda e non era protetta da nessuna teca). Dopo l'aneddoto tutto sommato divertente, il giornalista continuava con note un po' più generali e decisamente più serie, che mi hanno colpito. 

Di seguito metto una parte dell'articolo, tradotto liberamente da me.
"Prima di essere padre odiavo i genitori che lasciano i loro bambini urlare sull'autobus o far confusione tra i tavoli di un ristorante. Detestavo i loro sguardi vuoti, la bocca semi-aperta. Come se non sentissero o non se ne curassero.Ora lo so. Che si sente e che ci se ne cura. Ma è come se ci fosse un interruttore nella testa che salta quando è semplicemente troppo. Si va come in power-save, tutte le funzioni tranne quelle assolutamente vitali e la soglia di attenzione si abbassa al livello "il bambino è vivo?".Ora sono io quello che vedete avanzare come un fantasma lungo la coda alla cassa mentre i bambini seminano terrore nel negozio. Non mi importa davvero nulla di cosa tu pensi. Semplicemente, non posso permettermelo.Sono io quello che tu vedi sentirsi un po' male sul marciapiede fuori dall'asilo. Non sono malato né ubriaco, sono solo distrutto dall'esperienza drammatica della consegna, oppure già per la fatica che abbiamo fatto sulla strada da casa. È come se mi disconnettessi dal mondo in quei casi, lo so. D'altra parte, tutti gli amici con bambini ti ripetono che andrà meglio presto. Ma è come se fossero solo parole, perché non diventa mai davvero più facile. E ti dicono: vai a quella mostra, è così bella e colorata e perfetta per i bambini! e tu dimentichi di chiedere se ci saranno teche e recinzioni. Perché tu vuoi disperatamente andare. Vuoi disperatamente crederci, che puoi fare cose come quella. Solo che non funziona mai. Ed ecco che ci si trova in power-saving mode, e col mondo in vibrazione. Potete odiarmi quanto volete. Io voglio solo che sappiate perché si diventa così."
Ci ho ripensato l'altra settimana, quando per un attimo mi sono ritrovata a pensare quella stessa frase del titolo. Ero fuori da un centro commerciale, ai margini del parcheggio. Danne era dentro in fila alla cassa di un negozio di scarpe, dove eravamo andati non per divertimento ma per cause di forza maggiore, per comprare le prime scarpe invernali per Kiki. Io ero seduta su una panchina e tenevo stretta in una presa da wrestler mia figlia che si divincolava a strillava fino a perdere la voce nel tentativo di fuggire correndo tra le auto. L'avevo dovuta già portare fuori di peso dal negozio (14 Kg in movimento), dove farle provare le scarpe si era rivelata una mission impossible, ma persino lì fuori, tra la gente che passava e a due passi dalle auto, le cose non erano certo più facili.  È allora appunto che ho realizzato, mentre usavo tutte le fibre del mio corpo per tenerla ferma,  che non la sentivo nemmeno più, le sue urla strozzate e disperate erano sottofondo, i miei gesti meccanici, e la gente che passava puro sfondo cartonato. Mi sono resa conto di cosa intendeva quel giornalista con "power-saving mode" e con "il mondo in vibra-call". È che in quei frangenti ho solo le forze mentali e fisiche sufficienti a evitare che mia figlia scappi tra le auto, non posso permettermi di pensare anche a chi passa e ne è sicuramente disturbato o irritato, e pensa che è tutta colpa mia, che loro saprebbero come fare, che sei troppo severa, troppo poco severa, che ci dovresti andare più spesso al centro commerciale così l'abitui oppure che cosa mai ce la porti a fare una bimba del genere al centro commerciale, o in tram, o al museo. Il mondo è silenziato perché non posso pensarci, se lo facessi probabilmente crollerei.

Momenti come quelli, per fortuna, non sono la regola però accadono piuttosto regolarmente ormai, soprattutto se siamo fuori, in luoghi pubblici. Rispetto al bambino dell'articolo è ancora relativamente facile portarla a scuola o metterla a dormire, il 90% del tempo è buffa e allegra, ma ogni giorno ci sono diverse battaglie da combattere, ogni giorno ci sono crisi di rabbia piccole o medie o grandi per qualcosa - e può davvero essere qualunque cosa. Terrible-two in anticipo, immagino. A casa è dura gestirla ma fuori è infinitamente peggio, ed ora infatti evito sempre di più di trovarmici, di stare in luoghi dove la furia della piccola Hulk in fucsia non possa abbattersi sulla quiete, gli oggetti, i timpani altrui. Ed ecco che il mondo ti si restringe intorno. E non tutti capiscono. Non capiscono quelli che continuano a dirti di di portarla qui e lì, alle feste, al ristorante, e che vuoi che sia, e così vedrai si abitua, del resto è lei che si deve adattare a me (e se non lo fa è perché sono io che sbaglio).  E non capiscono quelli che si ritrovano, ahiloro, seduti sul sedile a fianco in aereo, o intrappolati nello stesso ascensore, o in coda alla stessa cassa al supermercato, o a pranzo al tavolo vicino, e che sembrano dirti esattamente l'opposto, tranne che per la conclusione che sei tu che sbagli.
Del resto, un tempo sarei stata di loro.

giovedì 29 settembre 2016

Prove di bilinguismo

All'ultima visita pediatrica ci hanno chiesto se Kiki avesse un vocabolario di almeno 8-10 parole. Dipende, ho risposto, devono essere parole che esistono?
Perché ecco, mia figlia, per parlare, parla. In continuazione, a voce altissima, parla come se avesse tantissimo da dire, con tutte le espressioni facciali di chi è immerso in un dibattito serio. Solo che non la capisce nessuno.

La sua lingua è un mix di italiano e svedese, ma con un guizzo creativo in più.  Sa che ogni oggetto ha due nomi, e li comprende entrambi, ma delle due parole, quella svedese e quella italiana, sceglie di usarne solo una, di solito la più corta. Questo a prescindere dall'interlocutore. Inoltre la semplifica ulteriormente, di solito ripetendo la sillaba iniziale. Dunque cuscino e kudde diventano gugghe, fiore e blomma diventano fuffe. Spesso poi estende la parola a tutta una categoria, e non è facile capire il criterio. Per esempio, quaqua è la papera, ma anche tutto ciò che abbia un becco. E Nina è kanin (coniglio, come il suo peluche) ma anche la piccola copertina che si porta a letto come coccola. Per non parlare del fatto che tutte le parole che iniziano con Pa, in qualsiasi lingua, diventano Pappa, e quelle che iniziano con Ca sono tutte kakka.

La confusione negli astanti è spesso totale, specie se conoscono una sola delle due lingue. Sostanzialmente, tutti tranne me. Deve essere frustrante, per lei, parlare senza essere capita, cosa che forse spiega molte delle sue crisi di rabbia e il suo sempre maggiore attaccamento a me. Sarà per questo che spesso integra con gesti ed onomatopee.  Per esempio, se ha fame, indica quello che vuole, dice  "MUMMUMME" e poi indica la sua bocca aperta.

Sostanzialmente, parla come Simon's cat:


Un po' barbaro ma efficace.



lunedì 26 settembre 2016

Da dove si ricomincia? Perché di ricominciare avrei davvero bisogno, ma finora non ho trovato davvero il modo. Pensieri sconclusionati affollano la mia mente, e pure la lista delle bozze. Tutto della mia vita pare in disordine, dentro e fuori.

Potrei dire di come abbiamo cambiato casa, comprandone una e vendendone un'altra, lasciando in entrambi i casi grande margine allo sceneggiatore per sbizzarrirsi con le coincidenze ed il tempismo. Un certo ruolo in tutto questo lo ha giocato il fatto che la compravendita immobiliare in Svezia risponde a regole un po' diverse e sia in generale una questione molto veloce e burocraticamente semplice. Per dire, tra la pubblicazione del nostro annuncio "vendesi"sull'apposita pagina web e la firma ufficiale del contratto di vendita sono passate meno di otto ore ad orologio. Ma il vero tocco surreale a tutta la faccenda è dato dal fatto che ci siamo trasferiti a 300m di distanza in un appartamento i-den-ti-co al precedente, con la differenza che stavolta in soggiorno c'è una porta dalla quale si accede a due camere da letto in più. Aver tenuto i due appartamenti in parallelo per qualche settimana ha poi dato il colpo di grazia alla sanità mentale di tutti i coinvolti. Io per esempio continuavo ad andare a cercare lo specchio in corridoio ritrovandomi a fissare un muro prima di rendermi conto che ero nella casa sbagliata.

E potrei dire di Kiki. Dal mese di luglio, dopo la settimana in cui ha avuto la sesta malattia, da rompicazzi sporadica è salita al livello PRO e ormai anche attività che potevo concedermi, come un pranzo fuori con lei o un giro al supermercato, sono diventate impossibili. Crisi di frustrazione per qualunque cosa non vada esattamente come vuole lei, pianti disperati di fronte a qualsiasi rifiuto. Reazione isteriche se per caso le dai il dolcetto che tanto voleva diviso in due invece che intero - in quel caso ci siamo ritrovati con questa bambina coi lacrimoni in mezzo alla pasticceria, che urlava così tanto da rimanere senza fiato. Oppure passato alla cassa prima di averlo se deve attendere che il suo succo di frutta venga passato alla cassa prima di averlo. La cassiera era desolata: doveva finire il cliente precedente e intanto vedeva questa bambina sconsolata, accasciata su se stessa mentre singhiozzava disperata come a dire "nessuno mi capisce!". Il che, incidentalmente, è spesso anche vero.

Del  resto ora va al nido. Ci va serena, diciamo. È serena tutto il tempo, anche la notte dorme ancora le sue tredici ore. Anzi adesso ha preso a dormire nel letto senza sbarre, un grande fouton ad una piazza e mezza dove può rotolarsi in totale autonomia. La sera tu le dici: vuoi fare la nanna? e lei agguanta il suo cuscino (Gugghe), la sua copertina (Nina) il suo ciuccio (Zuzzo), si butta a pesce sul materasso e ci dice: Cià Cià! facendo anche ciao con la mano. E dorme, quasi sempre fino alla mattina dopo. Poi la mattina, però, dopo aver camminato serena al mio fianco per i 650 m che ci separano dall'asilo, dopo essere entrata serena dentro la scuola, essersi tolta serena scarpe e giacca, ecco che scoppia il finimondo al mio primo accenno ad andarmene. L' educatrice allora la porta via e mi dice di andarmene velocemente, mentre mia figlia urla e si dispera e piange e versa lacrime. Io mi scapicollo fuori come al solito un po' scombussolata. Ogni maledetta mattina. Poi però, mi dicono, appena volto l'angolo lei smette e sta tranquilla. E pure io appena volto l'angolo smetto e sto tranquilla. Ma cosa non darei per evitarmi quei due minuti quotidiani di inferno.

Ricominciamo così, dunque, come un anno scolastico, come l'autunno della mia infanzia, quello che qui in Svezia comincia ad agosto ma che quest'anno, chissà perché, si è nascosto dietro inattese giornate di sole caldo fino all'altra settimana. Adesso è qui, però, come è giusto che sia, ed è proprio tempo di rientri.






venerdì 3 giugno 2016

un barattolo di sole

Se potessi, creerei per me un mondo dove è sempre estate come quando è estate al Nord.

Certo, l'estate al Nord è una cosa un poco effimera e imprevedibile, non sai mai quando arriva, o quanto durerà, e dunque bisogna vivere un po' come sui blocchi di partenza delle corse, pronti allo scatto, pronti a buttarsi a capofitto nel sole. Nell'estate del Nord si impara a cogliere l'attimo, e a non rimandare mai quello che si potrebbe fare oggi.

Però, quando arriva, l'estate al Nord mi ripaga di tutto.











E nell'estate del Nord mi trovo piena di energie, senza afa che le fiacchi, a vivere giorni che sembrano non aver mai fine, incantata dai verdi e dagli azzurri, coi piedi nudi sull'erba fresca dei prati, incapace di dormire sotto cieli rosa che non diventano mai bui.

Nell'estate del Nord i canoni di abbigliamento scompaiono sotto l'imperativo di non sprecare nemmeno un raggio di sole, e donne di ogni età mettono il bikini per andare al parco, o anche solo nel prato condominiale, senza curarsi di chi le vedrà. Nell'estate del Nord si vive di barbecue, di picnic, di coperte stese, di cestini pieni d'uva e di ciliegini, e si gioca a badminton e a kubb.

Nell'estate del Nord vivo ogni giorno con gratitudine, non do per scontato nulla, e con la stessa meraviglia di Kiki raccolgo conchiglie, soffio soffioni, lancio sassi nell'acqua, mi curo poco della forma e riempio il mio barattolo di sole.

domenica 29 maggio 2016

son soddisfazioni

Oggi in Svezia è la festa della mamma.

Di solito il giorno prima mio suocero chiama Danne per ricordarglielo. Ieri invece ha chiamato mia suocera.  Per ricordargli di regalarmi qualcosa.
Danne si è lamentato: ma non è mica mia madre! 

In effetti.

Poi è venuto da me e col solito fare poetico che contraddistingue tutte le nostre interazioni ha detto: dimmi che vuoi che ti regali se no mia madre mi darà l'inferno.
Beh, che mi importa, ho risposto, veditela con lei, mica è mia madre.

Direi che abbiamo centrato il tema del giorno, quantomeno.

sabato 7 maggio 2016

that's what i do, I drink and I know things

Qui, fisicamente, si arranca. L'agognato congedo di paternità è arrivato e, escludendo le settimane che passiamo in viaggio, è finora stato devoluto a inghippi, rogne, patemi, perlopiù causati da un progetto lavorativo di Danne che ormai non può proprio essere abbandonato. E invece questi giorni dovevano essere finalmente la mia chance di riprendere in mano la mia vita. Non c'è stato verso e non ci sarà, ed io sono arrabbiata, stanca, nervosa, furente, scoraggiata. Non è colpa di nessuno, è la sfiga, è la vita, è il destino, è il karma ed io mi sono rotta le palle.

I viaggi sono tra le ragioni della stanchezza, sebbene siano la ragione migliore. Dopo essere stati dai suoceri in Småland, aprile si è chiuso con una stranamente lunga parentesi toscana a casa dei miei. E uno dice: beh, ti sarai riposata. Eh. No, ormai l'ho detto mille volte, io a casa dei miei non mi riposo mai, perché ho sviluppato la malsana abitudine di passare tutto il tempo a pulire e svuotare casa loro. Beh,  a provarci. Il tutto litigando e poi crogiolarmi in orribili sensi di colpa, perché mi sento l'odiosa saccente che non vorrei essere.

Abbiamo comunque potuto goderci qualche serata o pomeriggio in solitaria, lasciando Kiki coi nonni. Al ritorno di solito trovavamo i miei completamente distrutti e penso che in questo modo abbiamo messo fine alla domanda: ma quando lo fate il fratellino? Abbiamo quindi rivisto care amiche e abbiamo mangiato un sacco. Troppo, ovviamente. E mi sono goduta il vino. Sì, ok, datemi dell'alcolista, non potete capire che cosa significhi avere il vino, ottimo vino, sul tavolo ad ogni pasto senza che sia un affare di stato e berne un mezzo bicchiere solo perché, cazzo, è quel che ci vuole col buon cibo. Ecco. E poi il gelato. E poi almeno qualche pomeriggio di sole e piedi nudi nelle ballerine prima che l'inverno tornasse di colpo a rompere le scatole. Noi eravamo comunque contenti, visto che contemporaneamente in Svezia nevicava.

La vera ragione per cui comunque non possiamo tornare dall'Italia riposati (rinfrancati, ingrassati, abbronzati magari, ma riposati no) è che volare con Kiki non è proprio cosa. Io vi ammiro, plurimamme expat che vi fate voli transoceanici in solitaria con prole al seguito, mi chiedo davvero, onestamente, perché per noi sia tanto più difficile. Siamo noi, è lei, sono i voli brevi a fare la differenza? Mia figlia non si distrae con ipad, e cellulari, lei ve li strappa dalle mani e ve lo giuro è in grado di romperveli senza appello in meno di un minuto. Mia figlia non dorme, o meglio: dorme nel suo letto, al buio, possibilmente da sola e col silenzio intorno. Noi dobbiamo per forza viaggiare con la Ryan, e lì con un bambino sotto i due anni puoi fare una sola cosa: tenertelo in collo, legato alla tua cintura e pregare che non scateni l'inferno. Solo che Kiki in braccio non ci sta mai, nemmeno a casa, nemmeno quando è felice e serena, figurarsi stanca, con le orecchie tappate, alle undici di sera su un aereo pieno di gente e con le luci sparate. Se non fossimo stati in due non sarebbe stato materialmente possibile gestire lei, le borse, le ginocchiate nello spazio microscopico e la voglia di dare fortissimo una testata nel finestrino.

Ecco perché rientrare a casa è tutto sommato un sollievo. La bambina indemoniata si spegne di botto nel suo lettino, la faccia finalmente serena, noi accendiamo il canale HBO e ci guardiamo finalmente la nuova stagione di Game of Thrones sorseggiando l'ottimo limoncello di mia madre. All is well what ends well.

lunedì 11 aprile 2016

Now I'm just waiting for something that might never come

Qui si è intenti in un faticoso risveglio dall'inverno del nostro scontento.

Le temperature salgono lentamente, le ore di luce aumentano esponenzialmente e nelle aiuole è tutta un'esplosione di fiori selvatici, sui quali mi sto facendo una cultura: anemoni bianchi (vitsippa), azzurri o lilla (blåsippa), crochi, ranuncoli, mughetti. Se non avete vissuto un po' al nord non potete capire quanto sia sentita e partecipata questa cosa: c'è rischio che pure i convenevoli in ascensore virino con entusiasmo sugli anemoni.

Primavera vuol dire anche decluttering, un po' per tutti e specie per chi come me ne ha evidentemente fatto un'ossessione, complici la cronica mancanza di spazio in appartamento (acuita dalla famiglia che cresce e diostrafulmini il prossimo che regala un altro gioco alla pupa) e un vissuto famigliare complicato.

Bene, a questo giro mancheremo, essendo in Italia, il semestrale passaggio del container per i rifiuti ingombranti, quelli che si accumulano in cantina e che io non vedo l'ora di far sparire. Non solo: ho traslocato in cantina pure la gran parte dei nostri libri e dvd perché non facevo che raccoglierli dal suolo e rimetterli sulle mensole, in loop, e ora quando passo dal nostro box strapieno iperventilo.

Mia suocera pure è intenta nella stessa attività. Dopo aver tenuto tutto per 40 anni, ha ora deciso di cominciare ad eliminare il superfluo, ed ha approfittato della nostra visita la settimana scorsa per costringere suo figlio a scremare l'eredità della sua infanzia: era stato finora conservato tutto. Ci sono volute quattro serate intere per passare tutto in rassegna e poi portare la gran parte in discarica.

Chiaramente, è stata la morte di sua madre a convincere mia suocera della necessità di sgomberare. Infatti c'erano ancora le cose di Mormor da eliminare o valutare. Tra di esse, una scatola di latta piena di monete antiche. Io ho preso la scatola, pensando di usarla per il cucito, mentre Danne ha passato una serata intera su Tradera (l'ebay svedese) per avere un'idea del valore delle monete. E abbiamo scoperto con mia grande sorpresa che pure monete del 1600 non valgono in realtà poi molto, e tanto valeva sbarazzarsi di tutto.

Al ritorno a casa, poi, pure la scatola poi si è rivelata scomoda e ho deciso di smaltirla assieme al metallo nella differenziata. Mentre andavamo insieme ai cassonetti Danne si è stupito che la buttassi, gli pareva bella. Ma sì, gli ho detto, guarda che non era nulla di che, vedi che dietro c'è scritto Haribo? Era una vecchia scatola delle caramelle.

E mentre io mi dedicavo allo smaltimento, mettendo i vari oggetti ognuno nel cassonetto apposito, lui leggeva qualcosa sul cellulare. Quando ormai avevo finito, ed ero pure irritata dal mancato aiuto, mi ha detto, trattenendo una risata: sai quanto valeva quella scatola su ebay? 

E niente, ho infilato il braccio e l'ho ritirata su.