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lunedì 22 giugno 2015

i get knocked out but i'll get up again

Ho ricominciato a correre. In sommo ritardo rispetto alle mie iniziali, ottimistiche fantasie. Causa fiacca, ovviamente, ma anche, come si è detto, causa tempo di cacca. Fa pure rima.

E lo so che in Svezia il maltempo non esiste: there's no bad weather, only bad clothes. È che, oltre che di stamina, resilienza e motivazione, io sono sprovvista pure di vestiti adatti al correre nel nubifragio. Rimedieremo, non prima però di aver corso tutta l'estate. Quando si tratta di acquisti relativi a fitness e simili mi impongo un tempo di decantazione di circa due anni. Il fatto è che ho alle spalle una lista imbarazzante di acquisti impulsivi risultato di attacchi di panico da prova costume.  Sorvolo.

E dunque, piano piano, si diceva, si corre. L'anno scorso avevo cominciato a seguire questo programma. Ero arrivata circa a metà quando scoprii di essere incinta e l'ostetrica simpaticona mi proibì di continuare. Andò così. Mi disse: puoi continuare se è tanto che corri. Ed io tutta orgogliosa: sono ben tre mesi! E lei: ah per un attimo ho pensato tre anni. Scordatelo baby. Passeggiate e bicicletta.

Adesso è passato un anno,  e si ricomincia notando che nel frattempo si è perso tutto il (poco) tono muscolare che si aveva. Gran batosta per l'ego. Vado al parco a correre e mi sento morire, in più coi tutori per le mie malandate ginocchia sembro un po' Forrest Gump prima che gli comprassero le Nike. A tutti i jogger seri che incontro e che temo mi guardino con commiserazione (in realtà si fanno gli affari loro naturalmente) vorrei fermarmi a dire: no, ma guarda, non capisci! lo so che sono una schiappa ma almeno corro! come diceva De Coubertin? eh? eh?

In realtà, il jogging è al parco è una delle attività in cui percepisco di più il senso di community. Il senso da "siamo tutti sulla stessa barca". Perché per ogni jogger serio - tipo quello che alla locale maratona, tempo fa, fu preso da un attacco di diarrea e pur di non smettere di correre decise di farsela semplicemente addosso e di tagliare il traguardo completamente marrone. Giuro - per ogni jogger fanatico, dicevamo, ne trovi a pacchi di casi umani tipo il mio. La cosa più divertente è poi quando io e Danne ci alleniamo contemporaneamente, portandoci dietro Kiki nel Coso. Facciamo i turni a spingerla e lei ci guarda seria e sta buonissima.

I risultati sono per ora sconfortanti. Uso massiccio di Voltaren e quasi nessun miglioramento estetico. So bene che non riuscirò ad arrivare in fondo al programma entro agosto, come mi ero ripromessa, e pertanto si dovrà continuare anche con la brutta stagione la stagione peggiore. Ma almeno come premio mi comprerò i pantaloni lunghi.

giovedì 18 giugno 2015

thursday never looking back it's friday i'm in love

Dunque, pare sia Midsommar. Il che parrebbe indicare che l'estate sia quantomeno iniziata.
In realtà abbiamo finora avuto un solo giorno con più di 25 gradi - e il maggio più freddo a memoria d'uomo (vabbè forse esagero, la mia di sicuro). E si va in giro con il kway sempre dietro e tutto sommato questo in Toscana potrebbe benissimo passare per Marzo. Ma insomma, normale amministrazione e ci si accontenta, almeno c'è una sostanziale differenza: la luce. Ci si prepara per andare a letto che fuori c'è ancora il sole e quando la scimmietta si mette in testa che le quattro del mattino sono un'ora perfetta per la colazione ci si rende conto che fuori è giorno pieno, e quindi forse è per questo che è un po' sfasata.
Anzi forse è solo il suo 50% svedese che si palesa. E mi rendo conto che dopo anni di questo clima si è prodotto persino in me quel particolare fenomeno scandinavo che vado a spiegare.
Gli svedesi, quando è bel tempo, vengono presi dalla frenesia del fare cose all'aria aperta. Una mia amica svedese mi disse che al ritorno da una vacanza in Italia era sfinita perché essendoci sempre stato il sole non si era data un minuto di tregua, nemmeno una mattina in cui si dorme fino a tardi. Questo forse spiega come mai i nordici, in linea di massima, tendono a fare quelle vacanze che poi torni e hai bisogno di un'altra vacanza per riprenderti. (Tutti gli altri tendono a fare vacanze alcoliche, ma anche da quelle riprendersi è dura).
Il sole fa sì che in pratica non si fermino un minuto. Escono dal lavoro e corrono a fare qualcosa, a sfruttare tutte queste ore di luce serali. In pausa pranzo sono tutti a prendere il sole. La mia vicina di casa, anni 65 e svedese doc, al momento passa ogni ora di sole (tra una pioggia l'altra) nel giardino condominiale e ora ha più o meno questo aspetto:

E insomma, ora lo capisco.
Mi alzo, dopo le mie 4 ore di sonno ininterrotto, vedo il sole, vedo che il prato davanti casa è disseminato di gente che prende il sole o che corre o che passeggia e mi scatta subito l'imperativo interiore. Non bastasse quello, dovrei comunque rispondere alla domanda del consorte che rientra la sera: ma come non sei uscita oggi? il sito delle previsioni del tempo dice che dalle 3 alle 3 e mezza c'erano almeno 23 gradi e il vento si era abbattuto del 20%, condizioni ideali! Dunque mi rendo conto di trasformarmi in una specie di bianconiglio della disoccupazione: devo fare presto! devo uscire finché è bello! sbrigare sommariamente le faccende domestiche, arraffare provviste, cambi e lattante e precipitarmi fuori col mio fido Coso carico come uno sherpa, pronta a fronteggiare ore e ore all'aria aperta e tutti gli eventuali cambi climatici.
L'estate svedese è una faticaccia. Menomate che dura poco (scherzo).

lunedì 15 giugno 2015

quattromesi

Kiki ride. Ride quando la si cambia, quando la si guarda e le si sorride, quando vede passare un gatto, quando si sveglia, quando si vede allo specchio, quando le si fanno le pernacchie sulla pancia. Quando la si solletica sotto al collo ride proprio come un adulto e i suoi genitori con lei.

Kiki parla, nella sua lingua buffa, parla così tanto che quando è in giro nel suo passeggino tante persone si fermano a guardare e raccontano dei loro figli e dei loro nipotini. E questa non è cosa da poco in Svezia.

Kiki guarda. Guarda il mondo coi suoi occhi grandi e attenti e la faccia seria. Guarda le sue mani per ore. Guarda i suoi piedi. Guarda le api nella giostrina e i pesciolini di stoffa appesi nella babygym di Pingu. E adesso, da qualche settimana, ha imparato ad acciuffarli e a tenerli bene stretti nei suoi pugni per osservarli meglio. E infatti ultimamente, Kiki afferra, stringe e tira: capelli, code, occhiali, orecchie, nasi.

Kiki si gira. La mamma l'ha lasciata sdraiata di schiena e quando si è voltata di nuovo l'ha trovata sulla pancia. Le è quasi preso un infarto, e ha capito come mai tanti film horror abbiano bambini e bambole nel loro plot. Naturalmente, Kiki odia star sulla pancia, dunque le conseguenti arrabbiature hanno favorito il suo imparare a voltarsi anche nell'altro senso. Come già detto, Kiki è molto mediterranea nella tempra.

Kiki inoltre morde. Perché Kiki ha messo due denti, e deve essere davvero sensazionale passare da zero a due denti nel giro di ore, perché adesso non può che tenere sempre una mano in bocca a controllare che siano ancora lì. E se non è una mano, è qualsiasi cosa passi a tiro. Specie se non è stata prima lavata o almeno privata degli imperanti peli di gatto.

Si apre parentesi necessaria. A quanto pare diverse persone toglierebbero la patria potestà per questa cosa dei peli di gatto. Quelle per esempio che, quando Kiki aveva un mese circa hanno esclamato sconvolte: ma come, li avete ancora i gatti? Beh sì francamente ai suoi genitori non era mai venuto in mente di sopprimerli...e poi sarebbero loro quelli strani eh. Ebbene sì, con Kiki vivono due gatti da appartamento che in questa stagione lasciano in giro pelo sufficiente a farci due gatti nuovi ogni settimana. Però sono pulitissimi e, per quanto stronzi come tutti i gatti, parecchio meno di certa gente. Chiusa parentesi.

E insomma, riassumendo, Kiki cresce. E il tempo è diventato un concetto davvero strano. Va veloce, va lentissimo. La sua mamma si guarda indietro e non si ricorda più com'era vivere prima, guarda avanti e non sa immaginarsi niente. E vorrebbe premere avanti veloce, perché non vede l'ora di conoscere la piccola donna che sta dietro quella voce, quelle risate e quelle arrabbiature, sentirla parlare, sentirla parlare italiano. Oppure anche riavvolgere il nastro, perché guardando i vestiti che non le entrano più non se ne capacita e in fondo nella sua testa sostanzialmente è come se fosse appena nata.

Un giorno, quattro mesi, c'era la neve e adesso è estate.

lunedì 1 giugno 2015

farewell

La nonna di Danne ci ha lasciato.
Aveva 93 anni e viveva da sola a circa 50Km dai genitori di Danne. Era due volte vedova. La prima volta, aveva forse vent'anni ed una bimba appena nata. La seconda, erano gli anni ottanta. Nel mezzo ai due matrimoni c'erano stati lunghi anni di ristrettezze economiche, di vita da madre single e lavoratrice. E dopo anche il cancro, e poi, infine, la vecchiaia: poteva muoversi poco e non ci vedeva quasi più. Quando il secondo marito era morto, aveva venduto la casa e si era trasferita in un piccolo appartamento, come è cosa comune qua, cedendo quasi tutti i suoi mobili e le cose per le quali non avrebbe più avuto spazio.

Altissima, ancora, nonostante il peso degli anni, i capelli candidi come vengono solo ai biondi e gli occhi blu velati dalla cataratta, così l'ho conosciuta anni fa, durante il mio primo viaggio in Svezia. A casa sua, nel suo salottino ingombro di mobili antichi e i vetri pregiati, mangiammo salmone, patate e salsa di spinaci. E torta di fragole per dessert - le dolcissime fragole svedesi che ci sono solo a luglio inoltrato. Sul tavolo aveva messo i candelabri delle grandi occasioni.

venerdì 29 maggio 2015

I don't like you you can't stand me I can't love you anymore than this

Questa settimana l'incontro del gruppo di genitori organizzato dall'ambulatorio pediatrico si è tenuto alla locale "öppna förskolan" ossia "l'asilo aperto" che immagino in italiano possa essere tradotto con ludoteca. Si tratta di un luogo dove il comune mette a disposizione due educatrici, una cucina e una grande stanza piena di giochi. Lo scopo sarebbe offrire un luogo dove i genitori in congedo possono frequentare altri adulti mentre i bimbi giocano evitando così di uscire di testa causa prolungata solitudine a casa. Non costa niente e non ci si deve iscrivere, l'idea è di poterci andare in qualsiasi momento senza porsi troppi problemi.

Ogni giorno alle 11 si canta, e mentre ero li ho assistito ad uno di questi eventi. Sostanzialmenmte, essendo i bambini in genere sotto l'anno (età minima per essere ammessi all'asilo, non esistendo, in Svezia, il concetto di asilo nido) queste sedute vedono soprattutto i loro genitori, seduti per terra in circolo, cantare i "classici". Classici per loro, ovviamente, per me erano cose mai sentite e mi son trovata a pensare che dovrebbero prima darmi i testi se vogliono che canti anche io.

Immagino che cose simile esistano ovunque. So di averne viste spesso nei film e nelle serie tv americane o inglesi per esempio e di aver sempre pensato che fossero un'esagerazione cinematografica...e invece dal vivo non mi è sembrato meno terrificante. Venti tra uomini e donne adulti che seduti in cerchio cantano "the wheels on the bus go round and round" sono una scena che vista da fuori risulta quanto meno comica. E mi chiedo se davvero uscire di casa per andare a fare questo sia davvero un modo per slavaguardare la propria sanità mentale!

Invece i bambini, nonostante siano per la maggior parte troppo piccoli per cantare o prendere parte alla cosa, sicuramente trovano la compagnia degli altri bambini molto interessante. E capisco che andando all'asilo molto più tardi rispetto agli altri paesi europei sia anche giusto che abbiano modo di frequentare altri bambini. Insomma l'idea alla base mi pare encomiabile, è che non riesco a immaginarmi in questa situazione.

Dunque si comincia già con quello che temevo sarebbe stato uno dei miei più grandi ostacoli: come riuscire ad evitare che la mia indole da orso non si ripercuota su quell'anima innocente di mia figlia. E mica solo quella da orso, che di atteggiamenti potenzialmente deleteri ne ho a iosa. Mi dovrò fare forza e andare a cantare in circolo per la prima volta da quando a dodici anni mandai a quel paese quelli dell'oratorio estivo?


martedì 12 maggio 2015

il futuro è oggi

Era intorno al mio compleanno, il ventunesimo, ed era una sera in cui ci si vedeva "con le bimbe". Le bimbe erano, sono, le mie amiche delle scuole medie, di quel tempo in cui ancora si divideva il mondo in maschi e femmine, bimbi e bimbe, ma si stava già sul confine di qualcosa di più grande. Il tempo dei cambiamenti, dei primi baci, dei motorini, dei muretti, di Cioè comprato ogni domenica dopo la messa, dei vestiti da due lire delle bancarelle, dei giubbini di jeans con le spillette, delle Converse (the first time around) e di Non è la Rai messa in sottofondo mentre facevamo i compiti tutte insieme a casa di una o dell'altra di noi.

Erano passati già tanti anni e le nostre vite avevano preso già strade divergenti - eppure abitavamo ancora coi nostri genitori, abitavamo ancora al paesello. Ci vedevamo, per legge non scritta, quattro volte l'anno: per i nostri rispettivi compleanni e per natale. In quelle occasioni si andava in un qualche pub della vicina cittadina, ci si scambiavano dei regali, ci si raccontavano le ultime novità. Eravamo tutte già fidanzate. Eravamo già grandi, eppure ancora piccole.

Quella sera iniziò come tutte le altre, con L'Ale che passava con la sua pandina (ancora del tipo vecchio, una delle ultime vendute, io credo) a prendere prima LaSu e poi me. L'articolo davanti al nome è ancora il modo con cui ci riferiamo a noi. Lo uso solo per loro due, l'articolo, è un retaggio dialettale ed infantile insieme, un dettaglio che è come un fingerprint dell'epoca e del luogo in cui quell'amicizia è iniziata. E dunque eravamo nella panda, LaSu davanti ed io dietro - incredibile che me lo ricordi tanto bene - quando L'Ale prese una strada diversa da quella che porta nella cittadina vicina. E prima che possiamo chiederle che sta facendo, l'Ale ci dice "vi devo far vedere una cosa". E ci ritroviamo in una piccola corte buia dove hanno costruito da pochi anni delle case nuove. Questa è casa mia, fa lei, con la voce piena d'orgoglio.

L'Ale era l'unica di noi che aveva un lavoro fisso. Lo è tuttora a dir la verità. I suoi l'avevano in pratica costretta a fare un istituto tecnico e le avevano detto chiaro che all'università non l'avrebbero mandata. Mi ero arrabbiata tanto, in silenzio, allora. Perché l'Ale amava studiare. Penso che avrebbe fatto psicologia, avesse potuto. E insomma, lei già guadagnava benino ai tempi, e suo padre l'aveva convinta ad investire in un appartamento. Lui metteva la firma perché la banca le concedesse il prestito, il mutuo lo avrebbe pagato interamente lei, da sola. Centosessanta rate. Un mutuo praticamente infinito che si estendeva in un futuro lontanissimo del quale non riuscivamo a scorgere niente.

La prima domanda che le facemmo fu quando si sarebbe trasferita. Anzi quando si sarebbero trasferiti, insieme, lei e il suo fidanzato. E invece non solo non c'erano progetti in tal senso ma addirittura. anche se questo ancora non lo sapevamo, quella casa avrebbe segnato la loro fine. Il fatto è che il fidanzato de L'Ale, che aveva un paio d'anni di più e lavorava anche lui senza aver laciato casa dei suoi, aveva da poco cominciato a pensar di comprar casa quando la sua ragazza di colpo lo aveva battuto sul tempo. E alla notizia era andato in panico. Che si fa ora? chiedeva affannato. L'idea di trasferirsi con lei in una casa che non fosse sua, magari contribuendo alle spese correnti, era impossibile. E se ci lasciamo che faccio? resto con niente, le disse. Ed io non potevo che notare che in fondo a parti invertite nessuno ci avrebbe trovato da ridire. Anzi, era proprio quello che aveva intenzione di far lui, comprar casa a nome suo e andarci a stare con lei. E però certe cose vanno bene per gli uomini ma non per le donne, questo era, al paesello, nell'autunno del 2001. Ma l'Ale non era più la ragazzina delle medie che non aveva opposto resistenza alcuna agli obblighi famigliari. L'Ale era già la donna che è adesso, forte, indipendente, taciturna e bellissima, e quella fu appunto l'inizio della loro fine. Una fine che lui non ha mai compreso e della quale forse non si è mai fatto una ragione.

Ma appunto, quella sera noi di tutto questo non sapevamo ancora niente. E quella fu la prima di tante sere passate là, sdraiate sul pavimento, qualche candela accesa, le finestre aperte sul buio e da fuori il rumore del treno e dei grilli e l'odore del canale - tutte cose famigliari, al paesello. Sono passati tanti anni prima che lei ci si trasferisse, da sola. Mi ricordo quando mi disse che si era sentita triste a scegliere da sola i mobili, chiedere aiuto a suo fratello per montarli. Ma scherzi? le dissi, vuoi mettere la fortuna di poter scegliere da sola? E sono passati tanti anni anche da allora. Ci sono stati svariati altri fidanzati, per tutte noi. Ci sono stati traslochi, viaggi, lauree e disastri. Ci sono state proposte di matrimonio accettate e rifiutate. Ci sono state nuove macchine, nuovi lavori, disoccupazione, malattie. Il vicino "molto figo" è poi divenuto un "quasi convivente", ognuno col suo appartamento perché è dura rinunciare alla propria indipendenza quando la si è ottenuta, strappata, meritata e sofferta. Se ci trasferissimo in un'altra casa assieme, mi ha detto l'Ale l'ultima volta, penso che avrei bisogno di tenere almeno una stanza solo per me. È una donna saggia che ne ha fatta di strada, la mia amica.

E niente, adesso whatsapp è il territorio su cui si consumano i nostri discorsi. Una bella distanza, tecnologica e geografica, da quelle chiacchiere sul tappeto a tredici anni, circondate da un mare di giornaletti e di poster, le smemo, il catologo di postalmarket, le risate a scuola fino a stare male - celebre fu un pomeriggio in cui la "tettonica a zolle" ci ridusse in convulsioni - lo sguardo sul soffitto a chiederci che futuro avremmo avuto.

E su Whatsapp ci è arrivata la foto di una schermata di computer, la pagina di online banking.
Rate pagate: centosessanta. Rate rimaste: zero.
Ho condiviso con voi l'inizio, voglio condividere con voi anche la fine.


giovedì 7 maggio 2015

Opportunities to find the deeper powers in ourselves

Non sono giorni facili. Neanche un po'. Sono giorni talvolta troppo pieni e talvolta troppo vuoti.
Avere i suoceri qui in visita è un troppo pieno. Avere nello stesso giorno il corso di massaggio, il bookclub e un acquazzone è un troppo pieno. Avere da mandare cv e lettere alle quali ti immagini già la risposta è un troppo vuoto. Guardarsi allo specchio e chiedersi com'è che è finita che di tutte le tue amiche quella che fa la mamma e la casalinga sei proprio tu, è un troppo vuoto. Kiki che piange disperata senza motivo apparente mentre due gatti reclamano cibo e tu non hai ancora fatto colazione, è un troppo pieno. Tu che provi a consolarla e non ci riesci...un maledetto vuoto, d'autostima. Kiki che ride con tutta la bocca aperta due secondi dopo è un pieno e basta. Just the right amount.

Mia suocera continua a dirmi che dovrei buttar giù note e appunti su Kiki mentre cresce. Prima che dimentichi. Ed io finora non l'ho proprio fatto. E come farsi sfuggire una tale occasione, nell'immenso buffet di sensi di colpa che è diventata la mia vita? Infatti. Chissà a quali appunti pensa lei, esattamente. Un mio amico mi ha detto che andando a riguardare gli appunti sulla prima figlia hanno constatato che la seconda mangiava esattamente uguale, anche se a loro pareva mangiasse di più. Capite, questi avevano un diario (immagino un foglio excel, son mica ingegneri a caso) in cui annotavano i millilitri di ogni pasto di ogni giorno. Tu no? mi fa lui. Ehm, no. Oui, je suis Mèredemerde (lui è francese). Forse mia suocera pensa a questo. O forse che dovrei annotare tutti i mal di pancia, tutti gli episodi di vomito in stile esorcista e quelli che hanno visto protagonista il povero muro opposto al fasciatoio. (A questo proposito, pensavamo di aver battuto ogni record e invece no. Ho persino una foto che testimonia il tutto, e quel che da allora è stato ribattezzato "the shittiest day since measurement began". Ma evito di postarla perché ho pietà di voi). È importante, mi dice, avere i dettagli precisi e non ricordi fumosi, ed ha ragione, medicalmente parlando. Eppure io mi trovo ad annotare altro.