Era intorno al mio compleanno, il ventunesimo, ed era una sera in cui ci si vedeva "con le bimbe". Le bimbe erano, sono, le mie amiche delle scuole medie, di quel tempo in cui ancora si divideva il mondo in maschi e femmine, bimbi e bimbe, ma si stava già sul confine di qualcosa di più grande. Il tempo dei cambiamenti, dei primi baci, dei motorini, dei muretti, di Cioè comprato ogni domenica dopo la messa, dei vestiti da due lire delle bancarelle, dei giubbini di jeans con le spillette, delle Converse (the first time around) e di Non è la Rai messa in sottofondo mentre facevamo i compiti tutte insieme a casa di una o dell'altra di noi.
Erano passati già tanti anni e le nostre vite avevano preso già strade divergenti - eppure abitavamo ancora coi nostri genitori, abitavamo ancora al paesello. Ci vedevamo, per legge non scritta, quattro volte l'anno: per i nostri rispettivi compleanni e per natale. In quelle occasioni si andava in un qualche pub della vicina cittadina, ci si scambiavano dei regali, ci si raccontavano le ultime novità. Eravamo tutte già fidanzate. Eravamo già grandi, eppure ancora piccole.
Quella sera iniziò come tutte le altre, con L'Ale che passava con la sua pandina (ancora del tipo vecchio, una delle ultime vendute, io credo) a prendere prima LaSu e poi me. L'articolo davanti al nome è ancora il modo con cui ci riferiamo a noi. Lo uso solo per loro due, l'articolo, è un retaggio dialettale ed infantile insieme, un dettaglio che è come un fingerprint dell'epoca e del luogo in cui quell'amicizia è iniziata. E dunque eravamo nella panda, LaSu davanti ed io dietro - incredibile che me lo ricordi tanto bene - quando L'Ale prese una strada diversa da quella che porta nella cittadina vicina. E prima che possiamo chiederle che sta facendo, l'Ale ci dice "vi devo far vedere una cosa". E ci ritroviamo in una piccola corte buia dove hanno costruito da pochi anni delle case nuove. Questa è casa mia, fa lei, con la voce piena d'orgoglio.
L'Ale era l'unica di noi che aveva un lavoro fisso. Lo è tuttora a dir la verità. I suoi l'avevano in pratica costretta a fare un istituto tecnico e le avevano detto chiaro che all'università non l'avrebbero mandata. Mi ero arrabbiata tanto, in silenzio, allora. Perché l'Ale amava studiare. Penso che avrebbe fatto psicologia, avesse potuto. E insomma, lei già guadagnava benino ai tempi, e suo padre l'aveva convinta ad investire in un appartamento. Lui metteva la firma perché la banca le concedesse il prestito, il mutuo lo avrebbe pagato interamente lei, da sola. Centosessanta rate. Un mutuo praticamente infinito che si estendeva in un futuro lontanissimo del quale non riuscivamo a scorgere niente.
La prima domanda che le facemmo fu quando si sarebbe trasferita. Anzi quando si sarebbero trasferiti, insieme, lei e il suo fidanzato. E invece non solo non c'erano progetti in tal senso ma addirittura. anche se questo ancora non lo sapevamo, quella casa avrebbe segnato la loro fine. Il fatto è che il fidanzato de L'Ale, che aveva un paio d'anni di più e lavorava anche lui senza aver laciato casa dei suoi, aveva da poco cominciato a pensar di comprar casa quando la sua ragazza di colpo lo aveva battuto sul tempo. E alla notizia era andato in panico. Che si fa ora? chiedeva affannato. L'idea di trasferirsi con lei in una casa che non fosse sua, magari contribuendo alle spese correnti, era impossibile. E se ci lasciamo che faccio? resto con niente, le disse. Ed io non potevo che notare che in fondo a parti invertite nessuno ci avrebbe trovato da ridire. Anzi, era proprio quello che aveva intenzione di far lui, comprar casa a nome suo e andarci a stare con lei. E però certe cose vanno bene per gli uomini ma non per le donne, questo era, al paesello, nell'autunno del 2001. Ma l'Ale non era più la ragazzina delle medie che non aveva opposto resistenza alcuna agli obblighi famigliari. L'Ale era già la donna che è adesso, forte, indipendente, taciturna e bellissima, e quella fu appunto l'inizio della loro fine. Una fine che lui non ha mai compreso e della quale forse non si è mai fatto una ragione.
Ma appunto, quella sera noi di tutto questo non sapevamo ancora niente. E quella fu la prima di tante sere passate là, sdraiate sul pavimento, qualche candela accesa, le finestre aperte sul buio e da fuori il rumore del treno e dei grilli e l'odore del canale - tutte cose famigliari, al paesello. Sono passati tanti anni prima che lei ci si trasferisse, da sola. Mi ricordo quando mi disse che si era sentita triste a scegliere da sola i mobili, chiedere aiuto a suo fratello per montarli. Ma scherzi? le dissi, vuoi mettere la fortuna di poter scegliere da sola? E sono passati tanti anni anche da allora. Ci sono stati svariati altri fidanzati, per tutte noi. Ci sono stati traslochi, viaggi, lauree e disastri. Ci sono state proposte di matrimonio accettate e rifiutate. Ci sono state nuove macchine, nuovi lavori, disoccupazione, malattie. Il vicino "molto figo" è poi divenuto un "quasi convivente", ognuno col suo appartamento perché è dura rinunciare alla propria indipendenza quando la si è ottenuta, strappata, meritata e sofferta. Se ci trasferissimo in un'altra casa assieme, mi ha detto l'Ale l'ultima volta, penso che avrei bisogno di tenere almeno una stanza solo per me. È una donna saggia che ne ha fatta di strada, la mia amica.
E niente, adesso whatsapp è il territorio su cui si consumano i nostri discorsi. Una bella distanza, tecnologica e geografica, da quelle chiacchiere sul tappeto a tredici anni, circondate da un mare di giornaletti e di poster, le smemo, il catologo di postalmarket, le risate a scuola fino a stare male - celebre fu un pomeriggio in cui la "tettonica a zolle" ci ridusse in convulsioni - lo sguardo sul soffitto a chiederci che futuro avremmo avuto.
E su Whatsapp ci è arrivata la foto di una schermata di computer, la pagina di online banking.
Rate pagate: centosessanta. Rate rimaste: zero.
Ho condiviso con voi l'inizio, voglio condividere con voi anche la fine.