Nella mia scala ci sono sette appartamenti. Tra condomini, in questi palazzi di mezza periferia, ci si frequenta poco, specie se non si hanno figli coetanei. Ci si dice Hej sulle scale. Molti guardano dallo spioncino prima di uscire di casa, per ridurre al minimo l'eventualità di incroci. Lo so perché spesso ho sentito porte aprirsi e chiudersi dopo che eravamo passati. Non è antipatia, anche se così suonerà agli italiani: è solo distanza di sicurezza, una cosa che gli svedesi praticano regolarmente. Come quando nei ristoranti, sugli autobus, nelle sale d'aspetto, scelgono il posto libero più distante da tutti gli altri posti occupati.
Dunque chi siano i miei condomini io lo ignoro, grossomodo. La variabile impazzita in questa situazione sono i vicini del pianoterra, una coppia di settantenni che si è trasferita qua pochi anni fa, vendendo una grande casa in campagna per poter vivere in città vicino ai nipotini. Non si sono del tutto rassegnati alla vita spersonalizzata di città, e fanno come se fossero ancora in un paesino: parlano con tutti, conoscono tutti. Sono utili e al contempo un po' inquietanti. Se non ci fossero stati loro non so come avremmo risolto l'inghippo cucina. Furono loro in effetti a chiedere che gli altri ci aiutassero.
Il primo a cui chiesero aiuto era il signore del primo piano, perché era un uomo robusto e loro parevano conoscerlo bene, lui e la famiglia, lo si capiva da come interagivano coi bambini. Era la prima volta che lo vedevo. Di solito incrociavo la moglie coi bambini: non sorrideva e rispondeva di malavoglia ai miei saluti. Ammetto di essermela presa all'inizio, mi sentivo rifiutata senza aver fatto altro che offrire un sorriso. Col tempo ci eravamo accorti però che era soprattutto stanca. Di quelle stanchezze che ti si depositano nelle ossa e fanno parlare di depressione, insomma. Anche quella volta ci fece capire che le scocciava aiutarci, aprendoci la porta di casa per farvi entrare il gigantesco ripiano della nostra cucina in modo che potessimo far manovra sul pianerottolo.
I loro bambini correvano su e giù per le scale, eccitati. Bussavano man mano alle altre porte dei piani superiori, perché anche quelle venissero aperte, a turno. A me sembravano bambini normalissimi, persino ben educati. I vicini del piano terra però ci dissero che avevano entrambi dei problemi. Il maggiore con ADHD, la minore una qualche forma di autismo. Tutta quella stanchezza, quella smorfia dura sul viso, adesso mi pareva di capirle meglio, e ho continuato ad offrirle i miei sorrisi. Lentamente, abbiamo notato che adesso è lei a salutare per prima ed io ho imparato a distinguere un viso da indurito da uno ostile.
Qualche tempo fa, mentre salivo le scale col fiatone e sostavo con lo sguardo un poco più a lungo intorno a me, ho visto che uno dei due nomi sulla loro porta era stato cancellato con il segno di un grosso pennarello. Danne ha poi notato che è davvero tanto tempo che non incrocia mai il padre dei bambini, al mattino, come capitava di solito. Abbiamo invece incrociato lei più volte, sempre con le braccia ingombre di borse e giochi, mentre grida, inascoltata, e i due bambini litigano tra loro e scappano avanti senza attenderla. Ci pare di sentirli gridare più spesso tra loro, sulle scale.
Di certo alla prossima occasione i vicini del piano terra ci racconteranno persino quello che non vorremmo sapere. Forse non capiamo nulla della situazione, eppure lo stesso pensiero ci ha assalito entrambi, perché ci sembra che quel segno di pennarello (insistito più volte, come da una mano arrabbiata) sia eloquente abbastanza. Ci ha riempito di una grande tristezza e, dobbiamo ammetterlo, di una certa paura. Per quello sguardo stanco, e per la tensione che quella stanchezza può insinuare in una coppia. E per tutto quanto di imprevedibile e spaventevole il futuro può avere in serbo. Chissà se sarò forte abbastanza, se saremo forti abbastanza. L'idea che nelle difficoltà ci si trovi a preferire di dividere le proprie strade mi pare l'eventualità più crudele di tutte.
lunedì 13 ottobre 2014
venerdì 10 ottobre 2014
Princess Consuela Banana-Hammock
Era arrivato un bellissimo autunno dorato, come non se ne vedono spesso a queste latitudini.
È già finito: pioggia e vento freddo tireranno presto giù le foglie dagli alberi e i negozi ci ricordano che presto sarà tempo di accendere le luci sui davanzali delle finestre, per illuminare il buio inverno.
Non mi entra più nessuna delle mie giacche invernali. Ho approfittato del fatto che mia madre è passata a trovarmi per farmi portar su il suo vecchio eskimo classe 1977, memoria del suo inverno trentino, dove riesco ancora (per adesso) a fare entrare il mio pancione. C'è chi lo chiama vintage, io lo chiamo: cerchiamo di evitare di comprarci troppi vestiti e contemporaneamente vediamo di svuotare gli armadi strapieni di quei due hoarder che ho per genitori.
Tutto è bene quel che finisce bene.
Altri esempi di lietofine: ho passato la temibile maturità svedese e ho scoperto che finalmente risulto iscritta all'AIRE e anche legalmente sposata per la legge italiana. Ci è voluto un po' di tempo e qualche patè d'animo ma è tutto a posto...e adesso mi interrogo sulla questione documenti hobbit, ma come diceva Rossella in Via col Vento, non posso pensarci adesso, se no divento pazza!
Intanto mi son trovata a partecipare a conversazioni per me surreali, in merito. Mia cognata infatti mi ha chiesto:
- avete già pensato a quale cognome dare al bambino?
Non nome, capito, cognome. La mia risposta (ossia che speravo proprio fosse possibile dare solo quello di Danne) l'ha peraltro sorpresa e spiazzata.
Il problema è che io e Danne, a differenza del 99% delle coppie svedesi sposate, non abbiamo lo stesso cognome (il mio o il suo o un altro, non importa) e dunque temo che ci siano meccanismi automatici per cui ai figli passa in automatico il cognome materno, come è nel caso delle donne non sposate. Io vorrei scongiurare questa eventualità perché mi pare una inutile complicazione per la vita di un bambino, quella di dover continuamente fare lo spelling. Lo stupore di mia cognata viene invece da fatto che il mio normalissimo cognome, in quanto italiano, le suona romantico, poetico, bellissimo e soprattutto non così banale come il cognome svedese di mio marito (e anche del suo).
E infatti lei, mio cognato e la bambina hanno recentemente tutti quanti cambiato cognome, passando dai loro a quello da nubile di mia suocera, che è un antico cognome tedesco (i.e. superfigo). Insomma, qui matrimoni e figli sono visti come occasioni per mettersi a inventare quasi un nome d'arte...come quella coppia di attori svedesi Noomi e Ola Rapace, che sposandosi hanno per l'appunto preso entrambi per cognome la parola francese "rapace", (che vuol dire la stessa cosa della parola italiana). A me tutto ciò pare roba da matti, anche se con Danne abbiamo convenuto che, se non avessimo avuto il non trascurabile impiccio di quella tradizionalista della burocrazia italiana, quando ci siamo sposati avremmo potuto entrambi cambiarci il cognome in Rambo come voleva lui, ed evitare di passare per quei due noiosoni che siamo.
Che poi un po' più di libertà di scelta da parte della nostra burocrazia a me farebbe pure piacere, sebbene non abbia mai desiderato particolarmente tramandare il mio cognome...però mi rendo conto anche che è l'ultimo dei nostri problemi, a giudicare almeno da ciò per cui si sono mese in fila le sentinelle, strasob.Princess Consuela Banana-Hammock
È già finito: pioggia e vento freddo tireranno presto giù le foglie dagli alberi e i negozi ci ricordano che presto sarà tempo di accendere le luci sui davanzali delle finestre, per illuminare il buio inverno.
Non mi entra più nessuna delle mie giacche invernali. Ho approfittato del fatto che mia madre è passata a trovarmi per farmi portar su il suo vecchio eskimo classe 1977, memoria del suo inverno trentino, dove riesco ancora (per adesso) a fare entrare il mio pancione. C'è chi lo chiama vintage, io lo chiamo: cerchiamo di evitare di comprarci troppi vestiti e contemporaneamente vediamo di svuotare gli armadi strapieni di quei due hoarder che ho per genitori.
Tutto è bene quel che finisce bene.
Altri esempi di lietofine: ho passato la temibile maturità svedese e ho scoperto che finalmente risulto iscritta all'AIRE e anche legalmente sposata per la legge italiana. Ci è voluto un po' di tempo e qualche patè d'animo ma è tutto a posto...e adesso mi interrogo sulla questione documenti hobbit, ma come diceva Rossella in Via col Vento, non posso pensarci adesso, se no divento pazza!
Intanto mi son trovata a partecipare a conversazioni per me surreali, in merito. Mia cognata infatti mi ha chiesto:
- avete già pensato a quale cognome dare al bambino?
Non nome, capito, cognome. La mia risposta (ossia che speravo proprio fosse possibile dare solo quello di Danne) l'ha peraltro sorpresa e spiazzata.
Il problema è che io e Danne, a differenza del 99% delle coppie svedesi sposate, non abbiamo lo stesso cognome (il mio o il suo o un altro, non importa) e dunque temo che ci siano meccanismi automatici per cui ai figli passa in automatico il cognome materno, come è nel caso delle donne non sposate. Io vorrei scongiurare questa eventualità perché mi pare una inutile complicazione per la vita di un bambino, quella di dover continuamente fare lo spelling. Lo stupore di mia cognata viene invece da fatto che il mio normalissimo cognome, in quanto italiano, le suona romantico, poetico, bellissimo e soprattutto non così banale come il cognome svedese di mio marito (e anche del suo).
E infatti lei, mio cognato e la bambina hanno recentemente tutti quanti cambiato cognome, passando dai loro a quello da nubile di mia suocera, che è un antico cognome tedesco (i.e. superfigo). Insomma, qui matrimoni e figli sono visti come occasioni per mettersi a inventare quasi un nome d'arte...come quella coppia di attori svedesi Noomi e Ola Rapace, che sposandosi hanno per l'appunto preso entrambi per cognome la parola francese "rapace", (che vuol dire la stessa cosa della parola italiana). A me tutto ciò pare roba da matti, anche se con Danne abbiamo convenuto che, se non avessimo avuto il non trascurabile impiccio di quella tradizionalista della burocrazia italiana, quando ci siamo sposati avremmo potuto entrambi cambiarci il cognome in Rambo come voleva lui, ed evitare di passare per quei due noiosoni che siamo.
Che poi un po' più di libertà di scelta da parte della nostra burocrazia a me farebbe pure piacere, sebbene non abbia mai desiderato particolarmente tramandare il mio cognome...però mi rendo conto anche che è l'ultimo dei nostri problemi, a giudicare almeno da ciò per cui si sono mese in fila le sentinelle, strasob.Princess Consuela Banana-Hammock
martedì 30 settembre 2014
And though I know who I'm not I still don't know who I am
È un periodaccio, fisicamente parlando.
Temo che ci sia una somma di concause, ossia non è solo per via della cerenza di ferro, e degli effetti ancora più devastanti degli integratori di ferro (ve li risparmio), ma è anche una questione di stress.
Non lo so più gestire. Mi vengono le palpitazioni con niente. Tipo se devo uscire la mattina presto per andare a lezione e tenere un'altra prova orale di retorica in svedese. Lo so bene che non muore nessuno se prendo un butto voto, ma ditelo al mio corpo se ci riuscite. Un disastro, mancamenti, lacrime sempre pronte, malditesta repentini e tachicardia. Questa settimana poi ho tre prove d'esame.
E poi sono diventata enorme e non ho una bella reazione nemmeno a questo. Mi manca il mio corpo, mi manca essere agile e non provare dolori qua e là, e mi manca incrociare la mia immagine riflessa in qualche vetrina e non sussultare al pensiero che è la mia. Ottima situazione per presenziare ad un matrimonio, oltretutto, capirete, con relativo coro di ohh e ahh ma com'è possibile ti ho vista due settimane fa e la pancia manco si vedeva. Ed io detesto attrarre l'attenzione, e invece sono più visibile che mai.
Che non avrei preso benissimo la gravidanza non era certo una sorpresa, essendo che io non prendo mai bene niente, per principio. Come dice Danne, you were born pissed off.
In mezzo a tutto questo, mi son trovata a fare sta benedetta ecografia "volontaria", come cavia per un corso di ostetricia. Io avevo accettato nella speranza che l'inquilino/a si mostrasse più chiaramente. Sapevo che sarebbe stata lunga e magari un po' strana come eco, perché gli studenti sarebbero stati alle prime armi.
Non avevo idea di quanto... è stata una specie di tortura. E per ragioni a me sconosciute, a star sdraiata lì mi mancava il respiro e avevo il cuore a mille. Per 40 interminabili minuti. Ad un certo punto non guardavo più nemmeno lo schermo, mi pareva che mi desse ancora più ansia vedere immagini confuse che cambiavano continuamente perché lo studente diceva magari "devo andare da destra a sinistra o da sinistra a destra?" e muovendo simultaneamente il sensore, e premeva e spesso mi faceva male. Oltretutto continuavano ad aggiungere quel gel orribile. Guardavo invece il soffitto e cercavo di respirare, e pensavo "dio questo è niente, ho proprio una soglia di sopportazione ridicola". Finché lo studente non ha esclamato "ah comunque visto che lo vuoi sapere, è femmina". L'ostetrica esperta ha allora aggiunto "sì, probabilmente".
Mi si stampa un sorrisone sulla faccia...allora questa tortura non è stata inutile! Dopo di che l'ostetrica ha voluto lasciarmi una foto omaggio, perché ci teneva che i pazienti volontari fossero ricompensati in qualche modo - oltre alla ricompensa pattuita, due biglietti per il cinema. Ed io volevo dirle, lasci perdere la foto, mi lasci andare che sto malissimo e grondo di gel...ma lei ci teneva.
Ed eccola. Una foto di profilo, dove non si vede un cappero.
E la foto di un piede.
Un piede enorme.
Sono incinta di una hobbit.
Temo che ci sia una somma di concause, ossia non è solo per via della cerenza di ferro, e degli effetti ancora più devastanti degli integratori di ferro (ve li risparmio), ma è anche una questione di stress.
Non lo so più gestire. Mi vengono le palpitazioni con niente. Tipo se devo uscire la mattina presto per andare a lezione e tenere un'altra prova orale di retorica in svedese. Lo so bene che non muore nessuno se prendo un butto voto, ma ditelo al mio corpo se ci riuscite. Un disastro, mancamenti, lacrime sempre pronte, malditesta repentini e tachicardia. Questa settimana poi ho tre prove d'esame.
E poi sono diventata enorme e non ho una bella reazione nemmeno a questo. Mi manca il mio corpo, mi manca essere agile e non provare dolori qua e là, e mi manca incrociare la mia immagine riflessa in qualche vetrina e non sussultare al pensiero che è la mia. Ottima situazione per presenziare ad un matrimonio, oltretutto, capirete, con relativo coro di ohh e ahh ma com'è possibile ti ho vista due settimane fa e la pancia manco si vedeva. Ed io detesto attrarre l'attenzione, e invece sono più visibile che mai.
Che non avrei preso benissimo la gravidanza non era certo una sorpresa, essendo che io non prendo mai bene niente, per principio. Come dice Danne, you were born pissed off.
In mezzo a tutto questo, mi son trovata a fare sta benedetta ecografia "volontaria", come cavia per un corso di ostetricia. Io avevo accettato nella speranza che l'inquilino/a si mostrasse più chiaramente. Sapevo che sarebbe stata lunga e magari un po' strana come eco, perché gli studenti sarebbero stati alle prime armi.
Non avevo idea di quanto... è stata una specie di tortura. E per ragioni a me sconosciute, a star sdraiata lì mi mancava il respiro e avevo il cuore a mille. Per 40 interminabili minuti. Ad un certo punto non guardavo più nemmeno lo schermo, mi pareva che mi desse ancora più ansia vedere immagini confuse che cambiavano continuamente perché lo studente diceva magari "devo andare da destra a sinistra o da sinistra a destra?" e muovendo simultaneamente il sensore, e premeva e spesso mi faceva male. Oltretutto continuavano ad aggiungere quel gel orribile. Guardavo invece il soffitto e cercavo di respirare, e pensavo "dio questo è niente, ho proprio una soglia di sopportazione ridicola". Finché lo studente non ha esclamato "ah comunque visto che lo vuoi sapere, è femmina". L'ostetrica esperta ha allora aggiunto "sì, probabilmente".
Mi si stampa un sorrisone sulla faccia...allora questa tortura non è stata inutile! Dopo di che l'ostetrica ha voluto lasciarmi una foto omaggio, perché ci teneva che i pazienti volontari fossero ricompensati in qualche modo - oltre alla ricompensa pattuita, due biglietti per il cinema. Ed io volevo dirle, lasci perdere la foto, mi lasci andare che sto malissimo e grondo di gel...ma lei ci teneva.
Ed eccola. Una foto di profilo, dove non si vede un cappero.
E la foto di un piede.
Un piede enorme.
Sono incinta di una hobbit.
you think that we connect, that the chemistry's correct
Era tempo di dire al mio amico J che c'è un bambino in arrivo. Comunichiamo solo via chat su facebook, in inglese. Avevo rimandato oltremodo perché sotto sotto mi aspettavo grane. La solita esagerata direte voi. J è un caro amico ma da quando è padre è uno scassacazzi di professione. E ammetto che i rapporti si sono un po' raffreddati da parte mia perché ha cominciato a rompermi un po' troppo. Tanto che esasperata tempo fa gli dissi che non mi interessava avere figli e che la piantasse - di colpo smise di mandarmi le foto del pupo.
È quello che mi scrisse che sua moglie era in attesa aggiungendo la frase "sei gelosa? allora mettiti all'opera". Quanto mi fece incavolare quella frase. Quanta insensibilità dietro quelle parole (che ne sa lui di cosa voglio? che ne sa che non ci abbia provato senza riuscire? che ne sa che io non sappia già che non posso averne? e perché dà per scontato che il mio sentimento sarà l'invidia? eccetera)
Stavolta temevo già che mi avrebbe fatto arrabbiare.
Non avevo idea di quanto.
Si comincia col dirmi che è molto felice che finalmente io mi sia decisa.
Mi sale subito la carogna, ma decido di soprassedere, sono sempre prevenuta io, subito irritabile, e poi magari è per via della lingua...
Mi chiede come sono stati i primi tre mesi e gli dico: una favola in confronto ad ora.
Errore madornale. Parte il sermone esplicativo, una mitragliata di informazioni abbastanza basilari, una lista di consigli abbastanza scontati, ha una voglia matta di educarmi, di spiegarmi le cose, di investirmi del suo immenso sapere. Vuole raccontarmi la "sua" gravidanza mese per mese, eco per eco. I messaggi si susseguono senza sosta, lunghissimi e serrati, non posso infilarmi tra uno e l'altro.
Quando finalmente sembra che abbia finito, cerco di rassicurarlo dicendo che persino col solo aiuto del personale medico specializzato avevo già ricevuto tutti quei consigli ma complice il fatto che non c'entrano un accidente con il mio problema di adesso non mi hanno lo stesso aiutato ad evitarmi sto periodo di merda. Dunque parte la lista di acquisti che devo assolutamente fare, lui può aiutarmi, è uno che ha preparato tutto ai minimi dettagli, ha persino misurato il bagagliaio dell'auto prima di comprare il passeggino (no, vabbè, chi ci avrebbe mai pensato?), sa tutto, mi manda link, mi parla della amazon wishlist, mi fa venire le palpitazioni per l'ansia. Conosco un certo numero di mamme e nessuna, nemmeno mia suocera o mia cognata, mi aveva mai sottoposta ad un simile trattamento.
Per fermarlo, stordita e irritata, gli dico: quasi quasi sulla wishlist ci dovrei mettere solo "bambino già pronto, nato, svezzato, spannolinato e già bilingue" e mi eviterei questo periodo fisicamente difficile e pure la mole di ansie di cui mi stai dando un assaggio.
Era una battuta, diosanto. Qualunque cosa pur di fermare quel fiume in piena.
Secondo errore madornale.
Lui ovviamente mi prende alla lettera e si lancia in una discussione sul tema nessun figlio adottivo sarà mai come un figlio vero. I primi 4 mesi ti cambiano come persona.
Sì ok, gli dico io irritata (perché su questo argomento mi irrito e la prendo sul personale comunque), ma anche i primi 4 mesi dopo che hai adottato non è che siano acqua fresca, è il senso di responsabilità che ti cambia, e quello c'è comunque, mica pensi "ah vabbè ma tanto è adottato, fa niente se si ammala o si fa male".
Ma lui è inarrestabile. E sgancia la madre di tutte le cazzate.
No, è perché serve di partorirlo, perché sia figlio tuo.
Io indugio con la faccia a urlo muto di Munch prima di mettere insieme una risposta, ma lui mi precede.
E non vale nemmeno il cesareo (che per "fortuna" dove ha partorito sua moglie, in Germania, non era contemplato che come extrema ratio).
È solo col dolore e col sacrificio che si diventa genitori. Mi spiace per mia moglie, e per te, ma è necessario.
Ovviamente mi è partita la brocca.
Menomale che era una discussione via chat perché se lo avessi avuto di fronte, oltretutto digiuna com'ero, lo avrei fatto a striscette.
E uno gli vuol dire, vabbè ma allora tu scusa mica hai partorito, vorrai mica chiamarti genitore.
Eh no, è qui il bello. Perché lui era nella stanza con la moglie in travaglio, e dunque il cambiamento profondo che ha bisogno del dolore fisico lo ha fatto più lui di quelle "comodone" che si prenotano il cesareo.
Ma porca paletta, ora sì che è guerra.
Mille volte meglio se fosse stato uno di quegli uomini anni 50, che stavano in corridoio a fumare i sigari.
Mille volte meglio che fosse banalmente e apertamente un maschilista di merda.
Mille volte meglio di un invasato che pensa che siccome ha vissuto 9 mesi con una moglie incinta ed è stato spettatore di un parto, allora può andare in giro a predicare a tutte le donne di riprodursi e di partorire con dolore, se no non vale.
Perché capite lui è un padre modello, un marito moderno, uno dei "buoni", l'esempio di come le nuove generazioni dovrebbero essere: pronti a dividersi i compiti, a considerarsi sotto gli stessi parametri.
E se ne esce con questa roba.
Stiamo messi bene!
Non cito che un 10% delle stupidaggini che è riuscito a inanellare.
Ho smesso di rispondere.
Ho chiuso facebook, che non tengo sul telefono apposta, e ho pensato: ecco perché rimandavo di dirglielo.
E non solo lui, anche altri due "padri modello" di cui sono amica, carini, premurosi, super dediti ai figli.
Uno mi disse "a mia moglie quando era incinta la facevo mangiare solo roba biologica".
Tutti invasati. Tutti con quest'ansia di convertire le donne alla maternità, tutti con la sensibilità di un panzer nazista ma la ferrea convinzione che loro sono i buoni, gli uomini ideali che tutte noi vorremmo.
Povere le loro mogli, ma seriamente eh.
Ho smesso di rispondere.
Ho chiuso facebook, che non tengo sul telefono apposta, e ho pensato: ecco perché rimandavo di dirglielo.
E non solo lui, anche altri due "padri modello" di cui sono amica, carini, premurosi, super dediti ai figli.
Uno mi disse "a mia moglie quando era incinta la facevo mangiare solo roba biologica".
Tutti invasati. Tutti con quest'ansia di convertire le donne alla maternità, tutti con la sensibilità di un panzer nazista ma la ferrea convinzione che loro sono i buoni, gli uomini ideali che tutte noi vorremmo.
Povere le loro mogli, ma seriamente eh.
domenica 21 settembre 2014
you'll wear those shoes and I will wear that dress
Una delle mia amiche più recenti e più interessanti è una ragazza minuta, sempre vestita impeccabilmente, borse e scarpe pazzesche, con un caschetto biondo platino alla Anne Wintour e (nel mio immaginario) lo stesso perfido, glaciale, fichissimo senso dell'umorismo. La chiameremo Crudelia, ma con simpatia, sia chiaro.
Crudelia parla con un accento polacco spiccato, che per me aggiunge ancora più facino al personaggio, mi aspetto che mi dica da un momento all'altro ti spiezzo in due, come il temibile avversario russo di Rocky Balboa, per noi figlie degli anni ottanta (e l'attore era svedese, ovviamente, tutti i russi dei film anni 80 erano svedesi). Crudelia sorride poco ma ride invece di gusto. Crudelia in patria era una laureata in economia e commercio, qui ha fatto i lavori più umili. Come me, anche lei fa i corsi di Svenska som Andra Språk per accedere all'università e vedere di riconvertire la sua istruzione in qualcosa di spendibile. Crudelia è spesso incazzata nera. Crudelia secondo me ha pure un grande cuore ma lo nasconde bene.
Quando ha saputo che ero incinta (eravamo in un caffè a far la fika assieme ad altre due ragazze) mi ha detto queste cose, in ordine sparso:
- che lei non avrebbe mai avuto figli, non sopportava i bambini
- che frequentava malvolentieri i luoghi infestati dai bambini
- che sarebbe stata una madre di merda dunque era meglio così
Mezz'ora dopo, quando eravamo da sole e ci stavamo accomiatando, mi ha abbracciato e mi ha detto che sperava di non avermi ferito, perché anche se odiava i bambini voleva davvero continuare a frequentarmi.
Inutile dire che non solo non mi ero sentita minimamente ferita (quante volte non le ho pensate io stessa quelle cose?) ma per il solo fatto di essere stata così brutale e sincera era schizzata in un attimo al primo posto della mia personale top ten.
L'altro ieri molto ma molto en passant mi ha detto che si è sposata, tre settimane fa.
In municipio. Senza dirlo a nessuno. Il comune ha persino provveduto a trovare due testimoni.
Ero vestita di nero, mi ha detto.
E non abbiamo preso gli anelli.
Non abbiamo nemmeno fatto le foto.
Che dire, amore a prima vista, tra me e questo cinicissimo donnino.
Non tanto perché io abbia fatto le stesse identiche scelte (a parte la mancanza delle fedi) ma perché adoro la gente che fa le cose che gli altri malgiudicano. Adoro la gente che ti dice che non ha scattato neanche una foto mentre gli interlocutori si strappano le vesti e dicono "ma come hai potuto sciagurata! ci si sposa una volta sola!". Adoro la gente che ti racconta della proprie stramberie, senza sapere se tu sei pronta a supportarle e non a giudicarle. Perché chi giudica lo trovi sempre, specie su certe questioni. Quelli che ti parlano dando per scontato che la pensi come loro, perché loro la pensano come "tutti" e dunque nell'unico modo "normale".
Adoro la gente stramba perché tra loro mi sento autorizzata a non sentirmi in colpa per le mie divergenze dalla norma. Cosa che, accidenti a me, faccio assai regolarmente, altrimenti.
Dunque con Crudelia mi rilasso molto di più che con altre persone decisamente più buone, decisamente più calde all'impatto, le persone che ti riempiono di sorrisi e gentilezze e ti trovi sempre a pensare un po' stordita da tanto affetto che accidenti son proprio brave e buone, mica come te che sei una stronza. Perché poi arriva il giorno che ti tengono a parlare di un argomento X, di solito succede con qualcosa considerato "prettamente femminile" e lo fanno con quei gesti e quei segni che dicono "la pensi anche tu così ovviamente" e tu non ci riesci benissimo a dir loro che no, non la pensi affatto così. Oppure arriva il momento in cui confessi loro qualcosa di cui vai poco fiera, qualcosa che loro non avrebbero fatto (tipo lasciare il tuo fidanzato di lunghissima data, il fidanzato perfetto secondo tutti, per un altro) e quelle dicono qualcosa a mezza bocca e cambiano argomento e scorgi quel piccolo guizzo nei loro occhi, quel piccolo smarrimento di chi dice "Ma allora non sei una di noi!" e il dubbio che allora forse non ti meriti tutte le loro gentilezze e i sorrisi, e forse non ti meriti nemmeno di conversare amabilmente da pari a pari. Perché tu hai torto, e loro no. Ecco. Allora viva Crudelia.
Crudelia parla con un accento polacco spiccato, che per me aggiunge ancora più facino al personaggio, mi aspetto che mi dica da un momento all'altro ti spiezzo in due, come il temibile avversario russo di Rocky Balboa, per noi figlie degli anni ottanta (e l'attore era svedese, ovviamente, tutti i russi dei film anni 80 erano svedesi). Crudelia sorride poco ma ride invece di gusto. Crudelia in patria era una laureata in economia e commercio, qui ha fatto i lavori più umili. Come me, anche lei fa i corsi di Svenska som Andra Språk per accedere all'università e vedere di riconvertire la sua istruzione in qualcosa di spendibile. Crudelia è spesso incazzata nera. Crudelia secondo me ha pure un grande cuore ma lo nasconde bene.
Quando ha saputo che ero incinta (eravamo in un caffè a far la fika assieme ad altre due ragazze) mi ha detto queste cose, in ordine sparso:
- che lei non avrebbe mai avuto figli, non sopportava i bambini
- che frequentava malvolentieri i luoghi infestati dai bambini
- che sarebbe stata una madre di merda dunque era meglio così
Mezz'ora dopo, quando eravamo da sole e ci stavamo accomiatando, mi ha abbracciato e mi ha detto che sperava di non avermi ferito, perché anche se odiava i bambini voleva davvero continuare a frequentarmi.
Inutile dire che non solo non mi ero sentita minimamente ferita (quante volte non le ho pensate io stessa quelle cose?) ma per il solo fatto di essere stata così brutale e sincera era schizzata in un attimo al primo posto della mia personale top ten.
L'altro ieri molto ma molto en passant mi ha detto che si è sposata, tre settimane fa.
In municipio. Senza dirlo a nessuno. Il comune ha persino provveduto a trovare due testimoni.
Ero vestita di nero, mi ha detto.
E non abbiamo preso gli anelli.
Non abbiamo nemmeno fatto le foto.
Che dire, amore a prima vista, tra me e questo cinicissimo donnino.
Non tanto perché io abbia fatto le stesse identiche scelte (a parte la mancanza delle fedi) ma perché adoro la gente che fa le cose che gli altri malgiudicano. Adoro la gente che ti dice che non ha scattato neanche una foto mentre gli interlocutori si strappano le vesti e dicono "ma come hai potuto sciagurata! ci si sposa una volta sola!". Adoro la gente che ti racconta della proprie stramberie, senza sapere se tu sei pronta a supportarle e non a giudicarle. Perché chi giudica lo trovi sempre, specie su certe questioni. Quelli che ti parlano dando per scontato che la pensi come loro, perché loro la pensano come "tutti" e dunque nell'unico modo "normale".
Adoro la gente stramba perché tra loro mi sento autorizzata a non sentirmi in colpa per le mie divergenze dalla norma. Cosa che, accidenti a me, faccio assai regolarmente, altrimenti.
Dunque con Crudelia mi rilasso molto di più che con altre persone decisamente più buone, decisamente più calde all'impatto, le persone che ti riempiono di sorrisi e gentilezze e ti trovi sempre a pensare un po' stordita da tanto affetto che accidenti son proprio brave e buone, mica come te che sei una stronza. Perché poi arriva il giorno che ti tengono a parlare di un argomento X, di solito succede con qualcosa considerato "prettamente femminile" e lo fanno con quei gesti e quei segni che dicono "la pensi anche tu così ovviamente" e tu non ci riesci benissimo a dir loro che no, non la pensi affatto così. Oppure arriva il momento in cui confessi loro qualcosa di cui vai poco fiera, qualcosa che loro non avrebbero fatto (tipo lasciare il tuo fidanzato di lunghissima data, il fidanzato perfetto secondo tutti, per un altro) e quelle dicono qualcosa a mezza bocca e cambiano argomento e scorgi quel piccolo guizzo nei loro occhi, quel piccolo smarrimento di chi dice "Ma allora non sei una di noi!" e il dubbio che allora forse non ti meriti tutte le loro gentilezze e i sorrisi, e forse non ti meriti nemmeno di conversare amabilmente da pari a pari. Perché tu hai torto, e loro no. Ecco. Allora viva Crudelia.
giovedì 18 settembre 2014
Vomit-free since ninety-three
Oggi mi sono alzata, ho fatto colazione, ho ripetuto due volte il mio dibattito sul perché anche in Italia bisognerebbe far prevenzione contro l'abuso di alcol. Ci avevo messo anche delle domande retoriche, delle anafore, un paio di proverbi, e una chiosa da urlo. Poi mi sono vestita, e mentre mi vestivo ho avuto la sensazione che forse non stavo poi così bene. Per precauzione sono andata in bagno come faccio ogni volta che temo di dover vomitare. Io oppongo da sempre una strenua resistenza. Io cerco sempre di convincere il mio corpo che no, dopotutto non è necessario farlo. Respiro, respiro, intanto mi inginocchio per terra però, che ogni tanto capita che io la battaglia la perda, e tanto vale esser pronti a tutto. Lo faccio da sempre, quando prendo la gastroenterite e quando mi viene il mal di mare - come quella volta tra Lanzarote e Fuerteventura, che ero verde in volto e intorno a me vomitavano tutti come in uno di quei film catastrofici anni 70 e gli steward di bordo correvano in giro coi sacchetti ed io niente, occhi fissi su un punto a caso, il sacchetto vicino per precauzione, quell'insensibile che poi avrei sposato si mangiava tutte le mie pringles sollevando quegli orridi effluvi da patatine made-in-hell ma io ero chiusa dentro di me e niente mi ha influenzato, fino a che non abbiamo toccato terra. Success! Poi tutti a dirmi: sei una cretina, se vomitavi subito poi saresti stata certo meglio che passare un'ora a quel modo. Ma qui siamo teste dure.
E dunque. Mi concentro e tutto passa. Anche l'autobus. Arrivo quindi a lezione un po' trafelata, in ritardo di 10 minuti. Mi siedo. Ascolto la mia amica che chiameremo Anna-dai-capelli-rossi dibattere sull'importanza di avere una tesi chiara in un dibattito - povere noi lasciate in balia delle nostre fantasie per trovare argomenti per sti cavolo di dibattiti. Poi è il mio turno. Chiedo se per favore me lo lasciano fare da seduta, il mio discorso, perché oggi non sono proprio al top...ma niente paura, mi affretto a rassicurare tutti, una cosa da niente! Faccio il mio discorso. Mi alzo per tornare al mio banco e in effetti boh, le gambe le sento un po' molli.
Mi siedo e ascolto le istruzioni per l'esame del 3 ottobre - quello che qui si chiama PROVA NAZIONALE giusto per non mettere in ansia nessuno. Oggi è in effetti il giorno che il ministero ha mandato le celebri buste col materiale d'esame: uno snello fascicolo di tredici articoli su un tema che cambia ogni volta. Abbiamo due settimane per leggerli e usarli come base per la prova orale (dibattito, che ve lo dico a fare?) e quella scritta, un tema a scelta tra 4 titoli tutti inerenti il suddetto fascicolo. Io ascoltavo e pensavo: beh in effetti sarà il caso che mi dia una mossa a studiare, oggi poi mi sembra di non capir niente di quel che mi dicono! E perché è così difficile respirare? Inspira, espira, inspira, espira...poi entrano altre due alunne, la mia insegnante si rivolge a loro e la mia testa comincia a ronzare, io mi alzo e dico solo piano: devo andare in bagno! E son fuori dalla porta che cammino, anzi traballo verso il bagno...quanto è lontano? saranno dieci metri forse. Ma non ci arrivo.
Il buio davanti agli occhi e un rumore sordo nelle orecchie. Mi sento andar giù, lentamente, come un sacco che si sgonfia, appoggiata alla parete, giù fino al pavimento. Resto lì. Vagamente cosciente che c'è qualcuno che si avvicina e mi chiede qualcosa. Ed io rispondo, in svedese, non respiro! Jag kan inte andas! E nel frattempo mi chiedo se è un verbo deponente o no, forse ho cannato pure questo. Allora arrivano tutti, qualcuno chiama un'ambulanza, mi chiedono il mio personnummer, ed io faccio sempre tanta fatica coi numeri in svedese, specie il 7, ma lo dico lo stesso. Non ho mai perso conoscenza, cosa che immagino sia un bene. Eppure vorrei averla persa, perché quegli attimi sul pavimento con il buio dentro, prima che qualcuno mi parlasse e mi tenesse stretta per le spalle sono la cosa più terrificante che abbia mai provato. Il che indubbiamente significa che ne ho avuto di culo nella vita. Lo so, ne sono consapevole.
Mi hanno sdraiata sul lettino della classe dove tengono i corsi per infermiera. Hai visto che fortuna esser svenuta proprio lì davanti. I paramedici sono arrivati pochi minuti dopo. Per prima cosa mi stringono la mano e si presentano. I nomi non li ricordo, e loro di certo non ricordano il mio - eppure ho fatto in tempo a chiedermi se anche quando vanno ad estrarre le vittime degli incidenti stradali da qualche groviglio di lamiere cominciano con il dire "mi chiamo Tizio". Forse tanto inutile non è, a me lì per lì ha fatto piacere. La diagnosi è calo brusco di pressione. Mangia qualcosa di dolce, mi fanno. Secondo noi stai benone ma se vuoi venire in ospedale è una scelta tua. Ti diciamo fin d'ora che non ti considereranno molto, al pronto soccorso perché per noi non sei a rischio di niente. Non stare da sola oggi. Vai all'infermieria locale se vuoi controllare di nuovo la pressione, riposati, stammi bene.
E resto lì, sul lettino. Una delle altre insengnanti resta con me tutto il tempo, mentre la mia classe finisce la sua lezione. Mi sento meglio. Provo a mangiare qualcosa, come mi hanno detto. Seduta mi sento debolissima, allora mi sdraio di nuovo. Ed ecco che ritorna il buio, il ronzio, i sudori freddi. L'insegnante prontamente mi mette su un fianco e mi mette davanti una strana bacinella di cartone...fa parte anche questa del materiale del corso di infermiera? e vomito. Vomito con un'estranea che mi tiene i capelli, semisdraiata sul lettino che sta lì per insegnare agli allievi ad azionare i comandi per lo schienale reclinabile. Mi esce solo l'inglese a quel punto: I'm sorry, I'm so sorry. Che questa poveretta insegna psicologia e di certo non la pagano per portar l'orrida bacinella nel bagno più vicino, starmi accanto per un'ora, portarmi delle salviette. Perché piango? qualcuno mi sa dire perché quando vomito piango?
E niente, dopo va infinitamente meglio, come volevasi dimostrare. La lezione è finita e sia Anna che la mia insegnante vengono da me. La mia insegnante mi confessa che ha paura di avermi messo troppo sotto pressione con questo esame e questi compiti, e a me vien da abbracciare pure lei. Prima di andarsene ci mostra la foto della sua bimba, che viene dalla Cina ed è una minuscola campionessa di pattinaggio sul ghiaccio. Anna insiste per non lasciarmi sola e ce ne andiamo a casa mia in autobus, ma sto meglio. Passiamo un paio d'ore insieme, pranziamo, e poi rassicurata se ne va.
E ripenso a quante volte oggi mi sono sentita chiedere: ma hai qualcuno a casa? e ho risposto, no, ovviamente no. E non mi era mai parso un problema. E ripenso a quante volte oggi ho detto grazie, e scusa, e a quante ancora avrei voluto dirlo. Perché mi pesa tantissimo chiedere aiuto. E vorrei capire da quanto tempo è così, da quanto vivo nella placida contemplazione della mia solitudine di fronte alle rogne che vita ti porta.
E dunque. Mi concentro e tutto passa. Anche l'autobus. Arrivo quindi a lezione un po' trafelata, in ritardo di 10 minuti. Mi siedo. Ascolto la mia amica che chiameremo Anna-dai-capelli-rossi dibattere sull'importanza di avere una tesi chiara in un dibattito - povere noi lasciate in balia delle nostre fantasie per trovare argomenti per sti cavolo di dibattiti. Poi è il mio turno. Chiedo se per favore me lo lasciano fare da seduta, il mio discorso, perché oggi non sono proprio al top...ma niente paura, mi affretto a rassicurare tutti, una cosa da niente! Faccio il mio discorso. Mi alzo per tornare al mio banco e in effetti boh, le gambe le sento un po' molli.
Mi siedo e ascolto le istruzioni per l'esame del 3 ottobre - quello che qui si chiama PROVA NAZIONALE giusto per non mettere in ansia nessuno. Oggi è in effetti il giorno che il ministero ha mandato le celebri buste col materiale d'esame: uno snello fascicolo di tredici articoli su un tema che cambia ogni volta. Abbiamo due settimane per leggerli e usarli come base per la prova orale (dibattito, che ve lo dico a fare?) e quella scritta, un tema a scelta tra 4 titoli tutti inerenti il suddetto fascicolo. Io ascoltavo e pensavo: beh in effetti sarà il caso che mi dia una mossa a studiare, oggi poi mi sembra di non capir niente di quel che mi dicono! E perché è così difficile respirare? Inspira, espira, inspira, espira...poi entrano altre due alunne, la mia insegnante si rivolge a loro e la mia testa comincia a ronzare, io mi alzo e dico solo piano: devo andare in bagno! E son fuori dalla porta che cammino, anzi traballo verso il bagno...quanto è lontano? saranno dieci metri forse. Ma non ci arrivo.
Il buio davanti agli occhi e un rumore sordo nelle orecchie. Mi sento andar giù, lentamente, come un sacco che si sgonfia, appoggiata alla parete, giù fino al pavimento. Resto lì. Vagamente cosciente che c'è qualcuno che si avvicina e mi chiede qualcosa. Ed io rispondo, in svedese, non respiro! Jag kan inte andas! E nel frattempo mi chiedo se è un verbo deponente o no, forse ho cannato pure questo. Allora arrivano tutti, qualcuno chiama un'ambulanza, mi chiedono il mio personnummer, ed io faccio sempre tanta fatica coi numeri in svedese, specie il 7, ma lo dico lo stesso. Non ho mai perso conoscenza, cosa che immagino sia un bene. Eppure vorrei averla persa, perché quegli attimi sul pavimento con il buio dentro, prima che qualcuno mi parlasse e mi tenesse stretta per le spalle sono la cosa più terrificante che abbia mai provato. Il che indubbiamente significa che ne ho avuto di culo nella vita. Lo so, ne sono consapevole.
Mi hanno sdraiata sul lettino della classe dove tengono i corsi per infermiera. Hai visto che fortuna esser svenuta proprio lì davanti. I paramedici sono arrivati pochi minuti dopo. Per prima cosa mi stringono la mano e si presentano. I nomi non li ricordo, e loro di certo non ricordano il mio - eppure ho fatto in tempo a chiedermi se anche quando vanno ad estrarre le vittime degli incidenti stradali da qualche groviglio di lamiere cominciano con il dire "mi chiamo Tizio". Forse tanto inutile non è, a me lì per lì ha fatto piacere. La diagnosi è calo brusco di pressione. Mangia qualcosa di dolce, mi fanno. Secondo noi stai benone ma se vuoi venire in ospedale è una scelta tua. Ti diciamo fin d'ora che non ti considereranno molto, al pronto soccorso perché per noi non sei a rischio di niente. Non stare da sola oggi. Vai all'infermieria locale se vuoi controllare di nuovo la pressione, riposati, stammi bene.
E resto lì, sul lettino. Una delle altre insengnanti resta con me tutto il tempo, mentre la mia classe finisce la sua lezione. Mi sento meglio. Provo a mangiare qualcosa, come mi hanno detto. Seduta mi sento debolissima, allora mi sdraio di nuovo. Ed ecco che ritorna il buio, il ronzio, i sudori freddi. L'insegnante prontamente mi mette su un fianco e mi mette davanti una strana bacinella di cartone...fa parte anche questa del materiale del corso di infermiera? e vomito. Vomito con un'estranea che mi tiene i capelli, semisdraiata sul lettino che sta lì per insegnare agli allievi ad azionare i comandi per lo schienale reclinabile. Mi esce solo l'inglese a quel punto: I'm sorry, I'm so sorry. Che questa poveretta insegna psicologia e di certo non la pagano per portar l'orrida bacinella nel bagno più vicino, starmi accanto per un'ora, portarmi delle salviette. Perché piango? qualcuno mi sa dire perché quando vomito piango?
E niente, dopo va infinitamente meglio, come volevasi dimostrare. La lezione è finita e sia Anna che la mia insegnante vengono da me. La mia insegnante mi confessa che ha paura di avermi messo troppo sotto pressione con questo esame e questi compiti, e a me vien da abbracciare pure lei. Prima di andarsene ci mostra la foto della sua bimba, che viene dalla Cina ed è una minuscola campionessa di pattinaggio sul ghiaccio. Anna insiste per non lasciarmi sola e ce ne andiamo a casa mia in autobus, ma sto meglio. Passiamo un paio d'ore insieme, pranziamo, e poi rassicurata se ne va.
E ripenso a quante volte oggi mi sono sentita chiedere: ma hai qualcuno a casa? e ho risposto, no, ovviamente no. E non mi era mai parso un problema. E ripenso a quante volte oggi ho detto grazie, e scusa, e a quante ancora avrei voluto dirlo. Perché mi pesa tantissimo chiedere aiuto. E vorrei capire da quanto tempo è così, da quanto vivo nella placida contemplazione della mia solitudine di fronte alle rogne che vita ti porta.
martedì 16 settembre 2014
don't give up your day job
Mi devo essere persa qualche lezione fondamentale, quando andavo a scuola.
Perché non ricordo affatto di aver mai studiato Retorica. Ovvero, l'arte del dibattito, di come scrivere un articolo di giornale, un discorso di ringraziamento agli oscar (o al nobel, ai telegatti, a miss Italia dipende dai vostri gusti), il discorso che fa il testimone in onore degli sposi, una dichiarazione d'amore, una campagna elettorale o il buon anno del presidente.
E invece, evidentemente, in Svezia te lo insegnano alle superiori.
I contenuti delle lezioni in realtà per me non sono nuovi: si parla di figure stilistiche come litoti, anafore, metafore, iperboli...tutta roba che io non devo manco cercar sul dizionario grazie ad anni di analisi del testo poetico e quelle sadiche delle mie insegnanti di lettere. Ma appunto, noi le applicavamo a Pascoli ste cose, o sbaglio? No, qui le si applica al discorso che Daniel ha fatto al suo matrimonio con la Principessa Victoria.
il discorso è in inglese e svedese, se interessa
Discorso che, sia chiaro, io mi sono vista su youtube e ho pure studiato e sottolineato riga per riga alla ricerca degli artifici retorici. La parte in cui dice:
"C'era una volta un giovane uomo...ok, forse non proprio un ranocchio all'inizio della storia...come nella favola dei fratelli Grimm, ma di certo nemmeno un principe. E il primo bacio non l'ha trasformato."
Ecco, questa è un'allusione (state piangendo?). Ed io devo imparare a scrivere e parlare così, se voglio passare questo cavolo di esame. Del resto Victoria ha segnato mille punti nei cuori degli svedesi quando si è rivolta così alla nazione il giorno delle nozze:
"Miei cari, cari amici. Vorrei cominciare con il ringraziare voi, perché voi, popolo svedese, avete donato a me il mio Principe."
(se non piangete qui siete dei cuori di pietra). Ad averlo saputo prima, il discorso al mio matrimonio non lo avrei improvvisato su due piedi, per giunta instabili sul tacco 12. (Sì ho veramente tenuto un discorso di brindisi al mio matrimonio, perché se aspettavo quell'orso che ho sposato, e che chiaramente dell'ora di svedese a scuola se ne sbatteva, eravamo ancora lì).
Di colpo mi è più chiaro come mai la campagna elettorale appena conclusasi in Svezia mi fosse apparsa così esotica. I politici parlano con questa roba ben chiara in testa. I politici qui imparano a preparare i loro discorsi seguendo questo schema: intellectio, inventio, dispositio, elocutio, memoria, actio/pronunciatio
(pure la pronunciatio, maledetti).
E dunque vanno in tv e anche quando si odiano visceralmente non urlano, non si prendono a sberle, o mostrano il dito medio con l'anellozzo, non si mandano nemmeno a quel paese. Non chiamano all'improvviso al telefono i conduttori televisivi per protestare per le interviste ad altri. Non si alzano nemmeno in piedi di botto abbandonando lo studio perché le domande non li aggradano. Stanno lì, sorridono, restano calmi anche quando bollono (qui sicuramente aiuta essere svedesi più che la scuola) non si parlano nemmeno addosso e se ne escono con frasi ad effetto che dici "ah beh, ecco perché il politico lo fa lui e non io".
Finito il dibattito, è il turno degli esperti di retorica. Ossia un gruppo di giornalisti e studiosi commentano come i politici si sono comportati durante l'intervista o il faccia a faccia appena conclusosi. Sottolineano i passaggi dove sono stati efficaci e quelli dove sono stati deboli.
Per esempio, primo ministro appena eletto, leader del partito social democratico, è stato talvolta criticato perché essendo di professione sindacalista e non "politico" ha mostrato di non avere una gran strategia del dibattito. Molto criticato persino all'estero (magari non in Italia) quando ha mal gestito un dialogo TV con la leader del partito di centro. Ella aveva fatto due passi verso di lui con dei fogli in mano, dicendo "ecco guardi questi dati" e lui ha rifiutato di accettare quei fogli dicendo che li conosceva bene e l'ha per così dire respinta, con un gesto considerato poco elegante. Ecco, questo gesto, hanno commentato alcuni esperti, non è stata una gran mossa: ha mostrato una certa debolezza, come una paura di quei dati, cosa che potrebbe anche aver danneggiato il risultato finale di queste elezioni. Io mi ero solo stupita non ci fosse scappata una spinta. Penso che se quegli esperti potessero assistere ad un dibattito tv italiano andrebbero in berserk (ah, solo io e altri tre nerd guardavamo Neon Genesis Evangelion? ok, diciamo corto circuito allora).
Al di là di questo escursus politico ora resta il fatto che io non mi ero mai posta il problema di come scrivere un discorso finora e invece entro domani mi deve venir qualche buona idea. Già il mio articolo di dibattito è finito maluccio causa evidente mancanza di dispositio. Poi la mia appassionata arringa sull'abuso di alcol non ha evidentemente appassionato nessuno (mancava pathos, me la cavavo però con logos e ethos). Adesso quindi devo ripeterlo, nella speranza di un voto più alto, infilandoci qualche bella figura stilistica, qualche artificio, un esordio accattivante...
O almeno un'anafora, per dio!
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