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martedì 31 dicembre 2013

Fairytale Of New York (Shane MacGowan)





It was Christmas Eve, babe, in the drunk tank
An old man said to me, won't see another one
And then he sang a song, The Rare Old Mountain Dew
And I turned my face away and dreamed about you

Got on a lucky one, came in eighteen to one
I've got a feeling this year's for me and you
So happy Christmas, I love you baby
I can see a better time when all our dreams come true

They've got cars big as bars, they've got rivers of gold
But the wind goes right through you It's no place for the old
When you first took my hand on a cold Christmas Eve
You promised me Broadway was waiting for me

You were handsome, You were pretty, Queen of New York City
When the band finished playing they howled out for more
Sinatra was swinging, all the drunks they were singing
We kissed on the corner then danced through the night

The boys of the NYPD choir were singing 'Galway Bay'
And the bells were ringing out for Christmas day

You're a bum, You're a punk, You're an old slut on junk
Lying there almost dead on a drip in that bed
You scum bag, You maggot, You cheap lousy faggot
Happy Christmas your arse, I pray God It's our last

The boys of the NYPD choir were singing 'Galway Bay'
And the bells were ringing out for Christmas day

I could have been someone, well so could anyone
You took my dreams from me when I first found you
I kept them with me babe, I put them with my own
Can't make it all alone I've built my dreams around you

The boys of the NYPD choir were singing 'Galway Bay'
And the bells were ringing out for Christmas day 

lunedì 30 dicembre 2013

il natale dell'expat

La mattina di Natale, mentre ci preparavamo per andare da mia cognata per la seconda parte delle libagioni, mio suocero stava guardando la tv, mia suocera mi stava ovviamente pulendo la cucina ed io e Danne entravamo e uscivamo dalla doccia. Passando, ho sentito delle parole in italiano, e le mie sinapsi, a fatica, hanno elaborato l'arrivo di questa lingua minoritaria in famiglia, e relegata ad un angolino del mio cervello.
Era il discorso del Papa, ho constatato affacciandomi brevemente in soggiorno.

E di colpo è stato Natale.

Io non sono mai stata religiosa, e ho smesso di andare a messa non appena ho potuto. Allergica alla mia educazione cattolica, ho sempre preso in giro mia nonna per come la sua settimana ruotava attorno alla chiesa, alla canonica, alle messe e alle novene. Per dire, da piccola una volta o due mi aveva portato a pulire la chiesa, assieme ad un altro gruppo di "beghine". A parte lei e mia mamma, il resto della famiglia se ne stava serenamente dispiegato su posizioni riassumibili grossomodo con la frase di mio nonno paterno "credi in dio ma non credere ai preti".

Però mi ero dimenticata questa cosa. La mattina di Natale la tele stava accesa su raiuno. Mentre mia madre era ai fornelli e in cucina si alzavano vapori e il suono di qualcosa che sfrigola o bolle, mio padre entrava e usciva da casa occupato dalle sue faccende, io e mio fratello giravamo per casa apparecchiando tavole o inseguendo gatti, e i vari nonni si presentavano a più mandate, regalomuniti, nessuno guardava la tele, ma questa stava sempre lì accesa. E questo sottofondo io lo devo aver interiorizzato. Sono tre anni che non vado a casa dai miei per natale, non me ne ero mai accorta fino a quest'anno.

Lì per lì mi ha strappato un sorriso. E poi mi ha fatto riflettere. Perché mi sono chiesta: è questo uno di quei ricordi destinato a perire? Oppure è una di quelle tradizioni che mi potrei incaponire sul conservare? Perché a queste cose non ci si pensa mai quando si vive circondati da sessanta milioni di abitanti con cui condividere il carico e la responsabilità della tradizione.

Per esempio, a me il presepe non piaceva e io e mio fratello abbiamo smesso di farlo che eravamo tipo alle medie. Andavo in giro brandendo questa mia allergia al presepe con orgoglio...e probabilmente progettavo di avere anche in futuro, anche avendo una famiglia, una casa completamente presepe-free. Ma di presepi intorno ce ne erano comunque tantissimi (i parenti, le varie parrocchie che organizzano mostre, la tele coi servizi dalla via di Napoli con quelle orrende statuine...). Adesso che vivo qua, adesso che una probabile futura famiglia sarà per forza di cose una famiglia culturalmente mista e espatriata, mi trovo a ripensare diverse delle mie posizioni. Molte delle tradizioni italiane che volenti o nolenti hanno rappresentato una gran parte della mia infanzia, se non verranno da me, non verranno da nessuno.

Non sarebbe certo una tragedia, lo ammetto. Si cresce benissimo senza presepi e si hanno fantastici Natali senza il papa in sottofondo. Quel che verrebbe a mancare sarebbe solo un link tra quelli che sono stati i miei Natali, per esempio, e i Natali che verranno. Questo link non è mai totale nemmeno quando si hanno due genitori della stessa nazionalità e quando non si vive all'estero: ai miei genitori, tanto per fare un esempio, i regali (pochissimi) li portava santa lucia con un ciuchino, mica Babbo Natale. Ma il link tra me e loro era fatto dal paese stesso che era cresciuto tutto intorno a noi, e del quale essi portavano la memoria. Tra me e dei possibili figli, il legame, culturalmente parlando, è tutto nelle mie mani. Perché quel che resta della mia famiglia di origine è troppo piccolo e troppo lontano per contribuire significativamente. E dunque se non volessi tramandare loro molto, non riceverebbero molto di più della vista dei vari panettoni in vendita da Lidl.

Dei miei Natali io metterei in valigia quelli in cui non pioveva, ossia quelli in cui mio padre approfittava della presenza di suo padre per andare a potare gli alberi del giardino, dopo pranzo. Perché quando tuo padre è un contadino, sebbene abbia vissuto in città oltre metà della sua vita, quella è la tua versione di quality time.
Mi mancano i crostini di mia nonna, che erano l'unica cosa che sapeva fare e l'unica di fatto che le spettava fare. Per anni mia madre ha sostenuto di non esserne capace, ed ovviamente non era vero. Mia nonna aveva questo rapporto difficile con la cucina (entrambe le mie nonne a dire il vero, io non ho mai conosciuto torte o biscotti fatti da loro) e so che soffriva per non essere capace di offrire mai qualcosa che non incontrasse riprovazione in suo marito. Quando una ricetta incontrava plauso, la ripeteva per forza di cose talmente spesso che alla fine incontrava l'insofferenza. Povera nonna. L'altra mia nonna arrivava di solito con una pianta enorme per mia madre, due bastoni per camminare e la sua celebre pelliccia di castoro. A pensarci adesso mi mancano quei formalismi da italia del boom, quell'eredità anni sessanta che mi arrivava, inconsapevolmente, tramite certi loro abiti o abitudini. E infatti portre con me i pranzi del primo dell'anno dai miei nonni materni, col sottofondo del concerto della filarmonica, le sedie scomode del salotto buono, ancora freddino poiché stava chiuso tutto il resto dell'anno, l'albero natale finto, la collezione di bottiglie del mobile bar, i liquori della festa che nessuno beveva mai, la bottiglia del gin col ramo di ginepro dentro, l'amaro zucca, la pera williams, ci sono arrivate quasi tutte intere e svaporate, quando abbiamo dovuto svuotare la casa. E vorrei portar via con me le calze della befana appese al boiler in mancanza di un camino, e quelle che ricevevamo da mia nonna paterna, quelle con il carbone di zucchero e le sigarette di cioccolato. La befana e le sue calze devo assolutamente portarle via con me, anche se qui in Svezia la si vede a Pasqua e non porta niente in dono, e le calze sono una cosa che piuttosto si vede a Natale.

Però va bene anche tutto quel che di nuovo imparerei a vivere quassù. Il mix di cartoni disney che va in onda uguale a se stesso, ogni 24 dicembre alle tre, da tempo immemore, per esempio. Il mercatino di natale di Liseberg, per esempio. Le luci alle finestre, le stelle luminose appese nelle cucine. I dolcetti di santa lucia. La ciotola con il porridge da lasciare per babbo natale. I biscotti e le caramelle fatte in casa da quella santa donna di mia suocera. Ce ne è di roba con cui riempire i natali futuri, non c'è che dire. 







venerdì 27 dicembre 2013

and so this is xmas

Questo natale svedese è stato un ardito esperimento di interazione culturale.

Già si è cominciato con la questione di quando effettivamente sia Natale. Perché pare che nel nord europa il giorno importante sia solo il 24 (Julafton), il 25 dicembre (Juldag) invece è il giorno del recupero. E a S.Stefano (Annandag) non fanno nulla, tranne precipitarsi al centro commerciale a spintonarsi per i saldi 30-70% dei cosiddetti giorni di mezzo (mellandagar). Però, sebbene in netta minoranza, mi è stato chiesto circa le mie tradizioni. "Quando si festeggia in Italia?". Io ho sfoderato il mio evergreen, la risposta che ormai scatta a qualsiasi domanda circa il mio paese. Dipende (Det beror på). Perché io non mi permetterei mai di fornire stime generali, quando si tratta di tradizioni. Le differenze regionali in Italia sono immense, tanto per cominciare. E poi. soprattutto, la mia famiglia di bastian contrari ha sempre avuto in uggia uniformarsi, tanto per principio. Ad ogni modo, che ne sappia io in Toscana conta soprattutto il 25. Poi conosco anche famiglie cha fanno il cosiddetto cenone. Ma di certo non si può paragonare questo con la versione scandinava: cme si fa a chiamare cenone un cosa che inizia all'una del pomeriggio?

Stabilito dunque che avremmo festeggiato ENTRAMBE le date, si è passati all'annosa questione menù.
Il menù del 24 è stato dettato dalla padrona di casa, mia cognata, tedesca, ed il verdetto è stato "Raclette".
La Raclette è stata una costante dei miei anni tedeschi. La raclette per i tedeschi è un culto, un must. Tutti ne hanno un set, da sei o da tto padelline. I miei suoceri hanno chiesto se fosse una tradizione tedesca, ma la risposta è stata che è piuttosto svizzera. Ha soppiantato, dicono i genitori di mia cognata, la fonduta di moda negli anni ottanta, come piatto "sociale". I miei amici francesi però mi hanno detto che in Francia la si usa esclusivamente per fondere il formaggio omonimo, senza aggiunta di salumi o verdure e tanto meno senza la variante tutta di tedesca di fondere la qualunque, dalla feta al brì.

Ma è stato il 25 che si è raggiunto il non plus ultra dell'integrazione middeleuropea. Knudel di patati e rolade di manzo di manifattura tedesca (la mamma di mia cognata) e elementi sparsi del cosiddetto Julbord svedese. I piatti natalizi svedesi hanno questo in comune: sono difficili da preparare, vengono mangiati solo a natale e mentre li mangi pensi che va benissimo aspettare 365 giorni per mangiarli di nuovo. Perché non sono male, intendiamoci, ma non sono in effetti piatti da sognarseli la notte. Tipo il pesce marinato nell'idrossido di sodio, non sa di niente, per opinione comune: ci devi versare sopra un litro di salsa e badilate di sale e pepe. Poi c'è il prosciutto di natale, le papatate (ovviamente), la salsa di lingonberries che va su tutto, e la gelatina di carne. Ci sono anche altre cose che non ho avuto modo di provare perché in nome dell'integrazione e del buon senso solo un limitato numero di piatti è stato concesso ad ogni partecipante alla gara culinaria.

Io me ne stavo buona e zitta pensando di portare un panettone, finché non mi è stato chiesto se volessi anche io portare qualcosa di tipico.  E qui è scattato il panico.
Perché il problema è che io ho sempre e solo fatto natale con i miei. E non lo so cosa si mangia altrove, a natale. Det beror på. Al nord non si fa il vitello tonnato? ma io che ne so. I cappelletti in Emilia? Boh. a casa mia si fanno i crostini toscani coi fegatini di pollo ma la cosa è infattibile. Primo perché che cappero ne so di come si fanno. Li faceva mia nonna, per dire, mia mamma ha imparato a 50 anni, quando è morta nonna, ed io sono fermamente incline a fare altrettanto. E poi dove li trovo i fegatini? minimo minimo devo trovare un negozio etnico dove si parla solo curdo. E poi stai sicura che non li mangerebbero manco sotto tortura, i crostini di paté di fegato, gli svedesi. Molto meglio il pesce decomposto, hmmm (scherzo).
E dunque ho detto lasagne, perché mamma a noi fa le lasagne. Ma non è natalizio, diranno i miei piccoli lettori! Eggià. Il fatto è che quando ero piccolissima facevano i tortellini in brodo ma poi c'è stata una sollevazione popolare ed è circa dall' 89 che si fanno lasagne, punto. (E una marea di altre cose, ovviamente). E dunque lasagne furono, con grandi perplessità a destra e a manca. O a Nord e Sud del Baltico.

E bon, siamo sopravvissuti.









martedì 12 novembre 2013

Ieri non ho dormito, il mio cervello non ha smesso un attimo di fornirmi spunti di riflessioni che mi sarei volentieri evitata.

A pranzo con delle compagne di classe, si È svolta l'ennesima conversazione "Ma perché non sfrutti questo periodo di disoccupazione forzata facendo un figlio?"
Con il sottotitolo "visto che sei anche più vecchia di noi and nobody's getting any younger?"
Ormai ne ricevo con regolarità. Persino un ragazzo pakistano appena conosciuto, me lo ha chiesto nei primi dieci minuti di conversazione.Almeno fai qualcosa, mi dicono tutti.

Come al solito ho detto che non sono pronta. E ho pensato anche che nemmeno Danne lo è.
Io lo sapevo che non avrei avuto figli da giovane, lo sapevo perché non è mai stata una priorità, la maternità è sempre stata un pensiero lontano, un "prima o poi". Quello che non sapevo, quello a cui non ero preparata, è che non sarei cambiata. In qualche modo pensavo che il mio atteggiamento sarebbe naturalmente evoluto con l'età e ad un certo punto mi sarei sentita pronta e in grado di farcela e soprattutto avrei sentito di volerlo fare.
Nella mia mente, questo sarebbe già dovuto accadere. Un tre o quattro anni fa. E invece niente.
Mi dicevano che lo avrei sentito chiaramente quando i miei amici o coetanei avrebbero cominciato a diventare genitori. Qualcuno mi disse pure: sentirai chiaramente un senso di invidia e gelosia e capirai che ne vuoi uno anche tu. E di nuovo niente - con l'aggravante che non mi crede nessuno, che non sono gelosa. Eppure, il tempo forzato passato coi figli degli altri è quello che di solito mi fa virare più violentemente verso il "no mai".
Io, al parco, mi trovo a guardare i cani, mica i bambini.
E non lo dico a nessuno, perché lo so per certo che non verrei guardata con benevolenza, per questo.

Non ne parlo con le amiche perché è un argomento troppo spinoso. La mia migliore amica, oltretutto, si è alienata da me e da molti altri in seguito ad un divorzio devastante ed è ora più che mai arroccata sulla posizione di non voler figli, ma con il retrogusto piuttosto rabbioso di non essere nella condizione a prescindere, essendo venuto meno il matrimonio. Tra gli altri miei amici ci sono solo genitori felici e orgogliosi, determinati a far diventare genitore chiunque passi loro a tiro e che risponda a requisiti minimi. Inoltre, ci sono tra i miei amici più cari persone che hanno scoperto di non poterne avere e hanno cominciato percorsi alternativi. Difficili, dolorosi e costosi, tutte strade che io già so per certo che non intraprenderò. Perché se non mi sento in grado di avere un figlio nemmeno nel modo tradizionale, figuriamoci al costo di iniezioni, viaggi della speranza, peripezie burocratiche, tempeste ormonali e rapporti col cronometro. E sia chiaro, io quando penso queste cose non mi sento superiore, mi sento fallata proprio come chi non ne può avere fisicamente. Anzi peggio: perché loro sono genitori in potenza, dentro sono già madri. Ma che operazione chirurgica, che percorso c'è per me? Inoltre, di fronte a tragedie come quelle, io appaio subito come egoista. Perché così come fino a prova contraria si è da considerare innocenti, io sono da considerare sana - anche se non lo so se io in effetti possa avere figli, non avendoci mai provato. Di certo, le possibilità diminuiscono con il tempo, ed è facile che attendendo questa evoluzione interiore io finisca fuori tempo massimo. E allora sarà ovvio che non ci saranno vie di fuga.

Inconsciamente, penso di aver sempre sperato mi convincesse qualcuno. Che mi dicessero: non ti preoccupare ce la puoi fare anche tu. Ma non è vero, che tutti si possa essere genitori. Io lo so che farei dei danni immensi, che darei di matto. Che il mio senso atavico di inadeguatezza si presenterebbe all'ennesima potenza. Vedo le madri migliori fermarsi a pensare di non farcela, di non essere adatte. Che speranze posso avere io che già non riesco nemmeno a partire?

E mi chiedo. Sono i continui interrogativi degli altri a farmi sentire così? Quel "E voi, figli niente?" che assilla tante persone che hanno trovato ostacoli biologici sulla loro strada? Oppure è una mia domanda interiore, per un'idea innata di bisogno di un ponte verso il futuro? Voglio dire, potrei semplicemente essere tra i tanti che dicono "no grazie, noi abbiamo scelto di non avere figli". Eppure questo non riesco a dirlo. Sarebbe più facile.

Come sempre mi trovo ad invidiare una sola cosa negli altri: che sappiano quel che vogliono e quel che non vogliono. Pare proprio che su questo aspetto io sia destinata ad essere un fallimento continuo.



mercoledì 30 ottobre 2013

Il cambiamento parte anche da noi

A volte mi chiedo se io non sia oltremodo fissata con le differenze di genere. Diciamo però che continuano a saltarmi all'occhio quando parlo con le mie amiche in Italia.
Ad una di loro, il figlio seienne ha detto: mamma perché pulisci sempre come una servetta mentre papà quando è casa non fa niente? Io quando sarò grande, invece, pulirò.
E lei gli ha risposto, ironica: come no, ti ci voglio proprio vedere.

L'ho rimbrottata per questa frase (ma anche lei me lo ha detto con una vaga consapevolezza di non aiutare la causa, diciamo). Le ho detto che suo figlio non può che uscire fortificato da ogni messaggio di indipendenza. Altrimenti rischia di trovarsi come i cugini di mia madre, scapoli cinquantenni, che rimasero scioccati e impreparati dalla improvvisa morte della madre ottantenne, trovandosi per la prima volta a doversi occupare di se stessi e della casa. Il pensiero non li aveva mai sfiorati. E che fortuna che il mondo è pieno di badanti, mica solo per gli anziani incapacitati dall'età - a quanto pare, anche per gli incapaci e basta. Ma almeno si sono resi conto: anche solo per il piccolo particolare che questa nuova donna sguattera, stavolta, la devono pagare e pure tenersela buona. E qualcosa hanno dovuto impararlo, ovviamente.

La mia amica ha promesso di non dare più segnali negativi come quello - ma temo che ci sia un'anima dura a morire nelle donne italiane, e mi sconvolge trovarla nelle donne della mia età, che hanno studiato, preso lauree e lavorano 10 ore al giorno in impieghi importanti. Quest'anima è quella che le porta a ridere di come gli uomini fanno le cose di casa, a pulire di nuovo quel che è stato pulito, a dire "da' a me che tu non sei capace".

Anche Anne-Marie Slaughter (che è SEMPRE citata a casaccio, in Italia) ha detto ad una conferenza tenuta a Bruxelles l'otto marzo scorso, che anche le donne devono essere artefici della rivoluzione che auspicano, accettando di cedere parte di quei ruoli tradizionali ai quali sono nonostante tutto affezionate. In particolare per la cura dei figli. Lei stessa diceva: io ho dovuto reprimere un moto di tristezza quando mio figlio malato cercava conforto nel padre e non in me. Quella non era il segno della mia sconfitta, al contrario era il segno del nostro successo come famiglia - la divisione equa dei compiti e dei successi sul lavoro aveva prodotto ruoli completamente paritetici tra i genitori. Il marito della Slaughter, infatti, era rimasto a vivere fulltime coi figli mentre lei stava a Washington a lavorare per Hillary Clinton.

Per la cronaca, fece scalpore quando lasciò Washington per tornare a stare con la famiglia - titolarono che era una sconfitta del femminismo.  Quel che non dissero è che la Slaughter lasciò l'impiego dopo i canonici due anni - esattamente come molti altri uomini prima di lei, e lo fece non per fare la casalinga ma per tornare al suo impiego normale, come molti altri uomini prestati alla politica. Impiego che, per la cronaca, era di professore ordinario a Princeton. Casalinga un cavolo. In quel modo, oltre a ritrovare la sua squadra di ricerca all'università (che avrebbe perso se fosse rimasta a Washington più dei due anni concessi normalmente) aveva anche la possibilità di vivere più a contatto coi figli adolescenti, che evidentemente ne avevano bisogno. Ma di tutto questo sui giornali c'è finita solo l'ultima riga, vero?
Gran donna, la Slaughter, dalla sua conferenza sono uscita illuminata.
E il bello è che molti uomini che conosco sarebbero stati daccordo con lei - parlo dei miei colleghi padri che amano occuparsi dei figli, che prendono o prenderanno congedi parentali -  eppure alla conferenza non ci sono venuti perché "era roba da femministe". Peccato. Gente come la Slaughter non parla alle donne, parla ai genitori, agli esseri umani, perché i figli sono di tutti ed è nell'interesse di tutti cambiare e migliorare le condizioni sul luogo di lavoro.

Proposte venute fuori durante la conferenza:
- niente meeting importanti in orari assurdi tipo le 7 di sera. Se un meeting è importante ci devono poter essere tutti i colleghi, e quindi meglio metterlo alle 10 del mattino, invece di fare apposta a lasciar fuori chi a figli.
- flessiilità d'orario e homeworking. Se fai il tuo lavoro non mi interessa dove sei o quando lo fai.
- la prossima volta che un uomo annuncia in ufficio che sua moglie è incinta, chiedete anche a lui, come fareste con qualsiasi collega donna: "Ce la farai a gestire il lavoro e la famiglia?".

Il cambiamento parte anche da noi.







venerdì 18 ottobre 2013

Fredagsmys

In svedese c'è una parola difficile da tradurre: mys.
L'aggettivo mysig si può a volte tradurre con "cosy", in inglese, ma neanche questo è del tutto calzante.
Mys è un momento in cui si sta comodi, in molti sensi. In senso fisico, perché si sta a casa, o in un ambiente confortevole, sul divano, sul letto, davanti al camino, e ci si mettono vestiti comodi, in cui si sta a proprio agio. In senso psicologico, perché si sta con la famiglia, con le persone amate, con gli amici più stretti, con le persone insomma con le quali si può abbassare la guardia ed essere se stessi. E pure in senso "enogastronomico" perché è la sera - non a caso il venerdì sera - in cui ci si concedono i "comfortfood". Per molte persone è quindi la sera in cui non si cucina e si prende qualcosa al takeaway; oppure è la sera in cui si mangiano popcorn e patatine guardando un film, o dolcetti vari ascoltando musica classica. Tutto può essere un ingrediente del fredagsmys, dipende dai propri gusti: deve essere qualcosa che ci calza bene come quella tuta comoda, qualcosa che ci fa star bene e ci fa sentire amati e coccolati.

Un ingrediente comunque tipico del fredagsmyssono i Godis. Godis è un termine piuttosto vago, un'abbreviazione di "cose buone", che infatti può includere qualunque caramella gommosa o cioccolatino, ma anche pistacchi, anacardi, noccioline. I godis si vendono molto spesso come pick and mix, pagando all'etto, e oltre aglii appositi negozi ci sono angoli pick and mix ovunque: nei supermercati, nelle edicole, alle poste e nelle stazioni di servizio. La Svezia è l'unico posto dove ho visto la parete pick and mix di caramelle e di salatini persino da Lidl. Da quel che ho capito, questo concetto è nato a Stoccolma negli anni settanta e si è poi esteso a tutta la svezia e credo a tutta l'europa. Nel mio paese, in Toscana, mi ricordo ne aprirono uno negli anni novanta ma penso poi abbia chiuso e adesso li si trova solo dentro al cinema multisala. Qua sembrano invece un'istituzione. Gli svedesi sono tra i più grandi consumatori di zucchero e di dolci del mondo.The Sweet Swedes, li chiamao. Infatti il venerdì pomeriggio questi scaffali pick and mix vengono saccheggiati.


Il fredagsmys è una tradizione prevalentemente invernale e secondo me l'intero concetto ha a che vedere soprattutto con la necessità molto scandinava di star comodi in casa. Non è affatto un caso che l'ikea sia nata qua e che ci siano così tanti (ma tanti tanti tanti) negozi di decorazione d'interni e arredamento. Qui la gente spende una fortuna per decorare la casa, e l'operazione viene ripetuta regolarmente. E le case sono molto ben pensate e confortevoli. Si deve passare al chiuso una buona parte dell'anno, quindi è bene starci comodi, no?

Si tratta ovviamente di una tradizione che coinvolge soprattutto le famiglie con bambini, i giovani passano più facilmente il venerdì sera nei pub dove si fanno gli after-work parties. A meno che non siano intimamente orsi come me e Danne. Io non lo sapevo, in effetti, ma già in Germania io e Danne avevamo il nostro fredagsmys. Nel nostro caso era il kebab del kebab migliore del mondo, una birra del birrificio locale e un paio di serie TV.

A me il fredagsmys si adatta benissimo. Già da piccola i miei weekend preferiti erano quelli in cui pioveva, quando i miei quindi non mi trascinavano in giro per negozi e potevo starmene rannicchiata in una poltrona a leggere. Che ci devo fare, l'ho sempre detto che ci sono nata per sbaglio in un paese mediterraneo, io!



mercoledì 16 ottobre 2013

Vad betyder dildo?

Oggi era una giornata "no". In classe eravamo tutti un po' sotto tono, e abbiamo pensato che fosse per via del cambio meteorologico. Eppure verso la fine della mattinata, qualcosa, inaspettatamente è cambiato.

Alla fine della lezione, la nostra insegnante ci ha dato da leggere il giornale "Metro", il giornale gratuito.
Dovevamo leggere l'articolo in prima pagina, che parlava della gran quantità di immondizia che finisce ogni giorno giù per lo scarico del bagno. C'èra una lista di oggetti che infatti vengono ritrovati regolarmente nelle fognature. Un mio compagno di classe, un ragazzo carinissimo e gentilissimo ma con il look di chi ascolta solo death metal, ha chiesto l'aiuto dell'insegnante per capire alcuni termini.

In totale onestà. ha alzato la mano e chiesto "Vad betyder dildo?"
Perché era convinto che non avesse lo stesso significato che questa parola ha in inglese.
Anzi, già pregustava le conversazioni a venire, con altri anglofoni, su questa parola che, metti caso, in svedese vuol dire, boh, idraulico. O sciacquone, chissà. Sai che ridere!
La nostra insegnante ha almeno 65 anni, i capelli bianchi, la voce sottile. È una nonna, ed una di quelle signore che se le vedi pensi: questa di sicuro è un'insegnante.
Dunque, alla domanda "che cosa vuol dire dildo?" è andata nel panico.
Ha cominciato a picchiettarsi il mento con un dito ripetendo "dildo, dildo, dildo..."
E poi ha detto "non so dirti che cosa sia perché non lo uso"
A quel punto, tutti i presenti avevano capito di aver commesso un madornale errore.
Inserita la retromarcia, il mio compagno di classe metallaro (che è un tranquillissimo padre di famiglia ed è sposato con una svedese) ha detto: "ok, magari lo chiedo a mia moglie"
Grata per questa insperata via di uscita dall'empasse, la nostra insegnante ha tirato un sospirone e esclamato: "Sì ecco bravo chiedilo a tua moglie".

Siamo usciti dalla classe che eravamo tutti più varie tonalità di scarlatto e vermiglio.

In strada, girato l'angolo, finalmente ci siamo lasciati andare.

Qualcuno a Göteborg si sarà chiesto come mai dodici persone di età e nazionalità diverse fossero state colte contemporaneamente da un attacco di ridarella acuta su un marciapiede.

PART TWO:
il giorno dopo l'insegnate si è avvicinata al mio compagno poco prima della pausa, dicendo:
"ieri tu mi hai chiesto, che cosa significasse dildo, mi sono informata, è una parola inglese, io non la conoscevo perché si vede che è entrata da poco nella nostra lingua"
Lui ovviamente ha cercato in ogni modo di impedirle di continuare la conversazione ma è una insegnate coscienziosa, e se le fai una domanda, lei studia, si informa e ti risponde il giorno dopo.
Come si fa a non amarla.

Naturalmente, per complicarci la vita, l'edizione odierna di Metro aveva una foto esplicativa di un dildo, per una pubblicità.
Siccome noi siamo dei deficienti abbiamo passato la mattina a indicarcela a vicenda e ogni volta la nostra insegnante si manifestava al nostro fianco. Ma tra di noi ci sono dei professionisti delle manovre last minute e siamo sempre riusciti a schivarla con parate come "Hm, stavo appunto guardando questo articolo sulle ricette autunnali svedesi..."

Adoro la mia classe.