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domenica 30 novembre 2014

So little time Try to understand that I'm Trying to make a move just to stay in the game

Ottobre. Sabato pomeriggio. Grande Negozio di Articoli per l'Infanzia.
Mia cognata in libera uscita senza pupa al seguito si lancia felice nel test drive di questo o quel trabiccolo su ruote. 
Prova questo! Prova quello! mi fa, divertendosi come io immagino farei in un negozio di scarpe. (Gli abissi della matritudine mi si stendono sconfinati davanti). Sono completamente confusa. Mi paiono tutti uguali, questi Cosi. Tutti immensi. Tutti ingombranti. Tutti minacciosamente pesanti. È lei a gestire le comunicazioni con la commessa: fa domande mirate, specifiche, parla di dettagli che pensavo riguardassero solo l'acquisto di un'auto. (Ruote da neve??)
La commessa, per rendere l'esperienza più realistica, produce un bambolotto, perfetta imitazione di infante per peso e dimensioni. Serve a farmi provare il peso di vari trasportini con il pupo all'interno. 
In dieci secondi, crampo dell'avambraccio- e dire che dovrei in teoria portarlo su per sei rampe di scale, fino al mio appartamento, a tempo debito.
"Ma quanto pesa questa bambola?" chiedo, affranta.
La commessa: "Circa 4,5 Kg, quindi corrisponde più o meno ad un bambino di un paio di mesi"
Danne: "io ne pesavo 4,7 alla nascita"
La commessa balbetta.
A me si annebbia un pochino la vista.

Novembre. Sabato pomeriggio. Casamia.
Mia cognata e mia suocera mi chiedono se abbiamo poi infine scelto quale Coso comprare. Scelto è una parola grossa, penso io, visto che la decisione è stata al culmine di un momento di stizza nel leggere le recensioni su internet dei vari prodotti in commercio. Le recensioni, tutte, indipendentemente dalla marca, dal prezzo, dall'oggetto, sono negative. I Cosi hanno sempre mostrato un problema o un altro. La qualità è sempre deludente e i prezzi sono tutti stellari. 
Comunque sì, abbiamo scelto. 
Per comprare, dico, c'è tempo.
Tanto tempo. Lo ha detto Gunilla l'ostetrica che c'è tempo...
No?
Beh, fanno i cognati, quando abbiamo ordinato noi il nostro Coso, avevamo dovuto attendere sei settimane per la consegna! 
No, ma scherzate, penso, che ve l'hanno fatto su misura? 
Vabbè ma ordino su internet, un negozio che ne abbia in stock lo troverò!
Eh ma magari dipende dal colore, mi fanno. 
Ma a me del colore importa proprio zero sai, dico.
Segue sguardo perplesso che sottintende, povera creatura, che madre sconsiderata.
Ah ma non preoccuparti, mi fanno, vedrai che anche se ormai non c'è più tanto tempo, per un imprevisto potete sempre prendere il nostro Coso in prestito.
Questo per dire il livello di ansia crescente in merito.

Novembre, venerdì sera, stanza del computer (si noti che siamo ancora ben lungi dal poterla definire stanza del pupo).
Ormai la reazione a catena ansiogena è partita. Siamo alle porte dell'ennesimo weekend in cui mia cognata mi chiederà se voglio andar con lei al Negozio a ordinare il Coso e in cui risponderò che dobbiamo piuttosto finire di fare qualcosa in casa, in questo caso dipingere l'ultima parete della cucina. Anzi, ecco che arriva il suo sms. Decido che basta, è ora di prendere internet a due mani e vedere se davvero c'è la lista di attesa di una Hermès, sui Cosi.
E così scopriamo che è Black Friday. Tutti i portali di shopping online fanno ribassi. Scopriamo che il Coso in colori molto decenti si trova ad un prezzo molto più basso, pronta consegna, su circa tre o quattro diversi siti di negozi online.
Click.
Arriva martedì.

Aiuto.

giovedì 27 novembre 2014

io lo so perché tanto di stelle

Io non sono una persona religiosa. A cinque anni ero già in rotta con le suore dell'asilo, e ho passato la vita a ribellarmi alla mia cattolicissima madre, che ha infine mollato il colpo.
Io non sono una persona superstiziosa. Tipo che abitavo al numero 17 e sceglievo apposta di avere gatti neri e più mi dite che una cosa porta male e più la faccio.
Io sono pure una fottuta scienziata, per Teutatis. E di ogni cosa mi sono sempre chiesta il perché, prima di tutto.
Epperò.
Epperò è l'ora del mio coming out.
Io credo a paolofox. 

Credo questo sia dovuto a due ragioni. La prima, sui sedici anni ero incappata in alcuni vecchi libri di astrologia che a suo tempo mio padre aveva collezionato, evidentemente pure lui in una fase di idiozia adolescenziale. La seconda è che ogni domenica mattina mia madre teneva la tele in cucina fissa su raidue.

Però poi ti sei trasferita! diranno in coro i miei piccoli lettori.
Eh già. Ma trasferendomi ho anche scoperto i meravigliosi segreti della rete, e in particolare del sito di rai replay. A mia discolpa, sia messo agli atti che ho passato anni senza tele in Germania, e che volevo vedere Report.

Il fatto è che paolofox è come quella tavoletta di cioccolato che compri per tenere in dispensa pronta per quella volta che vuoi fare i muffin ai chocolate chips. Per giorni, settimane, essa resta lì, indisturbata, sulla mensola scomoda dove tieni le cose che non servono spesso, tipo lo zenzero disidratato.
Però il tuo cervello lo sa dov'è.
E quella sera in cui ti senti "un po' così" non fai nemmeno in tempo a ricordarti che sarà di sicuro la PMS che già le tue mani hanno trovato la strada dietro ai barattoli, a tentoni, come guidate da una forza superiore.

Magari passano anche mesi tra una ricaduta e l'altra. Tipo che potrei anche andare in giro con quei gettoni che danno agli alcolisti anonimi per contare i giorni di sobrietà. Salve, mi chiamo Arya - ciao Arya! - e sono 70 giorni che resisto senza paolofox. 

Poi, inesorabile, la ricaduta. Nelle sere tempestose, visto che a me delle rose e delle nuove cose non è mai potuto importar di meno, mi ritrovo a cercare su rai replay la classifica dei segni della settimana. Che io non credo mica all'oroscopo in sé, Brezny mi fa venire l'orticaria, io credo solo a paolofox.

Bilancia:
Siete stati male in questi due anni  ma avete guadagnato in esperienza e siete spiritualmente più forti, e meno aggredibili. Nel 2015 andrà anche meglio.

O paolofox me l'hai fatta di nuovo, mannaggia! Io spero tu abbia ragione, perché un altro anno così anche no, grazie.






martedì 25 novembre 2014

Give me a touch of something sure I could be happy evermore

Reduce da una quattro giorni di convivenza coi suoceri, seguono osservazioni sparse. Come andremo a vedere i suoceri nordici sono curiosamente simili ai suoceri di qualsiasi latitudine, quello che cambia drasticamente è il grado di esternazione. Ossia, se anche pensano il peggio di voi, voi e vostro marito non lo saprete mai (almeno fino al divorzio).

La suocera nordica vive in media a centinaia di km di distanza, dunque le visite sono rare e mai improvvise.
In questo caso vi chiama al cellulare, proprio voi, non il figlio, per chiedervi come stiate e poi aggiunge: non è che vi serve che veniamo ad aiutarvi a piastrellare la cucina? Così ti pulisco anche le finestre.
Voi acconsentirete entusiaste. E non potete non notare che lo stato pietoso delle vostre finestre non è certo passato inosservato. Senza scuse, ché non le pulivate mai nemmeno quando non eravate incinta.

il risultato 
Seguirà contrattazione per definire i termini della visita. I suoceri nordici gradirebbero, possibilmente, soggiornare nelle vicinanze, ma non a casa vostra. Lungi dall'offendervi, vi rassicura sapere che all'indomani del parto nessuno si piazzerà stabilmente nel vostro salotto. Se insistete che restino da voi, per necessità o semplicità, essi si presentano con più bagagli che per un coast to coast. Perché quando vengono in visita si portano da casa lenzuola, cuscini e coperte - per non disturbare. Sia chiaro che il viceversa, come diceva il mio prof di analisi uno, è generalmente falso. Ossia, voi guardatevi bene dal fare altrettanto. Voi avete fatto il possibile per rassicurarli, dopo un paio di tentativi avete pensato fate un po' come vi pare e vi godete le lavatrici in meno.

Essi recano seco anche tutta una serie di cibarie cui sono abituati e cui non vogliono rischiare di dover rinunciare anche solo per tre giorni. Si tratta soprattutto di (graditi) doni dalla campagna svedese: le uova del contadino, il miele dell'apicoltore, il pane del forno locale. Meno giustificati, ma irrinunciabili: il loro formaggio, il loro burro, il loro caffè preferito, perché sia mai che provino un'altra marca e voi sicuramente comprate quelle sbagliate. La suocera svedese, siccome vuole pulirvi le finestre, viene anche provvista di tutto il materiale, che è ovvio che voi non possedete, anche perché se no le avreste pulite, no? (ehm).

Scoprite che avete serenamente rinunciato al concorrere alla palma di casalinga del secolo (ma quando mai, del resto) e vi godete il fatto che vi pulisca casa senza subirlo come una critica implicita (probabilmente lo è). Passa l'aspirapolvere più volte lei in un giorno che voi in un anno. Voi non muoverete un dito per dissuaderla, o per sostituirvi a lei nell'operazione. La lasciate decidere come apparecchiare, e cosa mangiare, perché certe piccolezze sembrano rivestire un'importanza notevole e voi non ci arrivate nemmeno se vi sforzate.

Bisogna anche ammettere questo: se anche vi tirasse delle fracciatine, esse vi passerebbero parecchio sopra la testa: parla una lingua di cui vi sfuggono ancora le sfumature (ed è un buon venti cm più alta di voi). E voi benedite l'ignoranza, tanto.

La suocera nordica del resto pensa che suo figlio non vi meriti e vi chiede regolarmente e seriamente come facciate a sopportarlo. E se una ha da ridire su un figlio così, è proprio il caso di mettersi l'animo in pace. L'uomo nordico peraltro vi dà il buon esempio di reazione zen poiché riesce a interfacciarsi con i suoi con il mero ausilio di dosi massicce di sarcasmo, e il suo tono resta sempre rigorosamente sotto l'udibile persino in quei frangenti (tipo piastrellare una cucina) che a casa vostra in Italia paiono più puntate del Jerry Springer Show.

Avete smesso di cercar di stabilire se ci sia un modo giusto o sbagliato, vi guardate la famiglia nordica con la stessa fascinazione di un documentario del national geographic e lasciate che tutto faccia il suo corso anche se, molto probabilmente, la famiglia nordica vi osserva contemporaneamente con pari sgomento, chiedendosi con un sopracciglio alzato se per caso voi non siate state cresciute dagli orango.

giovedì 20 novembre 2014

nobody will give you a medal

Ultimamente colleziono post nelle bozze ma non riesco davvero a scrivere quello che sto attraversando. Sono molto insonne e molto fragile. Sento che ho bisogno di fermare i pensieri almeno qua sopra ma per spiegarmi meglio è necessario anche descrivere come funzionano le cose in Svezia in gravidanza. Magari è noioso, ma considerando che i blog degli altri hanno rappresentato per me una valida fonte di informazioni, magari a qualcuno che passasse di qu tutto questo potrebbe risultare utile.

Questa settimana sono andata ogni giorno alla clinica ostetrica. Lunedì avevo una visita di routine, oggi il primo incontro del corso preparto. Nel mezzo, martedì, una visita urgente e fuori programma perché è diventato evidente che ho bisogno di supporto psicologico o quanto meno emotivo. Martedì, peraltro, uscita dalla clinica, sono andata nella adiacente biblioteca e ho letto per tre ore filate libri molto tecnici, in svedese, sull'argomento.

In Svezia funziona così: non esistono cliniche private per partorire, tutti nascono in strutture gestite dallo stato. Ginecologi privati esistono ma praticamente nessuna vi ricorre, a meno, immagino di particolari patologie, necessità, fissazioni. Per tutta la durata della gravidanza, si frequenta, gratuitamente, una clinica ostetrica di riferimento (quella più vicina geograficamente) dove si incontrano solo ostetriche. La mia è a dieci minuti a piedi, dentro ad un centro commerciale, scollegata da qualsiasi ospedale. Se le ostetriche notano qualcosa di cui non si sentono sicure sono esse stesse a metterti in contatto con un ginecologo, che ti visiterà all'interno della stessa struttura, sempre gratuitamente. Se si rendono necessari esami particolari, saranno sempre le ostetriche a farti chiamare dall'ospedale che ti notificherà un appuntamento. Durante la gravidanza non sta mai a noi prenotare visite, e dalle nostre mani non transita nessun risultato di analisi. Tutto quello che hanno misurato, sta nei loro computer e se è tutto nella norma non ne verrai informata direttamente. Dal loro punto di vista, tutto questo è fatto per limitare le tue preoccupazioni. Per chi viene dall'Italia, abituata a portare personalmente i risultati delle analisi al proprio medico, per interpretarli, tutto ciò può causare anche un senso di insicurezza, di mancanza di controllo, ma in generale ammetto che lo stress è inferiore, nonché il tempo necessario a recarsi in vari luoghi per prenotare visite, e ritirare esami. Gli incontri sono regolari e sempre con la stessa ostetrica, circa uno al mese. Le ecografie sono invece molto poche, e in teoria nessuna dopo il 5o mese. Alle visite si prendono piuttosto le misure esterne, si misura il battito cardiaco, si fanno delle analisi del sangue veloci e mirate e sopratutto si parla.

L'ostetrica che ti segue in teoria è sempre la stessa. A me non è andata così, ma credo sia un caso dovuto al fatto che nei mesi estivi molte sono in vacanza e vengono sostituite da colleghe. Ad ogni modo tutte le mie informazioni, anche le cose che avevo menzionato brevemente ed ero certa fossero state dimenticate, stanno nel mio file. Questo file è accessibile da entrambi gli ospedali cittadini dove potrei trovarmi a partorire, a seconda delle disponibilità di posti. Il numero da chiamare in caso di dubbi, di avvio del travaglio o di qualsiasi emergenza è uno solo, che coordina entrambi gli ospedali. L'ostetrica che ti segue in gravidanza non è la stessa che ti segue nel momento del parto, ovviamente, ma se per qualche ragione una si trovasse a sentire che a pelle con questa persona non si instaura un buon rapporto, si può sempre chiedere di sostituirla senza problemi  senza dover discutere. In ospedale non si vedranno ginecologi a meno di problemi, ma un medico è sempre presente e così anche un anestesista. Per l'epidurale non c'è da fare richieste particolari e preventive ma se si è molto decise per averne una, può essere bene che questa informazione compaia subito nel famoso file personale, così come altre necessità, paure, preoccupazioni etc. Altre forme di trattamento del dolore sono il gas esilarante, disponibile per tutto il travaglio in tutte le stanze, l'agopuntura (ohibò), una stimolazione con elettrodi (credo si chiami TENS) e delle infiltrazioni di acqua sterile sottocute.

Tempo fa avevo chiesto all'ostetrica, che però era una delle supplenti, del cosiddetto programma Aurora. Si tratta di un programma speciale per le donne che sentono di aver molta paura del parto. Lei tagliò subito corto dicendomi che quel programma aveva posti limitati, e che la precedenza era data a donne al secondo parto che ne avessero avuto uno traumatico prima. Quella risposta mi aveva scoraggiata dal chiedere oltre. Lunedì invece. le mie lacrime a fiume nel momento in cui una giovane apprendista ostetrica mi aveva semplicemente chiesto perché non dormissi, hanno fatto un'impressione maggiore. Sono stata presa molto sul serio. Il giorno dopo mi hanno voluto incontrare di nuovo, sia la mia ostetrica ufficiale, Gunilla, che l'apprendista e mi hanno fatto parlare in inglese, cosa che mi permette di esprimermi più naturalmente. Quel che è venuto fuori, vorrei riuscire a scriverlo presto, per ora mi limito ai fatti concreti: hanno fatto richiesta di iscrivermi al programma Aurora ma mi hanno anche offerto tutta una serie di altri supporti che fino ad allora, per disinformazione mia, pensavo fossero disponibili solo dentro ad Aurora. Ossia, incontri con una psicologa specificatamente formata (che spero di fare presto) e visite informative ad entrambi i reparti di ostetricia dei due ospedali. Questa pare una stupidaggine, ma per me è davvero importante vedere, farmi un'idea prima. In fondo, tutte le immagini che ho nella testa si riferiscono ad altri paesi (gli USA della tele e l'Italia dei racconti, magari pure datati).

Gunilla avrebbe voluto che posticipassi il corso preparto di oggi fino a quando non avessi avuto modo di vedere la psicologa. Probabilmente aveva paura che reagissi male alla vista del celebre filmato esplicativo. Io ho insistito per andarci, perché sento che la causa più grande di preoccupazione viene da quel che non so più che da quello che so, anche se forse agli altri può sembrare strano che mi angusti per non sapere che forma hanno le sedie, i letti, le camicie da notte e le mutande di rete (pure su questo dovrei tornare, ma per ridere).
Dunque ci sono andata. Il corso era tenuto da una ostetrica sulla sessantina, molto calma, molto asciutta nei toni e persino sarcastica: un tipo che si adatta molto bene a me. Io ho più problemi con le persone che sviolinano sulla forza delle donne e si ammantano di toni new-age, nonché ovviamente con quelle dai toni molto bruschi, il tipo "insegnante di educazione fisica" incazzosa. La signora peraltro mi teneva d'occhio, l'ho visto bene, e so che si riferiva a me quando diceva che se qualcuno non se la sentiva di vedere il filmato poteva certo assentarsi. Aveva parlato con Gunilla, lo so perché mi ha passato un foglio che Gunilla si era dimenticata di stamparmi ieri. Su di me è stata messa una bandierina che dice "maneggiare con cura" e non mi dispiace affatto, mi rassicura. Mi rende fiduciosa che a qualcuno importa di come sto dentro.

Il risultato di questi tre giorni è che ho pianto davvero tanto, di notte e di giorno, ho dormito davvero poco, ho parlato, ho pensato, ho letto e ho scritto e sto un po' meglio. So per certo che il "ma su non ci pensare" con me non funziona: io ci devo pensare eccome. So anche che non sempre si trova la persona giusta con la quale parlarne, e penso che se ci fosse stata solo Gunilla, lunedì, nulla di questo sarebbe venuto fuori. Parlarne davvero, al di là delle battute, al di là delle brevi menzioni di ovvie e comuni paure, è difficile perché si sente chiara la pressione sociale a non farla tanto lunga, in fondo partoriscono tutti, da sempre. Devo ringraziare questa ragazza così giovane (apprendista ma già mamma a sua volta quindi non è questione) per aver saputo riconoscere i segnali e aver dato loro importanza.


venerdì 14 novembre 2014

(Disclaimer: questo è un post da non prendere assolutamente sul serio. Ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti è puramente casuale. I fatti o le opinioni riportati non rispecchiano necessariamente quelli di un'intera nazione.)

L'uomo nordico, quando vive da solo da studente diciottenne, non vive accampato, aprendo una scatoletta di tonno la sera con gli occhi pieni di lacrime (cit. uno che conosco). L'uomo nordico che vive da solo è felicissimo. Non va a casa ogni weekend con una busta di panni sporchi e non torna la domenica sera con una sfilza di tupperware di cene pronte. Anche quando non ha una ragazza, l'uomo nordico si interessa dell'arredamento di casa, possiede libri di cucina, fa il bucato come gli hanno insegnato a scuola e si ricorda di cambiare le lenzuola in tempi congrui. Poi, certo, è in grado di passare due giorni filati in mutande davanti al pc a giocare a World of Warcraft cibandosi di sole pringles, ma in linea di massina ha sempre un buon controllo su quella che è la decenza, senza che la madre debba intervenire. Quando ella comunque interviene, in una delle rare visite, durante le quali si presenta con tonnellate di biscotti fatti in casa, di solito sopravvengono moderate litigate (son pur sempre scandinavi). Nei due giorni successivi alla visita, lo studente nordico mangerà solo biscotti, ma avrà spiegato a sua madre che non necessita di interventi esterni e che se il suo appartamento a lei non piace può anche non andare a trovarlo.

Quando l'ex studente nordico incappa per meriti assolutamente non suoi in una fidanzata, e ingenuamente le propone di andare a vivere da lui, che la casa è grande, egli ha alle spalle un lungo periodo di collaudata autonomia. Egli sa dove stanno i farmaci, i calzini, gli asciugamani. La sua cucina è attrezzata. Egli possiede un cesto per la biancheria e dunque è perfettamente edotto sul misterioso percorso dei vestiti dentro e fuori dai cassetti. Egli però non possiede un tappetino in bagno e non ha tende, tiene una bici in ingresso e una sfilzi di manubri pesanti come macigni in un angolo della camera. Egli vi farà posto nel suo armadio, pensando che quei due centimetri cubici vi basteranno, e nell'armadietto dello specchio, pensando che di sicuro un deodorante e uno spazzolino in più ci stanno. Per i primi tempi (diciamo mezz'ora), sarete voi a chiedere a lui dove sta questo e quello.

Poi vi comprerete un armadio tutto per voi e un nuovo armadietto in bagno dove lascerete a lui una mensola (quella più in alto, perché dopotutto è lui il vichingo) e voi terrete giustamente le altre cinque, Poi, riordinerete i pensili in cucina. Poi sposterete i mobili. Ogni volta vi aspetterete gran riconoscenza, per questi essenzali miglioramenti che voi apportate così generosamente alla sua casa, e stranamente non ne riceverete. Nel giro di un anno, lui sarà costretto a chiedervi dove sta questo e quello, e voi gli risponderete scazzate (perché dopotutto siete voi le mediterranee). Ogni tanto lo coglierete dire agli amici con tono basito ma (per voi) neutrale, scuotendo un poco la testa: una mensola su cinque...e ogni tanto trovo la sua roba pure lì! Voi invece suggerirete alle ragazze di non trasferirsi mai a casa di lui, se mai il contrario. E sembrerete la versione erasmus di sandra e raimondo.

L'uomo nordico non vi chiede mai niente: non viene da voi con la faccia a punto interrogativo tenendo in mano il bugiardino di un farmaco, non si aspetta che stiriate per lui, se nota che tutti i suoi jeans preferiti sono nel cesto dei panni sporchi fa la lavatrice direttamente, senza informarvene. Se vi schizzate col ketchup soffre, e vi prega di stare più attente (voi lo manderete a cagare). È più facile che si prenda cura di voi se siete malate che il contrario. Non perché voi siate delle stronze (anche se oggettivamente la sindrome della crocerossina vi manca) ma solo per una ragione pratica: quando si ammala, anche se soffre indicibilmente come tutti i maschi, non lo esterna molto, essendo appunto nordico e voi, essendo invece tarate sul 42esimo parallelo, per meno di rantoli e alti strali non vi muovete nemmeno.

L'uomo nordico, del resto, pensa che voi siate perennemente incazzate, anche nelle (ammettiamolo, rare) occasioni in cui non lo siete affatto. Una delle prime volte in cui lo maderete a quel paese stizzite (magari in piena PMS, per una oggettiva stupidaggine) lo ritroverete ore dopo a letto col maldistomaco perché ai nordici i conflitti danno l'ulcera. Voi invece non vi ricorderete nemmeno già più perché o per cosa vi eravate arrabbiate.

L'uomo nordico non ama parlare più di tanto, il che è utile quando si è al contrario logorroiche. Solo che vi capiterà spesso di tenere lunghi monologhi con la sua nuca (mentre gioca a Dota 2). Ha una incredibile avversione verso anche la più piccola bugia, per cui alla domanda "a cosa pensi?" egli risponderà "niente" oppure "ai tergicristalli nuovi che devo ordinare". E voi ve la sarete cercata. Dimenticatevi di sentirvi dire che siete bellissime, le iperboli non trovano habitat congeniale oltre una certa latitudine e dunque dovrete tararvi su una scala minore. "It's ok" è la frase che dovrebbe togliervi ogni dubbio che il vestito in questione vi stia bene. E solo se lo avrete esplicitamente chiesto. Dopo un po' smetterete di chiedere: complimenti, è il primo passo verso la trasformazione in donne nordiche. L'uomo nordico non vi porterà la borsa a meno che non lo chiediate, non vi aprirà la porta a meno che non siate evidentemente invalidi. Se avete bisogno di queste cose per sentirvi amate, l'uomo nordico è da sconsigliare. Se invece non ne avete bisogno, potete anche sposarvelo.

mercoledì 5 novembre 2014

Eccoci qua...stasera sarà l'ultimo bokcirkel di Anna dai capelli rossi, una delle mie migliori amiche di qua, che presto tornerà nella sua Svizzera. Alla fine, invece di trovar lei lavoro qua, lo ha trovato il suo fidanzato in Svizzera. Mi spiace tantissimo che parta, e che parta persino un paio di mesi prima del previsto.
La conosco esattamente da poco più di un anno. Eravamo nella stessa classe quando facevamo il corso B1. Quella classe è stata un po' un colpo di fortuna perché casualmente vi si sono trovate insieme tante persone davvero in gamba, che poi hanno avuto modo di frequentarsi anche in seguito. L'insegnante era intolerabile ma noi ci siamo divertite parecchio, e forse senza avere quella antipatica di cui lamentarci non avremmo avuto un collante tanto efficace, chissà.
Lei mi ha poi inserito nel bookclub e abbiamo insieme superato le 12 fatiche di Asterix per ottenere un posto nei corsi Svenska som Andra Språk, SAS2 e SAS3. Se non l'avessi conosciuta, il mio svedese oggi non sarebbe quello che è, perché lei è tra le persone più dotate per le lingue che io abbia mai conosciuto!
Mi mancheranno i nostri pranzi alla Baracca Rossa, il ristorante italiano vicino alla scuola, quando ci prendevamo il tavolino al sole, in faccia al mare, e a fine pasto ordinavamo un chinotto ghiacciato. Mi mancherà poi vederci da Kungsporten con le altre e ordinare sempre sempre sempre köttbullar! Mi mancherà parlare con lei, sentirla dire mille volte tak e mille volte förlåt, ma sopratutto ridere.
Che cosa accadrà adesso, dopo la sua partenza? Non sono brava a mantenere i contatti, e il motivo non lo so. Forse perché certe frequentazioni, per quanto intense, sono intimamente legate ad una quotidianità specifica e condivisa. Forse perché non posso avere sempre e solo il mio cuore spezzettato e sparpagliato per il mondo. Forse perché la vita nel tempo si complica e le chance di mantenere contatti de visu e non solo virtuali si riducono. E senza contatti fisici non tutti sono in grado di mantenere vere amicizie. Quelle vere durano, certo, sopravvivendo con mail e messaggi a volte anche molto distanziati nel tempo...ma la maggior parte delle amicizie, senza colpa alcuna per chi le popola, non hanno magari fatto in tempo ad arrivare a quel livello di confidenza e comfort reciproco in cui un lungo silenzio o una lunga attesa per una risposta ad una mail non vengano necessariamente interpretati come una mancanza di attenzione.
Tante expat si lamentano della difficoltà di fare amicizie, cosa in cui mi rispecchio facilmente. La mia opinione non è che quando eravamo in patria fare amicizie fosse più facile in sé - anche se almeno mancavano barriere linguistiche. Quello che penso è che in patria un'amicizia non debba mai porsi il problema della data di scadenza. Finiranno magari anche quelle, capita di certo, ma nessuno le inizia con l'interrogativo "per quanto tempo rimarrai nella mia vita? quanto mi conviene investire in te?". Per avere amicizie "stabili" all'estero bisognerebbe aver modo di accedere a chi non ha progetti di trasloco a tempo breve, e questo di solito significa andare a cercare tra gli autoctoni. E lì sta un altro inghippo, perché gli autoctoni per la gran parte hanno già i loro amici di lunga data e non sempre ne cercano attivamente di nuovi, specie tra chi è straniero. E poi bisognerebbe averci un lavoro per poter entrare lentamente in contatto con persone del luogo, anche se non è detto che tra i propri colleghi si trovi qualcuno con il quale entrare in sintonia davvero. Credo che sia l'età a rendere diverse le modalità in cui si fa amicizia: si alzano gli standard. Da piccoli, o da ragazzi, basta essere nella stessa classe o nello stesso quartiere... Il fatto di essere sradicati non fa che rendere il tutto più complicato perché viene a mancare proprio quella rete di amicizie di lunga data che ci portiamo dietro dalle elementari spesso solo in virtù del fatto che non saremo mai davvero costretti a metterle in discussione.
E senza tutto il rumore di fondo del tessuto sociale in cui siamo nati e cresciuti, la percezione di chi veramente vogliamo nella nostra vita diventa semplicemente più chiara quando si espatria, assieme alla constatazione della nostra solitudine.

sabato 1 novembre 2014

when you're swimming with your boots on

Ieri c'era il container, qua sotto. Arriva due volte l'anno, mandato dalla società che gestisce il condominio. I condomini così possono disfarsi delle loro cose vecchie: mobili, libri, materiale da costruzione, suppellettili. Tra noi scherziamo e diciamo che per me, quando arriva il container, è un po' come se fosse natale. Buttare via quel che si accumula è diventata una necessità che di sicuro confina con la fissazione, ed è la conseguenza dei genitori che ho, del mal di stomaco che mi prende alla vista di casa loro.

Eppure io mi sento tirare in direzioni opposte da due forze egualmente potenti. Da un lato, sento il richiamo degli oggetti passati di mano, con le loro storie mai raccontate: i mobili del bisnonno falegname, le foto di mio nonno soldato, le povere cose di pessimo gusto che mia nonna stivava in soffitta. Dall'altro sento l'ansia di fare spazio nella mia vita, perché ho sempre dovuto lottare per averlo. Per esempio, la mia cameretta da piccola era stata scelta da mia madre, ed era una cameretta da adulta, con file e file di mensole per i libri. Io avevo sei anni, e le mensole erano piene di libri suoi: filosofia, storia, pedagogia. Crescendo, lentamente, lei toglieva i suoi per fare posto ai miei libri, ai miei giochi e alle mie cose. Ho conquistato quella stanza un pezzo alla volta.

Un'altra forza che mi tira dalla parte opposta a quella del decluttering è la rabbia per il consumismo e lo spreco (e quindi la volontà di riciclare). A me non piace buttare qualcosa che ancora funziona o che ancora abbia un uso. Non solo, non mi piace nemmeno buttare in senso lato, perché mi chiedo sempre che cosa sarà di tutti i nostri rifiuti - faccio pur sempre parte di quella generazione che fin dalle elementari hanno martellato con l'ecologia e l'effetto serra, a otto anni teorizzavo di spedire i rifiuti sulla luna, son tra quelli che ha reagito all'avvento della differenziata con ardore quasi religioso. Però ho anche l'esigentza di sopravvivere, e a casa dei miei c'è il rischio che prima o poi si smetta anche di potersi muovere tra le stanze, se non li si argina. E quando servono soluzioni drastiche, non si può fare altro che cercare la prima discarica, il primo cassonetto, la prima via facile per liberare un metro cubo d'aria. Tutte le alternative nobili (baratto, mercatino dell'usato, beneficienza, regalo ad amici) richiedono un tempo e una dedizione che io, di passaggio per due settimane l'anno, non posso permettermi. Lo mandassero anche a loro il container sotto casa due volte l'anno, piangerei di gioia. E per farmi passare i sensi di colpa, mi ripeterei come un mantra che lo spreco c'è già stato, e non l'ho nemmeno commesso io.

L'altro giorno mia madre mi annunciava trionfante che per quando andremo giù con la bimba, lei sistemerà il mio vecchio lettino. Soddisfazione nella sua voce: vedi che tenerlo è stato utile? La mia reazione è irritazione, perché mi avevano giurato di averlo buttato, e perché un lettino base all'ikea costa 50 euro, mentre per trent'anni quell'oggetto ha sottratto spazio alla nostra vita, e non aveva forse un valore pure quella? Peraltro sarà anche dura fargli posto nella nostra camera a casa loro, che per quanto grande è ingombra.
In Italia ci sono ad attendermi scatoloni interi dei nostri vecchi vestiti per bambini. Quelli con le macchie, quelli sciupati pure. È rimasto tutto, perché in famiglia altri bimbi dopo di noi non erano nati. E che problema c'era? mia nonna aveva una grande soffitta. C'è persino, giuro, una culla di vimini che, testuali parole, mia madre usava per trasportarmi nei viaggi in macchina, quando non c'erano manco le cinture di sicurezza. A volte penso che sia un miracolo se quelli della mia età sono sopravvissuti indenni agli anni ottanta. Ma provateci voi a toglierla di mezzo, questa culla: la bambina in arrivo è per mia madre un'immensa prova del nove che niente è stato vano.

Io, d'altro canto, mi appresto a ereditare i vestiti e gli oggetti della mia nipotina. Che forse sono rimasti lì a casa dei miei cognati un poco più a lungo dello strettamente necessario, diciamo per il tempo sufficiente a chiarire la questione del secondo figlio, e con la segreta speranza di cuginetti come retropensiero. Ottimo, compreremo il meno possibile. Forse mi aiuta il non sentire la spinta allo shopping per neonati, o forse davvero la mia esperienza famigliare mi ha indurito verso la necessità di possedere cose, di sceglierle e di conservarle. E ieri ho portato al container una sedia, una valigia, due tappeti, rimasugli del montaggio cucina e una tapparella rivelatasi deludente. Il difficile equilibrio tra avere ed essere.