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venerdì 24 ottobre 2014

una micro-intervista...a me?!

La cara Mamma in Oriente mi ha dedicato una micro-intervista all'interno del suo bellissimo progetto sui blog degli italiani nel mondo. Se vi va di leggerla, la trovate qui.

Sono davvero molto onorata e grata per le gentili parole che mi ha dedicato!



giovedì 23 ottobre 2014

And the boys chase the girls, with curls in their hair

Tra i commenti al blog di elasti ho trovato alcuni video pubblicitari di prodotti per la cura del corpo che sembrano aver abbracciato il problema di come le donne si vedono.  Si tratta di più di una marca, segno che questo è stato riconosciuto come un buon approccio pubblicitario. Del resto, dopo tanto parlare di quanto l'immagine del corpo femminile ci avesse condizionato in negativo, le pubblicità che più fanno mostra di corpi femminili e sono rivolte alle donne - innegabilmente, quelle di cosmetici - erano finite sotto esame.

In particolare mi ha colpito questo:



In effetti non so come mi descriverei, ma sono sicura che ho per gli altri molta più indulgenza che per me stessa. Difficilmente descriverei una terza persona inbase ai suoi difetti, penso che i pregi mi colpirebbero di più. Di me, non so, non mi è mai capitato di doverlo fare.

Su altri blog in questo periodo (qui, qui e qui) si è parlato di come sia importante talvolta percepire l'effetto positivo che la nostra apparenza (gnocchitudine, per la precisione) può attuare sugli altri, specie in contesti professionali, o comunque in contesti di relazione con un pubblico di persone che non sono amici, famiglia, comfort zone. Io mi ricordo che quando andavo ai congressi, dedicavo quasi egual attenzione all'estetica del mio powerpoint e della mia presentazione, che alla mia. E non è che ci andassi per stendere qualcuno: era più che altro come mi sarei sentita io in quei panni, il punto. Anzi, a guardar bene, serviva parecchia pianificazione per far sì che tutto paresse casuale e senza sforzo, perché questo avrebbe compromesso il mio sentirmi a mio agio. Nel mio caso (penso che dipenda da persona a persona) si trattava di tacchi alti e qualche aderenza, e soprattutto il trucco che c'è ma non si vede (leggi un buon fondotinta, che pare niente ma un brufolo sul mento secondo me metteva di malumore pure Marie Curie). Tutte le volte che non ci ho badato (perché son pur sempre una cazzona, e a volte ho pensato di non aver tempo per queste quisquilie) la mia presentazione ne ha risentito. Cambiava la mia percezione di me, che si specchiava nelle facce degli altri, un meccanismo che penso abbia tutte le caratteristiche del circolo vizioso.

Parimenti, è molto frequente che una donna si approcci ad unscire da tutti i momenti di cattivo umore, tristezza, insoddisfazione facendo qualcosa che la faccia sentire dentro come se sembrasse più bella fuori: andar dal parrucchiere, cominciare una dieta o uno sport, andar dall'estetista. Ma nasce prima l'uovo o la gallina? si esce dal malumore perché la nostra immagine migliora, o la nostra immagine migliora perché abbiamo semplicemente fatto qualcosa per uscir dal malumore? Io la risposta non ce l'ho. Lo dicevo poco tempo fa, che spesso farmi la piastra al mio cespo di capelli crespi mi fa vedere il mondo sotto una luce migliore.

Questo è del resto il periodo che più di tutti mi mette faccia a faccia con questo dilemma, e se parlava di qua. Il mio aspetto esteriore è cambiato, è una cosa che non riconosco mia. Oltretutto, temendo l'effetto che tale presa di coscienza potrebbe avere su di me, non mi guardo poi molto allo specchio, e alle tante richieste di "foto della pancia" mi trovo a rispondere in preda allo scoramento (perché non ne ho, in pratica, e non so come dire che l'idea non mi entusiasma quanto sembra entusiasmare gli altri). La conseguenza paradossale è che io non so effettivamente quanto io sia grossa. Nella mia testa sono, alternativamente, molto più grossa o molto più piccola di quanto non sia in realtà.
Contemporaneamente, sono venute a mancare le classiche metodologie per porre rimedio alla conseguenza di vedersi allo specchio come non ci si vorrebbe. Non riesco a fare più di tanto sport per esempio, perché ho dolori ovunque e vado in affanno facilmente. E di certo non trovo senso nel mettermi a dieta se comunque quel che dice la bilancia è destinato ad aumentare. Ossia, per tornare al tema di partenza: mi manca la validazione esteriore per un processo che in ultima istanza dovrebbe migliorare il mio stato interiore. Lo sport e la dieta, da soli, senza specchi, non hanno il potere di migliorare come mi sento dentro.

Non credo che le donne siano le uniche ad avere a che fare in questo modo con la loro immagine ormai, anche se penso che su di noi la pressione sia innegabilmente maggiore. Per esempio, quando vado a trovare mia nonna, faccio in modo di avere un aspetto impeccabile più che uscissi con gli amici, perché la sua immancabile frase "ti mantieni sempre bene", detta, lo giuro, con un velo di delusione, mi comprova che la pressione c'è. Mio fratello ci può andare con dieci kg di troppo e a lui non dirà niente, stiamone certi. Però il mondo la fuori è cambiato (per fortuna o purtroppo?) e adesso anche gli uomini dopo una crisi sentimentale corrono subito in palestra.

Dunque che si fa? Da un lato è importante imparare a convivere coi tratti di noi che non sono alterabili, almeno in linea di massima - smettendo così di enfatizzarli, come fanno le donne del filmato. Dall'altro forse voler migliorare quei lati oggettivamente migliorabili non è un segno di vacuità o di superficialità: un miglior tono muscolare, un chilo in meno, cosmetici affidabili... Ma è un equilibrio difficile. Penso che lo sforzo per tenermi in forma sia altra cosa che un'iniezione di botox, o quelle mostruosità che le ex-bellissime attrici si impiantano sotto gli zigomi o si iniettano nelle labbra risultando terrificanti, ma nel mezzo ci sono mille sfumature in cui perdersi. Per esempio, si dice che la Magnani dicesse alle truccatrici: non mi nascondere le rughe, ci ho messo tutta la vita a farmele venire. Io, lo confesso, mi tingo i capelli e non credo che avrò mai il coraggio di smettere. È dura.

martedì 21 ottobre 2014

I love the way you city girls dress even though your head's in a mess

I miei hanno un pezzo di oliveto, e un pezzo di casolare, su una collina, al paese della famiglia di mio padre.
Non è un'eredità. I suoi nonni erano mezzadri, si diceva, gente che la terra la coltivava senza possederla. E i suoi genitori si erano trasferiti in città, e quella grande casa colonica in mezzo ai campi dove aveva passato tanta parte d'infanzia era poi divenuta una villa restaurata da gente ricca, la si vedeva passando dalla strada.
Ad un certo punto, passati i quaranta,  si è messo in testa di ritornare a quelle origini, e si è comprato quello scampolo di terra, poco più in alto. Lo sterrato che porta alla casa, al nostro pezzo di cielo e di collina è solo due tornanti più su del cimitero dove stanno i suoi nonni ed i suoi zii.

Tra un mese più o meno sarà il tempo delle olive, da quelle parti si raccolgono tra novembre e dicembre. Nel caso dei miei, che hanno sempre avuto entrambi un altro lavoro cui pensare, il tempo della raccolta si sposta in avanti e indietro a seconda di quante olive sembrano esserci, da quanto si immagina sarà difficile trovare posto al frantoio, da quanto si immagina che pioverà. Ci son stati degli anni che pioveva per un mese di fila, a Novembre, e raccogliere sotto l'acqua non è divertente per niente. Non è divertente né saggio nemmeno stivare le casse di olive bagnate troppo a lungo, per quello bisogna esser sicuri di aver l'appuntamento col frantoio in tempi congrui. E se è un anno con tante olive, i frantoi saranno pieni e ti daranno magari un appuntamento alle tre del mattino, che poi slitterà di un paio d'ore, e passerai la notte in piedi ad attendere il momento di svuotare i tuoi sacchi nella macchina, di riempire i tuoi bidoni con quel succo verde fluorescente. E poi tornerai a casa, e dirai un numero (undici! nove e due! solo il sette!) che dirà a tutti se è andata bene o male, ma in ogni modo quella sera, sicuramente verserai un filo di quel succo verde sul pane arrostito e ti dimenticherai di tutto, perché mettila come ti pare, dirai, l'olio nostro è un'altra cosa.

Io non ho mai veramente, attivamente, fatto molto, i miei non me lo hanno mai chiesto. Ci son stati degli anni che avrei lo stesso preferito che non ci fosse, questa incognita e fonte di stress prima di Natale, ci son stati degli anni che avrei preferito i miei si fossero scelti un altro hobby. Ora magari fa anche chic, e al frantoio si trovano professori universitari e ricercatori, ma la campagna che ho visto io i primi anni era ancora fatta di contadini abituati a viverci e sopravviverci sopra, e mi è sembrata dura da morire e mi ha spesso fatto una gran rabbia.

Però c'erano giorni belli davvero, a dicembre, quelli in cui fa freddo ma c'è il sole, e poi che freddo vuoi mai che faccia in Toscana, e allora passavi la domenica tra gli olivi e pensavi che sono piante meravigliose, veramente, con quei tronchi storti dove si legge ancora il marchio della nevicata dell'ottantacinque, e guardavi giù dalla collina e vedevi fino al mare, lontano, e sentivi la terra intorno riecheggiare di voci e risate e pensavi che in fondo capivi.

venerdì 17 ottobre 2014

confessions of a meteoropathic

Quanto è difficile tirarsi fuori da questo pantano emotivo adesso che piove e non ho più corsi di svedese che mi obblighino ad uscire.
Per esorcizzare, mi sono messa le calosce e sono uscita sotto una pioggia torrenziale (e con l'andatura da ippopotamo, ma non è il punto).
Tipo, queste son le scarpe che mi compro adesso
È un trucco che ho imparato in Scozia. Le prime volte tornavo dall'università fradicia, arrabbiata, sull'orlo delle lacrime: quaranta minuti a piedi e la pioggia ti entrava fino nelle orecchie. Ed io la prendevo sul personale, come mio solito. In più era un periodaccio in cui stare al mondo già di per sé non mi pareva tanto attraente. Poi entrai in un negozio orrendo e mi comprai questi stivali verdi, inguardabili, perché erano i più economici e non avevo i soldi per comprarmi quelli modaioli che si vedevano allora nelle boutique. E poi perché ero in rotta con l'universo e pure per fare shopping ci vuole ottimismo, in effetti. Allora, con i jeans infilati in queste tristissime calosce verdi, la testa coperta da un berretto con visiera e le mani infilate nei guanti Thinsulate, me ne andavo su e giù per le scoscese strade di Edinburgo e sfidavo la pioggia con tutta la faccia. E stranamente, più ci camminavo dentro a quel modo, ben coperta insomma, e meno mi stava antipatica, la pioggia. E anche il mondo in senso lato. Decisamente quello fu il primo passo della riabilitazione di una meteoropatica, nonché, ora che ci penso, il primo passo verso il malvestitismo da expat.

Le calosce rosse - mi ricordavano Candy Candy
Mi ricordo la mia prima vacanza studio in Inghilterra, a 14 anni: pomeriggi interi a mangiare sundae al cioccolato e ridere delle curiose scelte di abbigliamento delle autoctone. Hai visto quella, ha messo il rosso col viola! E quell'altra, con la gonna a fiori e la maglietta a pois? Eccetera. Poi le mandai a cagare, tutto quel gruppetto di chearleader col quale ero partita, e cominciai a passare i pomeriggi in altro modo, e ci rimediai pure di imparare l'inglese, ma questa è un'altra storia. Una volta espatriata son diventata più tollerante verso il malvestitismo altrui, ma per anni ho sentito chiari dentro di me i diktat modaioli del mio paese di provenienza. Incidentalmente, mi vestivo anche molto più spesso di nero. Tendevo a mettermi piuttosto le scarpe che si abbinavano meglio come stile piuttosto che le scarpe che servivano alla stagione o ai km da fare. Ed ero sconvolta quando vedevo ragazze che per andare alle feste mettevano sopra all'abituccio da sera una giacca a vento fluorescente. Poi ho desistito, e già dopo il primo anno il mio guardaroba si era fatto multicolore, le mie scarpe decisamente più comode e le mie giacche decisamente più impermeabili. Fino a che un sabato pomeriggio, in Germania, mi sono trovata dentro ad un supermercato con i pantaloni di una tuta blu, una felpa con cappuccio e una giacca marrone. Per dire.

E ieri avevo le calosce rosse, i guanti neri, una sciarpa verde e le calze blu.
E, malvestita ma incurante, mi sono infilata nelle pozzanghere e ho camminato nel parco infangandomi. Non contenta sono poi passata al centro commerciale - sì, quello coi negozzi fighetti, in teoria, solo che qui non esiste lo struscio, mai - dove ho comprato i panini coi semi di zucca nella mia panetteria/caffetteria preferita. Li ho messi nella mia borsa super impermeabile (marrone) e me ne sono tornata a casa. Decisamente più felice di quando ero uscita. Domani bisogna che faccia altrettanto, la cura scozzese ricomincia.

Certo le altre mie paturnie non si guariscono con degli stivali rossi di gomma o con i panini ai semi di zucca, ma da qualche parte bisogna cominciare. À nous deux, inverno!

martedì 14 ottobre 2014

Clap along if you feel like happiness is the truth

Molto tempo fa feci una lista simile, e la rifaccio oggi ispirata da Elasti: i dieci piccoli, innocui, apparentemente insignificanti portatori di felicità.
La faccio oggi che non sono per niente in vena, che ho la luna storta, il maldischiena e una voglia incredibile di mettermi sotto il piumone e compiangermi un po'. La faccio, cioè, con sommo sforzo, mentre mi verrebbe mille volte meglio fare una lista dei mille motivi per cui la (mia) vita è una merda.

1- le fusa dei miei gatti, una delle poche cose sul pianeta sulla quale io possa sempre contare
2- il profumo di pane e dolcetti alla cannella portato dal vento dalla fabbrica di Pågen, anche se poi è difficile mantenere i propositi di dieta
3- una passeggiata nel bosco di Änggården, dove ci si dimentica di essere in città, tra laghetti sommersi di ninfee e incontri con alci e cerbiatti
4- un bicchiere di vino rosso assieme ad una buona cena
oh quanto mi manca! ma lo metto nella lista lo stesso, perché la sua assenza è solo transitoria, e me ne infischio se questo fa di me automaticamente un'alcolizzata, per i canoni scandinavi. A me di uscire e bere cocktail o birre non manca per niente, ma un buon vino ben scelto sì, e un bicchiere basta e avanza.
5- il profumo della mia pianta di basilico sul balcone, che mi trasporta subito con la mente in luoghi più mediterranei e mi ricorda il giardino di mia nonna in certe mattine ombrose di giugno
6- un piatto di capellini, conditi solo con l'olio dei miei, il peperoncino e il parmigiano: il mio vero comfort food, altro che nutella!
7- un bagno caldo e pieno di schiuma! da quando abbiamo la vasca, dopo anni di docce, abbiamo preso l'abitudine almeno mensile di riempire la vasca e di versarci dentro quantità spropositate delle lozioni più schiumogene che riusciamo a recuperare. Poi accendiamo la musica e pure le candele, che il bagno è l'unico posto dove quel maniaco della sicurezza me le lascia accendere.
8- prendermi il tempo di farmi la piastra ai capelli. Il più delle volte in cui mi sento depressa, sono anche spettinata. Lisciare quella criniera indomita che mi trovo sulla testa mi mette subito in pace con l'universo.
9- guardarmi BBC Pride and Prejudice per la decimilionesima volta. Se non ho tempo per tutti e sei gli episodi di fila, mi guardo solo il quarto, e Colin fa il resto.
10- un abbraccio stretto stretto. Di solito me lo vado a prendere ma so che sono fortunata per il fatto che non mi venga mai negato.

lunedì 13 ottobre 2014

When you've got to choose every way you look at this you lose.

Nella mia scala ci sono sette appartamenti. Tra condomini, in questi palazzi di mezza periferia, ci si frequenta poco, specie se non si hanno figli coetanei. Ci si dice Hej sulle scale. Molti guardano dallo spioncino prima di uscire di casa, per ridurre al minimo l'eventualità di incroci. Lo so perché spesso ho sentito porte aprirsi e chiudersi dopo che eravamo passati. Non è antipatia, anche se così suonerà agli italiani: è solo distanza di sicurezza, una cosa che gli svedesi praticano regolarmente. Come quando nei ristoranti, sugli autobus, nelle sale d'aspetto, scelgono il posto libero più distante da tutti gli altri posti occupati.

Dunque chi siano i miei condomini io lo ignoro, grossomodo. La variabile impazzita in questa situazione sono i vicini del pianoterra, una coppia di settantenni che si è trasferita qua pochi anni fa, vendendo una grande casa in campagna per poter vivere in città vicino ai nipotini. Non si sono del tutto rassegnati alla vita spersonalizzata di città, e fanno come se fossero ancora in un paesino: parlano con tutti, conoscono tutti. Sono utili e al contempo un po' inquietanti. Se non ci fossero stati loro non so come avremmo risolto l'inghippo cucina. Furono loro in effetti a chiedere che gli altri ci aiutassero.

Il primo a cui chiesero aiuto era il signore del primo piano, perché era un uomo robusto e loro parevano conoscerlo bene, lui e la famiglia, lo si capiva da come interagivano coi bambini. Era la prima volta che lo vedevo. Di solito incrociavo la moglie coi bambini: non sorrideva e rispondeva di malavoglia ai miei saluti. Ammetto di essermela presa all'inizio, mi sentivo rifiutata senza aver fatto altro che offrire un sorriso. Col tempo ci eravamo accorti però che era soprattutto stanca. Di quelle stanchezze che ti si depositano nelle ossa e fanno parlare di depressione, insomma. Anche quella volta ci fece capire che le scocciava aiutarci, aprendoci la porta di casa per farvi entrare il gigantesco ripiano della nostra cucina in modo che potessimo far manovra sul pianerottolo.

I loro bambini correvano su e giù per le scale, eccitati. Bussavano man mano alle altre porte dei piani superiori, perché anche quelle venissero aperte, a turno. A me sembravano bambini normalissimi, persino ben educati. I vicini del piano terra però ci dissero che avevano entrambi dei problemi. Il maggiore con ADHD, la minore una qualche forma di autismo. Tutta quella stanchezza, quella smorfia dura sul viso, adesso mi pareva di capirle meglio, e ho continuato ad offrirle i miei sorrisi. Lentamente, abbiamo notato che adesso è lei a salutare per prima ed io ho imparato a distinguere un viso da indurito da uno ostile.

Qualche tempo fa, mentre salivo le scale col fiatone e sostavo con lo sguardo un poco più a lungo intorno a me, ho visto che uno dei due nomi sulla loro porta era stato cancellato con il segno di un grosso pennarello. Danne ha poi notato che è davvero tanto tempo che non incrocia mai il padre dei bambini, al mattino, come capitava di solito. Abbiamo invece incrociato lei più volte, sempre con le braccia ingombre di borse e giochi, mentre grida, inascoltata, e i due bambini litigano tra loro e scappano avanti senza attenderla. Ci pare di sentirli gridare più spesso tra loro, sulle scale.

Di certo alla prossima occasione i vicini del piano terra ci racconteranno persino quello che non vorremmo sapere. Forse non capiamo nulla della situazione, eppure lo stesso pensiero ci ha assalito entrambi, perché ci sembra che quel segno di pennarello (insistito più volte, come da una mano arrabbiata) sia eloquente abbastanza. Ci ha riempito di una grande tristezza e, dobbiamo ammetterlo, di una certa paura. Per quello sguardo stanco, e per la tensione che quella stanchezza può insinuare in una coppia. E per tutto quanto di imprevedibile e spaventevole il futuro può avere in serbo. Chissà se sarò forte abbastanza, se saremo forti abbastanza. L'idea che nelle difficoltà ci si trovi a preferire di dividere le proprie strade mi pare l'eventualità più crudele di tutte.

venerdì 10 ottobre 2014

Princess Consuela Banana-Hammock

Era arrivato un bellissimo autunno dorato, come non se ne vedono spesso a queste latitudini.
È già finito: pioggia e vento freddo tireranno presto giù le foglie dagli alberi e i negozi ci ricordano che presto sarà tempo di accendere le luci sui davanzali delle finestre, per illuminare il buio inverno.

Non mi entra più nessuna delle mie giacche invernali. Ho approfittato del fatto che mia madre è passata a trovarmi per farmi portar su il suo vecchio eskimo classe 1977, memoria del suo inverno trentino, dove riesco ancora (per adesso) a fare entrare il mio pancione. C'è chi lo chiama vintage, io lo chiamo: cerchiamo di evitare di comprarci troppi vestiti e contemporaneamente vediamo di svuotare gli armadi strapieni di quei due hoarder che ho per genitori.
Tutto è bene quel che finisce bene.

Altri esempi di lietofine: ho passato la temibile maturità svedese e ho scoperto che finalmente risulto iscritta all'AIRE e anche legalmente sposata per la legge italiana. Ci è voluto un po' di tempo e qualche patè d'animo ma è tutto a posto...e adesso mi interrogo sulla questione documenti hobbit, ma come diceva Rossella in Via col Vento, non posso pensarci adesso, se no divento pazza! 

Intanto mi son trovata a partecipare a conversazioni per me surreali, in merito. Mia cognata infatti mi ha chiesto:
- avete già pensato a quale cognome dare al bambino?
Non nome, capito, cognome. La mia risposta (ossia che speravo proprio fosse possibile dare solo quello di Danne) l'ha peraltro sorpresa e spiazzata.
Il problema è che io e Danne, a differenza del 99% delle coppie svedesi sposate, non abbiamo lo stesso cognome (il mio o il suo o un altro, non importa) e dunque temo che ci siano meccanismi automatici per cui ai figli passa in automatico il cognome materno, come è nel caso delle donne non sposate. Io vorrei scongiurare questa eventualità perché mi pare una inutile complicazione per la vita di un bambino, quella di dover continuamente fare lo spelling. Lo stupore di mia cognata viene invece da fatto che il mio normalissimo cognome, in quanto italiano, le suona romantico, poetico, bellissimo e soprattutto non così banale come il cognome svedese di mio marito (e anche del suo).

E infatti lei, mio cognato e la bambina hanno recentemente tutti quanti cambiato cognome, passando dai loro a quello da nubile di mia suocera, che è un antico cognome tedesco (i.e. superfigo). Insomma, qui matrimoni e figli sono visti come occasioni per mettersi a inventare quasi un nome d'arte...come quella coppia di attori svedesi Noomi e Ola Rapace, che sposandosi hanno per l'appunto preso entrambi per cognome la parola francese "rapace", (che vuol dire la stessa cosa della parola italiana). A me tutto ciò pare roba da matti, anche se con Danne abbiamo convenuto che, se non avessimo avuto il non trascurabile impiccio di quella tradizionalista della burocrazia italiana, quando ci siamo sposati avremmo potuto entrambi cambiarci il cognome in Rambo come voleva lui, ed evitare di passare per quei due noiosoni che siamo.

Che poi un po' più di libertà di scelta da parte della nostra burocrazia a me farebbe pure piacere, sebbene non abbia mai desiderato particolarmente tramandare il mio cognome...però mi rendo conto anche che è l'ultimo dei nostri problemi, a giudicare almeno da ciò per cui si sono mese in fila le sentinelle, strasob.Princess Consuela Banana-Hammock