L'estate nella mia infanzia era la frutta. Perché la frutta arrivava a casa mia coi ritmi delle stagioni e non tanto con quelli della grande distribuzione. Ed io la frutta l'adoravo. Forse era perché la famiglia di mio padre veniva dalla terra ed era venuta in città vendendo frutta - e a casa nostra sapevamo che per esser buona non doveva esser bella, lasciamo le belle mele agli uomini senza fantasia e alle signore che fan la spesa sul Corso. Forse era perché mio padre stava a casa con noi al sabato mattina e ci portava al mercato. La frutta era decisamente terreno suo, mia madre non l'ha mai mangiata. E tra i banchi di frutta, nonostante la laurea, si vedeva che si sentiva a casa.
L'estate era arrivata di sicuro quando arrivavano le angurie, che noi chiamiamo cocomeri. Il venditore faceva il tassello sul cocomero per provare che era buono - ed io chiedevo: ma se non è buono non lo compriamo? e lui rideva senza spiegarmi anche quella regola del mondo. Il cocomero della mia infanzia era enorme e dolcissimo e veniva con quell'anticipazione lì, di quel tassello mangiato sotto il sole tra i banchi del mercato. Qui le angurie arrivano da lontano, sono piccoline se no nessuno le comprerebbe, sanno d'acqua e nessuno mi offre baldanzoso di tagliarne un piccolo cuneo. Lo stesso mi trovo ad auscultare battendo col pugno, l'orecchio incollato alla scorza come un indiano alla terra, per sentire quel rumore particolare che ho imparato da bambina e che pure non so raccontare, quel rumore che promette zucchero e gioia. Gli altri clienti mi guardano incuriositi, e lo so, e non mi importa.
L'estate della frutta però iniziava a maggio, con le ciliegie, grandi e nere, che arrivavano in enormi ceste dalla casa in campagna, e che mangiavo come vuole il proverbio, fino a star male. In realtà, non ho mai conosciuto altro modo di mangiare la frutta che quello. Poi a fine giugno c'erano le pere del nostro albero in giardino. Alla fine della cena sotto al gazebo mi alzavo e ne coglievo semplicemente una da un ramo. Dovevo sbrigarmi finché erano dure come il legno e aspre da morire, come piacevano solo a me. Io le pere dolci e fangose che piacevano agli altri non le ho mai capite. Poi arrivavano le prugne, quelle grandi come un pugno, viola fuori e quasi verdi dentro, anche quelle dovevano essere prese prima che diventassero roba da nonne. Tra Luglio e Agosto il grande albero che stava, sta, nel giardino di mia nonna ci sommergeva di una pioggia di bellissime albicocche, che stavolta per piacermi dovevano essere dolcissime e morbide. Quelle non arrivavo a coglierle, lo faceva mio nonno con la scala, e me le faceva trovare in ordinate file nelle cassette - no, lui non era tipo da ceste, da foglie, da terra. Ad agosto era poi il periodo delle more, quelle che il mio prozio andava a cogliere apposta per me, durante le sue passeggiate, al rovo che cresceva contro il muro della Villa, per poi offrirmele fredde di frigo. Perché lo sapevano tutti in famiglia come conquistarmi. Settembre era poi il mio mese preferito: mi piaceva che raffrescasse, che ricominciasse la scuola, che arrivasse il mio compleanno e su tutto che arrivassero i fichi. Anche questi, come da regola, in enormi quantità.
Chiaro che l'estate fosse a casa mia una lunga sequela di marmellate, che però io non ho mai amato altrettanto. La frutta per me era questione di consistenze, di profumi, di sensazioni sul palato, di facce e dita appiccicaticce, di tête-à-tête con mio padre a fine pasto, di alberi, di racconti, di cicli di vita. Le marmellate facevano parte di un femminile col quale avrei fatto un po' fatica a scendere a patti.
Ma a patti si scende con tutto, crescendo, anche con il fatto di trovarsi a vivere in luoghi dove la frutta, quella che c'è, ha altre regole. Le regole delle fragole, del sambuco, della rosa canina, dei mirtilli, dei lamponi e di una lista infinita di altre bacche che in italiano non trovano quasi nome. Le regole dei boschi, delle torte, degli sciroppi, regole che ho imparato e che pure amo. E al supermercato la frutta arriva dall'altra parte del mondo, spesso è esotica e solletica la fantasia, spesso non sa di niente, spesso costa tantissimo e difficilmente arriverà in casa mia in grandi ceste da far fuori in pazzesche scorpacciate.
Però stamani è andata così, fuori pioveva e c'erano dodici gradi e al supermercato ho comprato le albicocche, in un cestino da un chilo. Albicocche piccole, di un arancio acceso, vellutate sulle dita e sul palato, un morso come un abbraccio ed è stato un po' come la Ratatouille per Anton Ego. Mi son trovata nel giardino di mio nonno, quelle mattine di luglio che mamma aveva gli esami di maturità, prima che venisse l'afa, con la faccia in su verso i rami, e ho pensato che dopotutto, da qualche parte, oggi è estate.
Riconosco questo tuo rapporto con la frutta nel mio: per me era il giardino di mia nonna, nel paese-che-è-casa, e ci sono anche le pesche, il melone e le fragole selvatiche. E poi le frutte secche: nocciole, pinoli, mandorle. Ma il sapore delle perine piccole, delle mele dall'albero, dei corbezzoli d'autunno. Da qualche parte è estate e io in questo momento ti leggo mangiando un melone. E aspetto che lo condividiamo tra una decina di giorni, magari...
RispondiEliminahai citato i pinoli e davvero non so come ho potuto dimenticarmeli! quelli sì che non si trovano qui, almeno non al parco o in giardino. Una costante dei pomeriggi fuori a giocare...non vedo l'ora, cara, non vedo l'ora!
Eliminaio invece ho sempre associato l'estate alle marmellate e alle conserve. comunque quando torni ti portiamo cocomero e melone se vuoi eh??
RispondiEliminamagari! ma sai qualunque cosa mi fate mangiare o bere è sicuro che mi fate felice ;-)
RispondiEliminanon ci posso credere che siamo simili anche in questo. nelle lunghe estati scandite dalla frutta. noi avevamo (abbiamo) una casa in campagna dove ho passato tutte le mie estati di bambina. frutta e funghi e pomodori colti nell'orto e mangiati a merenda sul pane con l'olio. insomma alla fine spero proprio che un giorno o l'altro ci conosceremo di persona.
RispondiEliminagrazie anche a te per avermi ricordato un altro pezzo: il pane col pomodoro fatto al momento con quelli appena colti! e il grappolo dei pomodorini appesi a seccare...spero davvero che un giorno i nostri rientri in Toscana coincidano o che troviamo un modo per incontrarci di persona!
EliminaChe bel post Arya. Ho vissuto così anche io, unico pregio (a parer mio) del vivere in campagna. Però l'estate vera mi vede sul tetto della casa al mare a spencolarmi rischiando di rompermi l'osso del collo per cogliere le pigne da spaccare e poi pinoli a volontà. E vedo che non sono la sola ;) .
RispondiEliminaGrazie cara! oh i pinoli, la resina delle pigne sulle mani, i pinoli spaccati sul marciapiede con un sasso e mangiati subito, caldi di sole... :-)
Elimina