Ogni tanto, ripenso alla Lidia.
La Lidia era una cugina di mia nonna materna, e in assoluto la mia parente preferita quando ero piccola. viveva a due porte dai miei nonni, nella strada dove peraltro viveva la maggior parte dei loro parenti. Funzionava così, in quel paesino, in quegli anni: le porte stavano socchiuse, anche se davano direttamente su una strada comunque trafficata, anche se non c'era manco un marciapiede e dovevi sporgere la testa per assicurarti prima che non stesse passando magari un tir. Era come se il paese non si rassegnasse, che non erano più gli anni 50. Poi fecero una strada a scorrimento veloce, finalmente, e i tir smisero di passare di lì, spesso portandosi via dietro le persiane delle finestre aperte sulla strada. Ma ero già grande, allora.
Dunque io passavo la vita su quella strada, da una porta socchiusa all'altra, seguita dalle grida di chi mi diceva di stare attenta. C'era pure l'ACLI su quella strada, ci andavo con una moneta da 200 lire per comprarmi un ghiacciolo, in quelle ore piene di sole dove finalmente non passava un'anima.
La Lidia, dicevamo, stava in fondo alla strada, in una casa che a pensarci ora mi chiedo come fosse legale abitarci. Due stanze a piano terra, congiunte da un corridoio buio, col linoleum marrone semidistaccato, e sul fondo un microscopico cortiletto pieno di vasi rotti e piante e detriti. C'era, mi ricordo bene, uno strano busto di donna in gesso in bilico su una colonna. Sulla porticina che dava sul cortiletto aveva messo la macchina da cucire, perché la Lidia aveva sempre e solo fatto quello, la sarta, come mi pareva facessero un po' tutte le donne sole di quel paese. E l'aveva messa lì perché era il punto in cui c'era più luce di tutta la stanza, che era buia e bassa. La Lidia lavorava seduta alla sua Singer, era una di quelle che da chiuse sembrano un mobiletto, gli occhi strizzati dietro agli occhiali e il piede sul pedale. Io potevo star lì con lei per ore. A casa sua potevo toccare tutto, chiedere tutto. C'erano in giro le cose cui più avanti avrei pensato, leggendo Gozzano: le povere cose di pessimo gusto. Le mensole erano piene di bamboline, quelle che secoli fa si compravano come souvenir. Assisi, Venezia, Frasassi. Gliele avevano regalate di ritrono da qualche gita, lei non credo avesse mai viaggiato molto. Sulla televisione stavano una gondola, una torre di Pisa, un piccolo pinocchio di quelli che si compravano a Collodi. Ognuno aveva sotto un centrino.
La Lidia mi parlava con una voce sempre molto sommessa, mentre lavorava o guardava altrove. Eppure ho sempre avuto la sensazione che mi parlasse davvero, non come fanno molti adulti coi bambini, pensando siano troppo piccoli per tenere conversazioni normali. A volte mi parlava di "suo povero Gigi", accarezzando una foto che stava in ingresso. Gigi era l'uomo che aveva sposato quando aveva già oltre quarant'anni, un vedovo un po' più anziano e con un figlio grande. Lui poi era morto poco dopo, troppo giovane, tanti anni prima che io nascessi. A volte poi ho sentito la storia raccontata da altri, un matrimonio di convenienza, per rattoppare due solitudini, ma io mi ricordo quelle chiaccherate, quando c'eravamo solo io e lei, o al massimo mio fratello che era pure più piccolo - e son sempre stata certa che ci fosse stato tanto amore in quella vita imperfetta e sfortunata, magari tardivo, magari troppo breve.
E poi la Lidia spariva dietro una tenda a fiori - quei fiori stilizzati anni sessanta o settanta, con quei colori, arancio, ocra, marrone - nell'angolo estremo della stanza che faceva da cucina e da soggiorno, l'angolo vicino alla stufa economica con il tubo annerito. Da dietro la tenda ricompariva con un kinder maxi, o un kinder cereali, e lei diceva: "la vuoi una cioccolatina?".
Ma soprattutto, la Lidia aveva gatti. Li teneva senza troppa supervisione, ovviamente, come era ovvio a quei tempi. Mai sentita la parola veterinario da piccola, dubito che qualcuno avesse in mente di sterilizzare gatte o gatti. E quelli facevano la loro vita semi selvatica, riproducendosi oltre modo e finendo spesso i loro giorni sotto a un camion. Ma era così ovunque, non era lei ad essere diversa. O meglio, lei sì, era diversa, lei i gatti li amava e tanto. E quelli la ricambiavano, passando dal cortiletto al suo divano verde e duro.Una volta si assentò per qualche giorno - accadde davvero solo quella volta - e lasciò detto a qualcuna di dar da mangiare per lei ai gatti. Al ritorno le dissero: "ma guarda che i tuoi gatti mica la mangiano la pasta, come mi hai detto!" E lei: "ma il parmigiano ce lo hai messo?"
Quando andavo da lei sapevo che ne avrei trovati tre o quattro acciambellati in giro, in casa o fuori. E poi a volte c'erano pure i cuccioli. Lei mi raccontava la storia di questo o quel gatto, spesso avevano aggettivi più che nomi ma comunque un nome lo avevano, ecco, non erano una popolazione indistinta per lei. Sì, è vero, a ripensarci ora si sentiva un sottile odore di pipì di gatto da quelle parti, ma a me non pareva una cosa importante. Stavo lì ad ore, finché mia nonna non veniva a cercarmi, per nulla contenta che fossi sfuggita alla sua supervisione per "andare dai gatti". Ma io non mi curavo della sua faccia accigliata, io lo sapevo che lo facevo col benestare di mia madre, che era pure lei una gran fan della Lidia. E dei gatti.
Era buffo, in effetti, che nella stessa famiglia ci fossero posizioni tanto diverse circa gli animali. Pare che dalla parte della mamma di mia nonna ci fosse una fobia nera dei gatti, specie nelle donne. Si raccontavano orribili storie di toxoplasmosi in gravidanza. Il padre di mia nonna invece discendeva da generazioni di falegnami, e i falegnami i gatti se li tenevano volentieri intorno. Mia madre credo sia l'unica delle sue cugine che non si mettesse a strillare alla vista di un gatto in lontananza...e figurarsi che i gatti in linea di massima mica ti vengono a cercare. (Specie se sei un'idiota, mi vien da dire).
Spesso sorprendevo mia nonna e le altre cugine a criticare la Lidia. Girava voce, un'esagerazione ovviamente, che comprasse solo cibo per gatti e cioccolata - e a me che ero piccola la cosa pareva semplicemente geniale! che altro serviva? - e so che loro erano genuinamente preoccupate per lei, per la sua salute (stava benissimo, comunque). Ma al contempo, avevano per lei una certa irritazione, una specie di rabbia. Perché la Lidia di loro se ne sbatteva, ed era proprio ovvio. Così come se ne sbatteva del paese che è piccolo e della gente che mormora. E dire che spesso la gente si radunava a mormorare proprio intorno a lei, che stava seduta sulla sua soglia con in mano un lavoro da fare ad ago. Si formava spesso un capannello in quel punto, che costringeva le macchine a rallentare o a fermarsi. Quelle stavano lì e parlavano e sparlavano, lei cuciva e basta. Eppure la Lidia non era mai stata una persona asociale, mi è sempre parsa felice di avere persone intorno. E non era né triste, né acida. Aveva accettato le asprezze della sua vita senza passare il tempo a chiedersi perché quelle che la criticavano tanto avessero avuto vite tanto più semplici, o fortunate. Non le usciva mai un commento negativo su nessuno. E poi era un persona indipendente e forte e non si piangeva mai addosso. E credo che questo alla fine mettesse a disagio chi intorno a lei si comportava tanto diversamente.
Io ogni tanto ci penso, alla Lidia, sempre con un sorriso - come oggi che mi son trovata in mano un kinder maxi, dopo chissà quanto.
Che bel ritratto!!
RispondiElimina"ma il parmigiano ce lo hai messo?" Mi ha stesa!!
intensa e delicata, come al solito. grazie arya. meg
RispondiEliminaGrazie a voi! siete sempre troppo buone :-*
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