Quel che mi sconvolse in quei primi giorni in Germania, quello cui non ero preparata, è che stavo da dio.
Avevo la mia stanza di pochi metri quadri, quattordici coinquilini e mille colleghi che venivano da tutto il mondo, un conto in banca, e fuori dalla porta una città pieni di negozi e di pub e dove peraltro faceva un tempo splendido. Stavo bene quando uscivo, quando andavo a mangiare il sushi per la prima volta, quando andavo al pub irlandese la sera del quiz, quando facevamo i picnic nel prato dietro al castello e quando nella grande birreria locale mi buttavo ridendo giù dallo scivolo che dal secondo piano ti portava direttamente in cantina tra le cisterne di rame. Ma stavo da dio anche quando tornavo a casa da sola e mi infilavo nella mia cameretta, mettevo un film sul pc e mi mangiavo latte e cereali per cena e chissenefrega, quando passavo tre ore filate dentro H&M, quando andavo da Deichman e mi compravo l'ennesimo paio di tacchi a meno di venti euro.
Io non ci ero preparata, ero partita convinta che avrei pianto tutto il giorno tutti i giorni, per un anno. Al mio arrivo mi ero scontrata con le mie paure e il mio senso di inadeguatezza. Tanto per cominciare era domenica e i negozi erano tutti chiusi e per mangiare mi rifugiai da Mac Donald. Mi ero portata vestiti troppo invernali e non avevo niente da mettermi in quell'ottobre assolato. Non potevo usare il mio pc e collegarmi ad internet perché stupidamente non avevo pensato a portarmi un adattatore per la presa tedesca. Non avevo mai fatto una lavatrice in vita mia e mi inquietava dover andare nel seminterrato e mettere il mio nome su una lista e cercare di capirci qualcosa. E poi non riuscivo a capire se la bottiglia che avevo comprato era ammorbidente o detersivo (era ammorbidente) perché l'etichetta era scritta solo in tedesco.
Una settimana appena dopo il mio arrivo, era un sabato sera, stavo tornando a casa dopo aver passato il pomeriggio in giro col mio vicino di stanza. Avevo scoperto che a 5 min a piedi dalla mia casa studenti stava un nuovissimo centro commerciale, e là, dentro MediaMarkt (che io ancora chiamavo MediaWorld) avevo trovato il mio adattatore, e non costava nemmeno un patrimonio. Avevo anche trovato un sacco di altre cose, tra cui magliette più consone alle temperature del periodo, e avevo scoperto il meraviglioso mondo dei caffè e delle panetterie tedesche. E anche che non hai bisogno di MacDonald quando ti puoi mangiare uno yufka kebab (che nella mia città in Italia non c'era ancora allora). Mentre camminavo su quella strada che sarebbe poi divenuta così famigliare - una pasticceria, una chiesa luterana, un negozio di elettrodomestici, un hotel - mi sentivo di colpo leggera e improvvisamente mi trovavo a pensare stupita guardando le stelle nell'aria serena di ottobre: ehi, ma io sto bene!
Il mio anno da sola all'estero non è stato tutto in discesa, ovviamente. Se mi guardo indietro, però, ora so che è stato l'anno più felice della mia vita - senza storie. L'anno che doveva essere il più duro e il più triste. E vorrei potermi sentire di nuovo così, come in quella sera d'ottobre, quando ero sola in un paese straniero dove non conoscevo nessuno e del quale non conoscevo la lingua, eppure pensavo che avevo il mondo in mano e non mi ero mai sentita così libera e forte.
Cosi' familiare... per me e' stata Parigi, un milione di anni fa. Mi sentito totalmente libera e ogni tanto ripenso a quello stato mentale e mi manca terribilmente.
RispondiEliminawow Parigi, chissà che bello. La città dove ero io era ben poca cosa, a detta di tutti, solo molto vivibile, solo che io ero proprio una ragazza di campagna e qualsiasi città sarebbe stata un passo avanti! O forse la città non era il punto, in effetti.
Eliminacapisco.. per me ci sono certi luoghi e certe situazioni che mi mettono nella condizione di entrare in contatto con delle parti di me a cui normalmente non ho accesso. O meglio, so che sono sempre io, ma in determinati contesti è più facile sentire quel senso di forza profondo che altrove, dove forse si hanno pù appigli e sostegni, si può concedere di assopirsi un po'. sono stata contorta. meg
RispondiEliminano macché contorta, capisco cosa intendi. Sono le situazioni, o per meglio dire una magica combinazione di luoghi e momentanee disposizioni dell'anima, che ci fa scoprire lati di noi che altrimenti resterebbero in ombra, o testare certi limiti che altrimenti eviteremmo volentieri di oltrepassare, perché alla fine abbiamo tutti un certo istinto di conservazione.
EliminaGreat read tthank you
RispondiElimina