In svedese c'è un espressione, "under is", sotto il ghiaccio, che si usa per descrivere come talvolta ci si sente intrappolati e schiacciati preda del panico, come qualcuno che si trovi a cercare di riemergere dall'acqua di un lago quando la superficie è coperta da uno spesso strato di ghiaccio. Così stavo, a dicembre. Annaspavo, e mi sentivo morire. Ogni giorno le mie energie diminuivano, io ero costretta ad annaspare più forte, eppure non c'era nessun modo di migliorare la situazione se non, appunto, riemergere. E per riemergere c'era solo da aspettare che la scuola chiudesse per le vacanze di natale e con essa il mio primo tirocinio da insegnante.
Un'altra espressione svedese invece è "gå in i väggen", andare contro al muro, ed è usata per descrivere il burn-out. Avendone sofferto in passato, avrei dovuto sapere che ero a forte rischio in una situazione come questa - chi più chi meno, nella mia classe, eravamo tutti esauriti alla fine del tirocinio - ma non ho saputo prevenire. E così mi sono trovata a mostrare tutti i tipici sintomi: perdita della memoria a corto tempo, confusione, incapacità di "spegnermi" e dormire, ansia. In poche settimane ho preso 5 volte il tram sbagliato, mi sono trovata alla cassa del super senza i soldi, ho dimenticato scadenze, ho dimenticato incombenze per mia figlia, mi sono trovata a piangere senza nessuna ragione apparente di fronte ed un numero imbarazzante di persone. Ho cercato aiuto, ma ci sono situazioni in cui oggettivamente non ne si può trovare. L'unica soluzione immediata sarebbe stata mollare.
Ogni tanto dovrai pur dartela una pacca sulla spalla, mi dicono incredule le persone che ho intorno, e cercheremo di lavorarci, come su tanto altro. Da fuori però non tutti hanno elementi sufficienti per comprendere davvero che tipo di problemi stessi attraversando - ci sono così tanti dettagli che necessitano di tante spiegazioni e chi ne ha il tempo, le forze, la voglia? C'è chi ti dice: ma chiamami se vuoi parlare e sfogarti! ma se non sentivo di avere nemmeno il tempo per banali, basilari, attività di cura del corpo, se lavoravo anche tutti i weekend e tutte le sere e il resto erano la casa e la bambina?
Girovagando su internet mi sono imbattuta nel canale youtube di una delle mie scrittrici preferite, Marian Keyes, che io difenderò sempre strenuamente da ogni accusa di essere una scrittrice per donnette ed è anche, incidentalmente, un'ex-alcolista che combatte spesso con la depressione. Ricca, di successo, amatissima, con una bella famiglia, nemmeno lei trova sia sempre tanto facile darsi una pacca sulle spalle. E nel suo saluto all'anno nuovo dice che ce la metterà tutta per scrivere il suo prossimo libro perché "ci si sente meglio con se stessi, quando si è coraggiosi e produttivi".
Per tanti suonerà ovvio, che sia meglio darsi da fare che non. Chi non conosce quanto negativa può essere l'ombra nera che alberga talvolta dentro alcuni noi, non troverà in questa frase nulla di speciale. Ma a noi, che tendiamo a cercare conferme fuori di noi perché non ne troveremo mai dentro, fa bene talvolta ricordare che ci si vuole più bene dopo che si è fatto quello che ci spaventa.
domenica 14 gennaio 2018
domenica 12 novembre 2017
niente critiche, solo complimenti
Sarà l'espatrio, sarà la scarsità della mia vita sociale, fatto sta che che sono tendenzialmente un po' fuori dal mondo: io e lo zeitgeist, al massimo buongiorno e buonasera. Eppure persino io so ormai cosa sia Distruggere e questo perché non passa giorno senza che un suo post compaia sul mio feed di Facebook. E niente, ho letto qua e là, ho messo insieme i pezzi e ormai le so tutte, anche le cose che avrei voluto non sapere mai, dalle bambole reborn al freebleeding. Stavo meglio prima, in generale.
Penso di esser passata per una notevole gamma di reazioni: l'orrore, l'ilarità, l'indignazione. Ora mi sento assestata sullo sconforto. Sapere che esistono persone tra i 20 e i 30 anni che mostrano di non avere idea dei loro corpi, dei loro diritti di esseri umani, mi intristisce profondamente. Sono quelle bambine che erano in face quando io ero alle medie e già con le mie amiche discutevamo di educazione sessuale, di femminismo, di contraccezione. Come è possibile? Dove sono vissute, in che Italia? perché io dubito fortemente che qualche mia coetanea del Paesello viva in questo modo, ma forse mi illudo, forse mi sono illusa che ci fosse stato un progresso in questo senso, dai tempi di mia nonna.
E sarò onesta, col tempo, mentre smettevo di ridere e mi intristivo, ho anche cominciato a pensare che mentre tutti qua parlano di pancine, io vorrei tanto sentir parlar dei loro mariti. Davvero. Perché mi pare evidente che un fenomeno non possa esistere senza l'altro e comincio a trovare problematico che la discussione si concentri solo su queste donne e le loro tristi ma ridicole vite sottomesse. Mi chiedo quante di loro abbiano davvero scelto, cioè quante di loro hanno davvero avuto davanti il bivio se studiare o no, se essere donne indipendenti o no, o se piuttosto non siano stante incanalate dalla nascita, dalle loro famiglie (le madri e i padri), in questa dimensione di ignoranza e grettezza dove uno stupro nel sonno viene raccontato come un atto d'amore?
Magari, penso, quando erano ragazzine non avevano vicino nessun altro esempio, e nemmeno la scuola le ha illuminate su niente, forse davvero, come dicono, non hanno mai visto una coppia che si dice ti amo fuori da un film di hollywood. Forse l'umiliazione e l'ingiustizia sono talmente diffuse attorno a loro - ricordiamo che questa gente paga le babysitter una misera e al netto delle nanne e tratta le cameriere come schiave - che non potrebbero mai nemmeno metterle in discussione.
Però...però adesso ci sono i social media giusto? Internet ci mette in contatto con mondi lontani giusto? No, perché è proprio su internet che siamo e persino qui i mondi non si mischiano: loro si chiudono in circoli di gente simile a loro, gente che non le critichi, che le rassicuri che va tutto bene, che è così che deve essere, e noi le guardiamo da fuori ridendo. Lo scambio si limita ad un disprezzo reciproco, per giunta di donne contro donne. Nessuna chance che qualcuno si illumini. Nessuna chance che le loro figlie non vengano incanalate. Tra vent'anni saremo probabilmente ancora qui, come se gli anni cinquanta non finissero mai.
Penso di esser passata per una notevole gamma di reazioni: l'orrore, l'ilarità, l'indignazione. Ora mi sento assestata sullo sconforto. Sapere che esistono persone tra i 20 e i 30 anni che mostrano di non avere idea dei loro corpi, dei loro diritti di esseri umani, mi intristisce profondamente. Sono quelle bambine che erano in face quando io ero alle medie e già con le mie amiche discutevamo di educazione sessuale, di femminismo, di contraccezione. Come è possibile? Dove sono vissute, in che Italia? perché io dubito fortemente che qualche mia coetanea del Paesello viva in questo modo, ma forse mi illudo, forse mi sono illusa che ci fosse stato un progresso in questo senso, dai tempi di mia nonna.
E sarò onesta, col tempo, mentre smettevo di ridere e mi intristivo, ho anche cominciato a pensare che mentre tutti qua parlano di pancine, io vorrei tanto sentir parlar dei loro mariti. Davvero. Perché mi pare evidente che un fenomeno non possa esistere senza l'altro e comincio a trovare problematico che la discussione si concentri solo su queste donne e le loro tristi ma ridicole vite sottomesse. Mi chiedo quante di loro abbiano davvero scelto, cioè quante di loro hanno davvero avuto davanti il bivio se studiare o no, se essere donne indipendenti o no, o se piuttosto non siano stante incanalate dalla nascita, dalle loro famiglie (le madri e i padri), in questa dimensione di ignoranza e grettezza dove uno stupro nel sonno viene raccontato come un atto d'amore?
Magari, penso, quando erano ragazzine non avevano vicino nessun altro esempio, e nemmeno la scuola le ha illuminate su niente, forse davvero, come dicono, non hanno mai visto una coppia che si dice ti amo fuori da un film di hollywood. Forse l'umiliazione e l'ingiustizia sono talmente diffuse attorno a loro - ricordiamo che questa gente paga le babysitter una misera e al netto delle nanne e tratta le cameriere come schiave - che non potrebbero mai nemmeno metterle in discussione.
Però...però adesso ci sono i social media giusto? Internet ci mette in contatto con mondi lontani giusto? No, perché è proprio su internet che siamo e persino qui i mondi non si mischiano: loro si chiudono in circoli di gente simile a loro, gente che non le critichi, che le rassicuri che va tutto bene, che è così che deve essere, e noi le guardiamo da fuori ridendo. Lo scambio si limita ad un disprezzo reciproco, per giunta di donne contro donne. Nessuna chance che qualcuno si illumini. Nessuna chance che le loro figlie non vengano incanalate. Tra vent'anni saremo probabilmente ancora qui, come se gli anni cinquanta non finissero mai.
mercoledì 18 ottobre 2017
#metoo
Per circa 24 ore ho dibattuto dentro me, incapace di decidermi a pubblicare uno status Facebook che contenesse l'hashtag metoo. Da una parte, la paura di passarci come quella che fa la lagna per niente, per il gusto di mettersi in fila dietro all'ennesimo meme, o come la solita femminista mangiauomini. Dall'altro, il bisogno di farmi sentire, la sensazione chiara che ci fosse una concreta necessità di rendere visibile quello che tutte noi, da sempre, sappiamo: che nel vasto range di interazioni col mondo che avremo, ce ne saranno alcune delle quali saremo oggetto solo in quanto donne, come diretta conseguenza di quella gamba in più di quel cromosoma X, e che saranno spiacevoli e potenzialmente pericolose.
E così, mentre indugiavo, ho avuto la fortuna di poter discutere con lei e lei e piano piano abbiamo compreso che tutte le ragioni per le quali avevamo taciuto erano tutto sommato risibili di fronte all'evidente necessità di rendere chiaro che così non va. In fondo, il nostro tacere era figlio proprio del perverso meccanismo che rende queste situazioni così incredibilmente comuni. È figlio del senso di impotenza e di stanchezza che ti fa perdere in partenza la voglia di addentrarti in una discussione - col collega misogino, con l'adolescente superficiale, con l'anziano tradizionalista. Ma anche con le donne che stanno lì, incredibilmente, a disquisire delle reazioni delle vittime, invece che sottolineare che nessuno dovrebbe metterle in quelle situazioni. Perché una donna, in quella situazione, perde sempre, perde comunque: perde se molla lo schiaffo e se ne va - e perde il lavoro, o peggio - e perde se si presta e sopravvive. Non è vero che c'è una scelta, l'abuso è a monte della reazione.
Ma noi, noi lo abbiamo imparato da piccole a fare le equilibriste sul filo di quel rasoio: se ci stai, sei una troia, se non ci stai, una che se la tira. E lo abbiamo imparato subito che era colpa nostra, comunque. E che la nostra libertà a quanto pare stava nel poter scegliere di non esporci a rischi. La libertà di essere invisibili.
La prima volta, a 12 anni, ero in giro con mio padre - ma lui stava forse a qualche passo da me - e avevo degli shorts molto corti. Un tizio passando mi gridò: belle gambe! Ricordo bene lo spaesamento, e il senso di vergogna. Il dubbio se mio padre avesse sentito o no, e la certezza che, nel caso avesse sentito, si sarebbe arrabbiato con me.
Quella volta poi, a 17. Andavo in bici verso casa, lungo una strada trafficata ma lontana dal paese. Mi si affiancò questo tipo in scooter, si mise alla mia velocità, e cominciò con le molestie verbali, che durarono per 5 interminabili chilometri, fino quasi a casa. So di avere avuto davvero paura, quella volta, paura che mi costringesse a fermarmi o mi facesse cadere. E schifo, quanto schifo, per le parole che diceva, e di riflesso, per me. E ovviamente non dissi nulla. Non era colpa mia forse, per aver insistito ad andare in bici, da sola, così lontano?
E quella volta che, a 18 anni, mentre tornavo dalla spiaggia al tramonto, in una pineta deserta, con la mia migliore amica, ridendo come due sceme, abbiamo evidentemente dato nell'occhio a due poliziotti in borghese. Che ci hanno fermate, e interrogate, e infine rilasciate con male parole...io credo perché italiane e automunite, e non straniere e sperdute come pensavano. Ci penso ogni volta che leggo di qualche ragazza straniera violentata da un agente - e succede come sapete - mi chiedo se poi quei due hanno trovato le vittime che cercavano.
E quell'anno intero in cui per andare all'università prendevo l'autobus e su quell'autobus c'era un tizio che adesso avrei pochi dubbi a chiamare stalker, ma in fondo non faceva nulla, parlava e basta, e a volte non scendeva alla sua fermata per rimanere sull'autobus con me più a lungo, e allora avevo preso a farmi venire a prendere alla fermata. Così, per sicurezza.
E penso pure al coinquilino cubano, che si era fatto pressante, e che per punirmi della mia improvvisa freddezza mi rubò il cellulare - ma non avevo le prove che fosse lui, e quindi pace. Del resto se ne andò poco dopo e io ho sempre considerato quel cellulare il prezzo della mia libertà di scegliere. E di quell'altro coinquilino che mi abbracciò all'improvviso in cucina una mattina, e mi piantò la sua erezione addosso - e quando raccontai, furente, della cosa ad un amico mi sentii dire che in fondo era un bravo ragazzo, e che stavo esagerando.
Nel mezzo, i tanti "innocenti complimenti" che però non erano richiesti. Le tante volte che un gruppo di uomini fermo su un marciapiede mi ha fatto pensare di cambiare strada. Le tante volte che ho sostanzialmente cercato di non attrarre l'attenzione. E poi la sensazione chiara che il fatto di avere un fidanzato mi avrebbe messo al riparo da molto. A tutto questo ho pensato, oggi.
Ma soprattutto ho pensato che in nessun momento della mia vita qualcuno mi ha "spiegato" apertamente come dovessi sentirmi o comportarmi. Devo averlo dedotto, come tutte, da come si comporta il mondo attorno a noi, dalle mille piccole sfumature che diamo alle nostre parole, dal modo col quale ridiamo a certe battute, sorridiamo in certi frangenti. E se voglio che il mondo in cui mia figlia crescerà sia diverso, anche solo in minima parte, bisogna che cominciamo a comportarci diversamente, che cominciamo a parlare diversamente.
Che cominciamo a parlare.
venerdì 6 ottobre 2017
la foto
La foto del viale alberato sta sul muro sopra alla mia scrivania, in mezzo alle altre. Ci sono Parigi, Firenze, Berlino, Strasburgo. E poi quel viale alberato che non esiste più.
Per anni ho abitato in un paesino circondato dai campi, stretto tra l'autobahn e il Reno. Non scelsi mai il luogo, scelsi lui - gli arrivai sulla porta di casa, diciamo, con una valigia in mano - e quel luogo lo amai di conseguenza, per la proprietà transitiva degli amori.
Col tempo cominciai a guardarlo coi suoi occhi. Ora lo capisco meglio, ora che vivo qui, il luogo dal quale lui veniva. Ora capisco perché quando arrivava la primavera diventava importante per lui vivere proprio lì, a un passo dai campi, dai fiori, dai boschi e dal fiume. La primavera e l'autunno durano troppo poco qui, sono stagioni strozzate dall'ansia per quel che verrà dopo. Invece là, là erano gloriose.
Facevamo passeggiate infinite, lungo le piste ciclabili tra i campi, da casa, al laghetto, dal laghetto al fiume. C'erano poi i Vogelpark, con le voliere per gli uccelli e qualche recinto per animali da fattoria. C'era il piccolo canale tra gli alberi dove vivano le nutrie - ci andavamo con il pane secco e le mele troppo mature, li guardavamo litigare con le papere. Si arrivava fino al Reno passando per una sfilza di argini e laghi e anse e dighe. Su un lembo di terra circondato d'acqua sorgeva un'hotel molto amato. Lì davanti ci fermavamo a comprare il miele da un contadino. Poi si arrivava al lungofiume, cominciando per un viale delineato da due fila di alte betulle. Mi piaceva tanto quel viale, con le fronde a fare un altissimo arco verde e lo scorrere inesorabile dell'acqua lì accanto, senza un parapetto, a un passo dalle lente chiatte dirette in Francia: lo fotografai. Facevamo molte foto ai luoghi, mai a noi.
L'ultima primavera in Germania ero sola. Volevo anche esserlo, sola, e uscivo poco. Concentravo i miei pensieri sul dopo, su quando avrei lasciato un lavoro che ormai, dopo il burn-out, non tolleravo più, sulla discussione del dottorato, sul trasloco verso la Svezia. Uscivo in bici la mattina - attraversavo i campi, poi l'autobahn, poi il bosco. Ai cancelli mostravo il mio badge senza smettere di pedalare. Alla sera facevo il percorso inverso. Stavo a casa poi, e fu per questo che non mi accorsi di quella primavera.
Prima di andarmene volli fare un ultimo giro di tutti quei posti. Una foto ad ognuno. Le cartoline che nessun altro avrebbe compreso. Arrivai quindi al Reno un giorno - tutto era già in Svezia, mobili, vestiti e gatti, ero venuta solo per riprendere la mia vecchia auto e portarla in Italia a rottamarla. Arrivai al fiume, dicevo, al viale subito dopo l'hotel. Gli alberi non c'erano più. L'intero viale era stato abbattuto. C'era solo luce, luce abbagliante e acqua. Ebbi un attimo di sconcerto, non riconoscevo nulla. Poi girai sui tacchi e tornai indietro.
La foto che ho appeso è quindi molto vecchia, e mostra un luogo che non esiste. Un luogo che a nessuno dice niente - e sta lì vicino a Parigi, Firenze, Berlino, luoghi che chiunque riconosce - e allora mi chiedono "e questo?". Sono solo alberi, dico, alberi che non ci sono più.
Per anni ho abitato in un paesino circondato dai campi, stretto tra l'autobahn e il Reno. Non scelsi mai il luogo, scelsi lui - gli arrivai sulla porta di casa, diciamo, con una valigia in mano - e quel luogo lo amai di conseguenza, per la proprietà transitiva degli amori.
Col tempo cominciai a guardarlo coi suoi occhi. Ora lo capisco meglio, ora che vivo qui, il luogo dal quale lui veniva. Ora capisco perché quando arrivava la primavera diventava importante per lui vivere proprio lì, a un passo dai campi, dai fiori, dai boschi e dal fiume. La primavera e l'autunno durano troppo poco qui, sono stagioni strozzate dall'ansia per quel che verrà dopo. Invece là, là erano gloriose.
Facevamo passeggiate infinite, lungo le piste ciclabili tra i campi, da casa, al laghetto, dal laghetto al fiume. C'erano poi i Vogelpark, con le voliere per gli uccelli e qualche recinto per animali da fattoria. C'era il piccolo canale tra gli alberi dove vivano le nutrie - ci andavamo con il pane secco e le mele troppo mature, li guardavamo litigare con le papere. Si arrivava fino al Reno passando per una sfilza di argini e laghi e anse e dighe. Su un lembo di terra circondato d'acqua sorgeva un'hotel molto amato. Lì davanti ci fermavamo a comprare il miele da un contadino. Poi si arrivava al lungofiume, cominciando per un viale delineato da due fila di alte betulle. Mi piaceva tanto quel viale, con le fronde a fare un altissimo arco verde e lo scorrere inesorabile dell'acqua lì accanto, senza un parapetto, a un passo dalle lente chiatte dirette in Francia: lo fotografai. Facevamo molte foto ai luoghi, mai a noi.
L'ultima primavera in Germania ero sola. Volevo anche esserlo, sola, e uscivo poco. Concentravo i miei pensieri sul dopo, su quando avrei lasciato un lavoro che ormai, dopo il burn-out, non tolleravo più, sulla discussione del dottorato, sul trasloco verso la Svezia. Uscivo in bici la mattina - attraversavo i campi, poi l'autobahn, poi il bosco. Ai cancelli mostravo il mio badge senza smettere di pedalare. Alla sera facevo il percorso inverso. Stavo a casa poi, e fu per questo che non mi accorsi di quella primavera.
Prima di andarmene volli fare un ultimo giro di tutti quei posti. Una foto ad ognuno. Le cartoline che nessun altro avrebbe compreso. Arrivai quindi al Reno un giorno - tutto era già in Svezia, mobili, vestiti e gatti, ero venuta solo per riprendere la mia vecchia auto e portarla in Italia a rottamarla. Arrivai al fiume, dicevo, al viale subito dopo l'hotel. Gli alberi non c'erano più. L'intero viale era stato abbattuto. C'era solo luce, luce abbagliante e acqua. Ebbi un attimo di sconcerto, non riconoscevo nulla. Poi girai sui tacchi e tornai indietro.
La foto che ho appeso è quindi molto vecchia, e mostra un luogo che non esiste. Un luogo che a nessuno dice niente - e sta lì vicino a Parigi, Firenze, Berlino, luoghi che chiunque riconosce - e allora mi chiedono "e questo?". Sono solo alberi, dico, alberi che non ci sono più.
martedì 26 settembre 2017
La Carrozzona va avanti da sé
L'unico bambolotto che mia figlia ha, Bebe, glielo ha regalato mia suocera. La reazione di Sissa al bambolotto fu di terrore, onestamente. Col tempo lo ha accettato e forse lo ha identificato con una versione di plastica di se stessa, visto che Bebe ha il ciuccio, ma non è il suo gioco preferito. Vero è che da parte mia non è arrivato nessun incoraggiamento a giocare a far la mamma, visto che preferisco da sempre altri giochi.
Ora mia suocera si è messa in testa che non solo regalerà a Sissa per il prossimo natale un'altra bambola, ma che sarà ben più grande, e che arriverà accompagnato da una carrozzina. In scala praticamente 1:1. Questa:

La conosco già perché a suo tempo la regalò all'altra nipote. È conosciuta in casa come la "Carrozzina della Discordia" perché tutti i bambini che transitano da casa dei miei cognati si accapigliano per averla. Pare che la cugina abbia strillato di gioia per ore quando la ricevette. Mia suocera è ansiosa di replicare, tanto che ha cominciato a luglio a dire che forse era l'ora di comprarne una per Sissa.
E noi abbiamo subito detto no. Capiamoci, si tratta di un trabiccolo enorme e io detesto avere la casa piena di giocattoli che non si possano riporre, e che non trovino posto nella stanza di Sissa. Pure in questo sono a quanto pare molto stramba, visto che tutti quelli che conosco vivono in case dove pare sia scoppiata una bomba. Di giocattoli. Che vi devo dire, io non vedo la ragione di vivere ostaggio di cianfrusaglie, lo spirito di Marie Kondo deve essersi stabilito in un angolo della mia mente (l'unico ordinato presumo) e da lì mi obbliga a chiedere regolarmente a mia figlia: "questo ti da gioia?" con in mano uno dei suoi giochi.
A casa abbiamo già il cavallo a dondolo, il passeggino (piccolo) d Bebe, il triciclo (tutti regali di mia suocera peraltro) e già ho un filo d'ansia Se ora arriva la Carrozzona dovrò per forza eliminare qualcos'altro, e ce la ritroveremo nei posti più impensati con dentro le cose più impensate, tipo un gatto, e con Roomba incastrato sotto. Mia suocera non ha fatto una piega all'idea che altri suoi regali passati venissero eliminati, segno che è proprio motivata all'acquisto - e questo ci ha colto di sorpresa, di solito è molto rispettosa degli spazi altrui ed eravamo sicurissimi che avrebbe capito l'antifona e desistito.
E invece no. Ha insistito: "A Sissa piacerà tantissimo!". E come potrebbe non essere così? La Carrozzona 1) è rosa fucsia 2) ha le ruote 3) ci puoi mettere dentro roba e portarla in giro. Onestamente, mi vengono in mente diverse altre cose che rispondano agli stessi criteri e per le quali Sissa andrebbe certamente in visibilio. Tipo una carriola rosa fucsia. O questa meraviglia qui in foto:
Eppure nessuno pensa di regalargliene una. Quindi perché mai la Carrozzona sì?
"Perché", ha detto mia suocera lasciandoci completamente basiti, è importante! È importante giocare a prendersi cura dei bambini, "è importante per quando ne avrà di suoi, di bambini."
Ora mia suocera si è messa in testa che non solo regalerà a Sissa per il prossimo natale un'altra bambola, ma che sarà ben più grande, e che arriverà accompagnato da una carrozzina. In scala praticamente 1:1. Questa:

La conosco già perché a suo tempo la regalò all'altra nipote. È conosciuta in casa come la "Carrozzina della Discordia" perché tutti i bambini che transitano da casa dei miei cognati si accapigliano per averla. Pare che la cugina abbia strillato di gioia per ore quando la ricevette. Mia suocera è ansiosa di replicare, tanto che ha cominciato a luglio a dire che forse era l'ora di comprarne una per Sissa.
E noi abbiamo subito detto no. Capiamoci, si tratta di un trabiccolo enorme e io detesto avere la casa piena di giocattoli che non si possano riporre, e che non trovino posto nella stanza di Sissa. Pure in questo sono a quanto pare molto stramba, visto che tutti quelli che conosco vivono in case dove pare sia scoppiata una bomba. Di giocattoli. Che vi devo dire, io non vedo la ragione di vivere ostaggio di cianfrusaglie, lo spirito di Marie Kondo deve essersi stabilito in un angolo della mia mente (l'unico ordinato presumo) e da lì mi obbliga a chiedere regolarmente a mia figlia: "questo ti da gioia?" con in mano uno dei suoi giochi.
A casa abbiamo già il cavallo a dondolo, il passeggino (piccolo) d Bebe, il triciclo (tutti regali di mia suocera peraltro) e già ho un filo d'ansia Se ora arriva la Carrozzona dovrò per forza eliminare qualcos'altro, e ce la ritroveremo nei posti più impensati con dentro le cose più impensate, tipo un gatto, e con Roomba incastrato sotto. Mia suocera non ha fatto una piega all'idea che altri suoi regali passati venissero eliminati, segno che è proprio motivata all'acquisto - e questo ci ha colto di sorpresa, di solito è molto rispettosa degli spazi altrui ed eravamo sicurissimi che avrebbe capito l'antifona e desistito.
E invece no. Ha insistito: "A Sissa piacerà tantissimo!". E come potrebbe non essere così? La Carrozzona 1) è rosa fucsia 2) ha le ruote 3) ci puoi mettere dentro roba e portarla in giro. Onestamente, mi vengono in mente diverse altre cose che rispondano agli stessi criteri e per le quali Sissa andrebbe certamente in visibilio. Tipo una carriola rosa fucsia. O questa meraviglia qui in foto:
Eppure nessuno pensa di regalargliene una. Quindi perché mai la Carrozzona sì?
"Perché", ha detto mia suocera lasciandoci completamente basiti, è importante! È importante giocare a prendersi cura dei bambini, "è importante per quando ne avrà di suoi, di bambini."
Io non ero presente alla conversazione ma Danne è rimasto completamente basito. Una frase del genere, detta in svedese dove tutto è neutro, non ha necessariamente l'intento di farne una questione di bimbe che giocano a far le mamme...però era inevitabile pensarlo. Voglio dire, se Sissa fosse stata un maschio, mia suocera si sarebbe impuntata a quel modo per regalarle una carrozzina che noi genitori preferiremmo evitare? Avrebbe detto che era importante? Francamente ne dubitiamo, e molto. Che poi, né io né lui abbiamo mai avuto una carrozzina con cui giocare da piccoli, eppure ce la siamo cavata uguale no? Ahem.
Va beh, mancano diversi mesi, contiamo di farla rinsavire.
domenica 10 settembre 2017
oh, oh, oh you're in the army now
Ad ogni venerdì arrivo con la lingua fuori, come se avessi corso la maratona. E comunque non è finita, perché tanto il fine settimana lo passo comunque a studiare.
Studiare quando si ha una famiglia non è una passeggiata. Ci sono i giorni che perdi lezioni per malattie e chiusure anticipate delle scuole, e tu perdi informazioni che ci metterai troppo tempo a recuperare, oppure perdi frequenze obbligatorie che devi recuperare con lavoro extra a casa. Ci sono i giorni che arrivi in ritardo, senza aver mangiato o preso un caffè, perché tua figlia era disperata all'idea di andare a scuola e la mattina si è volatilizzata così, tra le lacrime e il nervoso. Ci sono poi i giorni che tutti gli altri del gruppo vanno fuori a bere per conoscersi meglio e tu ovviamente no, perché non hai tempo, devi recuperare su tutte le altre cose sulle quali sei già indietro e sei già sfinita, una serata alcolica potrebbe essere il colpo di grazia.
Anche studiare da vecchi non è facile. Ti incarti sui conti che un tempo sapevi fare a mente, il gergo matematico sembra essersi infilato in cassetti della memoria dei quali hai perso la chiave, e comunque, nel caso li riaprissi, ci troveresti dentro roba in un'altra lingua.
Ecco, non è nemmeno facile studiare da stranieri, con questa lingua con la quale ti arrangi alla meglio e che tutti gli altri in classe usano con mirabili virtuosismi. E tu parli e li vedi lì, lo sguardo di chi sta facendo uno sforzo extra per capirti, perché non sei chiarissima. E loro parlano, e tu li guardi con quello sguardo lì, perché a te non sono chiarissimi nemmeno loro. E per quello non ti viene mai di alzar la mano.
No, non è facile niente. È interessante, però, a tratti pure molto bello. Per esempio, c'è quell'aria di appartenenza a un'istituzione che io, all'università non ho mai sentito davvero, le mille iniziative, le bandiere, le felpe e le borse e quel modo che ha la città intera di guardarti quando dici che sei uno studente dell'Università Figa. E poi c'è la gente che altrimenti non avrei mai incontrato: quelli che hanno 15 anni meno di me e quelli che ne hanno 15 in più, quelli che nella vita hanno preso mille svolte impreviste e continuano a buttarsi e quelli che hanno ancora davanti una tabula rasa tappezzata di luminose speranze. E saranno un po' loro, un po' il resto, ma un barlume di speranza là in fondo mi pare di vederlo pure io.
Studiare quando si ha una famiglia non è una passeggiata. Ci sono i giorni che perdi lezioni per malattie e chiusure anticipate delle scuole, e tu perdi informazioni che ci metterai troppo tempo a recuperare, oppure perdi frequenze obbligatorie che devi recuperare con lavoro extra a casa. Ci sono i giorni che arrivi in ritardo, senza aver mangiato o preso un caffè, perché tua figlia era disperata all'idea di andare a scuola e la mattina si è volatilizzata così, tra le lacrime e il nervoso. Ci sono poi i giorni che tutti gli altri del gruppo vanno fuori a bere per conoscersi meglio e tu ovviamente no, perché non hai tempo, devi recuperare su tutte le altre cose sulle quali sei già indietro e sei già sfinita, una serata alcolica potrebbe essere il colpo di grazia.
Anche studiare da vecchi non è facile. Ti incarti sui conti che un tempo sapevi fare a mente, il gergo matematico sembra essersi infilato in cassetti della memoria dei quali hai perso la chiave, e comunque, nel caso li riaprissi, ci troveresti dentro roba in un'altra lingua.
Ecco, non è nemmeno facile studiare da stranieri, con questa lingua con la quale ti arrangi alla meglio e che tutti gli altri in classe usano con mirabili virtuosismi. E tu parli e li vedi lì, lo sguardo di chi sta facendo uno sforzo extra per capirti, perché non sei chiarissima. E loro parlano, e tu li guardi con quello sguardo lì, perché a te non sono chiarissimi nemmeno loro. E per quello non ti viene mai di alzar la mano.
No, non è facile niente. È interessante, però, a tratti pure molto bello. Per esempio, c'è quell'aria di appartenenza a un'istituzione che io, all'università non ho mai sentito davvero, le mille iniziative, le bandiere, le felpe e le borse e quel modo che ha la città intera di guardarti quando dici che sei uno studente dell'Università Figa. E poi c'è la gente che altrimenti non avrei mai incontrato: quelli che hanno 15 anni meno di me e quelli che ne hanno 15 in più, quelli che nella vita hanno preso mille svolte impreviste e continuano a buttarsi e quelli che hanno ancora davanti una tabula rasa tappezzata di luminose speranze. E saranno un po' loro, un po' il resto, ma un barlume di speranza là in fondo mi pare di vederlo pure io.
domenica 27 agosto 2017
give me nights of solitude, red wine just a glass or two
Questa è stata un'estate atipica, fredda ma serena. Una lunga fila di giorni con 20 gradi e qualche nuvola, che noi abbiamo comunque passato in shorts e maglietta, in giro lungo questa bella costa piena di isolette meravigliose e parchi. Abbiamo però anche corso molto, fatto molto fai-da-te per rinnovare casa, usato molto la macchina per cucire, guardato molte serie tv, mangiato troppi gelati e bevuto troppo vino.
La settimana passata in Italia è stata impegnativa: non ero fisicamente pronta per quel caldo. È surreale trovarsi di colpo a tenere le tapparelle giù per tener fuori il calore, quando qui l'abitudine è esattamente l'opposta. È surreale trovarsi di colpo a passare le ore centrali del giorno in ozio dentro casa, perché fuori c'è troppo sole per la nostra pelle chiara, quando qui sono esattamente le ore in cui facciamo in modo di non essere mai in casa. Di colpo ci si sente più pigri durante il giorno e più svegli la sera, quando però restiamo stupiti che sia così buio e così presto.

Tornare in Toscana è sempre un po' surreale, d'altra parte, per altre ragioni. Ci sono le persone e ci sono i luoghi, e tutto quello che sta in mezzo, quello che le persone fanno dei luoghi. Tutto mi é familiare eppure alieno, tutto mi fa bene e mi fa male insieme. Tutto è bello eppure maledetto, perché l'ho perso, in un certo senso. Però si cerca di prendere il bello, che è tanto, perché come dice lei vivere in più mondi è privilegio e condanna. E allora ci si trova su una lunga strada di curve, sotto un cielo turchese, tra le pietre di paesini medievali, fino ad una piscina azzurra incastonata in una campagna di viti e di olivi. Su un tavolo che guarda tutto questo, si mangia, tra le altre buonissime cose di questo pezzo di mondo, il pane che si è quasi dimenticato, quello che non esiste altrove, quello cui pensava pure Dante in esilio (e tu saprai sì come sa di sale...). Il mio però non è un esilio, più uno sparpagliarsi.
E adesso è quasi settembre, il mese che più amavo, un tempo, il mese dei fichi e del ritorno a scuola, che io ho sempre vissuto come una cosa bella. Sissa è tornata a scuola prendendosi qualche giorno di sconforto e tristezza, perché non ama le novità e quest'anno ha trovato tutto nuovo al suo rientro. Per tirarci su di morale abbiamo fatto torte e calciato palle, sì anche qui dentro casa dove non si potrebbe, abbiamo comprato qualche nuovo libro da leggere la sera e delle scarpe nuove, rosa. Anche per me quest'anno si parla di ritorno a scuola, e ho un'ansia che mai prima d'ora. Per tirarmi su ho corso otto chilometri, fatto pancakes per colazione e mi sono comprata un vestito, rosso.
Sarà bello e sarà molto duro, questo anno che ci aspetta, specie per noi che siamo ancora un po' sparpagliati dentro.
La settimana passata in Italia è stata impegnativa: non ero fisicamente pronta per quel caldo. È surreale trovarsi di colpo a tenere le tapparelle giù per tener fuori il calore, quando qui l'abitudine è esattamente l'opposta. È surreale trovarsi di colpo a passare le ore centrali del giorno in ozio dentro casa, perché fuori c'è troppo sole per la nostra pelle chiara, quando qui sono esattamente le ore in cui facciamo in modo di non essere mai in casa. Di colpo ci si sente più pigri durante il giorno e più svegli la sera, quando però restiamo stupiti che sia così buio e così presto.

Tornare in Toscana è sempre un po' surreale, d'altra parte, per altre ragioni. Ci sono le persone e ci sono i luoghi, e tutto quello che sta in mezzo, quello che le persone fanno dei luoghi. Tutto mi é familiare eppure alieno, tutto mi fa bene e mi fa male insieme. Tutto è bello eppure maledetto, perché l'ho perso, in un certo senso. Però si cerca di prendere il bello, che è tanto, perché come dice lei vivere in più mondi è privilegio e condanna. E allora ci si trova su una lunga strada di curve, sotto un cielo turchese, tra le pietre di paesini medievali, fino ad una piscina azzurra incastonata in una campagna di viti e di olivi. Su un tavolo che guarda tutto questo, si mangia, tra le altre buonissime cose di questo pezzo di mondo, il pane che si è quasi dimenticato, quello che non esiste altrove, quello cui pensava pure Dante in esilio (e tu saprai sì come sa di sale...). Il mio però non è un esilio, più uno sparpagliarsi.
E adesso è quasi settembre, il mese che più amavo, un tempo, il mese dei fichi e del ritorno a scuola, che io ho sempre vissuto come una cosa bella. Sissa è tornata a scuola prendendosi qualche giorno di sconforto e tristezza, perché non ama le novità e quest'anno ha trovato tutto nuovo al suo rientro. Per tirarci su di morale abbiamo fatto torte e calciato palle, sì anche qui dentro casa dove non si potrebbe, abbiamo comprato qualche nuovo libro da leggere la sera e delle scarpe nuove, rosa. Anche per me quest'anno si parla di ritorno a scuola, e ho un'ansia che mai prima d'ora. Per tirarmi su ho corso otto chilometri, fatto pancakes per colazione e mi sono comprata un vestito, rosso.Sarà bello e sarà molto duro, questo anno che ci aspetta, specie per noi che siamo ancora un po' sparpagliati dentro.
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