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venerdì 3 giugno 2016

un barattolo di sole

Se potessi, creerei per me un mondo dove è sempre estate come quando è estate al Nord.

Certo, l'estate al Nord è una cosa un poco effimera e imprevedibile, non sai mai quando arriva, o quanto durerà, e dunque bisogna vivere un po' come sui blocchi di partenza delle corse, pronti allo scatto, pronti a buttarsi a capofitto nel sole. Nell'estate del Nord si impara a cogliere l'attimo, e a non rimandare mai quello che si potrebbe fare oggi.

Però, quando arriva, l'estate al Nord mi ripaga di tutto.











E nell'estate del Nord mi trovo piena di energie, senza afa che le fiacchi, a vivere giorni che sembrano non aver mai fine, incantata dai verdi e dagli azzurri, coi piedi nudi sull'erba fresca dei prati, incapace di dormire sotto cieli rosa che non diventano mai bui.

Nell'estate del Nord i canoni di abbigliamento scompaiono sotto l'imperativo di non sprecare nemmeno un raggio di sole, e donne di ogni età mettono il bikini per andare al parco, o anche solo nel prato condominiale, senza curarsi di chi le vedrà. Nell'estate del Nord si vive di barbecue, di picnic, di coperte stese, di cestini pieni d'uva e di ciliegini, e si gioca a badminton e a kubb.

Nell'estate del Nord vivo ogni giorno con gratitudine, non do per scontato nulla, e con la stessa meraviglia di Kiki raccolgo conchiglie, soffio soffioni, lancio sassi nell'acqua, mi curo poco della forma e riempio il mio barattolo di sole.

domenica 29 maggio 2016

son soddisfazioni

Oggi in Svezia è la festa della mamma.

Di solito il giorno prima mio suocero chiama Danne per ricordarglielo. Ieri invece ha chiamato mia suocera.  Per ricordargli di regalarmi qualcosa.
Danne si è lamentato: ma non è mica mia madre! 

In effetti.

Poi è venuto da me e col solito fare poetico che contraddistingue tutte le nostre interazioni ha detto: dimmi che vuoi che ti regali se no mia madre mi darà l'inferno.
Beh, che mi importa, ho risposto, veditela con lei, mica è mia madre.

Direi che abbiamo centrato il tema del giorno, quantomeno.

sabato 7 maggio 2016

that's what i do, I drink and I know things

Qui, fisicamente, si arranca. L'agognato congedo di paternità è arrivato e, escludendo le settimane che passiamo in viaggio, è finora stato devoluto a inghippi, rogne, patemi, perlopiù causati da un progetto lavorativo di Danne che ormai non può proprio essere abbandonato. E invece questi giorni dovevano essere finalmente la mia chance di riprendere in mano la mia vita. Non c'è stato verso e non ci sarà, ed io sono arrabbiata, stanca, nervosa, furente, scoraggiata. Non è colpa di nessuno, è la sfiga, è la vita, è il destino, è il karma ed io mi sono rotta le palle.

I viaggi sono tra le ragioni della stanchezza, sebbene siano la ragione migliore. Dopo essere stati dai suoceri in Småland, aprile si è chiuso con una stranamente lunga parentesi toscana a casa dei miei. E uno dice: beh, ti sarai riposata. Eh. No, ormai l'ho detto mille volte, io a casa dei miei non mi riposo mai, perché ho sviluppato la malsana abitudine di passare tutto il tempo a pulire e svuotare casa loro. Beh,  a provarci. Il tutto litigando e poi crogiolarmi in orribili sensi di colpa, perché mi sento l'odiosa saccente che non vorrei essere.

Abbiamo comunque potuto goderci qualche serata o pomeriggio in solitaria, lasciando Kiki coi nonni. Al ritorno di solito trovavamo i miei completamente distrutti e penso che in questo modo abbiamo messo fine alla domanda: ma quando lo fate il fratellino? Abbiamo quindi rivisto care amiche e abbiamo mangiato un sacco. Troppo, ovviamente. E mi sono goduta il vino. Sì, ok, datemi dell'alcolista, non potete capire che cosa significhi avere il vino, ottimo vino, sul tavolo ad ogni pasto senza che sia un affare di stato e berne un mezzo bicchiere solo perché, cazzo, è quel che ci vuole col buon cibo. Ecco. E poi il gelato. E poi almeno qualche pomeriggio di sole e piedi nudi nelle ballerine prima che l'inverno tornasse di colpo a rompere le scatole. Noi eravamo comunque contenti, visto che contemporaneamente in Svezia nevicava.

La vera ragione per cui comunque non possiamo tornare dall'Italia riposati (rinfrancati, ingrassati, abbronzati magari, ma riposati no) è che volare con Kiki non è proprio cosa. Io vi ammiro, plurimamme expat che vi fate voli transoceanici in solitaria con prole al seguito, mi chiedo davvero, onestamente, perché per noi sia tanto più difficile. Siamo noi, è lei, sono i voli brevi a fare la differenza? Mia figlia non si distrae con ipad, e cellulari, lei ve li strappa dalle mani e ve lo giuro è in grado di romperveli senza appello in meno di un minuto. Mia figlia non dorme, o meglio: dorme nel suo letto, al buio, possibilmente da sola e col silenzio intorno. Noi dobbiamo per forza viaggiare con la Ryan, e lì con un bambino sotto i due anni puoi fare una sola cosa: tenertelo in collo, legato alla tua cintura e pregare che non scateni l'inferno. Solo che Kiki in braccio non ci sta mai, nemmeno a casa, nemmeno quando è felice e serena, figurarsi stanca, con le orecchie tappate, alle undici di sera su un aereo pieno di gente e con le luci sparate. Se non fossimo stati in due non sarebbe stato materialmente possibile gestire lei, le borse, le ginocchiate nello spazio microscopico e la voglia di dare fortissimo una testata nel finestrino.

Ecco perché rientrare a casa è tutto sommato un sollievo. La bambina indemoniata si spegne di botto nel suo lettino, la faccia finalmente serena, noi accendiamo il canale HBO e ci guardiamo finalmente la nuova stagione di Game of Thrones sorseggiando l'ottimo limoncello di mia madre. All is well what ends well.

lunedì 11 aprile 2016

Now I'm just waiting for something that might never come

Qui si è intenti in un faticoso risveglio dall'inverno del nostro scontento.

Le temperature salgono lentamente, le ore di luce aumentano esponenzialmente e nelle aiuole è tutta un'esplosione di fiori selvatici, sui quali mi sto facendo una cultura: anemoni bianchi (vitsippa), azzurri o lilla (blåsippa), crochi, ranuncoli, mughetti. Se non avete vissuto un po' al nord non potete capire quanto sia sentita e partecipata questa cosa: c'è rischio che pure i convenevoli in ascensore virino con entusiasmo sugli anemoni.

Primavera vuol dire anche decluttering, un po' per tutti e specie per chi come me ne ha evidentemente fatto un'ossessione, complici la cronica mancanza di spazio in appartamento (acuita dalla famiglia che cresce e diostrafulmini il prossimo che regala un altro gioco alla pupa) e un vissuto famigliare complicato.

Bene, a questo giro mancheremo, essendo in Italia, il semestrale passaggio del container per i rifiuti ingombranti, quelli che si accumulano in cantina e che io non vedo l'ora di far sparire. Non solo: ho traslocato in cantina pure la gran parte dei nostri libri e dvd perché non facevo che raccoglierli dal suolo e rimetterli sulle mensole, in loop, e ora quando passo dal nostro box strapieno iperventilo.

Mia suocera pure è intenta nella stessa attività. Dopo aver tenuto tutto per 40 anni, ha ora deciso di cominciare ad eliminare il superfluo, ed ha approfittato della nostra visita la settimana scorsa per costringere suo figlio a scremare l'eredità della sua infanzia: era stato finora conservato tutto. Ci sono volute quattro serate intere per passare tutto in rassegna e poi portare la gran parte in discarica.

Chiaramente, è stata la morte di sua madre a convincere mia suocera della necessità di sgomberare. Infatti c'erano ancora le cose di Mormor da eliminare o valutare. Tra di esse, una scatola di latta piena di monete antiche. Io ho preso la scatola, pensando di usarla per il cucito, mentre Danne ha passato una serata intera su Tradera (l'ebay svedese) per avere un'idea del valore delle monete. E abbiamo scoperto con mia grande sorpresa che pure monete del 1600 non valgono in realtà poi molto, e tanto valeva sbarazzarsi di tutto.

Al ritorno a casa, poi, pure la scatola poi si è rivelata scomoda e ho deciso di smaltirla assieme al metallo nella differenziata. Mentre andavamo insieme ai cassonetti Danne si è stupito che la buttassi, gli pareva bella. Ma sì, gli ho detto, guarda che non era nulla di che, vedi che dietro c'è scritto Haribo? Era una vecchia scatola delle caramelle.

E mentre io mi dedicavo allo smaltimento, mettendo i vari oggetti ognuno nel cassonetto apposito, lui leggeva qualcosa sul cellulare. Quando ormai avevo finito, ed ero pure irritata dal mancato aiuto, mi ha detto, trattenendo una risata: sai quanto valeva quella scatola su ebay? 

E niente, ho infilato il braccio e l'ho ritirata su.

venerdì 11 marzo 2016

bad cop good cop

A 12 mesi i bambini svedesi vanno dal dentista.
In realtà, potrebbero pure rimanere a casa e far andare i genitori, tanto lo scopo principale del colloquio è terrorizzare informare i genitori. Poi mica tutti hanno un sacco di denti come Kiki, e mica tutti sono disponibili ad aprire la bocca. Invece si può benissimo raccontare a mamma e papà come le loro abitudini alimentari siano potenzialmente letali e come spazzolare i denti delle loro creature non sia un'attività da sottovalutare nemmeno a 12 mesi.

I bambini svedesi sono, del resto, quelli con meno carie del mondo, ci ha tenuto a dirmi. Così, nel caso mi fosse venuto un attacco di sticazzismo.

La dentista ha riscontrato che gli incisivi superiori non erano stati correttamente spazzolati. Ho provato a spiegare che questo era conseguenza del fatto che la piccola anguilla non è molto collaborativa, non ama stare ferma seduta sulle ginocchia di chicchessia e non riusciamo a farle sollevare per bene il labbro. È che è una bambina testarda, ho detto. E allora tu devi essere più testarda di lei! ha ribattuto la dentista.

Dunque me ne sono tornata a casa con uno spazzolino omaggio e la mia brava doggy bag di sensi di colpa e buoni propositi, e a casa è cominciato il New Deal. Lo facciamo in due, poliziotto buono e poliziotto cattivo, uno la tiene e l'altra spazzola, o viceversa, e dopo due settimane possiamo affermare che ci sono stati evidenti cambiamenti. Enormi cambiamenti.

Ora Kiki si butta lunga distesa a terra, nella celebre mossa difensiva del judoka, già alla vista dello spazzolino. Se prima mancavamo gli incisivi superiori, ora è già tanto se centriamo la bocca, mentre urla disperata e cerca di divincolarsi. 

Prossimo controllo tra un anno. Ce la porta Pappa.

martedì 23 febbraio 2016

esta es la bendicion de tu madre


Alla casa sul lago

Al cielo sopra al lago, incorniciato dagli abeti, al silenzio, alla mia gonna a fiori, al rumore del remo nell'acqua

A quando nostra figlia ride

A quella pasticceria di Strasburgo con le rose sul soffitto, quando nessuno sapeva fossimo lì

A quella volta che lui mi disse I love you ed io risposi fuck

A quel pomeriggio ad Heidelberg che pareva di essere in vacanza ed io gli dissi, ecco, ricordamelo ogni tanto che io oggi ero felice

A quella volta lungo il Reno che per passare quei cento metri di strada allagata mi portò in spalla, con l'acqua alle ginocchia, ed io ridevo

A ieri che mi ha regalato una borsa e mi ha detto un tempo ti piacevano, le borse

Alle cose che un tempo mi piacevano

...

Poi suona un campanellino e posso  smettere di respirare profondamente e di concentrarmi così attivamente sulle cose cui pensare, a rimbalzare i pensieri negativi con così tanto impegno da far quasi male.

Posso dunque arrotolare il tappetino, piegare la coperta, raccogliere il cuscino e tornare a smarrirmi tra la lista della spesa e quella dei rimpianti già mentre cammino verso casa. E la notte, mentre mi giro e rigiro nel letto, posso riprendere con la nenia infinita di autoaccuse e la costante presa d'atto dei miei fallimenti, solo che in sottofondo c'è lo strambo cd scelto dalla maestra di yoga, stranamente in spagnolo.

Si vede che 5 lezioni, per ora, non sono sufficienti.

lunedì 15 febbraio 2016

Buon compleanno #1

Quella sera che decidemmo di tornare a casa dall'ospedale, chiamai l'infermiera di guardia perché mi aiutasse a vestirti. Non avevo idea di come fare, non lo avevo mai fatto ancora perché in ospedale i bambini venivano tenuti solo pelle a pelle. La donna era una signora di origine iraniana, dall'aria molto materna, che sorrise comprensiva e allegra. Le misi davanti la scelta di vestiti che mi ero portata da casa, perché mi aiutasse a scegliere i più adatti per la temperatura di fuori. Tutta avvolta in quei capi troppo grandi, e poi persa nel seggiolino sulla macchina, quanto parevi minuscola.

Ce la lasciano davvero portare a casa, così?

Ci hanno lasciato portarti a casa, anche se noi di bambini non sapevamo nulla. Anche se non ne sappiamo molto nemmeno ora, e nemmeno ora davvero riesco a sentirmi compresa nella categoria delle mamme. Forse è perché ancora nessuno mi identifica socialmente come la mamma di qualcuno.

Però nel frattempo da minuscola che eri, mentre coi pugni e gli occhi chiusi ti lasciavi annusare con sospetto dai gatti di casa, sei diventata una piccola persona con un carattere deciso, lo sguardo attento e sempre a un passo dalla risata. Tutti sottolineano quanto sorridi, quanto poco tu sembri aver bisogno di tenermi vicina, quanto tu sia forte e irruenta e chiassosa e buffa. Se ripenso a noi tutti un anno fa, penso che non ho sentito mai di aver nulla di innato, nessun istinto che abbia preso il sopravvento o mi abbia guidato. Non ci conoscevamo affatto, avevamo tutti bisogno di annusarci, guardarci, abituarci. Quello che adesso guida le mie scelte di tutti giorni, le scelte che un anno fa non pensavo di essere in grado di fare al punto di chiedere ad una signora mai vista di farle per me, non è l'istinto ma l'averti imparato a conoscere.

Ed è solo l'inizio.