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martedì 23 febbraio 2016

esta es la bendicion de tu madre


Alla casa sul lago

Al cielo sopra al lago, incorniciato dagli abeti, al silenzio, alla mia gonna a fiori, al rumore del remo nell'acqua

A quando nostra figlia ride

A quella pasticceria di Strasburgo con le rose sul soffitto, quando nessuno sapeva fossimo lì

A quella volta che lui mi disse I love you ed io risposi fuck

A quel pomeriggio ad Heidelberg che pareva di essere in vacanza ed io gli dissi, ecco, ricordamelo ogni tanto che io oggi ero felice

A quella volta lungo il Reno che per passare quei cento metri di strada allagata mi portò in spalla, con l'acqua alle ginocchia, ed io ridevo

A ieri che mi ha regalato una borsa e mi ha detto un tempo ti piacevano, le borse

Alle cose che un tempo mi piacevano

...

Poi suona un campanellino e posso  smettere di respirare profondamente e di concentrarmi così attivamente sulle cose cui pensare, a rimbalzare i pensieri negativi con così tanto impegno da far quasi male.

Posso dunque arrotolare il tappetino, piegare la coperta, raccogliere il cuscino e tornare a smarrirmi tra la lista della spesa e quella dei rimpianti già mentre cammino verso casa. E la notte, mentre mi giro e rigiro nel letto, posso riprendere con la nenia infinita di autoaccuse e la costante presa d'atto dei miei fallimenti, solo che in sottofondo c'è lo strambo cd scelto dalla maestra di yoga, stranamente in spagnolo.

Si vede che 5 lezioni, per ora, non sono sufficienti.

lunedì 15 febbraio 2016

Buon compleanno #1

Quella sera che decidemmo di tornare a casa dall'ospedale, chiamai l'infermiera di guardia perché mi aiutasse a vestirti. Non avevo idea di come fare, non lo avevo mai fatto ancora perché in ospedale i bambini venivano tenuti solo pelle a pelle. La donna era una signora di origine iraniana, dall'aria molto materna, che sorrise comprensiva e allegra. Le misi davanti la scelta di vestiti che mi ero portata da casa, perché mi aiutasse a scegliere i più adatti per la temperatura di fuori. Tutta avvolta in quei capi troppo grandi, e poi persa nel seggiolino sulla macchina, quanto parevi minuscola.

Ce la lasciano davvero portare a casa, così?

Ci hanno lasciato portarti a casa, anche se noi di bambini non sapevamo nulla. Anche se non ne sappiamo molto nemmeno ora, e nemmeno ora davvero riesco a sentirmi compresa nella categoria delle mamme. Forse è perché ancora nessuno mi identifica socialmente come la mamma di qualcuno.

Però nel frattempo da minuscola che eri, mentre coi pugni e gli occhi chiusi ti lasciavi annusare con sospetto dai gatti di casa, sei diventata una piccola persona con un carattere deciso, lo sguardo attento e sempre a un passo dalla risata. Tutti sottolineano quanto sorridi, quanto poco tu sembri aver bisogno di tenermi vicina, quanto tu sia forte e irruenta e chiassosa e buffa. Se ripenso a noi tutti un anno fa, penso che non ho sentito mai di aver nulla di innato, nessun istinto che abbia preso il sopravvento o mi abbia guidato. Non ci conoscevamo affatto, avevamo tutti bisogno di annusarci, guardarci, abituarci. Quello che adesso guida le mie scelte di tutti giorni, le scelte che un anno fa non pensavo di essere in grado di fare al punto di chiedere ad una signora mai vista di farle per me, non è l'istinto ma l'averti imparato a conoscere.

Ed è solo l'inizio.



martedì 9 febbraio 2016

And when we've been through all the pages we just start again

Forse avevano ragione quei popoli che aspettavano che un bambino fosse cresciuto per dargli un nome definitivo. Se l'avessi conosciuta come la conosco ora, Kiki qui sul blog l'avrei chiamata Masha, come la bambina di Masha e Orso. (A proposito, leggete qui se vi va) Me la ricorda parecchio mentre mi mette a soqquadro* casa e quando mi arrabbio non si scompone manco per un secondo, solo si ferma a guardarmi prima di scoppiare a ridere. Come Masha è iperenergetica e coraggiosa ed è temutissima dagli animali di casa. Pure la casetta nel bosco ci abbiamo, alla bisogna, e il papà Orso di nome e di fatto.

Kiki e il Telecomando, l'eterna lotta per la supremazia domestica

Quando è nata i miei mi hanno fatto avere il libretto su cui avevano annotato i miei primi anni. Vi si legge, con la calligrafia di mio padre, che ero riflessiva e furbetta, terribile e rompiscatole. La mia bisnonna, che poveretta era semiparalizzata ed è morta quando avevo poco più di due anni, pare che si lamentasse esclamando alla mia vista: oh no! c'è di nuovo quel bimbo! (mia madre mi vestiva d'azzurro).

Danne d'altro canto pare sia stato un angioletto, del tipo che ti resta sempre vicino e non ti fa vivere col terrore di sentire l'altoparlante che annuncia che hanno trovato un bambino biondo, venitelo a riprendere. Cosa che però succedeva col fratello (pare lo tenessero al guinzaglio), quindi pure da quella parte della famiglia non è che siano privi di bambini impegnativi. Anzi, narra la leggenda che, più grandicelli, i due fratelli insieme si siano dedicati ad una serie di attività ai limiti dell'infarto, tra le quali lanciarsi dal tetto innevato con lo slittino e far esplodere ordigni artigianali in giardino.

Pure la Cuginetta è un po' così, un terremoto, sempre a prendere qualcosa a calci, sempre a saltare e lanciarsi e in generale tentare di ammaccarsi. Spesso torna dall'asilo coperta di sabbia e terra e fango fino alla punta dei capelli, (qui li tengono fuori a giocare tutto l'anno) e con le gambette esili che sono tutto un livido, dunque so già che cosa ha in serbo per me il mio futuro. Mia cognata la iscrive a corsi tipo danza e baby-yoga, con scarsi risultati, io sto valutando di cercare una squadra di rugby per quando sarà.

L'altro giorno parlavo con mio padre e gli raccontavo di come Kiki non mostri mai di aver paura di qualcosa. In realtà ci sono cose che non le piacciono o la lasciano in dubbio, ma lei le affronta da sola, senza coinvolgermi, senza venire a nascondersi dietro di me oppure scrutando le mie reazioni. Però non avevo nemmeno finito la frase che subito mio padre ha sentenziato: male! la paura del pericolo è importante! Eh già.

Naturalmente non mi sono stupita nemmeno un po'. A casa mia, la paura, l'insicurezza, il non correre rischi, sono sempre stati visti come virtù. E non che non abbiano i loro lati positivi. Però mi è tornato anche in mente quello che mi disse mia suocera, madre della succitata coppia di stuntmen. Quando erano piccoli e giocavano in giardino, e la cosa più tranquilla che facevano era arrampicarsi sugli alberi, lei si imponeva di non inseguirli dicendo "attento che cadi" né di andarli a tirare giù. Anche se era terrorizzata che si facessero male. Perché per quanto tremendo per lei, era convinta che fosse importante farle quelle cose, per loro. Le loro scoperte e le loro imprese. A loro non faceva percepire nulla, glielo confessò solo molti anni più tardi che per l'angoscia a volte doveva imporsi di distogliere lo sguardo.

Per la legge degli equilibri cosmici, tra me e Danne l'apprensivo è lui. L'universo ha il senso dell'ironia. Chissà se riusciremo a gestire il labile confine tra la nostra paura e quella di Kiki, a dare più strumenti che limiti, a spiegare i rischi che esistono senza che essi diventino paralizzanti.





*giuro che è dalla terza elementare che aspettavo questa occasione

martedì 2 febbraio 2016

lady dal fiocco blu

È un po' di tempo che rinuncio alle discussioni. Mi sento talvolta in un disaccordo così totale che diventa quasi paralizzante. Purtroppo succede anche con le persone con le quali un tempo avrei discusso volentieri. Non nel senso che allora saremmo state necessariamente d'accordo: semplicemente un tempo sentivo di avere energia per il confronto. E ora invece mollo il colpo, pronuncio il mio silente vaffa interiore e cerco di passare avanti.

Il più delle volte la mia sofferenza viene dall'essere messa, dialetticamente, di fronte a scelte impossibili come se fossero le uniche al mondo. Ti fanno sempre credere di avere solo due opzioni  estreme, quelli che impostano il dialogo su basi disoneste. La verità non emerge mai con chiarezza dai dibattiti, è sconfortante.

Ho guardato il dibattito che andava in onda domenica su la7. Poi ho letto i commenti di chi pure lo aveva guardato e ne aveva ricavato sensazioni diametralmente opposte alle mie. Ogni volta in cui io, da spettatrice, avevo pensato di aver assistito ad un punto segnato a favore di una certa posizione, loro lo avevano preso come punto segnato contro. Come è possibile?

Anche adesso vorrei scriverne e non ci riesco, sento che ogni frase che scriverei non dimostrerebbe nulla a nessuno. Chi leggerà, terrà la sua idea, qualunque sia. Le idee sono ormai sempre più spesso questione di fede. Ed io, che di fede non ne ho mai avuta, mi sento spaesata e pure triste. Difficile essere ottimisti ultimamente.

Ho trovato per caso questo blog, scritto da una maestra canadese, madre di una bambina di 5 anni affetta da autismo. Questa bambina porta i capelli corti e adora le tartarughe ninja. Come per molti bambini autistici non è facile per lei modellare i suoi comportamenti su quello che la società si aspetta da lei. La sua mamma a quanto pare si trova regolarmente a dover difendere la ragione per cui permetta a sua figlia di portare i capelli corti. Perché le bambine hanno i capelli lunghi. Incredibile come la gente manchi di empatia, nei confronti di una bambina affetta da un disordine neurologico; ma soprattutto, se anche Kate fosse stata neurotipica, non avrebbe comunque avuto il diritto di portare i capelli come cavolo le piaceva di più? E nel caso che la scelta l'avesse fatta sua madre, così come mi ricordo la facevano le mamme di molte mie compagne di classe, perché i capelli corti sono più pratici o per diosacosa, non sarebbe stato lo stesso perfettamente accettabile?

Da quando è diventato così importante poter distinguere da 1 Km di distanza bambini maschi e femmine? La gente scende in piazza per protestare che le lobby omosessuali, le femministe, la Spectre, stanno cercando di confonderci e mescolarci e stordirci in un blur di generi, ma a me pare che mai più di ora questa loro necessità di dividerci per squadre rosa e celesti venga sostenuta dai messaggi che si raccolgono nel mondo. Mai più di ora i giochi, i vestiti, i cartoni, parlano di mondi di maschi e femmine stereotipati e divisi.

Noi siamo cresciute con Lady Oscar. Non ci mettevano quasi mai la gonna per andare a scuola. Il Lego non aveva la versione rosa confetto semplificata e pucciosa per le bambine che poverine se no come fanno a costruire le cose difficili. Questi i costumi di carnevale che mia madre mi ha comprato: arlecchino, gatto con gli stivali, pagliaccio, D'Artagnan, non c'era una femmina a pagarla. La mia maestra mi fece leggere "Extraterrestre alla pari" della Pitzorno e la mia prof di lettere delle medie "Una donna" di Sibilla Aleramo, senza che le nostre mamme si consultassero preoccupate in una chat di whatsapp. Alle medie un mio compagno di scuola era apertamente omosessuale ma non veniva bullato più di altri, nonostante noi fossimo una scuola di frontiera in un paesino di merda. Uno dei miei romanzi preferiti era "Camilla e i suoi amici" di Sandra Scoppettone (pubblicato nella collana Gaia Junior di Mondadori) che parlava di omosessualità, lo misi nella biblioteca di classe e ne parlammo tutti insieme, in seconda media, nell'ora di religione. Davvero, nell'ora di religione. Senza che a nessuno venisse una sincope.

Sono uscita dalle medie con nel cuore la certezza che andassimo incontro ad un luminoso destino e che il mondo sarebbe stato persino migliore , in termini di libertà personali, di quello, già molto più fortunato del precedente, in cui vivevo allora.

Che cazzo è successo nel frattempo?

UPDATE

In altre parole, quello che ho notato in questi mesi è stato che c'è chi si preoccupa (al punto di bandire libri) dei condizionamenti che darebbe la scuola, promuovendo idee pericolose che mirino, secondo loro, alla cancellazione del netto confine maschio-femmina. Eppure non notano che il mondo tutto intorno (giochi, cartoni, vestiti, marketing) nel quale i bambini passano molto più tempo che a scuola, passa condizionamenti quasi opposti. E molti di più di quelli cui eravamo sottoposti trent'anni fa. E allora a loro, che sono così preoccupati, vorrei dire, tranquilli! se siamo cresciuti bene noi direi che per nostri figli non c'è proprio pericolo che si confondano le idee. Sapranno sempre chi porta i pantaloni e chi no.

Per chi volesse, questi sono due articoli  che ho trovato interessanti (Grazie Fughetta!).

Cosa vendiamo alle bambine: marketing to girls, confronto 1981-2014 

I bambini non sono cambiati, noi sì: la bambina della pubblicità Lego 1981

lunedì 18 gennaio 2016

Spigolature

Niente, questo anno non ingrana , ve ne sarete accorti.
E i post in bozza diventano così irritanti che alla fine li cancello e buonanotte.
Facciamo così, diciamole in breve, le cose, e poi passiamo oltre.

Kiki ha 11 mesi e 12 denti, capelli ancora pochi e distribuiti bizzarramente. Ha fatto i suoi primi passi qualche settimana fa ma ha subito deciso di non ripetere l'esperienza. Opta invece per la curiosa via di mezzo di camminare eretta sulle ginocchia, maggior risultato col minimo sforzo. Ogni giorno, al netto delle sue 12 ore di sonno notturno, ha una rigida routine che prevede: sgombero del tavolino del salotto da ogni inutile orpello; sgombero del comodino di mamma da oggetti senza importanza quali e-reader e occhiali; testare se nella notte è cresciuta abbastanza da raggiungere il laptop sul tavolo e procedere indi alla sua distruzione; acciuffare un gatto a piacere e sfidarlo a duello (per ora vince il gatto); tentare un furto di croccantini royal canin; svuotare la cesta dei giochi su un'area il più vasta possibile perfezionando l'uso degli arti superiori; nascondere la palla gialla e fare in modo che non venga mai più ritrovata (per ora ci sono stati avvistamenti nel cestino dell'immondizia e nel cassetto della mia biancheria, ma da martedì risulta di nuovo missing in action). È una full schedule, come si nota. Resta giusto il tempo di appendersi alle ginocchia della genitrice millesima volte al dì producendo ultrasuoni.

Non ho più male al polso dal 23 dicembre scorso. E vivo nell'angoscia che ritorni. Tutto ciò mi ha portato a riflessioni su quanto il dolore fisico possa condizionare le nostre azioni. Per diverse settimane per esempio non riuscivo lo stesso a compiere in modo rilassato azioni che temevo mi avrebbero fatto male. Mi ricordavo certi cani maltrattati che continuano ad aver paura delle scope a distanza di anni. E se ci si pensa, non si apprezza mai davvero a sufficienza cosa significa vivere una quotidianità esente dal dolore fisico, finché ce l'abbiamo.

A marzo verrà a trovarmi il mio amico J., che vive nella Germania del Nord ma viene da Singapore. E ha già cominciato tutta una storia che in Svezia fa freddo e lui viene dall'equatore, quindi starà malissimo e ommioddiochiglielofafare - e pensare che l'idea era sua! E io vi giuro, ho una gran voglia di mandarlo a quel paese. Un po' trovo quasi comica l'idea di uno che dalla Germania del Nord viene un giorno nella Svezia del Sud e si aspetta chissà che cambiamento epocale di clima. Mi chiedeva se qui dove sto io poteva vedere l'aurora boreale, per dire, e ci è mancato poco non gli chiedessi se per caso non voleva farsi un giro della città su una slitta trainata da renne, che insomma, siamo lì. D'altro canto mi fa un po' rabbia perché spesso si lamenta di come la gente che incontra mostri ignoranza sul suo paese d'origine, magari non distinguendo cinesi da giapponesi, ma poi non si rende conto che fa uguale (in questo caso con la Svezia, ma è capitato con l'Italia). E una volta corretto ci resta pure male! Gli ho detto, pazientemente, che il clima non dipende così strettamente dalla latitudine, e lui mi fa: ma ho un'amica in Norvegia che muore di freddo! Ah beh, ok, se la sua amica tailandese in Norvegia ha freddo allora evidentemente la Corrente del Golfo deve aver svoltato e bisogna allertare i meteorologi.

Ah, e poi la vera notizia di questi giorni, l'unica cosa che mi tiene in piedi: dal 26 comincio con Crudelia un corso di Yoga, una sera a settimana. Un'ora e mezza di musica pling-plong senza strilli e manine che mi tirano da tutte le parti, direi che anche se non meditassi e mi facessi una dormitina ne uscirei comunque ritemprata.









mercoledì 23 dicembre 2015

il tiramisú di natale

Tanto tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, ehm, una giovane studentessa espatriata di fresco si recò ad una serata tra amici portando seco un tiramisú.

Lo aveva fatto nella cucina condivisa dell'allegra mansarda di Frau Blücher, utilizzando le fruste elettriche prestatele dal suo vicino di stanza di Singapore, il mascarpone e i savoiardi che si trovano ormai anche in capo al mondo ma che a lei era sembrato incredibile reperire, e come forma una di quei contenitori da microonde ricevuto in omaggio con un pacco di muffin del Penny Markt. L'intera faccenda aveva il fascino di una grande impresa.

Era una fredda sera di dicembre, l'altro suo vicino di stanza, francese, guidava la sua malconcia citroen e loro riuscirono a perdersi nella buia campagna tedesca. Arrivarono alla casa di quel suo collega svedese, conosciuto da poco. La casa era fatta apposta per dare delle feste, grande e bizzarra, nella mansarda (anche quella) di una vecchia casa alsaziana, con la scala di legno, le finestre storte, un pretzel sull'architrave della porta a ricordare che si trattava della casa del fornaio. Fu una sera molto divertente e molto spensierata. Guardarono un film, ascoltarono musica, risero molto. Si dimenticarono però del tiramisù.

Il mattino seguente, al lavoro, il collega svedese passando davanti al suo ufficio fece capolino dalla porta.
"Ma quel dolce che hai lasciato...c'è mica del caffè dentro? perché non ho chiuso occhio!"
"ehm...stai scherzando vero?"
"..."
"ma certo che c'è il caffè nel tiramisù..."

Chi lo avrebbe mai detto che quello sarebbe stato il primo di una lunga serie di tiramisù, passato in breve da dolce sconosciuto a preferito. Nel frattempo, la studentessa dalla mansarda condivisa, facendo una piccolissima deviazione, si sarebbe trasferita nella mansarda dello svedese, dove avrebbe trovato le migliori fruste elettriche di questo mondo, quelle classe 1970 ereditate da Mormor,  quelle che usa tuttora e senza le quali fare il tiramisú sarebbe molto, ma molto più difficile.

E chi lo avrebbe mai detto che nove anni dopo almost to the day, lo scorso capodanno, si sarebbero trovati sposati, in attesa di una figlia, a condividere lo stesso dessert con tutta la famiglia di lui. E a raccontare pure la storia buffa del tiramisù mangiato a tarda sera dal ragazzo sprovveduto, l'unico al mondo, evidentemente,  che ignorava che dentro ci fosse il caffè.

"ah, ma perché, c'è il caffè qui?" chiese allora il padre del suddetto, col cucchiaio a mezz'aria, la faccia stupita.

"Sì, c'è il caffè nel tiramisù" mormorò la ex studentessa, expat ormai rodata e incapace di stupirsi di niente, crollando le spalle.

Non si è stupita nemmeno quando gliene hanno commissionato uno come dessert per il pranzo di natale di domani. Perché in fondo le tradizioni sono solo convenzioni, e quando su sei adulti presenti si mischiano tre nazionalità ci si rende conto che la cosa più naturale da fare è inventarsene di nuove.

(Buon natale btw).

lunedì 21 dicembre 2015

when everything feels like the movies

a volte mi pare come se non ci fossi proprio io a vivere questa vita, come se la vedessi un poco da fuori, e senza nemmeno trovarla poi così interessante. Nel mucchio finiscono anche momenti piuttosto surreali. 

il momento "doctor house"

capita spesso qui che ad una visita medica sia presente uno studente, qualcuno che stia facendo un periodo di training e che sostanzialmente sta da parte e osserva. Quello che non mi era ancora capitato è che di studenti ce ne fosse una intera classe. E che il medico mi ricevesse prima da sola, in corridoio, per sincerarsi della diagnosi, per poi farmi sedere alla cattedra sotto una luce abbagliante davanti ad un piccolo pubblico cui avrei dovuto raccontare (in svedese, argh!) da capo i miei sintomi. ”ma mi raccomando, fai finta di non sapere quello che ti ho detto!”. Era una diagnosi facile, eh, per tutti tranne che per quel genio del mio medico di base, ma la dottoressa era tanto orgogliosa quando due studenti l’hanno azzeccata al primo colpo. E poi ha chiesto a tutti di avvicinarsi bene per vedere mentre mi faceva l’iniezione di cortisone. Sì ecco, un filo surreale, il tutto.

il momento "corazzata Potemkin"

Stavo col passeggino davanti al garage quando Danne mi ha chiamata da dentro, io mi sono voltata e per avvicinarmi meglio ho lasciato il manubrio. Per quel che vi posso dire, il garage e il parcheggio sono in piano, ma qualche misteriosa pendenza deve nascondersi nell’asfalto perché quando dieci secondi dopo sono tornata a voltarmi verso mia figlia ella non stava più là. Con una faccia che non mi leverò mai dalla testa stava a circa trenta metri da me, nel passeggino che stava placidamente rotolando via tra le auto del parcheggio. E siccome ho riso molto, mi vale una nonminascion cast-minute a mammadimerda 2015.  

il momento "monster in law"

mia suocera mi ha chiamato per chiedermi se pensavo fosse una buona idea regalare a Danne un ferro da stiro per il suo prossimo compleanno. Sai, mi fa, ho visto che ne avete bisogno ed io non penso che questi siano solo regali da donne. E per carità, servirci ci serve, tecnicamente, e le intenzioni sono encomiabili, e non è quindi minimamente nel mio interesse farla desistere. Anche perché già mi chiede come faccia a sopportare di star sposata ad uno che in casa fa così poco, se le dico che non stirerebbe manco sotto tortura mi manda direttamente a casa un bravo divorzista. Ha chiamato me perché ovviamente il regalo deve essere una sorpresa...Beh, penso che su questo non ci siano dubbi.

il momento "amici miei"

si sa che vivere in Svezia un po' ti taglia fuori. È un luogo un po' periferico, specialmente dopo aver vissuto così a lungo nel cuore dell'Europa, a un'ora di volo a tutto, quando mi potevo mettere in auto o in treno e in capo a un giorno sarei arrivata praticamente ovunque (sì ok, è un'iperbole). Sono lontana dai miei famigliari e loro da me, sono lontana dagli amici di una vita e pure da quelli che conosco da poco. Anzi, pure da quelli che tecnicamente non conosco, ma che pare di conoscere da sempre. E allora capita che questi, anzi queste, si radunino, in un luogo geografico che sarebbe tecnicamente "casa" ma io sono come al solito a 2000 Km di distanza. E allora c'è skype, e pure un autoscatto, tutte insieme, e pure me, lì nell'angolo, la faccia nello schermo del laptop. D'altronde, se c'è bisogno, c'è bisogno.