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lunedì 19 ottobre 2015

we sure are cute for two ugly people

Alla fine, per un colpo da maestro dello sceneggiatore (oppure si sono allineati gli astri, se credete a paolofox) mia madre è riuscita a venire a trovarmi, utilizzando i voli prenotati da mesi. Le cose a casa sono comunque ben lungi dall'essersi normalizzate, ma una insperata svolta ha perlomeno donato un po' di tregua ai miei.

Nei tre giorni che mia madre è stata qui siamo riusciti a fare una serie di cose che ci sarebbero state altrimenti impossibili, cose faticose e noiose, e davvero poco intelligenti per una che ha un polso che fa sempre più male...ma ormai è così, si stilano delle priorità e guardacaso ai primi posti non finiscono mai cose piacevoli, o egoistiche, o almeno non dolorose. Dicono che questa sia la prova del nove della genitorialità. O forse del masochismo? può darsi le due cose coincidano. Del resto, basta uno sguardo al National Geographic e si vedrà che quasi nessuna specie animale se la spassa nel momento che mette al mondo una progenie.

Ora su, non chiamatemi i servizi sociali, che qui in Svezia è un attimo. Siamo molto felici della nostra scimmietta. Non lo scrivo perché sono una tipa ruvida, anche se non sembra, noi qui ci abbiamo la tenerezza brusca. Non ve le racconto nemmeno certe scenette epocali tipo la proposta di matrimonio o quando ho scoperto di essere incinta. Roba che difficilmente vedrete al cinema, ecco. E non è che lo facciamo apposta, infatti non ricaviamo un piacere perverso nel raccontare agli altri quanto poco siamo romantici, è che questo siamo, eppure là fuori c'è un mondo che vive di altri paradigmi e ce li applica addosso e quando vede che qualcosa non torna ci resta male. Noi no, siamo piuttosto tolleranti. Invece non avete idea di quante volte ho dovuto rispondere alla domanda "ma perché non porti l'anello?"

Ah, a tal proposito è un po' che avevo in mente di raccontare il mio ventesimo compleanno, quando con il mio allora Fidanzato andammo a Firenze, e attraversammo Ponte Vecchio come faccio sempre io, in mezzo, fendendo la folla, e una volta dall'altra parte lui mi chiese stupito come mai non avessi voluto guardar le vetrine delle oreficerie ed io delicatamente gli dissi che i gioielli mi fanno schifo e lui poveretto aveva in tasca il primo e ultimo pacchettino che mi avrebbe mai regalato. Bei momenti. Poi andò alla grande, e i successivi regali di compleanno furono cose tipo i pantaloni da ciclista o un sacco da boxe. Sua madre invece, suocera degna di questo nome, non se ne faceva una ragione (ci provò anche con qualche monile di famiglia) e sentenziò: ma quando ti sposi almeno la fede dovrai, ci si abituano gli uomini, perché non tu? E invece, toh.

Insomma siamo gente un po' così, ed è molto probabile che altri assieme a noi starebbero proprio male, o litigherebbero molto di più. E noi litighiamo eh, anche se al mio svedese neutrale viene il maldistomaco ogni volta che io sbrocco e questo mi ha decisamente motivato a contenere le mie reazioni da scuola dell'arte drammatica. Però non è un caso che la prima parola di italiano che ha imparato sia stronzo. Per inciso, lo sapete che Colin Firth ha una moglie italiana e che pure la sua parola italiana preferita è stronzo? tutto torna. 

E ci si vuole bene uguale, pure così ruvidi e stronzi come siamo, e la piccola, oh, che vi devo dire, è un' adorabile vichinga con la personalità mediterranea, un mix di quelli esplosivi alla si salvi chi può, ma se riesco a non farmi smontare da lei un pezzo alla volta e a consegnarla all'età adulta, son quasi sicura che sarà un donnino notevole. Ecco, non sapete cosa darei per conoscerla già.

sabato 10 ottobre 2015

fatti aiutare di più/2

Il dolore non se ne va, nonostante il tutore. Il breve miglioramento era solo dovuto alla presenza prolungata della suocera, che mi sollevava dalle operazioni più dannose. E si ricomincia il giro: magari passa - aspetta ancora un po' - magari domani chiamo - ma che mai mi potranno dire di  diverso?- che mi possono dare? - ad libitum. Tanto alla fine lo sappiamo bene che passerà solo quando smetterò di sforzarlo. Ossia quando mia figlia diventerà semovente e autopulente.

Pause all'orizzonte però non se ne vedono. Al momento la mia condizione di mamma disoccupata è molto limitante. Per l'ufficio disoccupazione non posso figurare come "jobseeker" perché non potrei mai accettare di cominciare a lavorare l'indomani. Questo perché a Danne occorrerebbero due mesi di anticipo per fissare il congedo parentale per darmi il cambio a casa. Non posso cominciare l'università nemmeno a questo giro perché il semestre comincia a gennaio ma Kiki non avrà diritto all'asilo prima di febbraio, quando compie un anno. In Svezia non esiste modo di portare i bambini al nido prima del compimento dei 12 mesi. Non è proprio consentito. Non è questione di nidi pubblici o privati, è uguale. La stessa cosa avviene se per esempio prendete un part-time diciamo all'80%: per quel 20% in cui non lavorate il bambino sta a casa con voi, non può andare all'asilo.  Non solo: se si è disoccupate (forse in Italia diremmo casalinghe, chissà) si ha diritto solo a mandare i figli all'asilo dal martedì al giovedì. Idem per il figlio maggiore nel caso siate in congedo parentale per il minore.

E si diceva di chiedere aiuto. Gretel, la mia amica olandese, non si è accontentata delle mie vaghe risposte alle regolari offerte di aiuto di lei e delle altre del bookclub. Mi ha costretta a fissare un giorno in cui lei potesse venire a trovarmi - lei che ha una vita così cool, che è così giovane, che fa un sacco di attività, volontariato, università e due lavori part-time, sport e viaggi esotici e deve sicuramente vedermi come una povera sfigata. Ed è venuta armata di dolcetti alla cannella e di un sacco di determinazione, si è sostituita con grazia a me in tutte quelle operazioni che avrebbero sforzato il mio polso, senza che avessi bisogno di dirle niente. E poi già che c'era si è anche adoperata a perché facessi una domanda di lavoro, donando una sferzata di autostima a me che non ricordo più nemmeno se ne ho mai avuta una e com'era alzarsi la mattina e sentirsi qualcuno.

Infine lunedì, dopo troppe volte che davo loro buca causa dolore e difficoltà varie, il mio bookclub si trasferisce a casa mia. Porteranno pure tutto l'occorrente per una fika leggendaria e non mi permetteranno di fare nulla, hanno stabilito. Ed io mi chiedo commossa come mai farò a sdebitarmi con loro, se nemmeno ho mai concesso loro troppo a cuor leggero il ruolo di mia rete di salvataggio. Come mai sono diventata così, quando è successo?

Dunque con una certa tristezza penso a Crudelia che se è andata da questo gruppo perché al confronto loro e delle loro vite così piene di successi si sentiva una sfigata - non a caso, mi concederete, con me è rimasta in contatto, invece - e non sopportava più di sottoporsi a questo impietoso confronto, di certe conversazioni in cui tutti hanno qualcosa di fantastico da raccontare e tu solo i tuoi insuccessi. Ha pensato di risparmiarsi un dolore, e io l'ho capita e la capisco, perché era lo stesso mio. E invece ha solo perso delle amiche che l'avrebbero aiutata in ogni modo possibile. Ed io stavo per fare esattamente la stessa cosa.

sabato 3 ottobre 2015

fatti aiutare di più

Allora, con ordine.
Per prima cosa sono uscita una sera da sola senza bimba né marito per andare al compleanno di un'amica olandese, la quale compiva solo 30 anni mannaggia a lei e si lamentava che si sente vecchia. Il marito al compleanno era invitato ma l'ho lasciato a casa apposta perché oggettivamente avevo bisogno di una pausa - ed è stata una gran cosa mettermi un vestito e persino i tacchi e togliermi la soddisfazione per una volta di uscire con una borsetta invece che il solito borsone stipato di cambi, biberon e vario ambaradan bambinesco. Ovviamente, dopo aver mangiato una quantità preoccupante di dolcetti olandesi (l'ingrediente segreto è il burro. Tanto, tanto burro) e aver bevuto una infima quantità di vino bianco che però mi ha steso, ho preso barcollando il tram di mezzanotte come Cenerentola. Perché nonostante avessi la serata libera, la belvetta alle sei sarebbe stata in piedi comunque e io non me lo posso permettere di scendere sotto le 5 ore di sonno visto che immagino ci vorranno ancora degli anni prima che io possa recuperare.

Poi sono arrivati in città i suoceri che hanno pernottato per il weekend dai cognati ed io ho compiuto gli anni. C'è stata una torta al frutto della passione, dei fiori e dei regali - un training watch, un buono per un giorno alla spa, e delle magliette fichissime (per me che da troppo tempo mi vesto solo da H&M). Compiere ben 5 anni più della mia amica che si sente vecchia non è stato proprio piacevole ma abbiamo fatto il possibile per non pensarci.

Dal lunedì la suocera si è stabilita da noi, sollevandomi da tutti i lavori pesanti e pure da quelli solo noiosi, e permettendomi di prenotare una bella lista di appuntamenti medici e ludici. Uno di tali appuntamenti era il fisioterapista del post precedente: ne sono uscita in dieci minuti netti con il mio tutore al polso sinistro e la raccomandazione di sforzarlo il meno possibile. Il trucco è usare due mani per ogni oggetto che afferri, mi ha detto (per cambiare la scimmietta ne occorrerebbero minimo sei quindi) e poi - rullo di tamburi - fatti aiutare di più!

Adesso la suocera è tornata a casa, dunque ho usato per il momento tutti i buoni aiuto a disposizione. Mia madre doveva venire tra due settimane ma ci si è messa di mezzo la sfiga - e la mia cara nonna - e dunque non credo sarà possibile (but more on this later on). Del resto tra gli appunti ludici cui la presenza di mia suocera mi ha permesso di presentarmi senza Kiki, sono stata letteralmente sommersa da offerte di aiuto, senza che io avessi chiesto nulla (probabilmente il tutore era abbastanza eloquente). E mi rendo conto che a volte è più un nostro limite questo di non chiedere aiuto, e forse nemmeno di accettarlo troppo a cuor leggero. Avere figli lontano dalle proprie famiglie è possibile, non ci piove, ma è pesante e talvolta ci si sente un tantino sopraffatti. È però una condizione sempre più frequente nel mondo e dunque è solo naturale che ci abituiamo ad altre forme di solidarietà ed altre reti di salvataggio.



venerdì 25 settembre 2015

And the dreams that you dare to dream really do come true

Brutte brutte giornate, una in fila all'altra.  Ma brutte in quel modo così scemo e comune e noioso che ti chiedi se davvero valga la pena di scriverne.  E ti rispondi di no. Solo che poi è peggio, e almeno così ti sfoghi.

E insomma, ci sono i vaccini, ci sono le febbri, ci sono i denti e quando queste cose si quietano c'è comunque il contorno di bambina esagitata. E c'è anche e soprattutto un polso ormai completamente fuori uso, che da luglio è solo ed inesorabilmente peggiorato. Ormai mi sveglio la mattina e urlo di dolore. Poi muovendolo un po' si scalda l'articolazione e fa meno male. Finché non mi trovo a dover sollevare Kiki dal pavimento, oppure a cambiarla, oppure a sollevarla dentro e fuori dal suo seggiolone, dentro e fuori dal marsupio, dentro e fuori dal passeggino... e allora urlo di dolore di nuovo. Va da sé che la cosa avvenga frequentemente. E lei mi guarda e ride e talvolta questo mi fa molto ridere, talvolta meno.

Ad agosto ero andata dal medico. Ovviamente non me lo hanno fatto vedere un medico, in Svezia gente con una laurea solo in caso di morte, per tutto il resto c'è la sotto-infermiera. Che da copione mi ha detto di usare voltaren e ibuprofene, come avrebbe potuto fare chiunque, e come difatti io già stavo facendo. Qui si paga circa 10€ ogni volta che si va dal medico di base (anche in Germania era così), quindi questo bel consiglio inutile l'ho anche pagato.

Ovviamente non ha funzionato e io col cavolo che ho avuto voglia di tornare lì. Ho sperato passasse da sé, che poi è il mio approccio idiota a tutto. Poi la pediatra casualmente mi ha consigliato invece di andare direttamente dal fisioterapista del servizio sanitario, perché non serve ricetta. Il primo giorno utile in cui avevano il drop-in mi sono presentata all'ambulatorio.

Il tizio alla reception mi dice che per il polso non si va dal fisioterapista! Per il mio problema serve  lo "arbetsterapeut" (terapista occupazionale) e per quello non c'è il drop-in, né oggi né mai. Per quello si deve prenotare! Io che avevo passato le ultime ventiquattro ore con il miraggio di questa visita alzo gli occhi al cielo e sospiro (very dramatic, very italian) e mi preparo mentalmente ad un'attesa di 7 giorni, come sta scritto sulla loro pagina. E invece lui sentenzia: primo appuntamento possibile 7 ottobre.

A quel punto  sulla scala del pathos sono ormai quasi al livello America Latina e, sull'orlo delle lacrime, mi lancio in una inutile richiesta di pietà indicando la pupa seduta nel passeggino con aria angelica. Ma non c'è nulla da fare.

Il giorno dopo chiamo un ambulatorio privato. Le telefonate agli uffici in Svezia sono un'esperienza raso follia. Non esistono numeri diretti verso nessuno che stia "al pubblico". Si deve passare sempre e comunque attraverso un sistema di scelte multiple, lasciare messaggi vocali, premere coi tasti il proprio numero di codice fiscale e di telefono, un labirinto. Alla fine una voce metallica ti dice: ti chiameremo il tal giorno alla tale ora. E tu ti metti in attesa tipo centometrista al via. All'ora stabilita metti la pupa urlante nel lettino (in prigione ferma un giro) e chiudi la porta perché se no col cavolo che puoi decifrare quello che ti dicono in una lingua che ancora capisci troppo poco.

Al tipo che mi chiama descrivo i miei problemi, e la prima cosa che mi sento dire è che mi serve un fisioterapista non un arbetsterapeut. 
Senta, dico io (calm but annoyed, very Swedish)  a me hanno detto altrove che mi serve un arbetsterapeut ma lei mi prenoti pure un appuntamento con chi le pare basta che qualcuno dia un'occhiata a questo polso che, ripeto, fa malissimo ogni volta che faccio pressione e torsione e guardunpo' è proprio quel che faccio mille volte al dì per prendermi cura dell'infante.
E lui: uhm, sì, ok ti serve un arbetsterapeut. (Ah, vedi)
Appuntamento il 6 ottobre!

Un solo patetico giorno prima. Ma ho prenotato pure quello, senza, per ora, disdire l'altro. À la guerre comme à la guerre! Oggi mi telefona un "numero segreto" come sempre nel caso di uffici pubblici.  Quando qualcuno inizia una telefonata in svedese con me, per quanto bene egli od ella parli, io non capisco mai il nome. Mai. Credo sia il mio cervello che va in shock momentaneamente. La telefonata nella mia testa suona più o meno così:

Voce Squillante Femminile: Salve! sono umphmwmw di mwmwmwmwumph!
Pausa. L'interlocutore sta attendendo che dica qualcosa.
Io: Ehm...Salve?
VSF: Vedo qui che hai prenotato una visita con me il 6 ottobre
Io: (ripetendo lentamente così mentalmente mi assicuro di quale ambulatorio si tratta perché non ne ho idea): il 6 ottobre...
VSF: Esatto! il 6 ottobre! C'è solo un piccolo problema, bisogna spostarlo, questo appuntamento!

Si vede che sto diventando svedese perché non ho tirato giù nemmeno una madonna.
Le ho solo detto che se lo voleva spostare a dopo il sei potevano pure andare affanculo evitare perché il dolore non fa che aumentare e io a dopo il sei ottobre dubito di arrivarci sana di mente.

E come per magia, ecco che appare un appuntamento libero il 30 settembre.
Tanto non ci vorrà molto, dice lei.
Esticazzi, dico io.


giovedì 10 settembre 2015

oh I get by with a little help from my friends

Ultimamente non ci sto tanto con la testa, è evidente. Per ben due volte ho cancellato dei miei post per puro sbaglio - no, non è in atto una strana specie d'autocensura, è pura e semplice coglionaggine. Mi sono recata nel bar sbagliato all'ultimo incontro del mio bookclub, e me ne sono accorta solo dopo aver ordinato. Il maglione che sto facendo all'uncinetto è ormai una specie di Frankenstein di magagne. Continuo, ripetendomi si può fare! solo perché in effetti questa mia fissa perché tutto sia perfetto e se non è perfetto lo butto deve finire. Però sarebbe anche carino mettercela la testa, ogni tanto. Spesso esco senza qualche pezzo vitale della baby bag e sono costretta a rientri precipitosi; una volta avevo il biberon senza l'anello di gomma sul fondo. Immaginate la doccia di latte? Ci metto tipo tre settimane per rispondere alle mail, anche perché se ho il telefono in mano ho inevitabilmente una bambina di nove chili appesa al braccio nel tentativo di afferrarlo. Per la stessa ragione il cellulare giace per lo più dimenticato scarico da qualche parte. Quando sono ai fornelli sono un pericolo pubblico e le piante di casa si stanno suicidando in massa - a parte un cactus mutante sul quale mi interrogo.

L'intervento di mio marito in merito è stato comprare un Roomba. Esattamente. La pupa ormai vive sul pavimento per cui l'alternativa era rivestirla interamente di swiffer e prepararci a vederla sputare una palla di pelo di tanto in tanto. Il robot a parte spaventare i gatti ha anche questo grande merito: prima di metterlo in funzione sei costretta a raccogliere il mare di giocattoli da terra per cui l'entropia si contiene. Che era proprio il mio problema maggiore, infatti, l'entropia. Non la tendinite cronica, non il rincoglionimento, non l'inseguimento costante di una bestiolina selvatica che striscia sui gomiti ridendo come una pazza nel tentativo di raggiungere la cazzo di ciotola del gatto mentre tu cerchi invano di allacciarle il pannolone, no. Poi è arrivato un weekend, lui ha toccato con mano la situazione ed ecco che ha proposto di "regalarmi" una settimana di suoceri in missione umanitaria, in concomitanza col mio compleanno, tra qualche giorno. La suocera aveva anche proposto che mi trasferissi per un po' da lei con Kiki mentre Danne rimaneva in città. Lui ha dato per scontato che mi sarei rifiutata, invece io un pensierino serio ce l'ho fatto. Questo la dice lunga sul mio stato attuale (e anche su mia suocera che, bisogna dirlo, ce ne fossero).

Una buona ragione per non farlo è però anche l'unica cosa positiva di questi giorni: ho rivisto il numero 50 sulla bilancia! E ho corso 5 km in mezz'ora, che da queste parti è un risultatone quindi siate magnanimi e non perculate. Peraltro, ho scoperto solo ora quella che credo sia la tendenza dell'anno, qui in città: le palestre hanno istruttori di corsa coi quali si fa lezione al parco. Dunque li si incrocia un po' ovunque, questi gruppetti di gente che segue uno con la divisa di questa o quella palestra. Dei gran fighi, di solito paiono usciti da un catalogo Hilfiger, con in più il talento motivazionale all'americana, molto biggest loser. Chissà se correrei meglio, con quel tifo. Sarebbe da provare come alternativa alla mia immancabile voce interiore, quella che dice cose tipo non ce la farai mai. E così ho pensato che a me servirebbe proprio nella vita, un personal life coach, uno che mi segue ovunque e mi dice che ce la posso fare. Ce la posso fare.

martedì 25 agosto 2015

lo sai che i papaveri

Che siete basse lo avete sempre saputo. Eravate basse anche nel vostro paese di origine, del resto. Solo che vi sentivate comunque in buona compagnia. Anzi,ad essere oneste, era quella tra le vostre amiche che era più alta delle altre a sentirsi strana. E a lamentarsi della taglia di scarpe che non si trova e del fatto di non potersi mettere i tacchi quando usciva col fidanzato. Voi, no, non vi sentivate strane. Basse di sicuro, ma strane no.

Veleggiavate felici sopra a tacchi vertiginosi dalle sette del mattino fino a tarda sera e che andassero di moda o meno le ballerine non avrebbero mai trovato posto nel vostro guardaroba. Coi tacchi ci avreste pure corso la maratona. Facevate parte di un mondo nel quale la bassezza era endemica, una condizione comune a tanti, e sebbene non ne foste felici non ve ne facevate mica un cruccio quotidiano.

Poi avete avuto la bella pensata di emigrare in Germania, dove avete cominciato a passare il tempo con svedesi, uomini e donne,  regolarmente sopra il metro e ottanta. Voi non ci facevate mica caso: gli alti esistono anche in Italia, e ne avete sempre frequentati. Ma agli occhi degli autoctoni l'accoppiata risultava così esilarante che qualcuno che doveva fare la battutina scema lo trovavate sempre.

Quando i vostri suoceri hanno sentito parlare di voi per la prima volta, tra le prime domande che hanno fatto c'era: ma quanto è alta? più o meno dell'altra nuora, quella di origini persiane, nonché allora metro ufficiale di esotismo e bassezza?

Una vostra conoscente vi ha chiesto con aria serissima, preoccupata quasi,  come vi sentivate all'idea che vostra figlia sarebbe certamente stata più alta di voi già alle elementari. Del resto, grazie alla cognata tedesca avete già una nipotina con la quale tra pochissimo potreste scambiarvi le scarpe. Ma vuoi mettere la soddisfazione di poter fare acquisti direttamente nel reparto bambino?

Försiktig di Ikea
Quando andate in visita dai suoceri non riuscite a vedervi allo specchio in nessuno dei bagni di casa. Avete poi scoperto con orrore che nelle case che hanno ancora i sanitari vecchi di qualche decennio (tipo la vostra, bien sur) persino il WC è qualche cm più alto che nel resto d'Europa. Così all'indomani del trasloco siete corse a comprarvi il panchetto Försiktig. Ben prima di avere figli in arrivo, ma siete felici di aver poi trovato un alibi e non doverlo nascondere alla vista degli ospiti. Pure il piano di lavoro in cucina è qualche cm più alto che in Italia. Avete uno sgabello in ogni stanza della casa, in pratica.

E ora vi chiedete: ma in un paese così politically correct che di recente si è pure parlato di vendere cerotti che replichino varie tonalità di pelle, per venire incontro alla diversità etnica, in un paese dove vivaddio hanno sdoganato pure i microshorts sopra al quintale di peso e nessuno dico nessuno alza manco un sopracciglio, ecco, in un paese che si dice così attento alle discriminazioni, come cavolo è possibile che invece sulle tappette si possa sparare a zero? Eh?

Non è un paese per bassi.

mercoledì 19 agosto 2015

To sit here with you and talk about nothing Is breaking my heart

Da anni ogni volta che torno in visita dai miei mi dedico al decluttering. Sono partita dai vestiti, poi sono passata ai libri, a questo giro era il turno di quel che in inglese chiamerei "keepsake". I ricordi, foto, diari, ritagli, vecchi quaderni di scuola, peluche, cornici etc. Capite bene perché avessi lasciato questo settore per ultimo: era decisamente il più insidioso e istintivamente avrei voluto non doverlo fare.

Ho ritrovato quindi la scatola nella quale per un decennio buono ho accumulato la mia corrispondenza. Ebbene sì, nonostante sia nata abbondantemente dopo la seconda guerra mondiale, c'è stato tutto un lungo periodo della mia vita in cui io scrivevo lettere. A tonnellate. Carta penna e francobollo. Adesso mi pare impossibile ma un anno mi feci pure regalare per il compleanno un foglio di francobolli. Ogni mia vacanza inglese finiva con una buona lista di indirizzi di località sparse per l'Europa. E un pacchetto di foto, quelle che si facevano allora, coi rullini, per cui fino a che non le sviluppavi non potevi saperlo come erano venute. Ed erano sempre venute di merda. E ora pure quelle stanno lì, in un'altra scatola, con le facce di tutte quelle persone incontrate così, in una manciata di giorni e con quei luoghi tanto iconici sullo sfondo. Stonehenge. I leoni di Trafalgar Square. Il Royal Mile. La cattedrale di Winchester. La spiaggia di Hastings. In barca a fare punting sul Cam. Mi fa impressione constatare che c'era più intimità in quelle lettere scritte a mano di quanta non ne abbia mai condiviso dopo, quando alcune di quelle corrispondenze sono diventate email e alcune di quelle facce sono poi comparse su Facebook. E sono ancora lì, solo che pare non abbiamo più tanto da dirci. 

In ordine sparso. C'era B. che era un ingegnere di Belgrado, e solo pochi mesi dopo averlo conosciuto cominciammo a bombardare casa sua, con aerei che partivano anche da casa mia, e lui mi scriveva pure dal fronte, perché a ventidue anni ovviamente fu tra quelli che vennero subito mandati a combattere. Ed io pregavo che non morisse. Non morì. C'era G., con la quale dividevo la camera, che studiava giornalismo e faceva la stagista per una tv locale andando in giro in elicottero. C'erano J. e W., due ragazzi olandesi carini che più carini non si può. C'erano Mignon e Mimi, dalla Svizzera tedesca: la corrispondenza con Mimi da sola era almeno la metà del totale. Lettere piene di mi manchi, di riferimenti a battute che a suo tempo ci avevano fatto ridere tantissimo - che tenerezza rivederle lì sulla carta, e ricordarsi di quelle risate. C'era M., dal Giappone, che poi venne a trovarmi in Italia con un valigione immenso che conteneva pure un kimono da farmi provare - ho la foto di me e lei in kimono, nel soggiorno dei miei. C'era P., il mio insegnante di inglese di cui ero innamorata persa, che scrisse nella "pagella finale": è un'alunna meravigliosa ma deve credere di più in se stessa - sono passati vent'anni, cazzo, e non ho mica imparato un tubo. C'erano poi A&D, la coppia di adorabili pensionati che mi ospitò un'estate e che mi mandavano bellissime cartoline di auguri, parole piene di affetto, regalini che stessero in una busta, e per i quali ricamai due cigni azzurri a punto croce. Mi ha colpito leggere la frase: ho scelto questo biglietto sapendo che ti sarebbe piaciuto. Era così vero, era proprio una cosa da me, e una signora sessantenne inglese, della quale oggi non so nulla, lo sapeva. 

Del resto ci mettevo così tanto di me in quelle righe, in quella carta da lettere scelta con cura, comprata con gioia - ora non saprei manco dove andarla a comprare, la carta da lettere. Forse è per questo che ho un blog? Per tornare ad avere un posto dove rovesciare quel che ho dentro? Sono sempre stata un po' ottocentesca dentro, del resto. Quel che non mi pare di aver più è quella spinta verso gli altri, quel modo di aprirmi e d'esser pronta a imbastire un'altra bellissima amicizia con qualcuno conosciuto su un treno, per dire. Forse era anche una cosa generazionale: Prima dell'alba era il mio film preferito, mi rappresentava.  Il seguito, pure.  Non a caso.

Non so se sono diventata più introversa con l'età o se è stata questa vita da expat a cambiarmi. Ero ancora così quando partii per la Germania. Proprio sul primo aereo che presi conobbi due ragazze: A., algerina emigrata in Germania e fidanzata a un italiano, e K., una tedesca in Erasmus. Con K. ci vedevamo ogni tanto per un caffè nella zona dell'università, a volte veniva pure una sua amica svizzera che studiava glottologia e mi parlava dei dialetti sardi (non è pazzesco?). Con A. ci siamo scritte a lungo- i genitori del ragazzo italiano non la volevano in casa e alla fine si sono lasciati - abbiamo parlato di Islam, di gap culturali, di sesso e di corano. Nemmeno lei so che fine abbia fatto. Di lei non mi restano nemmeno le parole, perché appunto erano già diventate virtuali, e darei chissà cosa per ritrovarle. Ma forse vorrei ritrovare anche un po' di quella me stessa. 

Alla fine ho tolto davvero poco di quella scatola. L'ho infilata in fondo in fondo al mio armadio, dietro ai cappotti che non metto mai.