Pagine

venerdì 24 aprile 2015

sono capitato sopra un prato dove mi son domandato "Dove sono capitato?"

Questa settimana ho cominciato il corso di massaggio infantile organizzato dalle solite fatine del solito ambulatorio pediatrico. Non sapevo bene cosa aspettarmi. Ci avevano detto solo di portare da casa un cuscino e una coperta.

All'ambulatorio avevano preparato una stanza in penombra, con le candele accese, la musica pling plong e i tappeti in cerchio, ognuno col nome del bambino sopra. Mi pareva di esser tornata al corso di yoga che feci temporibus, in pieno burn-out, nel paesello tristo della campagna tedesca assieme ad un branco di casalinghe. Non capivo quasi niente e sospetto facessi loro un po' pena, eppure non ci fossero state la mia vita sarebbe stata molto peggio.

L'atmosfera era quella anche perché il massaggio infantile come pratica attinge molto dallo yoga oltre che dalla riflessologia e dal massaggio svedese. Pare possa aiutare con le coliche gassose, e dicono abbia una serie di altri benefici. Presto per dirlo, al momento mi pare soprattutto un modo per coccolarsi un po' e cercare di rilassarsi un tantino. Cosa di cui le mamme mi pare abbiano bisogno in generale proprio.

Solo che figurati se non trasformiamo pure il massaggio rilassante come scusa per stressarci pure di più. E infatti l'istruttrice pare essere consapevole del circolo vizioso (sono socio, so-cio*) per cui si va lì nella stanza ovattata in preda all'ansia che il pargolo si mostri in tutto il suo capriccioso splendore con urli e strepiti mostrando al mondo la vasta portata della vostra madredemmerditudine - al che vi diranno che è perché sente che voi siete tese. Ad libitum.. In questo caso, ci ha detto subito l'istruttrice, tanto vale lasciar perdere il massaggio, venite e bevetevi un caffà con noi, piuttosto.

Mi è parso un ottimo inizio - io temevo tantissimo il ritorno della scimmietta urlatrice, perlappunto, e ci avrei scommesso quello che volevate che sarebbe stata una tragedia. Inoltre, la pupa aveva visto bene di tenermi sveglia tutta la notte, e dunque c'era un rischio serio che nella stanza buia e con la musica pling plong sarei crollata addormentata tempo zero.

E invece. Beh, eravamo in cinque, di cui una con due gemelli, e nel giro di qualche minuto piangevano tutti a pieni polmoni. Tranne Kiki che li guardava perplessa con la faccia da "ma chi sono questi selvaggi?". Come al solito, fuori casa lei fa la piccola lady e nessuno immagina la devastazione di cui è capace in privato. Tipo il bambino di fuoco degli Incredibles. Anche se è molto migliorata da quando siamo passati al latte speciale. Sembra latte ma non è, serve a darti l'allegria!

Inoltre, mentre Kiki si addormentava mostrando zero interesse per il massaggio (anzi se la pianti di pastrugnarmi dormirei anche meglio, pareva dirmi) tutto intorno a lei partiva un coro di scoregge che hai voglia le candele e l'atmosfera e l'ayurveda. Ecco un'altra cosa cui il latte speciale ha posto fine. Fiù.

Infine l'immancabile Fika: tutte intorno al tavolo coi bambini in braccio, a mangiare kanelbullar e bere caffè (ma che ve lo dico a fare), tranne una: io. Kiki in braccio a me non ci vuol mai stare e anche a casa dopo due secondi si divincola come un anguilla (ma è sicura che sia sua figlia? ehm) e insomma mi ha fatto capire che avrebbe preferito essere lasciata in pace nel trasportino. Ero l'unica che beveva e mangiava con due mani, e bon, ce ne siamo fatte una ragione. Quella con due gemelli era molto zen (o forse è solo scandinava) ed io l'ho davvero ammirata, accidenti che tempra che ci vuole. Respect.

Ci hanno dato anche tutto il materiale per continuare a casa. Olio ecologico rigorosamente non-profumato (ma c'è anche in italia questa fobia per i profumi?) e due pagine plastificate con le istruzioni. Oh, io ci ho provato eh, ma Kiki per ora proprio non mi si fila di pezza. Però sono rilassata. Ma per davvero eh!



*Elio e le Storie Tese

giovedì 23 aprile 2015

23 aprile

Il mio primo libro è stato Il giornalino di Gian Burrasca. Era l'estate tra la terza e la quarta elementare - tardi, tutto sommato. Eppure la mia carriera di lettrice ci avrebbe messo ancora un anno a partire sul serio. Fu con Speciale Violante di Bianca Pitzorno che leggere divenne un bisogno quasi fisico. Faceva parte di una collana Mondadori, si chiamava "Gaia Junior" e per comprarli spendevo tutti i miei soldi - costavano un botto. Li allineavo poi sulla mia mensola, quella strappata coi denti facendo posto tra i libri dei miei. A casa mia librerie e mensole coi libri stavano ovunque, pure in garage, in pratica ogni cm di muro veniva usato e, quando son finiti, i miei hanno semplicemente comprato un'altra casa. Per dire.
Ogni volta che avevo i soldi per comprarne uno nuovo passavo ore ed ore in libreria per sceglierlo, e la scelta era sempre un'agonia. Poi lo leggevo tipo in due giorni, volando tra le righe, come fosse un sacchetto di dolci - io pure coi dolci non avevo misura. Ero una binge-reader, già allora. Poi, quando il libro era finito mi spiaceva tantissimo. E allora lo rileggevo. Quei libri li sapevo a memoria alla fine. E per anni ho avuto questa abitudine: ogni sera prima di andare a letto. quando non avevo un libro iniziato, ne sceglievo uno dalla mia mensola, lo aprivo ad una pagina a caso e ripartivo a leggere da lì.
Ovviamente non mi servivano tanti soldi per leggere, con una casa piena di libri, ed ho letto tantissimi classici che trovavo in giro. Inoltre feci allora la mia prima tessera della biblioteca. La biblioteca dei Ragazzi del mio paese era una stanzuccia piantonata da un obiettore di coscienza che aveva l'aria di annoiarsi a morte, ma meglio di niente.
La Pitzorno è stata in assoluto la voce narrante della mia pre-adolescenza. Avendola scoperta tardi, lessi allora persino i suoi libri pensati per i più piccoli. Mi è tornato in mente questo ricordo vivissimo: un sabato d'inverno della mia prima media ero riuscita a procurarmi La bambina col falcone. Pioveva ed era uno dei primi giorni di freddo ed io pensai tornando a casa da scuola: che bello, oggi mi metto in poltrona e lo leggo! (Mi ricordo persino che maglione avevo, accoccolata nella poltrona).
Li ho amati tutti i suoi libri, ma Speciale Violante fu qualcosa di diverso: mi fece cominciare a scrivere. Avrei dato chissà cosa per essere una delle protagoniste, entrare proprio dentro al libro. Purtroppo  la mia vita si ostinava a svolgersi pigramente nel mio minuscolo e noiosissimo paesello, e dunque l'unico modo per averne un'altra era scriverla. Di recente mi sono accorta che ho smesso di scrivere racconti quando me ne sono andata di casa e mi son trasferita in Germania. Non avevo più bisogno di inventarmi niente.
Di leggere invece non ho smesso - ho smesso solo di allineare i libri. Ho sempre questo bisogno di tenermi leggera e sa il cielo che gran rogna sia traslocare casse e casse di libri. I libri che avevo accumulato in Germania li ho regalati quasi tutti, ricordandomi quel che mi disse un amico all'università: i libri devono girare! Lui era di quelli che li lasciava sulle panchine. In un hotel in Spagna c'era uno scaffale da cui i turisti potevano attingere lasciando a fine vacanza i libri che non volevano portarsi dietro: lessi tantissimo in quella vacanza! Trasferendomi ho poi riscoperto il piacere della biblioteca (in Germania mi era pressoché preclusa per ragioni linguistiche). Per tutto il resto c'è il kindle: un clic e in due secondi qualsiasi libro che voglio, nella lingua che voglio, è con me, nello spazio di pochi cm e pochi grammi. Il mio scaffale è virtuale ed è sempre con me.
Oggi è stato il grande giorno di #ioleggoperché. Peccato non essere in Italia e poter partecipare un po' di più. Ad ogni modo, sono stata al mio bookclub ieri e oggi in biblioteca con Kiki. Intorno a me erano davvero in tanti a leggere: bambini, teenagers, pensionati, genitori in congedo (le ore son quelle del lavoro). Fuori c'era pure un bel sole e tutta quella gente che sfogliava libri e se li portava sulla terrazza assieme ad una tazza di caffè mi è sembrata una cosa stupenda. C'è speranza per il mondo, Kiki! Le ho detto, sulla via di casa.










lunedì 20 aprile 2015

#ioleggoperché 10

Quando sono arrivata in città, non conoscevo nessuno. Le prime amicizie sono nate tramite un corso di svedese a pagamento, dove per magia si sono trovate nella stessa classe molte persone con età e storie simili. Per tutti noi la prioritÀ nemero uno era l'integrazione linguistica. A detta di chiunque ci abbia incontrato, è raro vedere persone imparare la lingua svedese con la velocità che noi abbiamo mostrato. Eppure, per quanto alto il livello di un corso, l'integrazione linguistica è altra cosa. E nella spasmodica ricerca di modi sempre nuovi e più efficaci di imparare la lingua, piantare le nostre nuove radici e uscire dalla bolla, ad una di noi, Anna-dai-capelli-rossi, venne in mente di fondare un bookclub.

I membri del nostro bookclub sono per lo più donne, ma c'è stato anche un uomo per un po'. Sono di varie età e nazionalità. Hanno in comune di amare la lettura e di considerarla il miglior mezzo per conoscere un paese. Perché il modo con cui le persone si esprimono e quello che raccontano sono pezzi fondamentali del puzzle. Per questa ragione, la prima ed unica regola del bookclub è che si legge solo letteratura svedese - senza aver nulla contro l'encomiabile opera dei traduttori, qualcosa si perde sempre per strada.
E se è vero che leggere è un fantastico modo per imparare una lingua, è vero anche il viceversa: imparare una lingua straniera in più ti rende accessibili nuovi percorsi letterari che magari altrimenti non avresti fatto, o ti sarebbero stati preclusi. Infatti non tuttu i libri vengono tradotti in tutte le lingue, e l'interesse italiano rispetto alla letteratura svedese pare al momento piuttosto limitato al popolarissimo filone giallo.

Il mio bookclub gioca ed ha giocato un ruolo centrale nella mia vita di qua. In un paese dove mi mancavano tutti i riferimenti, sociali e culturali, ha rappresentato un bellissimo modo per non sentirmi sola, e non dico solo in termini pratici, nel senso di aver qualcuno con cui andare a prendere un caffè. I nostri incontri settimanali sono qualcosa di più: leggere insieme, confrontarsi, cercare insieme la risposta alle domande che una pagina scritta può far sorgere. Senza questo ci avremmo messo molto ma molto di più a sentirci a casa.

Oggi, leggendo che l'ultima tornata del gioco di #ioleggoperché organizzato dalla 'povna avrebbe avuto come tema la lettura, ho pensato proprio a noi, alle fantastiche persone che ho conosciuto grazie all'amore per la lettura e ai mondi che mi si sono aperti, sia nella realtà che nella finzione. E ho pensato a "The Jane Austen Book Club". L'ho letto in inglese e dunque mi perdonerete se non ho potuto trovare la citazione in italiano. Non lo trovo un libro imperdibile, al massimo una lettura piacevole, ma vi si parla dei romanzi della Austen, che tanto hanno rappresentato per me (li ho letti circa un miolione di volte l'uno, in entrambe le lingue). Prima di leggere "The Jane Austen Book Club" non avevo mai sentito parlare di circoli di lettura e mi parve allora una idea meravigliosa. Perché ecco, ho sempre letto da sola da ragazzina, preferendo talvolta la compagnia dei libri a quella degli esseri umani, e solo da grande ho scoperto che la lettura non era necessariamente un modo per isolarsi dal mondo, bensì un modo per entrarci meglio dentro.

Ho scelto questo pezzo perché mi fa sorridere la reazione sconvolta che le donne del bookclub hanno quando scoprono che Grigg, l'unico uomo tra loro, non ha letto Orgoglio e Pregiudizio, il romanzo di Jane Austen forse più famoso e amato. Lui poi consiglierà alla protagonista la letteratura di fantascienza, da lei reputata di serie B, ma sulla quale si ricrederà. Mi fa sorridere e mi ricorda di tenere la mente e il cuore aperti, quando si tratta di libri. E mi pare stupenda l'idea della lettura come collante, come terreno di incontro e di comprensione, tra uomini e donne, giovani e vecchi, persone di lingue e nazionalità diverse.

Io leggo perché mi rende una persona migliore, sostanzialmente.

mercoledì 15 aprile 2015

please wake up and feel the love (the sinner is you)

I miei sono venuti a trovarmi. Per l'occasione ho affittato il piccolo appartamento degli ospiti che esiste nel mio complesso abitativo, a 500m da casa mia circa. Quindi la convivenza era limitata a circa 12 ore al giorno. Eppure non è stato facile lo stesso.

Era la prima volta che mio padre veniva a trovarmi in circa dieci anni di vita all'estero. Per un'intera settimana poi, un evento davvero insperato. Mia nonna era ben poco felice quando ha saputo che suo figlio si sarebbe assentato dal suo capezzale (figurato, mia nonna non è allettata, solo molto anziana) e difatti ha chiesto: ma devi proprio? Perché in fondo che bisogno c'era di lui? che gliene importa ad un uomo di un neonato? di certo io avrei al massimo avuto bisogno di mia madre.

Io non riuscivo certo a definire questa visita il risultato di un "bisogno". Se vivo lontana da nonni vari per tutto l'anno, non è una settimana a cambiarmi la vita, no? per me era più un'occasione per passare del tempo insieme, e sì, in questo senso mio padre doveva esserci, guarda un po'. Mia nonna intanto si è autoconvinta che questo imprescindibile viaggio di mio padre fosse in occasione del battesimo di Kiki - ha fatto tutto da sé. nessuno ha mai parlato di battesimi e Kiki non sarà battezzata. Si vede che altre ragioni per mio padre di incontrare sua nipote non ne vedeva.

lunedì 13 aprile 2015

nobody said it was easy

Non ho mai pensato che un giorno avrei corso il rischio di avere un mommy-blog. È che nella mia vita accade ben poco che non riguardi la scimmietta urlatrice. Non ho poi, peraltro, nemmeno la pretesa di dire niente di nuovo, ché lo so bene che ci sono passati tutti. E dunque, nelle poche volte che potrei avere pure tempo di scrivere e la voglia di narrare di questi giorni, finisce che mi sento pure noiosissima. Orbene, in futuro cercheremo di fare di meglio, a sto giro vi beccate la storia dell'allergia al latte vaccino

domenica 22 marzo 2015

#ioleggoperché (22 marzo)

Da tanto vorrei partecipare a questo bel gioco creato per #ioleggoperché, ma in pratica la sua creazione ha coinciso con l'arrivo di Kiki nella mia vita e la conseguente perdita di controllo su qualunque routine, schema, orario o priorità. Nel senso che è già un successone se riesco in capo ad una giornata a mettere insieme tre pasti una doccia e una spazzolata ai denti (ai capelli no, ci abbiamo rinunciato). Ma insomma, l'idea mi piaceva e ci tenevo prima o poi, prima dei diciottanni di mia figlia diciamo, a partecipare.
E il libro che cito è uno dei pochissimi che mi sono portata in giro per il mondo, mentre la maggior parte dei libri comprati prima dei 25 anni è rimasta per motivi logistici a casa dei miei in Italia. È un libro che ho molto amato, perché è bellissimo e perché sono un chimico, e quell'estate che mi martoriavo sulla scelta della facoltà universitaria, e non riuscivo a scegliere tra Lettere e Chimica - tra lo studio delle cose "chiare e distinte e verificabili" e il fascino della parola, della comunicazione, del racconto, di tutto quello che c'è di imponderabile nell'animo umano - un uomo che incontrai per caso mi disse "Nulla vieta che tu scriva lo stesso, Campana era un chimico, e pure Primo Levi". In realtà non ho mai smesso di rimuginare su quella scelta, che temo ancora sia stata un grandissimo errore, eppure è stata l'origine di tutto quello che di bello e importante è accaduto nella mia vita. Persino ieri notte ho visto bene di rotolarmi nell'insonnia (tra un pasto e l'altro della scimmietta) ponderando quest'annosa questione e ricavandone un poderoso malditesta. E forse è per questo che porto questo libricino con me attraverso i traslochi e le frontiere, anche se nel tempo i sentimenti con cui ho letto un racconto o un altro sono mutati. Ad ogni modo, il Sistema Periodico non è, come dice Primo Levi stesso nell'ultimo racconto (Carbonio) un trattato di chimica, ma un modo bellissimo e poetico con il quale un chimico ha potuto raccontare pezzi della sua vita e le storie che a quella vita si sono intrecciate. Attraverso un quarto di secolo, dagli anni degli studi universitari sotto le leggi raziali, passando per la guerra, la militanza partigiana ed il campo di concentramento, sempre guardando il mondo da dentro un laboratorio, ha raccontato, un elemento chimico alla volta, la sua storia ma anche la Storia, della quale è stato testimone drammatico. E per questo, dopotutto, penso che possa partecipare al tema di questa settimana.

martedì 17 marzo 2015

well I was right but what else to do other than your best


Everyone should have kids. They are the greatest joy in the world. But they are also terrorists. You'll realize this as soon as they're born, and they start using sleep deprivation to break you. (Ray Romano)

Ogni settimana vado all'ambulatorio pediatrico (barnavårdcentral) per un controllo. Incontriamo così Viktoria, l'infermiera che ci è stata assegnata. Il pediatra invece, inteso come medico, lo si incontra più di rado, ed oggi era la prima volta da quando io e Kiki siamo state dimesse dall'ospedale. È un po' come durante la gravidanza, quando la presenza dei ginecologi era molto limitata. Lo dico senza sapere se le cose stanno allo stesso modo in Italia, questa è l'unica esperienza che ho.