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martedì 29 luglio 2014

it's so clear now that you are all that I have

E niente, abbiamo ancora 28 gradi e sole.
Io ho una graziosa abbronzatura sul collo del piede, praticamente un tatuaggio che riproduce l'incrocio dei sandali. Me la sono fatta stando seduta a tavola su un balcone ombreggiato. No, così, per dire.

Ho finito col corso di svedese e attendo paziente mi comunichino se e quando potrò cominciare il successivo. Questo corso è stato abbastanza strambo. Quattro prove scritte ed una orale nel corso delle 10 settimane. Le prove scritte erano da fare a casa e mandare per email. Alla fine anche l'esame era da fare a casa e mandare via mail. Oggi mi hanno telefonato per dirmi il mio voto finale: dunque, hai preso A a 4 prove scritte e al testo dell'esame, e B alla prova orale. Sai come funziona il sistema di voti svedese? ehm...sì, cioè penso di sì, anche in italia alle medie avevamo A, B,C,D, E...Ecco perfetto, insomma tu hai 5 A ed una B quindi il tuo voto finale è determinato dal tuo voto più basso, quindi B. Mi spiace. Sono regole ferree e immutabili.
Mal il bello è che il sistema non dice solo che non si approssima per eccesso, quello al limite sarebbe ok. No no. Il sistema dice: conta il voto più basso. Ossia, se avessi avuto 5 A ed una E il mio voto finale sarebbe E. Ossia lo stesso che avrei avuto se non avessi fatto proprio niente, in pratica.
No, vabbè, ma bel sistema del ciufolo! Non che me ne importi, ma visto che ci tenete a dirlo, ecco al vostro posto eviterei questo tono patriottico almeno. Cioè io non me ne vanterei del sistema svedese, è in assoluto la cosa più idiota mai sentita.

E ora mi trovo qui, a non saper bene come riempire queste giornate. Avevo in mente di andare a parlar con quelli dell'università per vedere che cosa potevo fare di me. Avevo in mente di provare a studiare scienza dell'educazione e diventare insegnante ma mi è venuto il dubbio che io nella scuola svedese potrei seriamente mietere delle vittime. Oppure non reggere un minuto. L'alternativa era studiare qualcos'altro, qualcosa di complementare, qualcosa che magari avesse a che fare con l'economia, project management e altre buzzword che mancano al mio patetico CV. Non che sia entusiasta, però ecco, anche l'idea di non studiare e andare avanti con questa serie di risposte negative mortificanti mi pare poco allettante. In famiglia mi chiedono regolarmenteche cosa io stia facendo, se mi annoio, se sto bene, come va con la ricerca "Cosa ti hanno risposto da XXX? hai applicato lì? hai sentito là?" e non capisco come si faccia anon capire che è semplicemente mortificante per me dover rispondere. Allora, sperando di sviare la cosa su lidi di conversazione meno umilianti per me dico "sì, sì, in aggiunta mi stavo informando all'università, pensavo economia, o forse per l'insegnamento...". Ecco, in risposta il SILENZIO, conversazione finita, nessuna domanda follow-up. Nemmeno quella normale che mi fanno tutti gli altri, gli estranei, ossia "con quale professione in mente?". Credo sia una specie di psicologia inversa, per farmi desistere. Come se fossero terrorizzati che iscrivendomi all'uni io perda la motivazione a cercar lavoro...perché è solo per quello che non lo trovo, ovviamente, la motivazione.

Ma quello che maggiormente mi lascia nel dubbio è: come cerca lavoro una che è incinta? non che faccia tanta differenza per me, visto che tanto non è che mi chiamano mai per un colloquio, e immagino uno non sia tenuto a metterlo sul cv, ma insomma, come si fa? lo si dice, se non è ovvio? Qui le condizioni per i genitori sono buone e il congedo di paternità potrebbe prenderlo Danne se io trovassi subito lavoro, quindi in teoria una chance ci sarebbe...se non fosse che nessuno mi vuole a prescindere dalla presenza o meno di bebé in arrivo. Ora io devo mandare cv regolarmente per quietare quelli dell'ufficio disoccupazione, che non fanno nulla per me ma vogliono essere informati ogni mese di che cosa io abbia fatto nel frattempo. Quindi anche a costo di farle fittizie, delle application le devo mandare.
E niente, ci si sente un po' così. Un po' inutili, un po' incoscienti, un po' fatalisti, un po' incazzati.

lunedì 28 luglio 2014

like a band-aid

Questo post mi causa fatica e sollievo al tempo stesso, e so già che uscirà fuori un po' stropicciato e frettoloso, e che non ne sarò troppo soddisfatta, perché sono troppe le emozioni da tenere a bada mentre scrivo. Oggi ho fatto un test che per me era uno spartiacque immaginario, il momento in cui avrei finalmente potuto dire quello che con poche eccezioni mi tengo dentro da qualche mese. Per la precisione, da 12 settimane e due giorni. Sono incinta.

Ed essendo come sono, e restando vero tutto quel che ho sempre detto, scritto e sbandierato, non sono stati tre mesi di fuochi artificiali e coriandoli, come magari lo sono per tante, bensì sono stati infarciti di momenti di puro panico, settimane di insonnia, esclamazioni folli, paranoie al limite del record olimpico e varie ed eventuali. Ma le cose sono andate migliorando, ed oggi è stata sollevata la paura che mi aveva costretto ad essere più circospetta. Presto (tipo tra un paio d'ore) temo verrà sostituita da altre paure, come è ovvio. Per questo devo scrivere adesso, che sono appena rientrata dalla clinica ostetrica, se no rischio di non trovare mai il coraggio. E spero che dopo aver scritto qui, io lo trovi anche per fare annunci di persona, perché sono tante le persone cui avrei dovuto, potuto e voluto dirlo, e non l'ho ancora fatto per mille strambe ragioni.

Paradossalmente, ne sono venute a conoscenza persone a cui non sono molto legata, che conosco da poco e con le quali non mi verrebbe spontaneo confidarmi. Questo è quel che accade ad essere incinta in Svezia. Esci il venerdì sera, il cosiddetto giorno degli after-work party, con amiche e amici e ti tocca dire al barman "ma avete qualcosa di analcolico?". Al che ci manca poco che il dj fermi la musica, gli avventori restino col bicchiera a mezzaria e da un albero nelle vicinanze si libri in voli uno stormo di piccioni in un silenzio surreale. "Niente alcol? ma sei sicura?"
In Italia avrei senza fatica passato in rassegna la pagina "cocktail analcolici" senza destare nessun interesse, invece qui manco le mettono sul menú le alternative. E ti dicono: mah, abbiamo acqua minerale, succo di arancia oppure cocacola...E tu gli dici, vabbè dammi sta cocacola e sai già che TUTTI i tuoi amici che hanno assistito alla scena stanno pensando che sei incinta, perché non esiste altra ragione per non bere di venerdì sera. Con un sopracciglio alzato uno di loro ti dice "E così, niente alcol eh?" Per un attimo ho considerato di dire che avevo preso degli antidolorofici poco prima, ma mi sono sentita così idiota a mentire e soprattutto ero sicura che me lo avrebbero letto in faccia. E invece di rispondere ho fatto una smorfia come dire "eh già", e allora tutti hanno detto "Beh, congratulazioni allora!". E non c'è stato bisogno di dire proprio niente. Che poi era quel che mi serviva.

lunedì 21 luglio 2014

screw it! let's go to the beach!


A 15 min di bici da casa, circondata da un campeggio pieno di turisti tedeschi, ecco la nostra spiaggia, o almeno una delle possibili. Faceva caldissimo (28-30C), e l'acqua bassa era tiepida e limpida, pochi metri più in là probabilmente era già gelata, ma non mi interessava testare.

Sui prati la gente faceva barbeque ovviamente. (Io la devo ancora capire questa fissa nordica per i barbeque! Non che non mi piaccia, ma non ne sento questo bisogno spasmodico, settimanale, spesso incurante del clima. Conosco persone (uomini), per dare una idea, che in un nuovo appartamento comprano per prima cosa il barbeque per il terrazzo, e poi dopo, se proprio proprio, il tavolo e le sedie per la cucina.) Ma non è tanto meglio mangiarsi un gelato? Dio quanto mi mancano i gelati.

Tutti sono superabbronzati, e noi eravamo quasi fluorescenti per contrasto. Tre settimane di lavori in casa mentre il resto della nazione si crogiola al sole possono questo e altro! E oggi Danne è tornato al alvoro, un po' scottato, stanco morto peggio che se non avesso preso tre settimane di ferie, ed io torno ai miei compiti di svedese, che mercoledì ho l'esame. Il tutto mentre fuori il tempo è previsto assurdamente caldo per un'altra settimana almeno. Quando si dice good timing.








venerdì 18 luglio 2014

bra jobbat

Sono state tre settimane atroci. Calcinacci, scatoloni, elettricisti, polvere ovunque, vecchi mobili fatti a pezzi, mobili in uso accatastati a caso in altre stanze, i ritmi di pulizia a ramengo, piatti e bicchieri di carta, un microonde per riscaldare le monoporzioni del banco freezer e poi pizza e hamburger del turco sotto casa. Sono sfinita, la sera già verso le otto mi si chiudono gli occhi, si muore di caldo e i gatti sono irascibili perché devono vagare tipo percorso a ostacoli militare tra attrezzi e detriti vari. (e una di loro è pure cieca poraccia)
Ma è finita.

Abbiamo da ieri preso possesso della cucina, mandato la prima lavastoviglie, cucinato la prima cena.
L'appartamento è ancora un campo di battaglia, ma sono stati fatti immensi passi avanti. Niente più montagna di scatoloni e polistirolo, niente più assi di legno e detriti accumulati sul balcone,. Restano da fare ancora molte cose (le liste di rifinitura contro soffitto e pavimento, e delle mensole su misura per sfruttare gli ultimi 20 cm di parete nell'angolo dietro la porta) e poi le mattonelle per le quali ci siamo rassegnati a chiamare un professionista. E considerato che non abbiamo chiamato nemmeno un idraulico (e passato un weekend con la paura di non poter più riaprire l'acqua calda, ma è tutta una learning experience) è chiaro quanto ci costa questa risoluzione.

Perché noi eravamo quelli che volevano far tutto da sé, che ci vuole. Ecco cosa succede ad abitare in Svezia, nella mia modesta opinione, la Terra del Faidate. Qui tutti fanno da sé, restaurano case, dipingono facciate, disegnano e realizzano mobili, decorano, e soprattutto si rifanno la cucina. È difficile non farsi convincere, parlando con amici e colleghi, e soprattutto è difficile non sviluppare il moto di orgoglio: ma sì, son capaci tutti, saremo proprio noi gli unici idioti? Perché poi c'è un grande senso di soddisfazione a lavoro finito, bisogna ammetterlo. Oggi mi guardo intorno e in effetti la sento vocina che dice "bra jobbat!" (bel lavoro!)

È anche per questo che ho sempre sognato di fare il falegname. Deve essere bellissimo riuscire a creare con le proprie mani, deve essere una gran soddisfazione arrivare alla fine di un progetto. A volte i lavori di concetto ti lasciano invece il dubbio "ma dove è il senso di questa mia giornata di lavoro?". Vabbè, divago.

E insomma, forse non è un caso che l'ikea sia svedese, e anche che dopotutto anche le altre catene di arredamento che ci sono da queste parti abbiano spesso concetti molto simili, anche quando i prezzi sono più alti. E cioè che te li monti da te. (Quando avrò un briciolo di tempo vorrei scrivere un po' dell' ikea, che ne ho accumulate di cose da dire). E sarà per questo che in tv i programmi di faidate, arredamento, restauro e architettura sono quasi più di quelli di cucina. Una mia amica ha di recente comprato a prezzo irrisorio una casa molto vecchia, interamente da restaurare e lo farà completamente da sola, perché come dice lei "il bricolage è la mia terapia"

L'unica condizione che metterei è quella di avere una stanza adibita a laboratorio, perché vivere in un appartamento mentre lo restauri è un'esperienza allucinante che potendo avrei evitato. Ci abbiamo messo un anno, e finalmente questo appartamento è finito. Phew.







domenica 13 luglio 2014

It's just the wasted years so close behind

Quel che mi sconvolse in quei primi giorni in Germania, quello cui non ero preparata, è che stavo da dio.
Avevo la mia stanza di pochi metri quadri, quattordici coinquilini e mille colleghi che venivano da tutto il mondo, un conto in banca, e fuori dalla porta una città pieni di negozi e di pub e dove peraltro faceva un tempo splendido. Stavo bene quando uscivo, quando andavo a mangiare il sushi per la prima volta, quando andavo al pub irlandese la sera del quiz, quando facevamo i picnic nel prato dietro al castello e quando nella grande birreria locale mi buttavo ridendo giù dallo scivolo che dal secondo piano ti portava direttamente in cantina tra le cisterne di rame. Ma stavo da dio anche quando tornavo a casa da sola e mi infilavo nella mia cameretta, mettevo un film sul pc e mi mangiavo latte e cereali per cena e chissenefrega, quando passavo tre ore filate dentro H&M, quando andavo da Deichman e mi compravo l'ennesimo paio di tacchi a meno di venti euro.

Io non ci ero preparata, ero partita convinta che avrei pianto tutto il giorno tutti i giorni, per un anno. Al mio arrivo mi ero scontrata con le mie paure e il mio senso di inadeguatezza. Tanto per cominciare era domenica e i negozi erano tutti chiusi e per mangiare mi rifugiai da Mac Donald. Mi ero portata vestiti troppo invernali e non avevo niente da mettermi in quell'ottobre assolato. Non potevo usare il mio pc e collegarmi ad internet perché stupidamente non avevo pensato a portarmi un adattatore per la presa tedesca. Non avevo mai fatto una lavatrice in vita mia e mi inquietava dover andare nel seminterrato e mettere il mio nome su una lista e cercare di capirci qualcosa. E poi non riuscivo a capire se la bottiglia che avevo comprato era ammorbidente o detersivo (era ammorbidente) perché l'etichetta era scritta solo in tedesco.

Una settimana appena dopo il mio arrivo, era un sabato sera, stavo tornando a casa dopo aver passato il pomeriggio in giro col mio vicino di stanza. Avevo scoperto che a 5 min a piedi dalla mia casa studenti stava un nuovissimo centro commerciale, e là, dentro MediaMarkt (che io ancora chiamavo MediaWorld) avevo trovato il mio adattatore, e non costava nemmeno un patrimonio. Avevo anche trovato un sacco di altre cose,  tra cui magliette più consone alle temperature del periodo, e avevo scoperto il meraviglioso mondo dei caffè e delle panetterie tedesche. E anche che non hai bisogno di MacDonald quando ti puoi mangiare uno yufka kebab (che nella mia città in Italia non c'era ancora allora). Mentre camminavo su quella strada che sarebbe poi divenuta così famigliare - una pasticceria, una chiesa luterana, un negozio di elettrodomestici, un hotel - mi sentivo di colpo leggera e improvvisamente mi trovavo a pensare stupita guardando le stelle nell'aria serena di ottobre: ehi, ma io sto bene!

Il mio anno da sola all'estero non è stato tutto in discesa, ovviamente. Se mi guardo indietro, però, ora so che è stato l'anno più felice della mia vita - senza storie. L'anno che doveva essere il più duro e il più triste. E vorrei potermi sentire di nuovo così, come in quella sera d'ottobre, quando ero sola in un paese straniero dove non conoscevo nessuno e del quale non conoscevo la lingua, eppure pensavo che avevo il mondo in mano e non mi ero mai sentita così libera e forte. 

martedì 8 luglio 2014

yeah you bleed just to know you're alive

Sono nel bagno di un club sciccosetto, è sabato sera, mi lavo le mani guardando nello specchio di fronte a me. Vedo dietro di me una ragazza dirigersi sparata verso il muro alla mia destra, un perfetto rettangolo di cemento liscio, fermarsi di botto e cominciare a tastarlo in più punti. Con aria disperata poi grida, al mio indirizzo: ma dove cazzo è la porta? Ed io ridendo le indico il muro alla mia sinistra, dove stava un bel rettangolo di legno con maniglia, quello stesso dal quale lei chiaramente doveva essere entrata poco prima. Il bagno, saranno stati 10 m2 in tutto.

Fuori, un clima di grande euforia. Ragazze in minigonne impietose su gambotte pallide e tonde, era dai tempi in cui bazzicavo il regno unito che non ne vedevo così tante, vestitini così aderenti che le strizzano come salamelle, e poi le risate, il traballare su tacchi scomodissimi, gli strilli.

Ebbene sì
A volte vorrei passare di nuovo una sera davvero scema con qualche amica un po' svitata, dopo aver passato mille ore davanti allo specchio a scegliere un vestito e un trucco inopportuno. Ed essere così brilla che quando ti presenti al locale successivo si rifiutano di farti entrare. Come quella volta che avevo bevuto troppa orrida acquavite danese e avevo una corona di fiori di campo in testa - era midsummer -  e me la fecero lasciare all'ingresso, perché in Germania del dresscode se ne fregavano, ma la corona di fiori era troppo anche per loro.

A volte vorrei avere di nuovo vent'anni. Ma poi mi passa, eh.

martedì 1 luglio 2014

goodbye yellow brick road

Ogni tanto, ripenso alla Lidia.

La Lidia era una cugina di mia nonna materna, e in assoluto la mia parente preferita quando ero piccola. viveva a due porte dai miei nonni, nella strada dove peraltro viveva la maggior parte dei loro parenti. Funzionava così, in quel paesino, in quegli anni: le porte stavano socchiuse, anche se davano direttamente su una strada comunque trafficata, anche se non c'era manco un marciapiede e dovevi sporgere la testa per assicurarti prima che non stesse passando magari un tir. Era come se il paese non si rassegnasse, che non erano più gli anni 50. Poi fecero una strada a scorrimento veloce, finalmente, e i tir smisero di passare di lì, spesso portandosi via dietro le persiane delle finestre aperte sulla strada. Ma ero già grande, allora.
Dunque io passavo la vita su quella strada, da una porta socchiusa all'altra, seguita dalle grida di chi mi diceva di stare attenta. C'era pure l'ACLI su quella strada, ci andavo con una moneta da 200 lire per comprarmi un ghiacciolo, in quelle ore piene di sole dove finalmente non passava un'anima.

La Lidia, dicevamo, stava in fondo alla strada, in una casa che a pensarci ora mi chiedo come fosse legale abitarci. Due stanze a piano terra, congiunte da un corridoio buio, col linoleum marrone semidistaccato, e sul fondo un microscopico cortiletto pieno di vasi rotti e piante e detriti. C'era, mi ricordo bene, uno strano busto di donna in gesso in bilico su una colonna. Sulla porticina che dava sul cortiletto aveva messo la macchina da cucire, perché la Lidia aveva sempre e solo fatto quello, la sarta, come mi pareva facessero un po' tutte le donne sole di quel paese. E l'aveva messa lì perché era il punto in cui c'era più luce di tutta la stanza, che era buia e bassa. La Lidia lavorava seduta alla sua Singer, era una di quelle che da chiuse sembrano un mobiletto, gli occhi strizzati dietro agli occhiali e il piede sul pedale. Io potevo star lì con lei per ore. A casa sua potevo toccare tutto, chiedere tutto. C'erano in giro le cose cui più avanti avrei pensato, leggendo Gozzano: le povere cose di pessimo gusto. Le mensole erano piene di bamboline, quelle che secoli fa si compravano come souvenir. Assisi, Venezia, Frasassi. Gliele avevano regalate di ritrono da qualche gita, lei non credo avesse mai viaggiato molto. Sulla televisione stavano una gondola, una torre di Pisa, un piccolo pinocchio di quelli che si compravano a Collodi. Ognuno aveva sotto un centrino. 

La Lidia mi parlava con una voce sempre molto sommessa, mentre lavorava o guardava altrove. Eppure ho sempre avuto la sensazione che mi parlasse davvero, non come fanno molti adulti coi bambini, pensando siano troppo piccoli per tenere conversazioni normali. A volte mi parlava di "suo povero Gigi", accarezzando una foto che stava in ingresso. Gigi era l'uomo che aveva sposato quando aveva già oltre quarant'anni, un vedovo un po' più anziano e con un figlio grande. Lui poi era morto poco dopo, troppo giovane, tanti anni prima che io nascessi. A volte poi ho sentito la storia raccontata da altri, un matrimonio di convenienza, per rattoppare due solitudini, ma io mi ricordo quelle chiaccherate, quando c'eravamo solo io e lei, o al massimo mio fratello che era pure più piccolo - e son sempre stata certa che ci fosse stato tanto amore in quella vita imperfetta e sfortunata, magari tardivo, magari troppo breve.

E poi la Lidia spariva dietro una tenda a fiori - quei fiori stilizzati anni sessanta o settanta, con quei colori, arancio, ocra, marrone - nell'angolo estremo della stanza che faceva da cucina e da soggiorno, l'angolo vicino alla stufa economica con il tubo annerito. Da dietro la tenda ricompariva con un kinder maxi, o un kinder cereali, e lei diceva: "la vuoi una cioccolatina?".

Ma soprattutto, la Lidia aveva gatti. Li teneva senza troppa supervisione, ovviamente, come era ovvio a quei tempi. Mai sentita la parola veterinario da piccola, dubito che qualcuno avesse in mente di sterilizzare gatte o gatti. E quelli facevano la loro vita semi selvatica, riproducendosi oltre modo e finendo spesso i loro giorni sotto a un camion. Ma era così ovunque, non era lei ad essere diversa. O meglio, lei sì, era diversa, lei i gatti li amava e tanto. E quelli la ricambiavano, passando dal cortiletto al suo divano verde e duro.Una volta si assentò per qualche giorno - accadde davvero solo quella volta - e lasciò detto a qualcuna di dar da mangiare per lei ai gatti. Al ritorno le dissero: "ma guarda che i tuoi gatti mica la mangiano la pasta, come mi hai detto!" E lei: "ma il parmigiano ce lo hai messo?"

Quando andavo da lei sapevo che ne avrei trovati tre o quattro acciambellati in giro, in casa o fuori. E poi a volte c'erano pure i cuccioli. Lei mi raccontava la storia di questo o quel gatto, spesso avevano aggettivi più che nomi ma comunque un nome lo avevano, ecco, non erano una popolazione indistinta per lei. Sì, è vero, a ripensarci ora si sentiva un sottile odore di pipì di gatto da quelle parti, ma a me non pareva una cosa importante. Stavo lì ad ore, finché mia nonna non veniva a cercarmi, per nulla contenta che fossi sfuggita alla sua supervisione per "andare dai gatti". Ma io non mi curavo della sua faccia accigliata, io lo sapevo che lo facevo col benestare di mia madre, che era pure lei una gran fan della Lidia. E dei gatti.

Era buffo, in effetti, che nella stessa famiglia ci fossero posizioni tanto diverse circa gli animali. Pare che dalla parte della mamma di mia nonna ci fosse una fobia nera dei gatti, specie nelle donne. Si raccontavano orribili storie di toxoplasmosi in gravidanza. Il padre di mia nonna invece discendeva da generazioni di falegnami, e i falegnami i gatti se li tenevano volentieri intorno. Mia madre credo sia l'unica delle sue cugine che non si mettesse a strillare alla vista di un gatto in lontananza...e figurarsi che i gatti in linea di massima mica ti vengono a cercare. (Specie se sei un'idiota, mi vien da dire).

Spesso sorprendevo mia nonna e le altre cugine a criticare la Lidia. Girava voce, un'esagerazione ovviamente,  che comprasse solo cibo per gatti e cioccolata - e a me che ero piccola la cosa pareva semplicemente geniale! che altro serviva? - e so che loro erano genuinamente preoccupate per lei, per la sua salute (stava benissimo, comunque). Ma al contempo, avevano per lei una certa irritazione, una specie di rabbia. Perché la Lidia di loro se ne sbatteva, ed era proprio ovvio. Così come se ne sbatteva del paese che è piccolo e della gente che mormora. E dire che spesso la gente si radunava a mormorare proprio intorno a lei, che stava seduta sulla sua soglia con in mano un lavoro da fare ad ago. Si formava spesso un capannello in quel punto, che costringeva le macchine a rallentare o a fermarsi. Quelle stavano lì e parlavano e sparlavano, lei cuciva e basta. Eppure la Lidia non era mai stata una persona asociale, mi è sempre parsa felice di avere persone intorno. E non era né triste, né acida. Aveva accettato le asprezze della sua vita senza passare il tempo a chiedersi perché quelle che la criticavano tanto avessero avuto vite tanto più semplici, o fortunate. Non le usciva mai un commento negativo su nessuno. E poi era un persona indipendente e forte e non si piangeva mai addosso. E credo che questo alla fine mettesse a disagio chi intorno a lei si comportava tanto diversamente. 

Io ogni tanto ci penso, alla Lidia, sempre con un sorriso - come oggi che mi son trovata in mano un kinder maxi, dopo chissà quanto.