Giusto la mattina del giorno dell'attentato di Stoccolma avevo letto della morte della ragazza caduta nel fiume durante quello di Londra. Sono passate solo alcune settimane eppure una parte di me evidentemente lo aveva già rimosso, quell'evento, e leggendo la notizia lo ha dovuto ripescare. E poi ho fatto la conta di tutti gli eventi simili, da un paio d'anni a questa parte, cercando di metterli in ordine di tempo, e un paio non sono riuscita a ricordarli subito. Eppure l'undici settembre rimase con me, nella percezione quotidiana delle cose, per mesi e mesi.
E poi, come sempre, la corsa ai Facebook-status. E tu che come al solito ti astieni ti trovi a chiederti: penseranno mica che appoggi una cosa simile? che non mi tocchi solo perché non cambio la foto del profilo, e proprio io che vivo in questo paese? la vicinanza geografica diventa sia una giustificazione che un'obbligo per la presa di posizione. Chiunque abbia vissuto un giorno in Svezia si è sentito più in dovere di dirlo, come a dire: a me tocca più che a te perché ci sono stato - e ieri era Mosca, e prima era Londra etc.
Ma è così, la vicinanza geografica è la cifra significativa dell'impatto - e infatti eccomi a scrivere. Per una città che conosci, una strada che hai calcato mille volte, la lingua famigliare delle scritte nelle foto che circolano. Quel negozio dove sei stata - era la mattina del giorno del mio matrimonio, c'era tutto il tempo di portare in giro i miei, avevo ai piedi delle sneaker consumatissime per stare comoda e per nulla l'aria di una che di lì a un'ora si sposi. Un ragazzo al bordo della strada cantava: and nothing else matters.
Certo, la vicinanza geografica è la chiave - e del resto chi di noi non è stato a Londra su quel ponte, a Berlino in quella piazza, a Parigi in quelle vie? Potrebbe essere toccato a noi. Tra una manciata di giorni i miei cognati andranno a passare la Pasqua proprio a Stoccolma, mia nipote ne parla da mesi con grande eccitazione, sarà il suo primo viaggio in treno, il suo primo hotel. Una manciata di giorni e potevano esserci loro, in quella strada. E anche loro ci passeranno, tra pochi giorni. Ci saranno ancora i segni, ma la vita sarà continuata per forza. E oggi con grande serenità e razionalità ci diciamo che non è il caso di sospendere il viaggio, la sicurezza sarà al massimo e la statistica è dalla nostra. Pensieri ordinati e logici, sorretti da quel mantra già sentito, che se ci facciamo prendere dal panico allora il terrore vince, ed è questo lo scopo di tutto.
Ma, ripeto, se anche volessimo farci prendere dal terrore, cosa potremmo fare di diverso? Nei negozi ci dobbiamo andare, a piedi nelle vie della città ci dobbiamo andare, non esiste una vita al riparo, è così e basta. Siamo diventati, mi pare, come ho sempre immaginato vivesse la gente di Tel Aviv quando ero piccola, ed ogni settimana saltava in aria un caffè, un pullman, un cestino in un mercato. Allora guardavo i telegiornali e mi chiedevo: come fa ad esserci ancora gente che si siede fuori ai tavolini dei bar, in una città dove capita così di frequente che ne esploda uno? Ma il fatto era, semplicemente, che non c'erano alternative. Quando il terrore può essere ovunque intorno a noi, è un po' come se in fondo non ci sia più. Diventa statistica come tutto il resto. Sarebbe come se non prendessimo più l'auto perché esistono gli incidenti stradali. Speriamo in bene, teniamo gli occhi aperti e andiamo avanti.
domenica 9 aprile 2017
mercoledì 22 febbraio 2017
Il cielo sopra Francoforte
Nel 2003, e giusto a febbraio, presi il mio primo volo per la Germania. Ai tempi andavo per una visita di una settimana e non avevo idea che quasi tre anni dopo ci sarei andata a vivere. Su quel volo incontrai due ragazze: Anja e Asma.
Ci trovammo così, al gate, sedute vicine. Loro mi chiesero una informazione e mi parevano fossero amiche e invece scoprii in seguito che si erano conosciute giusto un attimo prima. Anja era tedesca e stava facendo un Erasmus nella mia città. Asma era algerina ma viveva da anni in Germania. e in Italia ci veniva per vedere il suo fidanzato, conosciuto online. Entrambe parlavano italiano molto bene.
Sull'aereo ci mettemmo vicine, sulla stessa fila. Parlammo tutto il tempo. Asma ci mostrò anche le foto che aveva con sé, le foto della sua famiglia in Algeria, del suo matrimonio ormai fallito con un algerino che viveva in Germania, dell'appartamento che condivideva con il suo ex, tedesco, che non accettava che non stessero più insieme, e dell'agriturismo del suo nuovo fidanzato. Alla fine pareva davvero di conoscerla da sempre. Anja parlava poco, e aveva un italiano più indurito dall'accento tedesco. Quando l'aereo cominciò a sorvolare l'aeroporto di Hahn, guardando giù verso la sterminata distesa di campi sotto la pioggia, mi disse: la Toscana è bellissima, ma capisci, queste colline sono casa.
L'aeroporto di Hahn nel 2003 pareva proprio un luogo dimenticato da dio, era un ex aeroporto militare nel bel mezzo di nulla, e non c'era davvero niente. Su quel marciapiede che negli anni a seguire sarebbe diventato per me tanto familiare ci lasciammo per prendere autobus diversi. Prima però prendemmo una cioccolata calda insieme, di quelle che per noi italiani sono deludenti latte e nesquik e che ad Anja però mancavano quanto le colline piovose.
Anja l'avrei poi ritrovata sul mio volo di ritorno e nell'anno che seguì ci vedemmo ogni tanto nella mia città. Ci incontravamo nei bar degli universitari, a volte mi presentava altre ragazze in Erasmus. Mi è rimasta impressa come in un fotogramma più di tutto, lei che arriva accaldata in bici e mi dice: se non mi metto la giacca lo capiscono subito che non sono italiana. Ho pensato a lei ogni volta che ho bevuto una cioccolata calda italiana, che sembra un budino diceva lei, e ogni volta che sono uscita senza giacca in Italia e qualche amica mi ha fatto presente di quanto mi fossi germanizzata. In fondo io non lo sapevo ma quell'anno mi stavo avvicinando a quello che sarebbe stato uno spartiacque nella mia vita.
Con Asma invece non ci rivedemmo mai ma ci sentimmo un po' su skype qualche tempo dopo, quando cominciai ad avvicinarmi alle chat - anche quello in previsione dell'espatrio. Lei mi aiutò tanto quel giorno, si fece duecento km in più per aiutarmi a ritrovare la valigia che si era persa tra un autobus e l'altro (storia lunga). Pranzammo insieme in un burger king della stazione di Francoforte. Prima o poi parlerò per bene di lei, perché ci dicemmo davvero tante cose in quelle ore e perché l'ho pensata tanto in questi anni, mentre il mondo sembrava incartarsi sempre di più sulla questione islamica. Lei col suo bel sorriso che mi parlava di corano e di sesso aspettando un treno mi torna sempre in mente con una fitta un poco dolorosa. Il pensiero agrodolce di quello che il mondo potrebbe essere e non è.
Non mi ricordo più come ci siamo perse. Forse è che Facebook non c'era ancora e noi eravamo tutte sul crinale di grandi trasformazioni nella vita, ci saranno stati per tutte traslochi, espatri, cellulari persi o cambiati, password dimenticate. E f dopotutto eravamo solo gente che si è conosciuta in aeroporto e parlata un po', non credo di aver mai saputo i loro cognomi, tante altre informazioni se le è perse una memoria distratta dalla vita. Mi fa impressione pensare che ci sia stato un tempo simile per me, in cui potevo davvero raggiungere una simile profondità di contatto nel giro di pochi minuti, con due sconosciute. Lo vedo che non c'è più, questa prontezza al contatto. E poi mi fa impressione perché davvero ho imparato tanto da queste due ragazze, su quello che sarebbe diventato il mio mondo, ma me ne sono resa conto solo dopo.
Vorrei ritrovarle - poi però mi immagino che diventerebbero solo altri due contatti da socialmedia, e non avremmo facilmente altre discussioni come quelle che avemmo allora. Ci manderemmo un post di auguri per i compleanni. Metteremmo un like su qualche cosa qua e là. Terremmo a mente che magari una si è sposata o ha avuto un figlio ma sapendo che non faremo mai davvero parte di quelle vite.
Forse, però, quella che vorrei ritrovare davvero sono io, quella me di quel giorno di febbraio del 2003. Forse l'ho lasciata ad Hahn.
Ci trovammo così, al gate, sedute vicine. Loro mi chiesero una informazione e mi parevano fossero amiche e invece scoprii in seguito che si erano conosciute giusto un attimo prima. Anja era tedesca e stava facendo un Erasmus nella mia città. Asma era algerina ma viveva da anni in Germania. e in Italia ci veniva per vedere il suo fidanzato, conosciuto online. Entrambe parlavano italiano molto bene.
Sull'aereo ci mettemmo vicine, sulla stessa fila. Parlammo tutto il tempo. Asma ci mostrò anche le foto che aveva con sé, le foto della sua famiglia in Algeria, del suo matrimonio ormai fallito con un algerino che viveva in Germania, dell'appartamento che condivideva con il suo ex, tedesco, che non accettava che non stessero più insieme, e dell'agriturismo del suo nuovo fidanzato. Alla fine pareva davvero di conoscerla da sempre. Anja parlava poco, e aveva un italiano più indurito dall'accento tedesco. Quando l'aereo cominciò a sorvolare l'aeroporto di Hahn, guardando giù verso la sterminata distesa di campi sotto la pioggia, mi disse: la Toscana è bellissima, ma capisci, queste colline sono casa.
L'aeroporto di Hahn nel 2003 pareva proprio un luogo dimenticato da dio, era un ex aeroporto militare nel bel mezzo di nulla, e non c'era davvero niente. Su quel marciapiede che negli anni a seguire sarebbe diventato per me tanto familiare ci lasciammo per prendere autobus diversi. Prima però prendemmo una cioccolata calda insieme, di quelle che per noi italiani sono deludenti latte e nesquik e che ad Anja però mancavano quanto le colline piovose.
Anja l'avrei poi ritrovata sul mio volo di ritorno e nell'anno che seguì ci vedemmo ogni tanto nella mia città. Ci incontravamo nei bar degli universitari, a volte mi presentava altre ragazze in Erasmus. Mi è rimasta impressa come in un fotogramma più di tutto, lei che arriva accaldata in bici e mi dice: se non mi metto la giacca lo capiscono subito che non sono italiana. Ho pensato a lei ogni volta che ho bevuto una cioccolata calda italiana, che sembra un budino diceva lei, e ogni volta che sono uscita senza giacca in Italia e qualche amica mi ha fatto presente di quanto mi fossi germanizzata. In fondo io non lo sapevo ma quell'anno mi stavo avvicinando a quello che sarebbe stato uno spartiacque nella mia vita.
Con Asma invece non ci rivedemmo mai ma ci sentimmo un po' su skype qualche tempo dopo, quando cominciai ad avvicinarmi alle chat - anche quello in previsione dell'espatrio. Lei mi aiutò tanto quel giorno, si fece duecento km in più per aiutarmi a ritrovare la valigia che si era persa tra un autobus e l'altro (storia lunga). Pranzammo insieme in un burger king della stazione di Francoforte. Prima o poi parlerò per bene di lei, perché ci dicemmo davvero tante cose in quelle ore e perché l'ho pensata tanto in questi anni, mentre il mondo sembrava incartarsi sempre di più sulla questione islamica. Lei col suo bel sorriso che mi parlava di corano e di sesso aspettando un treno mi torna sempre in mente con una fitta un poco dolorosa. Il pensiero agrodolce di quello che il mondo potrebbe essere e non è.
Non mi ricordo più come ci siamo perse. Forse è che Facebook non c'era ancora e noi eravamo tutte sul crinale di grandi trasformazioni nella vita, ci saranno stati per tutte traslochi, espatri, cellulari persi o cambiati, password dimenticate. E f dopotutto eravamo solo gente che si è conosciuta in aeroporto e parlata un po', non credo di aver mai saputo i loro cognomi, tante altre informazioni se le è perse una memoria distratta dalla vita. Mi fa impressione pensare che ci sia stato un tempo simile per me, in cui potevo davvero raggiungere una simile profondità di contatto nel giro di pochi minuti, con due sconosciute. Lo vedo che non c'è più, questa prontezza al contatto. E poi mi fa impressione perché davvero ho imparato tanto da queste due ragazze, su quello che sarebbe diventato il mio mondo, ma me ne sono resa conto solo dopo.
Vorrei ritrovarle - poi però mi immagino che diventerebbero solo altri due contatti da socialmedia, e non avremmo facilmente altre discussioni come quelle che avemmo allora. Ci manderemmo un post di auguri per i compleanni. Metteremmo un like su qualche cosa qua e là. Terremmo a mente che magari una si è sposata o ha avuto un figlio ma sapendo che non faremo mai davvero parte di quelle vite.
Forse, però, quella che vorrei ritrovare davvero sono io, quella me di quel giorno di febbraio del 2003. Forse l'ho lasciata ad Hahn.
| Il cielo sopra Francoforte (l'ultimo volo, dieci anni dopo) |
lunedì 16 gennaio 2017
Somehow, it's never. Or now
I know how everyone else's life is supposed to fly by
Then someone turns and says What about you? And I stand here, mouth open, mind blank
C'è poi chi, per varie ragioni, si adopera nello spingere altri al confronto. Sono quelle persone che fanno domande esplicite su quei territori nei quali forse loro si sentono più sicure, o appagate, o stabili, o serene, e scelgono di non pensare che quelle domande a qualcun altro causeranno invece sofferenza. E a te quanti esami mancano? E voi quando vi sposate? E voi figli niente? E tu hai trovato lavoro? E tu, fidanzati niente? E voi, abitate ancora in quell'appartamento? Se ci si risente, ovviamente, è perché non si è sufficientemente saldi e sereni. Spesso poi, chi si risente su un punto, ferisce su altri, in altre conversazioni. Perché in questo, come in ogni cosa, c'è questo continuo, probabilmente inconscio, scegliere di valutare le vite degli altri e la propria con metri diversi.
This should have all worked itself out by now The map of my life should be clear and precise
Le vite degli altri sembrano spesso star lì a ricordarci soprattutto le nostre défaillance e le frasi peggiori, quelle che fanno più male, tendiamo a dircele da soli, nel silenzio di certe notti insonni. Forse perché è così difficile accettare tutto ciò su cui non abbiamo controllo e che condiziona la nostra vita sembrandoci un'ingiustizia immensa.
Oh, I am not unbreakable, I am breaking right now.
E si va un po' in pezzi nel tentativo di dissimulare, di non mostrare troppo di quei lati di noi che ci causano più dolore. È difficile cercare aiuto quando ci si sente gli unici ad essere sbagliati e quando si teme che il proprio dolore, reso visibile agli altri, servirà soprattutto a rassicurare loro sulle loro esistenze.
Maybe everyone can't have the dream. Maybe everyone can't kiss the frog
Ma chi lo dice che possiamo, e che quindi dobbiamo, avere tutto. Forse bisogna riscrivere gli obiettivi sulla base di chi siamo, e di quello che si può davvero fare. Anche se tutti meritiamo la felicità, non tutti possiamo ottenerla nello stesso identico modo, mettendo una spunta sulle stesse identiche caselle. La vita di nessuno - quell'incessante fiume di sgargianti bacheche su Facebook - può essere metro per valutare la nostra.
Oh I need to be unbreakable. Somehow it's never, or now.
E forse il primo passo sta qui: se voglio essere più forte, devo smettere di farmi lo sgambetto da sola e devo smettere di usare i giudizi altrui come maschera dei miei. E non è solo questione di augurarselo, perché è gennaio ed è periodo di blande risoluzioni. È proprio questione di doverlo fare.
Perché è ora, o mai più.
Questo post cita il testo di una canzone e la musica di un'altra, ma entrambe vengono da qui.
venerdì 13 gennaio 2017
Sissa
Dopo un autunno di fuoco, in cui il suo appellativo più affettuoso era "la bimba di Satana" o "Jack Jack Attack", mia figlia pare approdata ad una nuova fase di relativa quiete. Uscire di casa non comporta che si sdrai lunga distesa e piangente sulle scale a causa del cappellino sbagliato, o delle scarpe sbagliate, o della luna in Saturno o sa dio cosa. Al supermercato non tenta tuffi carpiati dal carrello. A casa non sta ferma un secondo ma è anche molto divertente. All'asilo si è persino fatta la nomea di bambina ideale.
In effetti a scuola è persino più quieta. "Fossero tutti così" mi dice la sua educatrice. Non fa mai un capriccio, in tutti i momenti difficili come le transizioni (vestirsi per andare in giardino, svestirsi per tornare dentro, lavarsi le mani per andare a tavola, prepararsi per andare a dormire...) lei è tra i pochi che non presta resistenza, non fa la difficile, non piange MAI. "Ehm...mi fa piacere" rispondo incerta. Una mamma nuova, che aveva appena fatto un giorno di inserimento per sua figlia, mi ha fermato nel corridoio e mi ha detto: "certo che tua figlia è davvero buonissima". Ecco, ci sono così poco abituata a sentirmelo dire che l'ho guardata sbattendo le palpebre per qualche secondo.
Qui vige la regola che le educatrici ti avvertono solo se i bambini non hanno mangiato niente, o non hanno dormito, se tutto il resto è normale semplicemente non ti dicono nulla, ciao e a domani. Ecco, a me ogni giorno dicono: "ha mangiato TANTO di TUTTO. Ma tipo anche i cavolfiori". Io non so che rispondere, dico "ah bene, grazie" e loro a volte aggiungono: "te lo dico così magari non ti stupisci se ora a casa non mangia niente". No, certo, ma quando mai? a casa mangia come una disperata. E poi, nel cuore della notte me la trovo col naso a un millimetro dal mio, gli occhi spalancati, che mi dice "Atte?". Ed io mi alzo e le metto in mano una pinta di latte. Del resto, se non lo faccio, apre il frigo e fa da sola.
Parla comunque ancora una lingua tutta sua che non capisce nessuno. All'asilo pensano che parli solo italiano (mi hanno pure chiesto, preoccupate: "ma a casa il padre le parla in svedese corretto?" chissà cosa intendevano...) ma la verità è che ormai le sue parole sono al 90% basate sullo svedese. È che sono storpiate ad un livello che potrebbero benissimo essere turco, per quel che ne sanno gli altri. Capisce perfettamente entrambe le lingue, però è evidente che molte delle parole italiane di qualche mese fa sono state rimpiazzate dalla loro traduzione svedese, persino sì e no.
Una cosa che mi fa morire dal ridere è che ogni mattina appena sveglia deve fare l'appello. Si punta un dito sulla guancia, mi guarda e fa: Sissa? Poi mi punta un dito contro e dice: Mamma? e infine verso suo padre: Pappa? La cosa viene ripetuta un cinque, sei volte. A volte vengono anche coinvolti altri soggetti che si trovino a tiro. La gatta: Isa? Il gatto: Osho? L'amato cuscino: Gugghe? La bambola che le è stata regalata (non da me): Bebè? Immagino sia un bisogno di certezze tipico di questa fase dello sviluppo, un po' come il costante controllo che no sia no e i limiti siano quelli. Forse però è anche un bisogno di certezze linguistiche, il suo.
Ad ogni modo ci godiamo la quiete in attesa della prossima tempesta.
In effetti a scuola è persino più quieta. "Fossero tutti così" mi dice la sua educatrice. Non fa mai un capriccio, in tutti i momenti difficili come le transizioni (vestirsi per andare in giardino, svestirsi per tornare dentro, lavarsi le mani per andare a tavola, prepararsi per andare a dormire...) lei è tra i pochi che non presta resistenza, non fa la difficile, non piange MAI. "Ehm...mi fa piacere" rispondo incerta. Una mamma nuova, che aveva appena fatto un giorno di inserimento per sua figlia, mi ha fermato nel corridoio e mi ha detto: "certo che tua figlia è davvero buonissima". Ecco, ci sono così poco abituata a sentirmelo dire che l'ho guardata sbattendo le palpebre per qualche secondo.
Qui vige la regola che le educatrici ti avvertono solo se i bambini non hanno mangiato niente, o non hanno dormito, se tutto il resto è normale semplicemente non ti dicono nulla, ciao e a domani. Ecco, a me ogni giorno dicono: "ha mangiato TANTO di TUTTO. Ma tipo anche i cavolfiori". Io non so che rispondere, dico "ah bene, grazie" e loro a volte aggiungono: "te lo dico così magari non ti stupisci se ora a casa non mangia niente". No, certo, ma quando mai? a casa mangia come una disperata. E poi, nel cuore della notte me la trovo col naso a un millimetro dal mio, gli occhi spalancati, che mi dice "Atte?". Ed io mi alzo e le metto in mano una pinta di latte. Del resto, se non lo faccio, apre il frigo e fa da sola.
Parla comunque ancora una lingua tutta sua che non capisce nessuno. All'asilo pensano che parli solo italiano (mi hanno pure chiesto, preoccupate: "ma a casa il padre le parla in svedese corretto?" chissà cosa intendevano...) ma la verità è che ormai le sue parole sono al 90% basate sullo svedese. È che sono storpiate ad un livello che potrebbero benissimo essere turco, per quel che ne sanno gli altri. Capisce perfettamente entrambe le lingue, però è evidente che molte delle parole italiane di qualche mese fa sono state rimpiazzate dalla loro traduzione svedese, persino sì e no.
Una cosa che mi fa morire dal ridere è che ogni mattina appena sveglia deve fare l'appello. Si punta un dito sulla guancia, mi guarda e fa: Sissa? Poi mi punta un dito contro e dice: Mamma? e infine verso suo padre: Pappa? La cosa viene ripetuta un cinque, sei volte. A volte vengono anche coinvolti altri soggetti che si trovino a tiro. La gatta: Isa? Il gatto: Osho? L'amato cuscino: Gugghe? La bambola che le è stata regalata (non da me): Bebè? Immagino sia un bisogno di certezze tipico di questa fase dello sviluppo, un po' come il costante controllo che no sia no e i limiti siano quelli. Forse però è anche un bisogno di certezze linguistiche, il suo.
Ad ogni modo ci godiamo la quiete in attesa della prossima tempesta.
martedì 10 gennaio 2017
do not mess with potatoes
Nella nostra famiglia allargata, che è una famiglia che mischia tre nazionalità e quattro lingue, vigono alcune regole di non-belligeranza. Una di esse è che nessuno cucina la pasta in mia presenza. Un'altra è che io lascio a loro la faccenda patate.
Sia chiaro, prima di venire al Nord non ritenevo affatto le patate bollite una "faccenda" delicata. Mentre è ben risaputo che un italiano si inalbera per spaghetti tagliati col coltello e mangiati col cucchiaio, per l'olio nella pentola, per la pentola microscopica, per la pasta scotta e scondita usata per contorno a casaccio, per il ketchup, per questo e per quello, a noi italiani non viene spontaneo guardare alle patate bollite (universale presenza) come a qualcosa di meritevole di troppi riguardi. Io, perlomeno, non conoscevo nemmeno i nomi delle diverse varietà.
Che fosse una cosa seria l'ho imparato in realtà non da Danne, che è grandemente tollerante e non è mai fanatico quando si tratta di cibo, né dai suoi, visto che per i primi sette anni della nostra relazione abbiamo vissuto a tale distanza da loro che non si era mai posto il problema. Fu la mia amica-vicina di casa in Germania, italiana emigrata da piccola e sposata a un finlandese e che passa da anni tutte le estati in Finlandia circondata dalla grande famiglia di lui, a raccontarmi di come bollire le patate non fosse cosa da prendere alla leggera. Lasciale cucinare a loro e non farti troppe domande! Io mi sono sempre rifatta a questo ottimo consiglio e ho vissuto serena. Mi chiedevo però se non fosse un filo esagerata, la questione.
Questo capodanno ho finalmente compreso. La cena di capodanno si è svolta a casa mia, qui, con i suoceri e i cognati, tornati giusto in tempo dalla patria di lei, la Germania. La cena si svolgeva da noi perché era più semplice per Kiki andare a dormire presto, ma il menu era stato grossomodo deciso dai miei cognati, che avevano portato dalla Germania tutto l'occorrente per la tradizionale Raclette di capodanno. La Raclette è un po' una fissa in Germania, e si adatta bene alle cene che si protraggono a lungo, perciò è molto popolare per la sera dell'ultimo dell'anno. Fatto sta che l'entusiasmo dei tedeschi verso questo ordigno che scalda il formaggio e l'idea di mangiare per una intera sera formaggio fuso versato sopra a qualunque cosa (verdure, salumi, patate lesse ma anche frutta, a quanto pare) è per me, dopo tanti anni in Germania, ancora fonte di perplessità. Per i miei suoceri, che pure si erano già prestati a questo tipo di cena in passato, è un po' un supplizio cui si piegano con rassegnazione. Non è che la Raclette non ci piaccia, ne a noi né a loro, è solo che non capiamo l'entusiasmo.
Dunque, sempre per le regole di non-belligeranza delle famiglie multi-culti, quando il menu della serata era stato deciso, nessuno aveva protestato (apertamente). Mia suocera aveva lo sguardo smarrito che conosco bene (quello di quando in un momento di grande fretta con la famiglia riunita avevo proposto di fare per loro una carbonara al volo) ma non aveva né fatto proteste né controproposte. Una volta arrivati tutti qua, con il pesante marchingegno e circa due quintali di derrate alimentari tedesche, mia suocera si era messa subito in cucina ed aveva cominciato a fare l'unica cosa per la quale, in questo bailamme di culture, si sentiva sicura di sé: bollire le patate.
Ed è stato lì che finalmente, ho capito. Lo scontro tra due culture basate sulle patate (Germania vs Svezia) mi si è rivelato in tutta la sua perniciosità. Perché vedete, mia suocera aveva già afferrato il pelapatate quando mia cognata ha alzato gli occhi al cielo e ha fatto una faccia tra l'indignato e l'afflitto. È seguita lunga discussione tra i miei cognati, me ne sono sfuggiti vari pezzi ma il succo era che le patate andavano sbucciate bollite, non crude, anche se questo comporta un lavoro più rognoso che forse non era il caso di infliggere a mia suocera. Ho sentito alla fine la frase "secondo me sono più buone così ma voi siete tanti ed io sono una, quindi avrete sicuramente ragione voi". Vi assicuro che questo è l'apex della tensione famigliare cui abbia mai assistito, una roba inaudita.
Alla fine, le patate sono state bollite con la buccia e faticosamente pelate comunque da mia suocera che non ha proferito parola. La cena si è poi svolta con la solita tranquillità e il solito dispiego di trigliceridi. Alla fine, quando siamo rimasti soli ed ed era già il 2017, ho chiesto a mio marito, con puro interesse etnologico, se avesse sentito la differenza nel sapore delle patate della discordia. Perché io, onestamente, no. E lui, onestamente, neppure. Del resto dubito che in molti fuori d'Italia possano dirsi davvero impressionati dalla differenza tra uno spaghetto intero e uno spezzato, ma tant'è, a ognuno il suo e buon anno a tutti.
venerdì 4 novembre 2016
boys will be boys (and girls)
Qualche tempo fa eravamo da amici che hanno tre figli tra 0 e 6 anni. La cena fu come minimo complicata: non credo che noi adulti siamo riusciti ad essere tutti contemporaneamente seduti a tavola più di trenta secondi di fila. Quando il caos pareva essersi leggermente placato, ho pensato di raccontare loro che, per lo meno in Italia, i bambini nordici godono della fama di essere particolarmente buoni, silenziosi ed obbedienti. Hanno molto riso.
Secondo me, i bambini di nessun paese, qualsiasi sia lo stile educativo, possono essere esenti dal tantrum, dai capricci, e da certe fasi che sono legate strettamente allo sviluppo neurologico. La mia modesta opinione è che i bambini nordici si guadagnino la nomea di quieti e silenziosi soprattutto in contesti turistici e vacanzieri, nei quali si trovino a confronto coi loro coetanei più meridionali. E in quei contesti, essi spiccheranno per calma e silenziosità esattamente come i loro genitori spiccheranno per la stessa ragione. Secondo me, i bambini nordici urlano meno non perché siano geneticamente modificati, e nemmeno perché siano stati "disciplinati", ma perché, banalmente, i loro genitori urlano meno. La loro televisione urla meno. La società urla meno. Il rumore di fondo in Svezia è più basso. È come un ristorante semivuoto, dove la gente ai tavoli parla a voce bassa: se la sala si riempie, ecco che tutti piano piano alzeranno il tono.
Poi però ci sono altri fattori che forse concorrono. Il modello educativo diffuso qua, che mette "il bambino al centro", forse non è direttamente responsabile di bambini "più educati" - per lo meno non se lo si considera, come fanno molti dei detrattori, come un metodo educativo nel senso di strettamente disciplinare. Qui in effetti c'è tolleranza zero verso le punizioni corporali anche leggere e persino verso i toni troppo aggressivi. Niente scapaccioni né urlatacce, quindi - Però forse questa visione è responsabile di come la società e l'ambiente sono progettati, con al centro le esigenze dei piccoli e delle loro famiglie, e questo forse contribuisce ad un approccio in generale più paziente e rilassato verso i bambini.
Lo si vede per esempio nel fatto che ogni cento metri ci sia un parco giochi, e che ogni giorno, con qualunque tempo meteorologico, i bambini stiano fuori un paio d'ore a correre, arrampicarsi, scavare nella sabbia, tuffarsi nelle pozzanghere e rotolarsi nel fango e nella neve. Senza che nessuno dica loro di stare attenti, o di non sporcarsi, o di non sudare: ci sono vestiti apposta per ogni evenienza. Qualche tempo fa, un pomeriggio di pioggia, dovevo badare a mia nipote, una bambina iperenergetica e non certamente ubbidiente. Lei subito mi chiese di portarla fuori. La mia risposta istintiva, lo ammetto, sarebbe stata: "Ma col cavolo!". Le feci notare che fuori pioveva, al che lei rispose supplicante: "Ma poooco!". Uscimmo quindi, ben attrezzate contro gli elementi, e al rientro il pomeriggio filò via liscio. Magari i bambini più facilmente sfogano così energie che altrimenti magari finirebbero scaricate altrove? Del resto dai loro genitori, che fanno molto sport e usano in media poco la macchina, imparano forse ad essere meno lamentosi verso fatica e maltempo.
E insomma, i bambini sono gli stessi ovunque nel mondo. Sotto una certa età, secondo me, sono completamente indistinguibili. Dopo magari entra in gioco l'ambiente ma, ed è questo il succo della mia riflessione, forse più nel senso dell'esempio che dà che in quello delle regole (o delle sberle) che rifila.
Perché si sa, i bambini fanno come facciamo noi, non come diciamo loro.
Secondo me, i bambini di nessun paese, qualsiasi sia lo stile educativo, possono essere esenti dal tantrum, dai capricci, e da certe fasi che sono legate strettamente allo sviluppo neurologico. La mia modesta opinione è che i bambini nordici si guadagnino la nomea di quieti e silenziosi soprattutto in contesti turistici e vacanzieri, nei quali si trovino a confronto coi loro coetanei più meridionali. E in quei contesti, essi spiccheranno per calma e silenziosità esattamente come i loro genitori spiccheranno per la stessa ragione. Secondo me, i bambini nordici urlano meno non perché siano geneticamente modificati, e nemmeno perché siano stati "disciplinati", ma perché, banalmente, i loro genitori urlano meno. La loro televisione urla meno. La società urla meno. Il rumore di fondo in Svezia è più basso. È come un ristorante semivuoto, dove la gente ai tavoli parla a voce bassa: se la sala si riempie, ecco che tutti piano piano alzeranno il tono.
Poi però ci sono altri fattori che forse concorrono. Il modello educativo diffuso qua, che mette "il bambino al centro", forse non è direttamente responsabile di bambini "più educati" - per lo meno non se lo si considera, come fanno molti dei detrattori, come un metodo educativo nel senso di strettamente disciplinare. Qui in effetti c'è tolleranza zero verso le punizioni corporali anche leggere e persino verso i toni troppo aggressivi. Niente scapaccioni né urlatacce, quindi - Però forse questa visione è responsabile di come la società e l'ambiente sono progettati, con al centro le esigenze dei piccoli e delle loro famiglie, e questo forse contribuisce ad un approccio in generale più paziente e rilassato verso i bambini.
Lo si vede per esempio nel fatto che ogni cento metri ci sia un parco giochi, e che ogni giorno, con qualunque tempo meteorologico, i bambini stiano fuori un paio d'ore a correre, arrampicarsi, scavare nella sabbia, tuffarsi nelle pozzanghere e rotolarsi nel fango e nella neve. Senza che nessuno dica loro di stare attenti, o di non sporcarsi, o di non sudare: ci sono vestiti apposta per ogni evenienza. Qualche tempo fa, un pomeriggio di pioggia, dovevo badare a mia nipote, una bambina iperenergetica e non certamente ubbidiente. Lei subito mi chiese di portarla fuori. La mia risposta istintiva, lo ammetto, sarebbe stata: "Ma col cavolo!". Le feci notare che fuori pioveva, al che lei rispose supplicante: "Ma poooco!". Uscimmo quindi, ben attrezzate contro gli elementi, e al rientro il pomeriggio filò via liscio. Magari i bambini più facilmente sfogano così energie che altrimenti magari finirebbero scaricate altrove? Del resto dai loro genitori, che fanno molto sport e usano in media poco la macchina, imparano forse ad essere meno lamentosi verso fatica e maltempo.
E insomma, i bambini sono gli stessi ovunque nel mondo. Sotto una certa età, secondo me, sono completamente indistinguibili. Dopo magari entra in gioco l'ambiente ma, ed è questo il succo della mia riflessione, forse più nel senso dell'esempio che dà che in quello delle regole (o delle sberle) che rifila.
Perché si sa, i bambini fanno come facciamo noi, non come diciamo loro.
venerdì 14 ottobre 2016
"Sono diventato il genitore che un tempo detestavo"
Questo era il titolo di un articolo che ho letto tempo fa, su un giornale svedese. Iniziava con il racconto di un padre il cui bambino di tre anni era sfuggito ad ogni controllo durante la visita ad una mostra e di come avesse semidistrutto un'opera d'arte. (Arte moderna: l'opera era fatta di pasta cruda e non era protetta da nessuna teca). Dopo l'aneddoto tutto sommato divertente, il giornalista continuava con note un po' più generali e decisamente più serie, che mi hanno colpito.
Di seguito metto una parte dell'articolo, tradotto liberamente da me.
Momenti come quelli, per fortuna, non sono la regola però accadono piuttosto regolarmente ormai, soprattutto se siamo fuori, in luoghi pubblici. Rispetto al bambino dell'articolo è ancora relativamente facile portarla a scuola o metterla a dormire, il 90% del tempo è buffa e allegra, ma ogni giorno ci sono diverse battaglie da combattere, ogni giorno ci sono crisi di rabbia piccole o medie o grandi per qualcosa - e può davvero essere qualunque cosa. Terrible-two in anticipo, immagino. A casa è dura gestirla ma fuori è infinitamente peggio, ed ora infatti evito sempre di più di trovarmici, di stare in luoghi dove la furia della piccola Hulk in fucsia non possa abbattersi sulla quiete, gli oggetti, i timpani altrui. Ed ecco che il mondo ti si restringe intorno. E non tutti capiscono. Non capiscono quelli che continuano a dirti di di portarla qui e lì, alle feste, al ristorante, e che vuoi che sia, e così vedrai si abitua, del resto è lei che si deve adattare a me (e se non lo fa è perché sono io che sbaglio). E non capiscono quelli che si ritrovano, ahiloro, seduti sul sedile a fianco in aereo, o intrappolati nello stesso ascensore, o in coda alla stessa cassa al supermercato, o a pranzo al tavolo vicino, e che sembrano dirti esattamente l'opposto, tranne che per la conclusione che sei tu che sbagli.
Del resto, un tempo sarei stata di loro.
Di seguito metto una parte dell'articolo, tradotto liberamente da me.
Ci ho ripensato l'altra settimana, quando per un attimo mi sono ritrovata a pensare quella stessa frase del titolo. Ero fuori da un centro commerciale, ai margini del parcheggio. Danne era dentro in fila alla cassa di un negozio di scarpe, dove eravamo andati non per divertimento ma per cause di forza maggiore, per comprare le prime scarpe invernali per Kiki. Io ero seduta su una panchina e tenevo stretta in una presa da wrestler mia figlia che si divincolava a strillava fino a perdere la voce nel tentativo di fuggire correndo tra le auto. L'avevo dovuta già portare fuori di peso dal negozio (14 Kg in movimento), dove farle provare le scarpe si era rivelata una mission impossible, ma persino lì fuori, tra la gente che passava e a due passi dalle auto, le cose non erano certo più facili. È allora appunto che ho realizzato, mentre usavo tutte le fibre del mio corpo per tenerla ferma, che non la sentivo nemmeno più, le sue urla strozzate e disperate erano sottofondo, i miei gesti meccanici, e la gente che passava puro sfondo cartonato. Mi sono resa conto di cosa intendeva quel giornalista con "power-saving mode" e con "il mondo in vibra-call". È che in quei frangenti ho solo le forze mentali e fisiche sufficienti a evitare che mia figlia scappi tra le auto, non posso permettermi di pensare anche a chi passa e ne è sicuramente disturbato o irritato, e pensa che è tutta colpa mia, che loro saprebbero come fare, che sei troppo severa, troppo poco severa, che ci dovresti andare più spesso al centro commerciale così l'abitui oppure che cosa mai ce la porti a fare una bimba del genere al centro commerciale, o in tram, o al museo. Il mondo è silenziato perché non posso pensarci, se lo facessi probabilmente crollerei."Prima di essere padre odiavo i genitori che lasciano i loro bambini urlare sull'autobus o far confusione tra i tavoli di un ristorante. Detestavo i loro sguardi vuoti, la bocca semi-aperta. Come se non sentissero o non se ne curassero.Ora lo so. Che si sente e che ci se ne cura. Ma è come se ci fosse un interruttore nella testa che salta quando è semplicemente troppo. Si va come in power-save, tutte le funzioni tranne quelle assolutamente vitali e la soglia di attenzione si abbassa al livello "il bambino è vivo?".Ora sono io quello che vedete avanzare come un fantasma lungo la coda alla cassa mentre i bambini seminano terrore nel negozio. Non mi importa davvero nulla di cosa tu pensi. Semplicemente, non posso permettermelo.Sono io quello che tu vedi sentirsi un po' male sul marciapiede fuori dall'asilo. Non sono malato né ubriaco, sono solo distrutto dall'esperienza drammatica della consegna, oppure già per la fatica che abbiamo fatto sulla strada da casa. È come se mi disconnettessi dal mondo in quei casi, lo so. D'altra parte, tutti gli amici con bambini ti ripetono che andrà meglio presto. Ma è come se fossero solo parole, perché non diventa mai davvero più facile. E ti dicono: vai a quella mostra, è così bella e colorata e perfetta per i bambini! e tu dimentichi di chiedere se ci saranno teche e recinzioni. Perché tu vuoi disperatamente andare. Vuoi disperatamente crederci, che puoi fare cose come quella. Solo che non funziona mai. Ed ecco che ci si trova in power-saving mode, e col mondo in vibrazione. Potete odiarmi quanto volete. Io voglio solo che sappiate perché si diventa così."
Momenti come quelli, per fortuna, non sono la regola però accadono piuttosto regolarmente ormai, soprattutto se siamo fuori, in luoghi pubblici. Rispetto al bambino dell'articolo è ancora relativamente facile portarla a scuola o metterla a dormire, il 90% del tempo è buffa e allegra, ma ogni giorno ci sono diverse battaglie da combattere, ogni giorno ci sono crisi di rabbia piccole o medie o grandi per qualcosa - e può davvero essere qualunque cosa. Terrible-two in anticipo, immagino. A casa è dura gestirla ma fuori è infinitamente peggio, ed ora infatti evito sempre di più di trovarmici, di stare in luoghi dove la furia della piccola Hulk in fucsia non possa abbattersi sulla quiete, gli oggetti, i timpani altrui. Ed ecco che il mondo ti si restringe intorno. E non tutti capiscono. Non capiscono quelli che continuano a dirti di di portarla qui e lì, alle feste, al ristorante, e che vuoi che sia, e così vedrai si abitua, del resto è lei che si deve adattare a me (e se non lo fa è perché sono io che sbaglio). E non capiscono quelli che si ritrovano, ahiloro, seduti sul sedile a fianco in aereo, o intrappolati nello stesso ascensore, o in coda alla stessa cassa al supermercato, o a pranzo al tavolo vicino, e che sembrano dirti esattamente l'opposto, tranne che per la conclusione che sei tu che sbagli.
Del resto, un tempo sarei stata di loro.
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