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lunedì 16 gennaio 2017

Somehow, it's never. Or now

I know how everyone else's life is supposed to fly by

Negli ultimi anni, ho notato come spesso si guardi alle vite degli altri con uno sguardo pieno di pregiudizio, sia in termini positivi che negativi. Ci si confronta spesso scegliendo di dare importanza solo ad alcuni aspetti, di solito quelli che rappresentano i nostri tasti più dolenti. Le vite degli altri ci sembrano sempre più facili, meno problematiche delle nostre. Le vite degli altri ci sembrano spesso baciate dalla fortuna e talvolta piene di immotivate lamentele. Le avessimo noi, quelle vite, molto probabilmente ci baceremmo i gomiti, sosteniamo.

Then someone turns and says What about you? And I stand here, mouth open, mind blank

C'è poi chi, per varie ragioni, si adopera nello spingere altri al confronto. Sono quelle persone che fanno domande esplicite su quei territori nei quali forse loro si sentono più sicure, o appagate, o stabili, o serene, e scelgono di non pensare che quelle domande a qualcun altro causeranno invece sofferenza. E a te quanti esami mancano? E voi quando vi sposate? E voi figli niente? E tu hai trovato lavoro? E tu, fidanzati niente? E voi, abitate ancora in quell'appartamento? Se ci si risente, ovviamente, è perché non si è sufficientemente saldi e sereni. Spesso poi, chi si risente su un punto, ferisce su altri, in altre conversazioni. Perché in questo, come in ogni cosa, c'è questo continuo, probabilmente inconscio, scegliere di valutare le vite degli altri e la propria con metri diversi.

This should have all worked itself out by now The map of my life should be clear and precise

Le vite degli altri sembrano spesso star lì a ricordarci soprattutto le nostre défaillance e le frasi peggiori, quelle che fanno più male, tendiamo a dircele da soli, nel silenzio di certe notti insonni. Forse perché è così difficile accettare tutto ciò su cui non abbiamo controllo e che condiziona la nostra vita sembrandoci un'ingiustizia immensa.

Oh, I am not unbreakable, I am breaking right now. 

E si va un po' in pezzi nel tentativo di dissimulare, di non mostrare troppo di quei lati di noi che ci causano più dolore. È difficile cercare aiuto quando ci si sente gli unici ad essere sbagliati e quando si teme che il proprio dolore, reso visibile agli altri, servirà soprattutto a rassicurare loro sulle loro esistenze.

Maybe everyone can't have the dream. Maybe everyone can't kiss the frog

Ma chi lo dice che possiamo, e che quindi dobbiamo, avere tutto. Forse bisogna riscrivere gli obiettivi sulla base di chi siamo, e di quello che si può davvero fare. Anche se tutti meritiamo la felicità, non tutti possiamo ottenerla nello stesso identico modo, mettendo una spunta sulle stesse identiche caselle. La vita di nessuno - quell'incessante fiume di sgargianti bacheche su Facebook - può essere metro per valutare la nostra.

Oh I need to be unbreakable. Somehow it's never, or now.

E forse il primo passo sta qui: se voglio essere più forte, devo smettere di farmi lo sgambetto da sola e devo smettere di usare i giudizi altrui come maschera dei miei. E non è solo questione di augurarselo, perché è gennaio ed è periodo di blande risoluzioni. È proprio questione di doverlo fare.

Perché è ora, o mai più.


Questo post cita il testo di una canzone e la musica di un'altra, ma entrambe vengono da qui.




venerdì 13 gennaio 2017

Sissa

Dopo un autunno di fuoco, in cui il suo appellativo più affettuoso era "la bimba di Satana" o "Jack Jack Attack", mia figlia pare approdata ad una nuova fase di relativa quiete. Uscire di casa non comporta che si sdrai lunga distesa e piangente sulle scale a causa del cappellino sbagliato, o delle scarpe sbagliate, o della luna in Saturno o sa dio cosa. Al supermercato non tenta tuffi carpiati dal carrello. A casa non sta ferma un secondo ma è anche molto divertente. All'asilo si è persino fatta la nomea di bambina ideale.

In effetti a scuola è persino più quieta. "Fossero tutti così" mi dice la sua educatrice. Non fa mai un capriccio, in tutti i momenti difficili come le transizioni (vestirsi per andare in giardino, svestirsi per tornare dentro, lavarsi le mani per andare a tavola, prepararsi per andare a dormire...) lei è tra i pochi che non presta resistenza, non fa la difficile, non piange MAI. "Ehm...mi fa piacere" rispondo incerta. Una mamma nuova, che aveva appena fatto un giorno di inserimento per sua figlia, mi ha fermato nel corridoio e mi ha detto: "certo che tua figlia è davvero buonissima". Ecco, ci sono così poco abituata a sentirmelo dire che l'ho guardata sbattendo le palpebre per qualche secondo.

Qui vige la regola che le educatrici ti avvertono solo se i bambini non hanno mangiato niente, o non hanno dormito, se tutto il resto è normale semplicemente non ti dicono nulla, ciao e a domani. Ecco, a me ogni giorno dicono: "ha mangiato TANTO di TUTTO. Ma tipo anche i cavolfiori". Io non so che rispondere, dico "ah bene, grazie" e loro a volte aggiungono: "te lo dico così magari non ti stupisci se ora a casa non mangia niente". No, certo, ma quando mai? a casa mangia come una disperata. E poi, nel cuore della notte me la trovo col naso a un millimetro dal mio, gli occhi spalancati, che mi dice "Atte?". Ed io mi alzo e le metto in mano una pinta di latte. Del resto, se non lo faccio, apre il frigo e fa da sola.

Parla comunque ancora una lingua tutta sua che non capisce nessuno. All'asilo pensano che parli solo italiano (mi hanno pure chiesto, preoccupate: "ma a casa il padre le parla in svedese corretto?" chissà cosa intendevano...) ma la verità è che ormai le sue parole sono al 90% basate sullo svedese. È che sono storpiate ad un livello che potrebbero benissimo essere turco, per quel che ne sanno gli altri. Capisce perfettamente entrambe le lingue, però è evidente che molte delle parole italiane di qualche mese fa sono state rimpiazzate dalla loro traduzione svedese, persino sì e no.

Una cosa che mi fa morire dal ridere è che ogni mattina appena sveglia deve fare l'appello. Si punta un dito sulla guancia, mi guarda e fa: Sissa? Poi mi punta un dito contro e dice: Mamma? e infine verso suo padre: Pappa? La cosa viene ripetuta un cinque, sei volte. A volte vengono anche coinvolti altri soggetti che si trovino a tiro. La gatta: Isa? Il gatto: Osho? L'amato cuscino: Gugghe? La bambola che le è stata regalata (non da me): Bebè? Immagino sia un bisogno di certezze tipico di questa fase dello sviluppo, un po' come il costante controllo che no sia no e i limiti siano quelli. Forse però è anche un bisogno di certezze linguistiche, il suo.

Ad ogni modo ci godiamo la quiete in attesa della prossima tempesta.

martedì 10 gennaio 2017

do not mess with potatoes

Nella nostra famiglia allargata, che è una famiglia che mischia tre nazionalità e quattro lingue, vigono alcune regole di non-belligeranza. Una di esse è che nessuno cucina la pasta in mia presenza. Un'altra è che io lascio a loro la faccenda patate.

Sia chiaro, prima di venire al Nord non ritenevo affatto le patate bollite una "faccenda" delicata. Mentre è ben risaputo che un italiano si inalbera per spaghetti tagliati col coltello e mangiati col cucchiaio, per l'olio nella pentola, per la pentola microscopica, per la pasta scotta e scondita usata per contorno a casaccio, per il ketchup, per questo e per quello, a noi italiani non viene spontaneo guardare alle patate bollite (universale presenza) come a qualcosa di meritevole di troppi riguardi. Io, perlomeno, non conoscevo nemmeno i nomi delle diverse varietà. 

Che fosse una cosa seria l'ho imparato in realtà non da Danne, che è grandemente tollerante e non è mai fanatico quando si tratta di cibo, né dai suoi, visto che per i primi sette anni della nostra relazione abbiamo vissuto a tale distanza da loro che non si era mai posto il problema. Fu la mia amica-vicina di casa in Germania, italiana emigrata da piccola e sposata a un finlandese e che passa da anni tutte le estati in Finlandia circondata dalla grande famiglia di lui, a raccontarmi di come bollire le patate non fosse cosa da prendere alla leggera. Lasciale cucinare a loro e non farti troppe domande! Io mi sono sempre rifatta a questo ottimo consiglio e ho vissuto serena. Mi chiedevo però se non fosse un filo esagerata, la questione. 

Questo capodanno ho finalmente compreso. La cena di capodanno si è svolta a casa mia, qui, con i suoceri e i cognati, tornati giusto in tempo dalla patria di lei, la Germania. La cena si svolgeva da noi perché era più semplice per Kiki andare a dormire presto, ma il menu era stato grossomodo deciso dai miei cognati, che avevano portato dalla Germania tutto l'occorrente per la tradizionale Raclette di capodanno. La Raclette è un po' una fissa in Germania, e si adatta bene alle cene che si protraggono a lungo, perciò è molto popolare per la sera dell'ultimo dell'anno. Fatto sta che l'entusiasmo dei tedeschi verso questo ordigno che scalda il formaggio e l'idea di mangiare per una intera sera formaggio fuso versato sopra a qualunque cosa (verdure, salumi, patate lesse ma anche frutta, a quanto pare) è per me, dopo tanti anni in Germania, ancora fonte di perplessità. Per i miei suoceri, che pure si erano già prestati a questo tipo di cena in passato, è un po' un supplizio cui si piegano con rassegnazione. Non è che la Raclette non ci piaccia, ne a noi né a loro, è solo che non capiamo l'entusiasmo.

Dunque, sempre per le regole di non-belligeranza delle famiglie multi-culti, quando il menu della serata era stato deciso, nessuno aveva protestato (apertamente). Mia suocera aveva lo sguardo smarrito che conosco bene (quello di quando in un momento di grande fretta con la famiglia riunita avevo proposto di fare per loro una carbonara al volo) ma non aveva né fatto proteste né controproposte. Una volta arrivati tutti qua, con il pesante marchingegno e circa due quintali di derrate alimentari tedesche, mia suocera si era messa subito in cucina ed aveva cominciato a fare l'unica cosa per la quale, in questo bailamme di culture, si sentiva sicura di sé: bollire le patate.

Ed è stato lì che finalmente, ho capito. Lo scontro tra due culture basate sulle patate (Germania vs Svezia) mi si è rivelato in tutta la sua perniciosità. Perché vedete, mia suocera aveva già afferrato il pelapatate quando mia cognata ha alzato gli occhi al cielo e ha fatto una faccia tra l'indignato e l'afflitto. È seguita lunga discussione tra i miei cognati, me ne sono sfuggiti vari pezzi ma il succo era che le patate andavano sbucciate bollite, non crude, anche se questo comporta un lavoro più rognoso che forse non era il caso di infliggere a mia suocera. Ho sentito alla fine la frase "secondo me sono più buone così ma voi siete tanti ed io sono una, quindi avrete sicuramente ragione voi". Vi assicuro che questo è l'apex della tensione famigliare cui abbia mai assistito, una roba inaudita.

Alla fine, le patate sono state bollite con la buccia e faticosamente pelate comunque da mia suocera che non ha proferito parola. La cena si è poi svolta con la solita tranquillità e il solito dispiego di trigliceridi. Alla fine, quando siamo rimasti soli ed ed era già il 2017, ho chiesto a mio marito, con puro interesse etnologico, se avesse sentito la differenza nel sapore delle patate della discordia. Perché io, onestamente, no. E lui, onestamente, neppure. Del resto dubito che in molti fuori d'Italia possano dirsi davvero impressionati dalla differenza tra uno spaghetto intero e uno spezzato, ma tant'è, a ognuno il suo e buon anno a tutti.




venerdì 4 novembre 2016

boys will be boys (and girls)

Qualche tempo fa eravamo da amici che hanno tre figli tra 0 e 6 anni. La cena fu come minimo complicata: non credo che noi adulti siamo riusciti ad essere tutti contemporaneamente seduti a tavola più di trenta secondi di fila. Quando il caos pareva essersi leggermente placato, ho pensato di raccontare loro che, per lo meno in Italia, i bambini nordici godono della fama di essere particolarmente buoni, silenziosi ed obbedienti. Hanno molto riso.

Secondo me, i bambini di nessun paese, qualsiasi sia lo stile educativo, possono essere esenti dal tantrum, dai capricci, e da certe fasi che sono legate strettamente allo sviluppo neurologico. La mia modesta opinione è che i bambini nordici si guadagnino la nomea di quieti e silenziosi soprattutto in contesti turistici e vacanzieri, nei quali si trovino a confronto coi loro coetanei più meridionali. E in quei contesti, essi spiccheranno per calma e silenziosità esattamente come i loro genitori spiccheranno per la stessa ragione. Secondo me, i bambini nordici urlano meno non perché siano geneticamente modificati, e nemmeno perché siano stati "disciplinati", ma perché, banalmente,  i loro genitori urlano meno. La loro televisione urla meno. La società urla meno. Il rumore di fondo in Svezia è più basso. È come un ristorante semivuoto, dove la gente ai tavoli parla a voce bassa: se la sala si riempie, ecco che tutti piano piano alzeranno il tono.

Poi però ci sono altri fattori che forse concorrono. Il modello educativo diffuso qua, che mette "il bambino al centro", forse non è direttamente responsabile di bambini "più educati" - per lo meno non se lo si considera, come fanno molti dei detrattori, come un metodo educativo nel senso di strettamente disciplinare. Qui in effetti c'è tolleranza zero verso le punizioni corporali anche leggere e persino verso i toni troppo aggressivi. Niente scapaccioni né urlatacce, quindi -  Però forse questa visione è responsabile di come la società e l'ambiente sono progettati, con al centro le esigenze dei piccoli e delle loro famiglie, e questo forse contribuisce ad un approccio in generale più paziente e rilassato verso i bambini.

Lo si vede per esempio nel fatto che ogni cento metri ci sia un parco giochi, e che ogni giorno, con qualunque tempo meteorologico, i bambini stiano fuori un paio d'ore a correre, arrampicarsi, scavare nella sabbia, tuffarsi nelle pozzanghere e rotolarsi nel fango e nella neve. Senza che nessuno dica loro di stare attenti, o di non sporcarsi, o di non sudare: ci sono vestiti apposta per ogni evenienza. Qualche tempo fa, un pomeriggio di pioggia, dovevo badare a mia nipote, una bambina iperenergetica e non certamente ubbidiente. Lei subito mi chiese di portarla fuori. La mia risposta istintiva, lo ammetto, sarebbe stata: "Ma col cavolo!". Le feci notare che fuori pioveva, al che lei rispose supplicante: "Ma poooco!". Uscimmo quindi, ben attrezzate contro gli elementi, e al rientro il pomeriggio filò via liscio. Magari i bambini più facilmente sfogano così energie che altrimenti magari finirebbero scaricate altrove? Del resto dai loro genitori, che fanno molto sport e usano in media poco la macchina, imparano forse ad essere meno lamentosi verso fatica e maltempo.

E insomma, i bambini sono gli stessi ovunque nel mondo. Sotto una certa età, secondo me, sono completamente indistinguibili. Dopo magari entra in gioco l'ambiente ma, ed è questo il succo della mia riflessione, forse più nel senso dell'esempio che dà che in quello delle regole (o delle sberle) che rifila.

Perché si sa,  i bambini fanno come facciamo noi, non come diciamo loro.

venerdì 14 ottobre 2016

"Sono diventato il genitore che un tempo detestavo"

Questo era il titolo di un articolo che ho letto tempo fa, su un giornale svedese. Iniziava con il racconto di un padre il cui bambino di tre anni era sfuggito ad ogni controllo durante la visita ad una mostra e di come avesse semidistrutto un'opera d'arte. (Arte moderna: l'opera era fatta di pasta cruda e non era protetta da nessuna teca). Dopo l'aneddoto tutto sommato divertente, il giornalista continuava con note un po' più generali e decisamente più serie, che mi hanno colpito. 

Di seguito metto una parte dell'articolo, tradotto liberamente da me.
"Prima di essere padre odiavo i genitori che lasciano i loro bambini urlare sull'autobus o far confusione tra i tavoli di un ristorante. Detestavo i loro sguardi vuoti, la bocca semi-aperta. Come se non sentissero o non se ne curassero.Ora lo so. Che si sente e che ci se ne cura. Ma è come se ci fosse un interruttore nella testa che salta quando è semplicemente troppo. Si va come in power-save, tutte le funzioni tranne quelle assolutamente vitali e la soglia di attenzione si abbassa al livello "il bambino è vivo?".Ora sono io quello che vedete avanzare come un fantasma lungo la coda alla cassa mentre i bambini seminano terrore nel negozio. Non mi importa davvero nulla di cosa tu pensi. Semplicemente, non posso permettermelo.Sono io quello che tu vedi sentirsi un po' male sul marciapiede fuori dall'asilo. Non sono malato né ubriaco, sono solo distrutto dall'esperienza drammatica della consegna, oppure già per la fatica che abbiamo fatto sulla strada da casa. È come se mi disconnettessi dal mondo in quei casi, lo so. D'altra parte, tutti gli amici con bambini ti ripetono che andrà meglio presto. Ma è come se fossero solo parole, perché non diventa mai davvero più facile. E ti dicono: vai a quella mostra, è così bella e colorata e perfetta per i bambini! e tu dimentichi di chiedere se ci saranno teche e recinzioni. Perché tu vuoi disperatamente andare. Vuoi disperatamente crederci, che puoi fare cose come quella. Solo che non funziona mai. Ed ecco che ci si trova in power-saving mode, e col mondo in vibrazione. Potete odiarmi quanto volete. Io voglio solo che sappiate perché si diventa così."
Ci ho ripensato l'altra settimana, quando per un attimo mi sono ritrovata a pensare quella stessa frase del titolo. Ero fuori da un centro commerciale, ai margini del parcheggio. Danne era dentro in fila alla cassa di un negozio di scarpe, dove eravamo andati non per divertimento ma per cause di forza maggiore, per comprare le prime scarpe invernali per Kiki. Io ero seduta su una panchina e tenevo stretta in una presa da wrestler mia figlia che si divincolava a strillava fino a perdere la voce nel tentativo di fuggire correndo tra le auto. L'avevo dovuta già portare fuori di peso dal negozio (14 Kg in movimento), dove farle provare le scarpe si era rivelata una mission impossible, ma persino lì fuori, tra la gente che passava e a due passi dalle auto, le cose non erano certo più facili.  È allora appunto che ho realizzato, mentre usavo tutte le fibre del mio corpo per tenerla ferma,  che non la sentivo nemmeno più, le sue urla strozzate e disperate erano sottofondo, i miei gesti meccanici, e la gente che passava puro sfondo cartonato. Mi sono resa conto di cosa intendeva quel giornalista con "power-saving mode" e con "il mondo in vibra-call". È che in quei frangenti ho solo le forze mentali e fisiche sufficienti a evitare che mia figlia scappi tra le auto, non posso permettermi di pensare anche a chi passa e ne è sicuramente disturbato o irritato, e pensa che è tutta colpa mia, che loro saprebbero come fare, che sei troppo severa, troppo poco severa, che ci dovresti andare più spesso al centro commerciale così l'abitui oppure che cosa mai ce la porti a fare una bimba del genere al centro commerciale, o in tram, o al museo. Il mondo è silenziato perché non posso pensarci, se lo facessi probabilmente crollerei.

Momenti come quelli, per fortuna, non sono la regola però accadono piuttosto regolarmente ormai, soprattutto se siamo fuori, in luoghi pubblici. Rispetto al bambino dell'articolo è ancora relativamente facile portarla a scuola o metterla a dormire, il 90% del tempo è buffa e allegra, ma ogni giorno ci sono diverse battaglie da combattere, ogni giorno ci sono crisi di rabbia piccole o medie o grandi per qualcosa - e può davvero essere qualunque cosa. Terrible-two in anticipo, immagino. A casa è dura gestirla ma fuori è infinitamente peggio, ed ora infatti evito sempre di più di trovarmici, di stare in luoghi dove la furia della piccola Hulk in fucsia non possa abbattersi sulla quiete, gli oggetti, i timpani altrui. Ed ecco che il mondo ti si restringe intorno. E non tutti capiscono. Non capiscono quelli che continuano a dirti di di portarla qui e lì, alle feste, al ristorante, e che vuoi che sia, e così vedrai si abitua, del resto è lei che si deve adattare a me (e se non lo fa è perché sono io che sbaglio).  E non capiscono quelli che si ritrovano, ahiloro, seduti sul sedile a fianco in aereo, o intrappolati nello stesso ascensore, o in coda alla stessa cassa al supermercato, o a pranzo al tavolo vicino, e che sembrano dirti esattamente l'opposto, tranne che per la conclusione che sei tu che sbagli.
Del resto, un tempo sarei stata di loro.

giovedì 29 settembre 2016

Prove di bilinguismo

All'ultima visita pediatrica ci hanno chiesto se Kiki avesse un vocabolario di almeno 8-10 parole. Dipende, ho risposto, devono essere parole che esistono?
Perché ecco, mia figlia, per parlare, parla. In continuazione, a voce altissima, parla come se avesse tantissimo da dire, con tutte le espressioni facciali di chi è immerso in un dibattito serio. Solo che non la capisce nessuno.

La sua lingua è un mix di italiano e svedese, ma con un guizzo creativo in più.  Sa che ogni oggetto ha due nomi, e li comprende entrambi, ma delle due parole, quella svedese e quella italiana, sceglie di usarne solo una, di solito la più corta. Questo a prescindere dall'interlocutore. Inoltre la semplifica ulteriormente, di solito ripetendo la sillaba iniziale. Dunque cuscino e kudde diventano gugghe, fiore e blomma diventano fuffe. Spesso poi estende la parola a tutta una categoria, e non è facile capire il criterio. Per esempio, quaqua è la papera, ma anche tutto ciò che abbia un becco. E Nina è kanin (coniglio, come il suo peluche) ma anche la piccola copertina che si porta a letto come coccola. Per non parlare del fatto che tutte le parole che iniziano con Pa, in qualsiasi lingua, diventano Pappa, e quelle che iniziano con Ca sono tutte kakka.

La confusione negli astanti è spesso totale, specie se conoscono una sola delle due lingue. Sostanzialmente, tutti tranne me. Deve essere frustrante, per lei, parlare senza essere capita, cosa che forse spiega molte delle sue crisi di rabbia e il suo sempre maggiore attaccamento a me. Sarà per questo che spesso integra con gesti ed onomatopee.  Per esempio, se ha fame, indica quello che vuole, dice  "MUMMUMME" e poi indica la sua bocca aperta.

Sostanzialmente, parla come Simon's cat:


Un po' barbaro ma efficace.



lunedì 26 settembre 2016

Da dove si ricomincia? Perché di ricominciare avrei davvero bisogno, ma finora non ho trovato davvero il modo. Pensieri sconclusionati affollano la mia mente, e pure la lista delle bozze. Tutto della mia vita pare in disordine, dentro e fuori.

Potrei dire di come abbiamo cambiato casa, comprandone una e vendendone un'altra, lasciando in entrambi i casi grande margine allo sceneggiatore per sbizzarrirsi con le coincidenze ed il tempismo. Un certo ruolo in tutto questo lo ha giocato il fatto che la compravendita immobiliare in Svezia risponde a regole un po' diverse e sia in generale una questione molto veloce e burocraticamente semplice. Per dire, tra la pubblicazione del nostro annuncio "vendesi"sull'apposita pagina web e la firma ufficiale del contratto di vendita sono passate meno di otto ore ad orologio. Ma il vero tocco surreale a tutta la faccenda è dato dal fatto che ci siamo trasferiti a 300m di distanza in un appartamento i-den-ti-co al precedente, con la differenza che stavolta in soggiorno c'è una porta dalla quale si accede a due camere da letto in più. Aver tenuto i due appartamenti in parallelo per qualche settimana ha poi dato il colpo di grazia alla sanità mentale di tutti i coinvolti. Io per esempio continuavo ad andare a cercare lo specchio in corridoio ritrovandomi a fissare un muro prima di rendermi conto che ero nella casa sbagliata.

E potrei dire di Kiki. Dal mese di luglio, dopo la settimana in cui ha avuto la sesta malattia, da rompicazzi sporadica è salita al livello PRO e ormai anche attività che potevo concedermi, come un pranzo fuori con lei o un giro al supermercato, sono diventate impossibili. Crisi di frustrazione per qualunque cosa non vada esattamente come vuole lei, pianti disperati di fronte a qualsiasi rifiuto. Reazione isteriche se per caso le dai il dolcetto che tanto voleva diviso in due invece che intero - in quel caso ci siamo ritrovati con questa bambina coi lacrimoni in mezzo alla pasticceria, che urlava così tanto da rimanere senza fiato. Oppure passato alla cassa prima di averlo se deve attendere che il suo succo di frutta venga passato alla cassa prima di averlo. La cassiera era desolata: doveva finire il cliente precedente e intanto vedeva questa bambina sconsolata, accasciata su se stessa mentre singhiozzava disperata come a dire "nessuno mi capisce!". Il che, incidentalmente, è spesso anche vero.

Del  resto ora va al nido. Ci va serena, diciamo. È serena tutto il tempo, anche la notte dorme ancora le sue tredici ore. Anzi adesso ha preso a dormire nel letto senza sbarre, un grande fouton ad una piazza e mezza dove può rotolarsi in totale autonomia. La sera tu le dici: vuoi fare la nanna? e lei agguanta il suo cuscino (Gugghe), la sua copertina (Nina) il suo ciuccio (Zuzzo), si butta a pesce sul materasso e ci dice: Cià Cià! facendo anche ciao con la mano. E dorme, quasi sempre fino alla mattina dopo. Poi la mattina, però, dopo aver camminato serena al mio fianco per i 650 m che ci separano dall'asilo, dopo essere entrata serena dentro la scuola, essersi tolta serena scarpe e giacca, ecco che scoppia il finimondo al mio primo accenno ad andarmene. L' educatrice allora la porta via e mi dice di andarmene velocemente, mentre mia figlia urla e si dispera e piange e versa lacrime. Io mi scapicollo fuori come al solito un po' scombussolata. Ogni maledetta mattina. Poi però, mi dicono, appena volto l'angolo lei smette e sta tranquilla. E pure io appena volto l'angolo smetto e sto tranquilla. Ma cosa non darei per evitarmi quei due minuti quotidiani di inferno.

Ricominciamo così, dunque, come un anno scolastico, come l'autunno della mia infanzia, quello che qui in Svezia comincia ad agosto ma che quest'anno, chissà perché, si è nascosto dietro inattese giornate di sole caldo fino all'altra settimana. Adesso è qui, però, come è giusto che sia, ed è proprio tempo di rientri.