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martedì 2 febbraio 2016

lady dal fiocco blu

È un po' di tempo che rinuncio alle discussioni. Mi sento talvolta in un disaccordo così totale che diventa quasi paralizzante. Purtroppo succede anche con le persone con le quali un tempo avrei discusso volentieri. Non nel senso che allora saremmo state necessariamente d'accordo: semplicemente un tempo sentivo di avere energia per il confronto. E ora invece mollo il colpo, pronuncio il mio silente vaffa interiore e cerco di passare avanti.

Il più delle volte la mia sofferenza viene dall'essere messa, dialetticamente, di fronte a scelte impossibili come se fossero le uniche al mondo. Ti fanno sempre credere di avere solo due opzioni  estreme, quelli che impostano il dialogo su basi disoneste. La verità non emerge mai con chiarezza dai dibattiti, è sconfortante.

Ho guardato il dibattito che andava in onda domenica su la7. Poi ho letto i commenti di chi pure lo aveva guardato e ne aveva ricavato sensazioni diametralmente opposte alle mie. Ogni volta in cui io, da spettatrice, avevo pensato di aver assistito ad un punto segnato a favore di una certa posizione, loro lo avevano preso come punto segnato contro. Come è possibile?

Anche adesso vorrei scriverne e non ci riesco, sento che ogni frase che scriverei non dimostrerebbe nulla a nessuno. Chi leggerà, terrà la sua idea, qualunque sia. Le idee sono ormai sempre più spesso questione di fede. Ed io, che di fede non ne ho mai avuta, mi sento spaesata e pure triste. Difficile essere ottimisti ultimamente.

Ho trovato per caso questo blog, scritto da una maestra canadese, madre di una bambina di 5 anni affetta da autismo. Questa bambina porta i capelli corti e adora le tartarughe ninja. Come per molti bambini autistici non è facile per lei modellare i suoi comportamenti su quello che la società si aspetta da lei. La sua mamma a quanto pare si trova regolarmente a dover difendere la ragione per cui permetta a sua figlia di portare i capelli corti. Perché le bambine hanno i capelli lunghi. Incredibile come la gente manchi di empatia, nei confronti di una bambina affetta da un disordine neurologico; ma soprattutto, se anche Kate fosse stata neurotipica, non avrebbe comunque avuto il diritto di portare i capelli come cavolo le piaceva di più? E nel caso che la scelta l'avesse fatta sua madre, così come mi ricordo la facevano le mamme di molte mie compagne di classe, perché i capelli corti sono più pratici o per diosacosa, non sarebbe stato lo stesso perfettamente accettabile?

Da quando è diventato così importante poter distinguere da 1 Km di distanza bambini maschi e femmine? La gente scende in piazza per protestare che le lobby omosessuali, le femministe, la Spectre, stanno cercando di confonderci e mescolarci e stordirci in un blur di generi, ma a me pare che mai più di ora questa loro necessità di dividerci per squadre rosa e celesti venga sostenuta dai messaggi che si raccolgono nel mondo. Mai più di ora i giochi, i vestiti, i cartoni, parlano di mondi di maschi e femmine stereotipati e divisi.

Noi siamo cresciute con Lady Oscar. Non ci mettevano quasi mai la gonna per andare a scuola. Il Lego non aveva la versione rosa confetto semplificata e pucciosa per le bambine che poverine se no come fanno a costruire le cose difficili. Questi i costumi di carnevale che mia madre mi ha comprato: arlecchino, gatto con gli stivali, pagliaccio, D'Artagnan, non c'era una femmina a pagarla. La mia maestra mi fece leggere "Extraterrestre alla pari" della Pitzorno e la mia prof di lettere delle medie "Una donna" di Sibilla Aleramo, senza che le nostre mamme si consultassero preoccupate in una chat di whatsapp. Alle medie un mio compagno di scuola era apertamente omosessuale ma non veniva bullato più di altri, nonostante noi fossimo una scuola di frontiera in un paesino di merda. Uno dei miei romanzi preferiti era "Camilla e i suoi amici" di Sandra Scoppettone (pubblicato nella collana Gaia Junior di Mondadori) che parlava di omosessualità, lo misi nella biblioteca di classe e ne parlammo tutti insieme, in seconda media, nell'ora di religione. Davvero, nell'ora di religione. Senza che a nessuno venisse una sincope.

Sono uscita dalle medie con nel cuore la certezza che andassimo incontro ad un luminoso destino e che il mondo sarebbe stato persino migliore , in termini di libertà personali, di quello, già molto più fortunato del precedente, in cui vivevo allora.

Che cazzo è successo nel frattempo?

UPDATE

In altre parole, quello che ho notato in questi mesi è stato che c'è chi si preoccupa (al punto di bandire libri) dei condizionamenti che darebbe la scuola, promuovendo idee pericolose che mirino, secondo loro, alla cancellazione del netto confine maschio-femmina. Eppure non notano che il mondo tutto intorno (giochi, cartoni, vestiti, marketing) nel quale i bambini passano molto più tempo che a scuola, passa condizionamenti quasi opposti. E molti di più di quelli cui eravamo sottoposti trent'anni fa. E allora a loro, che sono così preoccupati, vorrei dire, tranquilli! se siamo cresciuti bene noi direi che per nostri figli non c'è proprio pericolo che si confondano le idee. Sapranno sempre chi porta i pantaloni e chi no.

Per chi volesse, questi sono due articoli  che ho trovato interessanti (Grazie Fughetta!).

Cosa vendiamo alle bambine: marketing to girls, confronto 1981-2014 

I bambini non sono cambiati, noi sì: la bambina della pubblicità Lego 1981

lunedì 18 gennaio 2016

Spigolature

Niente, questo anno non ingrana , ve ne sarete accorti.
E i post in bozza diventano così irritanti che alla fine li cancello e buonanotte.
Facciamo così, diciamole in breve, le cose, e poi passiamo oltre.

Kiki ha 11 mesi e 12 denti, capelli ancora pochi e distribuiti bizzarramente. Ha fatto i suoi primi passi qualche settimana fa ma ha subito deciso di non ripetere l'esperienza. Opta invece per la curiosa via di mezzo di camminare eretta sulle ginocchia, maggior risultato col minimo sforzo. Ogni giorno, al netto delle sue 12 ore di sonno notturno, ha una rigida routine che prevede: sgombero del tavolino del salotto da ogni inutile orpello; sgombero del comodino di mamma da oggetti senza importanza quali e-reader e occhiali; testare se nella notte è cresciuta abbastanza da raggiungere il laptop sul tavolo e procedere indi alla sua distruzione; acciuffare un gatto a piacere e sfidarlo a duello (per ora vince il gatto); tentare un furto di croccantini royal canin; svuotare la cesta dei giochi su un'area il più vasta possibile perfezionando l'uso degli arti superiori; nascondere la palla gialla e fare in modo che non venga mai più ritrovata (per ora ci sono stati avvistamenti nel cestino dell'immondizia e nel cassetto della mia biancheria, ma da martedì risulta di nuovo missing in action). È una full schedule, come si nota. Resta giusto il tempo di appendersi alle ginocchia della genitrice millesima volte al dì producendo ultrasuoni.

Non ho più male al polso dal 23 dicembre scorso. E vivo nell'angoscia che ritorni. Tutto ciò mi ha portato a riflessioni su quanto il dolore fisico possa condizionare le nostre azioni. Per diverse settimane per esempio non riuscivo lo stesso a compiere in modo rilassato azioni che temevo mi avrebbero fatto male. Mi ricordavo certi cani maltrattati che continuano ad aver paura delle scope a distanza di anni. E se ci si pensa, non si apprezza mai davvero a sufficienza cosa significa vivere una quotidianità esente dal dolore fisico, finché ce l'abbiamo.

A marzo verrà a trovarmi il mio amico J., che vive nella Germania del Nord ma viene da Singapore. E ha già cominciato tutta una storia che in Svezia fa freddo e lui viene dall'equatore, quindi starà malissimo e ommioddiochiglielofafare - e pensare che l'idea era sua! E io vi giuro, ho una gran voglia di mandarlo a quel paese. Un po' trovo quasi comica l'idea di uno che dalla Germania del Nord viene un giorno nella Svezia del Sud e si aspetta chissà che cambiamento epocale di clima. Mi chiedeva se qui dove sto io poteva vedere l'aurora boreale, per dire, e ci è mancato poco non gli chiedessi se per caso non voleva farsi un giro della città su una slitta trainata da renne, che insomma, siamo lì. D'altro canto mi fa un po' rabbia perché spesso si lamenta di come la gente che incontra mostri ignoranza sul suo paese d'origine, magari non distinguendo cinesi da giapponesi, ma poi non si rende conto che fa uguale (in questo caso con la Svezia, ma è capitato con l'Italia). E una volta corretto ci resta pure male! Gli ho detto, pazientemente, che il clima non dipende così strettamente dalla latitudine, e lui mi fa: ma ho un'amica in Norvegia che muore di freddo! Ah beh, ok, se la sua amica tailandese in Norvegia ha freddo allora evidentemente la Corrente del Golfo deve aver svoltato e bisogna allertare i meteorologi.

Ah, e poi la vera notizia di questi giorni, l'unica cosa che mi tiene in piedi: dal 26 comincio con Crudelia un corso di Yoga, una sera a settimana. Un'ora e mezza di musica pling-plong senza strilli e manine che mi tirano da tutte le parti, direi che anche se non meditassi e mi facessi una dormitina ne uscirei comunque ritemprata.









mercoledì 23 dicembre 2015

il tiramisú di natale

Tanto tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, ehm, una giovane studentessa espatriata di fresco si recò ad una serata tra amici portando seco un tiramisú.

Lo aveva fatto nella cucina condivisa dell'allegra mansarda di Frau Blücher, utilizzando le fruste elettriche prestatele dal suo vicino di stanza di Singapore, il mascarpone e i savoiardi che si trovano ormai anche in capo al mondo ma che a lei era sembrato incredibile reperire, e come forma una di quei contenitori da microonde ricevuto in omaggio con un pacco di muffin del Penny Markt. L'intera faccenda aveva il fascino di una grande impresa.

Era una fredda sera di dicembre, l'altro suo vicino di stanza, francese, guidava la sua malconcia citroen e loro riuscirono a perdersi nella buia campagna tedesca. Arrivarono alla casa di quel suo collega svedese, conosciuto da poco. La casa era fatta apposta per dare delle feste, grande e bizzarra, nella mansarda (anche quella) di una vecchia casa alsaziana, con la scala di legno, le finestre storte, un pretzel sull'architrave della porta a ricordare che si trattava della casa del fornaio. Fu una sera molto divertente e molto spensierata. Guardarono un film, ascoltarono musica, risero molto. Si dimenticarono però del tiramisù.

Il mattino seguente, al lavoro, il collega svedese passando davanti al suo ufficio fece capolino dalla porta.
"Ma quel dolce che hai lasciato...c'è mica del caffè dentro? perché non ho chiuso occhio!"
"ehm...stai scherzando vero?"
"..."
"ma certo che c'è il caffè nel tiramisù..."

Chi lo avrebbe mai detto che quello sarebbe stato il primo di una lunga serie di tiramisù, passato in breve da dolce sconosciuto a preferito. Nel frattempo, la studentessa dalla mansarda condivisa, facendo una piccolissima deviazione, si sarebbe trasferita nella mansarda dello svedese, dove avrebbe trovato le migliori fruste elettriche di questo mondo, quelle classe 1970 ereditate da Mormor,  quelle che usa tuttora e senza le quali fare il tiramisú sarebbe molto, ma molto più difficile.

E chi lo avrebbe mai detto che nove anni dopo almost to the day, lo scorso capodanno, si sarebbero trovati sposati, in attesa di una figlia, a condividere lo stesso dessert con tutta la famiglia di lui. E a raccontare pure la storia buffa del tiramisù mangiato a tarda sera dal ragazzo sprovveduto, l'unico al mondo, evidentemente,  che ignorava che dentro ci fosse il caffè.

"ah, ma perché, c'è il caffè qui?" chiese allora il padre del suddetto, col cucchiaio a mezz'aria, la faccia stupita.

"Sì, c'è il caffè nel tiramisù" mormorò la ex studentessa, expat ormai rodata e incapace di stupirsi di niente, crollando le spalle.

Non si è stupita nemmeno quando gliene hanno commissionato uno come dessert per il pranzo di natale di domani. Perché in fondo le tradizioni sono solo convenzioni, e quando su sei adulti presenti si mischiano tre nazionalità ci si rende conto che la cosa più naturale da fare è inventarsene di nuove.

(Buon natale btw).

lunedì 21 dicembre 2015

when everything feels like the movies

a volte mi pare come se non ci fossi proprio io a vivere questa vita, come se la vedessi un poco da fuori, e senza nemmeno trovarla poi così interessante. Nel mucchio finiscono anche momenti piuttosto surreali. 

il momento "doctor house"

capita spesso qui che ad una visita medica sia presente uno studente, qualcuno che stia facendo un periodo di training e che sostanzialmente sta da parte e osserva. Quello che non mi era ancora capitato è che di studenti ce ne fosse una intera classe. E che il medico mi ricevesse prima da sola, in corridoio, per sincerarsi della diagnosi, per poi farmi sedere alla cattedra sotto una luce abbagliante davanti ad un piccolo pubblico cui avrei dovuto raccontare (in svedese, argh!) da capo i miei sintomi. ”ma mi raccomando, fai finta di non sapere quello che ti ho detto!”. Era una diagnosi facile, eh, per tutti tranne che per quel genio del mio medico di base, ma la dottoressa era tanto orgogliosa quando due studenti l’hanno azzeccata al primo colpo. E poi ha chiesto a tutti di avvicinarsi bene per vedere mentre mi faceva l’iniezione di cortisone. Sì ecco, un filo surreale, il tutto.

il momento "corazzata Potemkin"

Stavo col passeggino davanti al garage quando Danne mi ha chiamata da dentro, io mi sono voltata e per avvicinarmi meglio ho lasciato il manubrio. Per quel che vi posso dire, il garage e il parcheggio sono in piano, ma qualche misteriosa pendenza deve nascondersi nell’asfalto perché quando dieci secondi dopo sono tornata a voltarmi verso mia figlia ella non stava più là. Con una faccia che non mi leverò mai dalla testa stava a circa trenta metri da me, nel passeggino che stava placidamente rotolando via tra le auto del parcheggio. E siccome ho riso molto, mi vale una nonminascion cast-minute a mammadimerda 2015.  

il momento "monster in law"

mia suocera mi ha chiamato per chiedermi se pensavo fosse una buona idea regalare a Danne un ferro da stiro per il suo prossimo compleanno. Sai, mi fa, ho visto che ne avete bisogno ed io non penso che questi siano solo regali da donne. E per carità, servirci ci serve, tecnicamente, e le intenzioni sono encomiabili, e non è quindi minimamente nel mio interesse farla desistere. Anche perché già mi chiede come faccia a sopportare di star sposata ad uno che in casa fa così poco, se le dico che non stirerebbe manco sotto tortura mi manda direttamente a casa un bravo divorzista. Ha chiamato me perché ovviamente il regalo deve essere una sorpresa...Beh, penso che su questo non ci siano dubbi.

il momento "amici miei"

si sa che vivere in Svezia un po' ti taglia fuori. È un luogo un po' periferico, specialmente dopo aver vissuto così a lungo nel cuore dell'Europa, a un'ora di volo a tutto, quando mi potevo mettere in auto o in treno e in capo a un giorno sarei arrivata praticamente ovunque (sì ok, è un'iperbole). Sono lontana dai miei famigliari e loro da me, sono lontana dagli amici di una vita e pure da quelli che conosco da poco. Anzi, pure da quelli che tecnicamente non conosco, ma che pare di conoscere da sempre. E allora capita che questi, anzi queste, si radunino, in un luogo geografico che sarebbe tecnicamente "casa" ma io sono come al solito a 2000 Km di distanza. E allora c'è skype, e pure un autoscatto, tutte insieme, e pure me, lì nell'angolo, la faccia nello schermo del laptop. D'altronde, se c'è bisogno, c'è bisogno.





sabato 12 dicembre 2015

do they know it's xmas time at all?

Che sia quasi natale, lo si nota poco e lo si realizza con incredulità.

Per prima cosa, fa caldo. Où sont les neiges d'antan? recitava una poesia imparata al liceo. Fa più o meno lo stesso clima che nella mia lontana Toscana. Solo molto più buio. Ecco, che sia quasi natale lo notiamo solo per questo: che ci sono le luci dell'avvento nelle finestre. Sono l'unico addobbo che ho messo pure io, perché sono importanti, lo si capisce dopo il primo inverno passato al buio.

Invece per la prima volta da anni, non ho né addobbato né fatto l'albero. Ma come, il primo natale con un bambino per casa? in realtà non è un controsenso per niente. Abbiamo infatti realizzato che una casa con due felini ha più chances di mantenere in piedi un abete addobbato che non una casa dove soggiorni il ciclone Kiki.  Era chiaro che avrei passato tre settimane a raccogliere un abete finto di 180 cm dal pavimento, sotto il quale si sarebbe sepolta la piccola peste che si aggrappa a tutto.

Però è natale. E allora ho pensato che potevo ovviare con suggestioni olfattive là dove erano mancate quelle visive: ho deciso di cimentarmi per la prima volta nei pepparkakor, i biscotti allo zenzero tipici svedesi (ogni paese ha la sua variante).

Per prima cosa ho comprato le spezie giuste - del resto è impossibile evitarle nei negozi, in questo periodo. Anzi mi sa che è per esserci sbattuta contro alle casse che mi è venuta l'idea. Chiodi di garofano macinati, cannella, zenzero (qualcuno mette anche il cardamomo) e bicarbonato da usare al posto del lievito. Poi ho comprato le imprescindibili formine: un cuore, una specie di capra detta julbock, un maiale, un omino e una donnina. i pepparkakor a forma di cuore sono i più diffusi. Poi è arrivata mia suocera in visita. Quale migliore occasione per imparare una ricetta tradizionale, approvata, consolidata negli anni?

Ah li faceva la nonna di Danne, Mormor, mi fa lei, io però non li faccio mai, non ho pazienza.

Questo avrebbe dovuto essere un serio campanello di allarme. Mia suocera sotto natale passa tipo un mese a impastare e infornare. E poi intuivo un sottinteso: se mi stufo io figuriamoci te. E come darle torto, un gabbiano mi ha cagato sulla finestra a settembre e la patacca sta ancora lì, la mia fama di casalinga è quel che è. Con una mano sola poi.

Però nessuno ha cercato di fermarmi, E ho incominciato a impastare: si montano 150g di burro a temperatura ambiente con 225g di zucchero. Poi si aggiungono le spezie: mezzo cucchiaio di zenzero, mezzo cucchiaio di chiodi di garofano (il cui aroma dominerà su tutto), un cucchiaio di cannella e mezzo cucchiaio di bicarbonato. Poi si aggiunge un decilitro d'acqua e poco a poco 450g di farina. Si fa una palla e la si lascia 24 ore in frigo avvolta nella pellicola.

Il giorno dopo arriva il momento di stendere la pasta. Eccheccevò? avevo pensato io, tracotante come non mai. E invece ho presto compreso le ragioni di mia suocera. Perché i pepparkakor svedesi sono biscotti sottili e croccanti. E siccome in forno un poco crescono, la pasta va stesa ancora più sottile. Quanto sottile? Mormor diceva: che più sottile non si può. Consiglio un tantino evanescente che si scontra con la difficoltà oggettiva di riuscire poi a staccare la pasta dal ripiano senza sfasciarla. Mia suocera se la rideva svedesemente, il che ovviamente significa in modo silente, mentre teneva impegnata Kiki. Intanto mi spiegava che il trucco era maneggiare pochissima pasta per volta e usare una spatola per staccarla più volte e rivoltarla  e infarinarla durante il processo. Ho impresso le formine quando la pasta era spessa circa 2 mm anche se era chiaro che Mormor non avrebbe approvato. Sempre con una spatola ho trasferito poi le formine sulla placca del forno foderata di carta. Bisogna fare attenzione che la superficie dei biscotti non sia impolverata di farina e cuocerli per 5 minuti a 200°C.

Il fatto che cuociano in 5 minuti significa che non si avrà tempo di preparare un'altra infornata mentre cuoce la prima. È un attimo che si carbonizzano, peraltro. Mentre guardavo i miei biscotti che prendevano in forno il colore marrone scuro tipico e l'odore meraviglioso si spandeva per casa, ho realizzato che avevo usato solo una microscopica parte della pasta. Eh, vedi perché non ho pazienza? non si finisce mai coi pepparkakor! Sono tornata a leggere la ricetta e ho realizzato: avevo dimezzato le dosi rispetto al libro, ma anche dimezzate erano comunque per 150 biscotti. E io dopo tanto lavoro ne avevo in forno 18. Intanto s'era pure fatta una certa. Ma caspiterina, chi scrive ricette per 300 biscotti? Ah giusto, gli svedesi sotto natale, ecco chi.

Ma non è carino dire te l'avevo detto e infatti non me l'hanno detto. I biscotti erano un filo troppo spessi, quindi non abbastanza croccanti, ma ho in frigo una palla di pasta di circa un chilo su cui continuare ad allenarmi da qui a natale.

venerdì 27 novembre 2015

always look on the bright side of life

Ero partita per raccontare le ultime vicissitudini del mio povero polso, del mio quotidiano piangere in al cospetto di qualche medico, ma soprassiedo. Ho deciso di raccontare invece le ragioni per le quali, pur con una mano sola e una figlia quantomeno impegnativa (per tacer della mia labile psiche), io sia in realtà molto molto fortunata. Pollyanna mode ON

- Mia figlia è sopra la curva.

Non chiedetemi dei percentili che non ne ho idea, ma mia figlia veste come una bambina francese di due anni, stando alle taglie dei vestiti che mi regalano. Inoltre brucia un sacco di tappe. Per esempio ha più denti di un piranha (e la fame di un cucciolo di alano) ed è molto forte muscolarmente. Ultimamente anche come espressione mi ricorda molto Bracciodiferro - sapete, con il labbro inferiore sopra al superiore e la faccia molto concentrata mentre si accinge a smontare, spingere, aprire, distruggere qualcosa. Tutti pensano che il problema per il mio polso sia il suo peso e mi dicono: cerca di non portarla in braccio! Anime ingenue, e chi la prende in braccio questa? non è fisicamente possibile, si dimena senza sosta, combatte strenuamente ogni azione che il mondo cerca di imporle. Eravamo insieme al bookclub dove un manipolo di benintenzionate ziette si è dedicato alacremente ad una sessione di "pass the baby". Alla fine me l'hanno restituita esauste (loro, lei più sveglia che mai) chiedendomi: ma come cavolo fai? non si tiene! Quindi no, non la prendo in braccio, il mio polso fa malissimo già se le metto i calzini, per dire. O se li metto a me stessa, se per questo. E niente, si sta senza calzini.

- Mia figlia mi mangia.

Johanna Westman
"Cibo per bambini, dalle pappe a mangiar da soli"
Non che a qualcuno fosse venuto il dubbio, data la stazza. Però si sa che un bimbo che non ti mangia è una preoccupazione. L'appetito inesauribile di Kiki è tale da riempire di gioia e meraviglia il parentado. Quanto sei brava Kiki!  esclamano estasiate suocera e cognata mentre la vedono masticare allegramente qualunque cosa le venga proposto. Anche un dito, per esempio. Mia suocera mi ha regalato pure un libro di ricette per bambini, tale era l'entusiasmo per avere finalmente a che fare con una nipote che mangia. Questo perché la Cuginetta di  Kiki è drammaticamente inappetente e causa di mille preoccupazioni, nonostante, si noti, abbia tre anni e mezzo sia alta un metro e dieci. Figurati se mangiava, penso io.

- E infine: mia figlia si addormenta da sola.

Ebbene sì. Questa la nostra invidiabile routine serale. Dopo la cena e il lavaggio dei denti, che lei adora, segue seduta di wrestling a quattro mani (sperando Danne sia rientrato prima delle sette, se no in solitaria) per cambiarla, lavarla sommariamente (sommariamente is the new black) e infilarla nel sacco per la nanna. Questa ultima operazione in particolare vale come un'ora di fit-boxe, è come se le stessimo mettendo la camicia di forza, lei urla e si dimena e io sudo e grugnisco. A questo punto, ciuccio in bocca, la adagiamo nel suo lettino, accendiamo la musichetta, spengnamo la luce e al grido (bisbigliato) di Move!Move!Move! come le teste di cuoio in azione, usciamo il più velocemente possibile dalla stanza.

Segue silenzio immediato e totale per 11 ore.

Pollyanna mode OFF- Tranquilli, so bene che tutto questo cambierà e mi ritroverò presto con una insonne nemica dei broccoli. Per allora, chissà, magari il mio polso sarà guarito?

venerdì 6 novembre 2015

Don't you know me by now?

C'è un film, anzi una serie di film, di cui parlo spesso perché sento che mi rappresenta molto.
Si tratta di un caso unico nella cinematografia: una storia in tre puntate, ogni film uscito a nove anni dal precedente, con gli stessi attori e lo stesso regista, dove il tempo della trama ricalca precisamente quello della realtà. Questo ha implicato anche che i nove anni non solo fossero passati per i protagonisti e gli attori, ma anche per me che li guardavo, ed è quindi per me un'esperienza unica che sono stata fortunata a poter fare.
I film sono: Before Sunrise (1995); Before Sunset (2004); Before midnight (2013).

Io sono un po' più giovane dei due protagonisti ma la loro storia risuona tantissimo nella mia. Quando uscì il primo se ne parlò come di un film generazionale. Molti criticarono questa espressione ma a posteriori direi che fosse abbastanza azzeccata. Era, è, il film della generazione Erasmus, la generazione Interrail, la generazione di chi ha sperimentato con naturalezza la dissoluzione dei confini nazionali post 1992, l'abitudine spensierata all'inglese non come materia scolastica ma come strumento di vita. La generazione che ha scoperto di avere quasi tanto in comune coi giovani di altri paesi quanto con quelli del proprio, grazie al primo villaggio globale. Eppure, mi concederete, essendo la prima generazione a vivere a quel modo, era anche la generazione che conservava il ricordo del mondo di prima e quindi viveva il tutto con uno stupore, una gratitudine, un'emozione che forse i ragazzi venuti dopo non hanno provato.

Nel 1995 io ho trascorso la mia prima vacanza inglese, ho iniziato le mie prime amicizie internazionali a suon di carta e penna, assieme ad un gruppo di coetanee che condividevano il mio stesso slancio verso altri paesi, culture, lingue. Quell'autunno, con quelle stesse ragazze, abbiamo guardato Before Sunrise sull'allora Telepiù. Mi ricordo benissimo quel pomeriggio a casa della mia Sorella Putativa, sdraiate sui divani, nella penombra, i popcorn e la cocacola e poi la delusione alla comparsa dei titoli di coda. Jesse e Celine, il ragazzo americano e la giovane francese che passano la notte parlando e camminando tra le vie di Vienna, si lasciano con una promessa e un bacio, in un'era senza social né cellulari, con internet ancora relegato ad un ruolo piuttosto marginale nelle vite di tutti. Erano, in altre parole, aggrappati romanticamente al mondo di prima, mentre il mondo di oggi già faceva capolino ovunque.

Nove anni dopo si rincontrano. A Parigi stavolta. Sono trentenni, hanno vissuto già molto. Sono già delusi in parte da quello che la vita ha dato loro. Sono delusi anche da loro stessi, perché sentono che hanno sprecato le chance che a 23 anni erano state brevemente date loro. Io l'ho visto con l'allora Fidanzato, alla vigilia della mia partenza per la Germania. Fu un mix pazzesco di emozioni che ne ricavai, ma la più potente e insopportabile era quella sensazione di spreco, di delusione, perché era come se, proprio come Jesse e Celine, nei nove anni precedenti mi fossi dimenticata di quello che realmente volevo. Non volevo quella vita serena e piacevole, col mio amabile fidanzato, con le famiglie che già si preparavano alle nozze, quella vita ineccepibile e che pure mi apparteneva così poco...la ragazza del '95 dove era finita? quella che voleva andare a fare l'università in Inghilterra, viaggiare, incontrare gente? Si capisce bene quindi come mai la mia partenza, e il mio trovarmi di colpo proprio in quel mondo che avevo smesso di cercare e che nemmeno sapevo più di volere, abbia scombussolato tutte le mie certezze. Sapete come è finita.
Come per Jesse e Celine.

Nove anni dopo li ritroviamo in Grecia, con due figlie, le rughe, la stanchezza e l'inevitabile carico di rimpianti e di dubbi. Lo sceneggiatore della mia vita ha visto bene di non farmelo guardare subito nel 2013, questo film, ma di attendere oggi che ho anche io una figlia. E di questo lo ringrazio perché so che altrimenti il film avrebbe risuonato con me meno dei precedenti. Il fatto è che anche questo terzo capitolo segue la parabola di questa generazione di cui sento di far parte: l'arrivo dei nodi al pettine.
Jesse e Celine per stare insieme hanno fatto molte scommesse, e alcune le hanno perse, evidentemente; hanno fatto molti sacrifici, e alcuni sono stati chiaramente molto pesanti.

Quando due persone che vengono da due paesi diversi si incontrano e decidono di condividere la vita si trovano a fare scelte che anni dopo presenteranno il conto. Per stare insieme uno dei due spesso rinuncia alla carriera che avrebbe potuto avere, perché si trova a partire per un paese dove si hanno meno chances lavorative, perché si trova a imparare un'altra lingua, perché ci si trova a tirar su una famiglia di expat lontano dalle rispettive famiglie e dunque senza una serie di stampelle. Tutto questo si tirano addosso Jesse e Celine, nella notte che hanno libera dai figli, come regalo degli amici.
E ricordiamoci: sono due persone che non parlano la stessa lingua con la stessa dimestichezza. Anche dopo nove anni insieme, c'è sempre il rischio del lost in translation - ed è fantastico come i due attori Julie Delpy e Ethan Hawke, essendo cosceneggiatori, inseriscano nel dialogo anche questi piccoli riferimenti ad errate scelte lessicali da parte di chi, per quanto molto molto fluente, non è madrelingua.

Tra loro, tra noi, c'è sempre in definitiva questa gigantesca spaventosa domanda: lo rifaresti?
Ne è valsa la pena?
Non sarebbe stato immensamente più facile rimanere con la vita di prima, noiosa e facile com'era?
Quanto hanno rosicato via dal nostro amore i rimpianti dovuti alla sfortuna, alle imprevedibile conseguenze di scelte che allora parevano ovvie o assennate e oggi molto molto meno?
Sono ancora la cosa migliore che ti sia capitata?
Mi faresti ancora scendere dal treno e passeresti ancora la notte a parlare di tutto e di niente con me?
Mi diresti ancora che niente altro conta finché stiamo insieme?
E la risposta non è scontata.

Tra nove anni io spero che saremo ancora qui a parlare di noi, o ad accettare quel che è stato dei sogni e delle speranze senza farci troppo male. Dopotutto non è tanto importante cosa succede, o dove arriviamo. La risposta, come diceva Celine, sta nel tentativo.

Daydream delusion
Limousine Eyelash
Oh, baby with your pretty face
Drop a tear in my wineglass
Look at those big eyes
See what you mean to me
Sweet cakes and milkshakes
I am a delusion angel
I am a fantasy parade
I want you to know what I think
Don’t want you to guess anymore
You have no idea where I came from
We have no idea where we’re going
Lodged in life
Like two branches in a river
Flowing downstream
Caught in the current
I’ll carry you. You’ll carry me
That’s how it could be
Don’t you know me?
Don’t you know me by now?


(La poesia è tratta dal primo film. Qui la scena.)