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venerdì 27 novembre 2015

always look on the bright side of life

Ero partita per raccontare le ultime vicissitudini del mio povero polso, del mio quotidiano piangere in al cospetto di qualche medico, ma soprassiedo. Ho deciso di raccontare invece le ragioni per le quali, pur con una mano sola e una figlia quantomeno impegnativa (per tacer della mia labile psiche), io sia in realtà molto molto fortunata. Pollyanna mode ON

- Mia figlia è sopra la curva.

Non chiedetemi dei percentili che non ne ho idea, ma mia figlia veste come una bambina francese di due anni, stando alle taglie dei vestiti che mi regalano. Inoltre brucia un sacco di tappe. Per esempio ha più denti di un piranha (e la fame di un cucciolo di alano) ed è molto forte muscolarmente. Ultimamente anche come espressione mi ricorda molto Bracciodiferro - sapete, con il labbro inferiore sopra al superiore e la faccia molto concentrata mentre si accinge a smontare, spingere, aprire, distruggere qualcosa. Tutti pensano che il problema per il mio polso sia il suo peso e mi dicono: cerca di non portarla in braccio! Anime ingenue, e chi la prende in braccio questa? non è fisicamente possibile, si dimena senza sosta, combatte strenuamente ogni azione che il mondo cerca di imporle. Eravamo insieme al bookclub dove un manipolo di benintenzionate ziette si è dedicato alacremente ad una sessione di "pass the baby". Alla fine me l'hanno restituita esauste (loro, lei più sveglia che mai) chiedendomi: ma come cavolo fai? non si tiene! Quindi no, non la prendo in braccio, il mio polso fa malissimo già se le metto i calzini, per dire. O se li metto a me stessa, se per questo. E niente, si sta senza calzini.

- Mia figlia mi mangia.

Johanna Westman
"Cibo per bambini, dalle pappe a mangiar da soli"
Non che a qualcuno fosse venuto il dubbio, data la stazza. Però si sa che un bimbo che non ti mangia è una preoccupazione. L'appetito inesauribile di Kiki è tale da riempire di gioia e meraviglia il parentado. Quanto sei brava Kiki!  esclamano estasiate suocera e cognata mentre la vedono masticare allegramente qualunque cosa le venga proposto. Anche un dito, per esempio. Mia suocera mi ha regalato pure un libro di ricette per bambini, tale era l'entusiasmo per avere finalmente a che fare con una nipote che mangia. Questo perché la Cuginetta di  Kiki è drammaticamente inappetente e causa di mille preoccupazioni, nonostante, si noti, abbia tre anni e mezzo sia alta un metro e dieci. Figurati se mangiava, penso io.

- E infine: mia figlia si addormenta da sola.

Ebbene sì. Questa la nostra invidiabile routine serale. Dopo la cena e il lavaggio dei denti, che lei adora, segue seduta di wrestling a quattro mani (sperando Danne sia rientrato prima delle sette, se no in solitaria) per cambiarla, lavarla sommariamente (sommariamente is the new black) e infilarla nel sacco per la nanna. Questa ultima operazione in particolare vale come un'ora di fit-boxe, è come se le stessimo mettendo la camicia di forza, lei urla e si dimena e io sudo e grugnisco. A questo punto, ciuccio in bocca, la adagiamo nel suo lettino, accendiamo la musichetta, spengnamo la luce e al grido (bisbigliato) di Move!Move!Move! come le teste di cuoio in azione, usciamo il più velocemente possibile dalla stanza.

Segue silenzio immediato e totale per 11 ore.

Pollyanna mode OFF- Tranquilli, so bene che tutto questo cambierà e mi ritroverò presto con una insonne nemica dei broccoli. Per allora, chissà, magari il mio polso sarà guarito?

venerdì 6 novembre 2015

Don't you know me by now?

C'è un film, anzi una serie di film, di cui parlo spesso perché sento che mi rappresenta molto.
Si tratta di un caso unico nella cinematografia: una storia in tre puntate, ogni film uscito a nove anni dal precedente, con gli stessi attori e lo stesso regista, dove il tempo della trama ricalca precisamente quello della realtà. Questo ha implicato anche che i nove anni non solo fossero passati per i protagonisti e gli attori, ma anche per me che li guardavo, ed è quindi per me un'esperienza unica che sono stata fortunata a poter fare.
I film sono: Before Sunrise (1995); Before Sunset (2004); Before midnight (2013).

Io sono un po' più giovane dei due protagonisti ma la loro storia risuona tantissimo nella mia. Quando uscì il primo se ne parlò come di un film generazionale. Molti criticarono questa espressione ma a posteriori direi che fosse abbastanza azzeccata. Era, è, il film della generazione Erasmus, la generazione Interrail, la generazione di chi ha sperimentato con naturalezza la dissoluzione dei confini nazionali post 1992, l'abitudine spensierata all'inglese non come materia scolastica ma come strumento di vita. La generazione che ha scoperto di avere quasi tanto in comune coi giovani di altri paesi quanto con quelli del proprio, grazie al primo villaggio globale. Eppure, mi concederete, essendo la prima generazione a vivere a quel modo, era anche la generazione che conservava il ricordo del mondo di prima e quindi viveva il tutto con uno stupore, una gratitudine, un'emozione che forse i ragazzi venuti dopo non hanno provato.

Nel 1995 io ho trascorso la mia prima vacanza inglese, ho iniziato le mie prime amicizie internazionali a suon di carta e penna, assieme ad un gruppo di coetanee che condividevano il mio stesso slancio verso altri paesi, culture, lingue. Quell'autunno, con quelle stesse ragazze, abbiamo guardato Before Sunrise sull'allora Telepiù. Mi ricordo benissimo quel pomeriggio a casa della mia Sorella Putativa, sdraiate sui divani, nella penombra, i popcorn e la cocacola e poi la delusione alla comparsa dei titoli di coda. Jesse e Celine, il ragazzo americano e la giovane francese che passano la notte parlando e camminando tra le vie di Vienna, si lasciano con una promessa e un bacio, in un'era senza social né cellulari, con internet ancora relegato ad un ruolo piuttosto marginale nelle vite di tutti. Erano, in altre parole, aggrappati romanticamente al mondo di prima, mentre il mondo di oggi già faceva capolino ovunque.

Nove anni dopo si rincontrano. A Parigi stavolta. Sono trentenni, hanno vissuto già molto. Sono già delusi in parte da quello che la vita ha dato loro. Sono delusi anche da loro stessi, perché sentono che hanno sprecato le chance che a 23 anni erano state brevemente date loro. Io l'ho visto con l'allora Fidanzato, alla vigilia della mia partenza per la Germania. Fu un mix pazzesco di emozioni che ne ricavai, ma la più potente e insopportabile era quella sensazione di spreco, di delusione, perché era come se, proprio come Jesse e Celine, nei nove anni precedenti mi fossi dimenticata di quello che realmente volevo. Non volevo quella vita serena e piacevole, col mio amabile fidanzato, con le famiglie che già si preparavano alle nozze, quella vita ineccepibile e che pure mi apparteneva così poco...la ragazza del '95 dove era finita? quella che voleva andare a fare l'università in Inghilterra, viaggiare, incontrare gente? Si capisce bene quindi come mai la mia partenza, e il mio trovarmi di colpo proprio in quel mondo che avevo smesso di cercare e che nemmeno sapevo più di volere, abbia scombussolato tutte le mie certezze. Sapete come è finita.
Come per Jesse e Celine.

Nove anni dopo li ritroviamo in Grecia, con due figlie, le rughe, la stanchezza e l'inevitabile carico di rimpianti e di dubbi. Lo sceneggiatore della mia vita ha visto bene di non farmelo guardare subito nel 2013, questo film, ma di attendere oggi che ho anche io una figlia. E di questo lo ringrazio perché so che altrimenti il film avrebbe risuonato con me meno dei precedenti. Il fatto è che anche questo terzo capitolo segue la parabola di questa generazione di cui sento di far parte: l'arrivo dei nodi al pettine.
Jesse e Celine per stare insieme hanno fatto molte scommesse, e alcune le hanno perse, evidentemente; hanno fatto molti sacrifici, e alcuni sono stati chiaramente molto pesanti.

Quando due persone che vengono da due paesi diversi si incontrano e decidono di condividere la vita si trovano a fare scelte che anni dopo presenteranno il conto. Per stare insieme uno dei due spesso rinuncia alla carriera che avrebbe potuto avere, perché si trova a partire per un paese dove si hanno meno chances lavorative, perché si trova a imparare un'altra lingua, perché ci si trova a tirar su una famiglia di expat lontano dalle rispettive famiglie e dunque senza una serie di stampelle. Tutto questo si tirano addosso Jesse e Celine, nella notte che hanno libera dai figli, come regalo degli amici.
E ricordiamoci: sono due persone che non parlano la stessa lingua con la stessa dimestichezza. Anche dopo nove anni insieme, c'è sempre il rischio del lost in translation - ed è fantastico come i due attori Julie Delpy e Ethan Hawke, essendo cosceneggiatori, inseriscano nel dialogo anche questi piccoli riferimenti ad errate scelte lessicali da parte di chi, per quanto molto molto fluente, non è madrelingua.

Tra loro, tra noi, c'è sempre in definitiva questa gigantesca spaventosa domanda: lo rifaresti?
Ne è valsa la pena?
Non sarebbe stato immensamente più facile rimanere con la vita di prima, noiosa e facile com'era?
Quanto hanno rosicato via dal nostro amore i rimpianti dovuti alla sfortuna, alle imprevedibile conseguenze di scelte che allora parevano ovvie o assennate e oggi molto molto meno?
Sono ancora la cosa migliore che ti sia capitata?
Mi faresti ancora scendere dal treno e passeresti ancora la notte a parlare di tutto e di niente con me?
Mi diresti ancora che niente altro conta finché stiamo insieme?
E la risposta non è scontata.

Tra nove anni io spero che saremo ancora qui a parlare di noi, o ad accettare quel che è stato dei sogni e delle speranze senza farci troppo male. Dopotutto non è tanto importante cosa succede, o dove arriviamo. La risposta, come diceva Celine, sta nel tentativo.

Daydream delusion
Limousine Eyelash
Oh, baby with your pretty face
Drop a tear in my wineglass
Look at those big eyes
See what you mean to me
Sweet cakes and milkshakes
I am a delusion angel
I am a fantasy parade
I want you to know what I think
Don’t want you to guess anymore
You have no idea where I came from
We have no idea where we’re going
Lodged in life
Like two branches in a river
Flowing downstream
Caught in the current
I’ll carry you. You’ll carry me
That’s how it could be
Don’t you know me?
Don’t you know me by now?


(La poesia è tratta dal primo film. Qui la scena.)





lunedì 19 ottobre 2015

we sure are cute for two ugly people

Alla fine, per un colpo da maestro dello sceneggiatore (oppure si sono allineati gli astri, se credete a paolofox) mia madre è riuscita a venire a trovarmi, utilizzando i voli prenotati da mesi. Le cose a casa sono comunque ben lungi dall'essersi normalizzate, ma una insperata svolta ha perlomeno donato un po' di tregua ai miei.

Nei tre giorni che mia madre è stata qui siamo riusciti a fare una serie di cose che ci sarebbero state altrimenti impossibili, cose faticose e noiose, e davvero poco intelligenti per una che ha un polso che fa sempre più male...ma ormai è così, si stilano delle priorità e guardacaso ai primi posti non finiscono mai cose piacevoli, o egoistiche, o almeno non dolorose. Dicono che questa sia la prova del nove della genitorialità. O forse del masochismo? può darsi le due cose coincidano. Del resto, basta uno sguardo al National Geographic e si vedrà che quasi nessuna specie animale se la spassa nel momento che mette al mondo una progenie.

Ora su, non chiamatemi i servizi sociali, che qui in Svezia è un attimo. Siamo molto felici della nostra scimmietta. Non lo scrivo perché sono una tipa ruvida, anche se non sembra, noi qui ci abbiamo la tenerezza brusca. Non ve le racconto nemmeno certe scenette epocali tipo la proposta di matrimonio o quando ho scoperto di essere incinta. Roba che difficilmente vedrete al cinema, ecco. E non è che lo facciamo apposta, infatti non ricaviamo un piacere perverso nel raccontare agli altri quanto poco siamo romantici, è che questo siamo, eppure là fuori c'è un mondo che vive di altri paradigmi e ce li applica addosso e quando vede che qualcosa non torna ci resta male. Noi no, siamo piuttosto tolleranti. Invece non avete idea di quante volte ho dovuto rispondere alla domanda "ma perché non porti l'anello?"

Ah, a tal proposito è un po' che avevo in mente di raccontare il mio ventesimo compleanno, quando con il mio allora Fidanzato andammo a Firenze, e attraversammo Ponte Vecchio come faccio sempre io, in mezzo, fendendo la folla, e una volta dall'altra parte lui mi chiese stupito come mai non avessi voluto guardar le vetrine delle oreficerie ed io delicatamente gli dissi che i gioielli mi fanno schifo e lui poveretto aveva in tasca il primo e ultimo pacchettino che mi avrebbe mai regalato. Bei momenti. Poi andò alla grande, e i successivi regali di compleanno furono cose tipo i pantaloni da ciclista o un sacco da boxe. Sua madre invece, suocera degna di questo nome, non se ne faceva una ragione (ci provò anche con qualche monile di famiglia) e sentenziò: ma quando ti sposi almeno la fede dovrai, ci si abituano gli uomini, perché non tu? E invece, toh.

Insomma siamo gente un po' così, ed è molto probabile che altri assieme a noi starebbero proprio male, o litigherebbero molto di più. E noi litighiamo eh, anche se al mio svedese neutrale viene il maldistomaco ogni volta che io sbrocco e questo mi ha decisamente motivato a contenere le mie reazioni da scuola dell'arte drammatica. Però non è un caso che la prima parola di italiano che ha imparato sia stronzo. Per inciso, lo sapete che Colin Firth ha una moglie italiana e che pure la sua parola italiana preferita è stronzo? tutto torna. 

E ci si vuole bene uguale, pure così ruvidi e stronzi come siamo, e la piccola, oh, che vi devo dire, è un' adorabile vichinga con la personalità mediterranea, un mix di quelli esplosivi alla si salvi chi può, ma se riesco a non farmi smontare da lei un pezzo alla volta e a consegnarla all'età adulta, son quasi sicura che sarà un donnino notevole. Ecco, non sapete cosa darei per conoscerla già.

sabato 10 ottobre 2015

fatti aiutare di più/2

Il dolore non se ne va, nonostante il tutore. Il breve miglioramento era solo dovuto alla presenza prolungata della suocera, che mi sollevava dalle operazioni più dannose. E si ricomincia il giro: magari passa - aspetta ancora un po' - magari domani chiamo - ma che mai mi potranno dire di  diverso?- che mi possono dare? - ad libitum. Tanto alla fine lo sappiamo bene che passerà solo quando smetterò di sforzarlo. Ossia quando mia figlia diventerà semovente e autopulente.

Pause all'orizzonte però non se ne vedono. Al momento la mia condizione di mamma disoccupata è molto limitante. Per l'ufficio disoccupazione non posso figurare come "jobseeker" perché non potrei mai accettare di cominciare a lavorare l'indomani. Questo perché a Danne occorrerebbero due mesi di anticipo per fissare il congedo parentale per darmi il cambio a casa. Non posso cominciare l'università nemmeno a questo giro perché il semestre comincia a gennaio ma Kiki non avrà diritto all'asilo prima di febbraio, quando compie un anno. In Svezia non esiste modo di portare i bambini al nido prima del compimento dei 12 mesi. Non è proprio consentito. Non è questione di nidi pubblici o privati, è uguale. La stessa cosa avviene se per esempio prendete un part-time diciamo all'80%: per quel 20% in cui non lavorate il bambino sta a casa con voi, non può andare all'asilo.  Non solo: se si è disoccupate (forse in Italia diremmo casalinghe, chissà) si ha diritto solo a mandare i figli all'asilo dal martedì al giovedì. Idem per il figlio maggiore nel caso siate in congedo parentale per il minore.

E si diceva di chiedere aiuto. Gretel, la mia amica olandese, non si è accontentata delle mie vaghe risposte alle regolari offerte di aiuto di lei e delle altre del bookclub. Mi ha costretta a fissare un giorno in cui lei potesse venire a trovarmi - lei che ha una vita così cool, che è così giovane, che fa un sacco di attività, volontariato, università e due lavori part-time, sport e viaggi esotici e deve sicuramente vedermi come una povera sfigata. Ed è venuta armata di dolcetti alla cannella e di un sacco di determinazione, si è sostituita con grazia a me in tutte quelle operazioni che avrebbero sforzato il mio polso, senza che avessi bisogno di dirle niente. E poi già che c'era si è anche adoperata a perché facessi una domanda di lavoro, donando una sferzata di autostima a me che non ricordo più nemmeno se ne ho mai avuta una e com'era alzarsi la mattina e sentirsi qualcuno.

Infine lunedì, dopo troppe volte che davo loro buca causa dolore e difficoltà varie, il mio bookclub si trasferisce a casa mia. Porteranno pure tutto l'occorrente per una fika leggendaria e non mi permetteranno di fare nulla, hanno stabilito. Ed io mi chiedo commossa come mai farò a sdebitarmi con loro, se nemmeno ho mai concesso loro troppo a cuor leggero il ruolo di mia rete di salvataggio. Come mai sono diventata così, quando è successo?

Dunque con una certa tristezza penso a Crudelia che se è andata da questo gruppo perché al confronto loro e delle loro vite così piene di successi si sentiva una sfigata - non a caso, mi concederete, con me è rimasta in contatto, invece - e non sopportava più di sottoporsi a questo impietoso confronto, di certe conversazioni in cui tutti hanno qualcosa di fantastico da raccontare e tu solo i tuoi insuccessi. Ha pensato di risparmiarsi un dolore, e io l'ho capita e la capisco, perché era lo stesso mio. E invece ha solo perso delle amiche che l'avrebbero aiutata in ogni modo possibile. Ed io stavo per fare esattamente la stessa cosa.

sabato 3 ottobre 2015

fatti aiutare di più

Allora, con ordine.
Per prima cosa sono uscita una sera da sola senza bimba né marito per andare al compleanno di un'amica olandese, la quale compiva solo 30 anni mannaggia a lei e si lamentava che si sente vecchia. Il marito al compleanno era invitato ma l'ho lasciato a casa apposta perché oggettivamente avevo bisogno di una pausa - ed è stata una gran cosa mettermi un vestito e persino i tacchi e togliermi la soddisfazione per una volta di uscire con una borsetta invece che il solito borsone stipato di cambi, biberon e vario ambaradan bambinesco. Ovviamente, dopo aver mangiato una quantità preoccupante di dolcetti olandesi (l'ingrediente segreto è il burro. Tanto, tanto burro) e aver bevuto una infima quantità di vino bianco che però mi ha steso, ho preso barcollando il tram di mezzanotte come Cenerentola. Perché nonostante avessi la serata libera, la belvetta alle sei sarebbe stata in piedi comunque e io non me lo posso permettere di scendere sotto le 5 ore di sonno visto che immagino ci vorranno ancora degli anni prima che io possa recuperare.

Poi sono arrivati in città i suoceri che hanno pernottato per il weekend dai cognati ed io ho compiuto gli anni. C'è stata una torta al frutto della passione, dei fiori e dei regali - un training watch, un buono per un giorno alla spa, e delle magliette fichissime (per me che da troppo tempo mi vesto solo da H&M). Compiere ben 5 anni più della mia amica che si sente vecchia non è stato proprio piacevole ma abbiamo fatto il possibile per non pensarci.

Dal lunedì la suocera si è stabilita da noi, sollevandomi da tutti i lavori pesanti e pure da quelli solo noiosi, e permettendomi di prenotare una bella lista di appuntamenti medici e ludici. Uno di tali appuntamenti era il fisioterapista del post precedente: ne sono uscita in dieci minuti netti con il mio tutore al polso sinistro e la raccomandazione di sforzarlo il meno possibile. Il trucco è usare due mani per ogni oggetto che afferri, mi ha detto (per cambiare la scimmietta ne occorrerebbero minimo sei quindi) e poi - rullo di tamburi - fatti aiutare di più!

Adesso la suocera è tornata a casa, dunque ho usato per il momento tutti i buoni aiuto a disposizione. Mia madre doveva venire tra due settimane ma ci si è messa di mezzo la sfiga - e la mia cara nonna - e dunque non credo sarà possibile (but more on this later on). Del resto tra gli appunti ludici cui la presenza di mia suocera mi ha permesso di presentarmi senza Kiki, sono stata letteralmente sommersa da offerte di aiuto, senza che io avessi chiesto nulla (probabilmente il tutore era abbastanza eloquente). E mi rendo conto che a volte è più un nostro limite questo di non chiedere aiuto, e forse nemmeno di accettarlo troppo a cuor leggero. Avere figli lontano dalle proprie famiglie è possibile, non ci piove, ma è pesante e talvolta ci si sente un tantino sopraffatti. È però una condizione sempre più frequente nel mondo e dunque è solo naturale che ci abituiamo ad altre forme di solidarietà ed altre reti di salvataggio.



venerdì 25 settembre 2015

And the dreams that you dare to dream really do come true

Brutte brutte giornate, una in fila all'altra.  Ma brutte in quel modo così scemo e comune e noioso che ti chiedi se davvero valga la pena di scriverne.  E ti rispondi di no. Solo che poi è peggio, e almeno così ti sfoghi.

E insomma, ci sono i vaccini, ci sono le febbri, ci sono i denti e quando queste cose si quietano c'è comunque il contorno di bambina esagitata. E c'è anche e soprattutto un polso ormai completamente fuori uso, che da luglio è solo ed inesorabilmente peggiorato. Ormai mi sveglio la mattina e urlo di dolore. Poi muovendolo un po' si scalda l'articolazione e fa meno male. Finché non mi trovo a dover sollevare Kiki dal pavimento, oppure a cambiarla, oppure a sollevarla dentro e fuori dal suo seggiolone, dentro e fuori dal marsupio, dentro e fuori dal passeggino... e allora urlo di dolore di nuovo. Va da sé che la cosa avvenga frequentemente. E lei mi guarda e ride e talvolta questo mi fa molto ridere, talvolta meno.

Ad agosto ero andata dal medico. Ovviamente non me lo hanno fatto vedere un medico, in Svezia gente con una laurea solo in caso di morte, per tutto il resto c'è la sotto-infermiera. Che da copione mi ha detto di usare voltaren e ibuprofene, come avrebbe potuto fare chiunque, e come difatti io già stavo facendo. Qui si paga circa 10€ ogni volta che si va dal medico di base (anche in Germania era così), quindi questo bel consiglio inutile l'ho anche pagato.

Ovviamente non ha funzionato e io col cavolo che ho avuto voglia di tornare lì. Ho sperato passasse da sé, che poi è il mio approccio idiota a tutto. Poi la pediatra casualmente mi ha consigliato invece di andare direttamente dal fisioterapista del servizio sanitario, perché non serve ricetta. Il primo giorno utile in cui avevano il drop-in mi sono presentata all'ambulatorio.

Il tizio alla reception mi dice che per il polso non si va dal fisioterapista! Per il mio problema serve  lo "arbetsterapeut" (terapista occupazionale) e per quello non c'è il drop-in, né oggi né mai. Per quello si deve prenotare! Io che avevo passato le ultime ventiquattro ore con il miraggio di questa visita alzo gli occhi al cielo e sospiro (very dramatic, very italian) e mi preparo mentalmente ad un'attesa di 7 giorni, come sta scritto sulla loro pagina. E invece lui sentenzia: primo appuntamento possibile 7 ottobre.

A quel punto  sulla scala del pathos sono ormai quasi al livello America Latina e, sull'orlo delle lacrime, mi lancio in una inutile richiesta di pietà indicando la pupa seduta nel passeggino con aria angelica. Ma non c'è nulla da fare.

Il giorno dopo chiamo un ambulatorio privato. Le telefonate agli uffici in Svezia sono un'esperienza raso follia. Non esistono numeri diretti verso nessuno che stia "al pubblico". Si deve passare sempre e comunque attraverso un sistema di scelte multiple, lasciare messaggi vocali, premere coi tasti il proprio numero di codice fiscale e di telefono, un labirinto. Alla fine una voce metallica ti dice: ti chiameremo il tal giorno alla tale ora. E tu ti metti in attesa tipo centometrista al via. All'ora stabilita metti la pupa urlante nel lettino (in prigione ferma un giro) e chiudi la porta perché se no col cavolo che puoi decifrare quello che ti dicono in una lingua che ancora capisci troppo poco.

Al tipo che mi chiama descrivo i miei problemi, e la prima cosa che mi sento dire è che mi serve un fisioterapista non un arbetsterapeut. 
Senta, dico io (calm but annoyed, very Swedish)  a me hanno detto altrove che mi serve un arbetsterapeut ma lei mi prenoti pure un appuntamento con chi le pare basta che qualcuno dia un'occhiata a questo polso che, ripeto, fa malissimo ogni volta che faccio pressione e torsione e guardunpo' è proprio quel che faccio mille volte al dì per prendermi cura dell'infante.
E lui: uhm, sì, ok ti serve un arbetsterapeut. (Ah, vedi)
Appuntamento il 6 ottobre!

Un solo patetico giorno prima. Ma ho prenotato pure quello, senza, per ora, disdire l'altro. À la guerre comme à la guerre! Oggi mi telefona un "numero segreto" come sempre nel caso di uffici pubblici.  Quando qualcuno inizia una telefonata in svedese con me, per quanto bene egli od ella parli, io non capisco mai il nome. Mai. Credo sia il mio cervello che va in shock momentaneamente. La telefonata nella mia testa suona più o meno così:

Voce Squillante Femminile: Salve! sono umphmwmw di mwmwmwmwumph!
Pausa. L'interlocutore sta attendendo che dica qualcosa.
Io: Ehm...Salve?
VSF: Vedo qui che hai prenotato una visita con me il 6 ottobre
Io: (ripetendo lentamente così mentalmente mi assicuro di quale ambulatorio si tratta perché non ne ho idea): il 6 ottobre...
VSF: Esatto! il 6 ottobre! C'è solo un piccolo problema, bisogna spostarlo, questo appuntamento!

Si vede che sto diventando svedese perché non ho tirato giù nemmeno una madonna.
Le ho solo detto che se lo voleva spostare a dopo il sei potevano pure andare affanculo evitare perché il dolore non fa che aumentare e io a dopo il sei ottobre dubito di arrivarci sana di mente.

E come per magia, ecco che appare un appuntamento libero il 30 settembre.
Tanto non ci vorrà molto, dice lei.
Esticazzi, dico io.


giovedì 10 settembre 2015

oh I get by with a little help from my friends

Ultimamente non ci sto tanto con la testa, è evidente. Per ben due volte ho cancellato dei miei post per puro sbaglio - no, non è in atto una strana specie d'autocensura, è pura e semplice coglionaggine. Mi sono recata nel bar sbagliato all'ultimo incontro del mio bookclub, e me ne sono accorta solo dopo aver ordinato. Il maglione che sto facendo all'uncinetto è ormai una specie di Frankenstein di magagne. Continuo, ripetendomi si può fare! solo perché in effetti questa mia fissa perché tutto sia perfetto e se non è perfetto lo butto deve finire. Però sarebbe anche carino mettercela la testa, ogni tanto. Spesso esco senza qualche pezzo vitale della baby bag e sono costretta a rientri precipitosi; una volta avevo il biberon senza l'anello di gomma sul fondo. Immaginate la doccia di latte? Ci metto tipo tre settimane per rispondere alle mail, anche perché se ho il telefono in mano ho inevitabilmente una bambina di nove chili appesa al braccio nel tentativo di afferrarlo. Per la stessa ragione il cellulare giace per lo più dimenticato scarico da qualche parte. Quando sono ai fornelli sono un pericolo pubblico e le piante di casa si stanno suicidando in massa - a parte un cactus mutante sul quale mi interrogo.

L'intervento di mio marito in merito è stato comprare un Roomba. Esattamente. La pupa ormai vive sul pavimento per cui l'alternativa era rivestirla interamente di swiffer e prepararci a vederla sputare una palla di pelo di tanto in tanto. Il robot a parte spaventare i gatti ha anche questo grande merito: prima di metterlo in funzione sei costretta a raccogliere il mare di giocattoli da terra per cui l'entropia si contiene. Che era proprio il mio problema maggiore, infatti, l'entropia. Non la tendinite cronica, non il rincoglionimento, non l'inseguimento costante di una bestiolina selvatica che striscia sui gomiti ridendo come una pazza nel tentativo di raggiungere la cazzo di ciotola del gatto mentre tu cerchi invano di allacciarle il pannolone, no. Poi è arrivato un weekend, lui ha toccato con mano la situazione ed ecco che ha proposto di "regalarmi" una settimana di suoceri in missione umanitaria, in concomitanza col mio compleanno, tra qualche giorno. La suocera aveva anche proposto che mi trasferissi per un po' da lei con Kiki mentre Danne rimaneva in città. Lui ha dato per scontato che mi sarei rifiutata, invece io un pensierino serio ce l'ho fatto. Questo la dice lunga sul mio stato attuale (e anche su mia suocera che, bisogna dirlo, ce ne fossero).

Una buona ragione per non farlo è però anche l'unica cosa positiva di questi giorni: ho rivisto il numero 50 sulla bilancia! E ho corso 5 km in mezz'ora, che da queste parti è un risultatone quindi siate magnanimi e non perculate. Peraltro, ho scoperto solo ora quella che credo sia la tendenza dell'anno, qui in città: le palestre hanno istruttori di corsa coi quali si fa lezione al parco. Dunque li si incrocia un po' ovunque, questi gruppetti di gente che segue uno con la divisa di questa o quella palestra. Dei gran fighi, di solito paiono usciti da un catalogo Hilfiger, con in più il talento motivazionale all'americana, molto biggest loser. Chissà se correrei meglio, con quel tifo. Sarebbe da provare come alternativa alla mia immancabile voce interiore, quella che dice cose tipo non ce la farai mai. E così ho pensato che a me servirebbe proprio nella vita, un personal life coach, uno che mi segue ovunque e mi dice che ce la posso fare. Ce la posso fare.