Pagine

martedì 12 maggio 2015

il futuro è oggi

Era intorno al mio compleanno, il ventunesimo, ed era una sera in cui ci si vedeva "con le bimbe". Le bimbe erano, sono, le mie amiche delle scuole medie, di quel tempo in cui ancora si divideva il mondo in maschi e femmine, bimbi e bimbe, ma si stava già sul confine di qualcosa di più grande. Il tempo dei cambiamenti, dei primi baci, dei motorini, dei muretti, di Cioè comprato ogni domenica dopo la messa, dei vestiti da due lire delle bancarelle, dei giubbini di jeans con le spillette, delle Converse (the first time around) e di Non è la Rai messa in sottofondo mentre facevamo i compiti tutte insieme a casa di una o dell'altra di noi.

Erano passati già tanti anni e le nostre vite avevano preso già strade divergenti - eppure abitavamo ancora coi nostri genitori, abitavamo ancora al paesello. Ci vedevamo, per legge non scritta, quattro volte l'anno: per i nostri rispettivi compleanni e per natale. In quelle occasioni si andava in un qualche pub della vicina cittadina, ci si scambiavano dei regali, ci si raccontavano le ultime novità. Eravamo tutte già fidanzate. Eravamo già grandi, eppure ancora piccole.

Quella sera iniziò come tutte le altre, con L'Ale che passava con la sua pandina (ancora del tipo vecchio, una delle ultime vendute, io credo) a prendere prima LaSu e poi me. L'articolo davanti al nome è ancora il modo con cui ci riferiamo a noi. Lo uso solo per loro due, l'articolo, è un retaggio dialettale ed infantile insieme, un dettaglio che è come un fingerprint dell'epoca e del luogo in cui quell'amicizia è iniziata. E dunque eravamo nella panda, LaSu davanti ed io dietro - incredibile che me lo ricordi tanto bene - quando L'Ale prese una strada diversa da quella che porta nella cittadina vicina. E prima che possiamo chiederle che sta facendo, l'Ale ci dice "vi devo far vedere una cosa". E ci ritroviamo in una piccola corte buia dove hanno costruito da pochi anni delle case nuove. Questa è casa mia, fa lei, con la voce piena d'orgoglio.

L'Ale era l'unica di noi che aveva un lavoro fisso. Lo è tuttora a dir la verità. I suoi l'avevano in pratica costretta a fare un istituto tecnico e le avevano detto chiaro che all'università non l'avrebbero mandata. Mi ero arrabbiata tanto, in silenzio, allora. Perché l'Ale amava studiare. Penso che avrebbe fatto psicologia, avesse potuto. E insomma, lei già guadagnava benino ai tempi, e suo padre l'aveva convinta ad investire in un appartamento. Lui metteva la firma perché la banca le concedesse il prestito, il mutuo lo avrebbe pagato interamente lei, da sola. Centosessanta rate. Un mutuo praticamente infinito che si estendeva in un futuro lontanissimo del quale non riuscivamo a scorgere niente.

La prima domanda che le facemmo fu quando si sarebbe trasferita. Anzi quando si sarebbero trasferiti, insieme, lei e il suo fidanzato. E invece non solo non c'erano progetti in tal senso ma addirittura. anche se questo ancora non lo sapevamo, quella casa avrebbe segnato la loro fine. Il fatto è che il fidanzato de L'Ale, che aveva un paio d'anni di più e lavorava anche lui senza aver laciato casa dei suoi, aveva da poco cominciato a pensar di comprar casa quando la sua ragazza di colpo lo aveva battuto sul tempo. E alla notizia era andato in panico. Che si fa ora? chiedeva affannato. L'idea di trasferirsi con lei in una casa che non fosse sua, magari contribuendo alle spese correnti, era impossibile. E se ci lasciamo che faccio? resto con niente, le disse. Ed io non potevo che notare che in fondo a parti invertite nessuno ci avrebbe trovato da ridire. Anzi, era proprio quello che aveva intenzione di far lui, comprar casa a nome suo e andarci a stare con lei. E però certe cose vanno bene per gli uomini ma non per le donne, questo era, al paesello, nell'autunno del 2001. Ma l'Ale non era più la ragazzina delle medie che non aveva opposto resistenza alcuna agli obblighi famigliari. L'Ale era già la donna che è adesso, forte, indipendente, taciturna e bellissima, e quella fu appunto l'inizio della loro fine. Una fine che lui non ha mai compreso e della quale forse non si è mai fatto una ragione.

Ma appunto, quella sera noi di tutto questo non sapevamo ancora niente. E quella fu la prima di tante sere passate là, sdraiate sul pavimento, qualche candela accesa, le finestre aperte sul buio e da fuori il rumore del treno e dei grilli e l'odore del canale - tutte cose famigliari, al paesello. Sono passati tanti anni prima che lei ci si trasferisse, da sola. Mi ricordo quando mi disse che si era sentita triste a scegliere da sola i mobili, chiedere aiuto a suo fratello per montarli. Ma scherzi? le dissi, vuoi mettere la fortuna di poter scegliere da sola? E sono passati tanti anni anche da allora. Ci sono stati svariati altri fidanzati, per tutte noi. Ci sono stati traslochi, viaggi, lauree e disastri. Ci sono state proposte di matrimonio accettate e rifiutate. Ci sono state nuove macchine, nuovi lavori, disoccupazione, malattie. Il vicino "molto figo" è poi divenuto un "quasi convivente", ognuno col suo appartamento perché è dura rinunciare alla propria indipendenza quando la si è ottenuta, strappata, meritata e sofferta. Se ci trasferissimo in un'altra casa assieme, mi ha detto l'Ale l'ultima volta, penso che avrei bisogno di tenere almeno una stanza solo per me. È una donna saggia che ne ha fatta di strada, la mia amica.

E niente, adesso whatsapp è il territorio su cui si consumano i nostri discorsi. Una bella distanza, tecnologica e geografica, da quelle chiacchiere sul tappeto a tredici anni, circondate da un mare di giornaletti e di poster, le smemo, il catologo di postalmarket, le risate a scuola fino a stare male - celebre fu un pomeriggio in cui la "tettonica a zolle" ci ridusse in convulsioni - lo sguardo sul soffitto a chiederci che futuro avremmo avuto.

E su Whatsapp ci è arrivata la foto di una schermata di computer, la pagina di online banking.
Rate pagate: centosessanta. Rate rimaste: zero.
Ho condiviso con voi l'inizio, voglio condividere con voi anche la fine.


giovedì 7 maggio 2015

Opportunities to find the deeper powers in ourselves

Non sono giorni facili. Neanche un po'. Sono giorni talvolta troppo pieni e talvolta troppo vuoti.
Avere i suoceri qui in visita è un troppo pieno. Avere nello stesso giorno il corso di massaggio, il bookclub e un acquazzone è un troppo pieno. Avere da mandare cv e lettere alle quali ti immagini già la risposta è un troppo vuoto. Guardarsi allo specchio e chiedersi com'è che è finita che di tutte le tue amiche quella che fa la mamma e la casalinga sei proprio tu, è un troppo vuoto. Kiki che piange disperata senza motivo apparente mentre due gatti reclamano cibo e tu non hai ancora fatto colazione, è un troppo pieno. Tu che provi a consolarla e non ci riesci...un maledetto vuoto, d'autostima. Kiki che ride con tutta la bocca aperta due secondi dopo è un pieno e basta. Just the right amount.

Mia suocera continua a dirmi che dovrei buttar giù note e appunti su Kiki mentre cresce. Prima che dimentichi. Ed io finora non l'ho proprio fatto. E come farsi sfuggire una tale occasione, nell'immenso buffet di sensi di colpa che è diventata la mia vita? Infatti. Chissà a quali appunti pensa lei, esattamente. Un mio amico mi ha detto che andando a riguardare gli appunti sulla prima figlia hanno constatato che la seconda mangiava esattamente uguale, anche se a loro pareva mangiasse di più. Capite, questi avevano un diario (immagino un foglio excel, son mica ingegneri a caso) in cui annotavano i millilitri di ogni pasto di ogni giorno. Tu no? mi fa lui. Ehm, no. Oui, je suis Mèredemerde (lui è francese). Forse mia suocera pensa a questo. O forse che dovrei annotare tutti i mal di pancia, tutti gli episodi di vomito in stile esorcista e quelli che hanno visto protagonista il povero muro opposto al fasciatoio. (A questo proposito, pensavamo di aver battuto ogni record e invece no. Ho persino una foto che testimonia il tutto, e quel che da allora è stato ribattezzato "the shittiest day since measurement began". Ma evito di postarla perché ho pietà di voi). È importante, mi dice, avere i dettagli precisi e non ricordi fumosi, ed ha ragione, medicalmente parlando. Eppure io mi trovo ad annotare altro.

venerdì 24 aprile 2015

sono capitato sopra un prato dove mi son domandato "Dove sono capitato?"

Questa settimana ho cominciato il corso di massaggio infantile organizzato dalle solite fatine del solito ambulatorio pediatrico. Non sapevo bene cosa aspettarmi. Ci avevano detto solo di portare da casa un cuscino e una coperta.

All'ambulatorio avevano preparato una stanza in penombra, con le candele accese, la musica pling plong e i tappeti in cerchio, ognuno col nome del bambino sopra. Mi pareva di esser tornata al corso di yoga che feci temporibus, in pieno burn-out, nel paesello tristo della campagna tedesca assieme ad un branco di casalinghe. Non capivo quasi niente e sospetto facessi loro un po' pena, eppure non ci fossero state la mia vita sarebbe stata molto peggio.

L'atmosfera era quella anche perché il massaggio infantile come pratica attinge molto dallo yoga oltre che dalla riflessologia e dal massaggio svedese. Pare possa aiutare con le coliche gassose, e dicono abbia una serie di altri benefici. Presto per dirlo, al momento mi pare soprattutto un modo per coccolarsi un po' e cercare di rilassarsi un tantino. Cosa di cui le mamme mi pare abbiano bisogno in generale proprio.

Solo che figurati se non trasformiamo pure il massaggio rilassante come scusa per stressarci pure di più. E infatti l'istruttrice pare essere consapevole del circolo vizioso (sono socio, so-cio*) per cui si va lì nella stanza ovattata in preda all'ansia che il pargolo si mostri in tutto il suo capriccioso splendore con urli e strepiti mostrando al mondo la vasta portata della vostra madredemmerditudine - al che vi diranno che è perché sente che voi siete tese. Ad libitum.. In questo caso, ci ha detto subito l'istruttrice, tanto vale lasciar perdere il massaggio, venite e bevetevi un caffà con noi, piuttosto.

Mi è parso un ottimo inizio - io temevo tantissimo il ritorno della scimmietta urlatrice, perlappunto, e ci avrei scommesso quello che volevate che sarebbe stata una tragedia. Inoltre, la pupa aveva visto bene di tenermi sveglia tutta la notte, e dunque c'era un rischio serio che nella stanza buia e con la musica pling plong sarei crollata addormentata tempo zero.

E invece. Beh, eravamo in cinque, di cui una con due gemelli, e nel giro di qualche minuto piangevano tutti a pieni polmoni. Tranne Kiki che li guardava perplessa con la faccia da "ma chi sono questi selvaggi?". Come al solito, fuori casa lei fa la piccola lady e nessuno immagina la devastazione di cui è capace in privato. Tipo il bambino di fuoco degli Incredibles. Anche se è molto migliorata da quando siamo passati al latte speciale. Sembra latte ma non è, serve a darti l'allegria!

Inoltre, mentre Kiki si addormentava mostrando zero interesse per il massaggio (anzi se la pianti di pastrugnarmi dormirei anche meglio, pareva dirmi) tutto intorno a lei partiva un coro di scoregge che hai voglia le candele e l'atmosfera e l'ayurveda. Ecco un'altra cosa cui il latte speciale ha posto fine. Fiù.

Infine l'immancabile Fika: tutte intorno al tavolo coi bambini in braccio, a mangiare kanelbullar e bere caffè (ma che ve lo dico a fare), tranne una: io. Kiki in braccio a me non ci vuol mai stare e anche a casa dopo due secondi si divincola come un anguilla (ma è sicura che sia sua figlia? ehm) e insomma mi ha fatto capire che avrebbe preferito essere lasciata in pace nel trasportino. Ero l'unica che beveva e mangiava con due mani, e bon, ce ne siamo fatte una ragione. Quella con due gemelli era molto zen (o forse è solo scandinava) ed io l'ho davvero ammirata, accidenti che tempra che ci vuole. Respect.

Ci hanno dato anche tutto il materiale per continuare a casa. Olio ecologico rigorosamente non-profumato (ma c'è anche in italia questa fobia per i profumi?) e due pagine plastificate con le istruzioni. Oh, io ci ho provato eh, ma Kiki per ora proprio non mi si fila di pezza. Però sono rilassata. Ma per davvero eh!



*Elio e le Storie Tese

giovedì 23 aprile 2015

23 aprile

Il mio primo libro è stato Il giornalino di Gian Burrasca. Era l'estate tra la terza e la quarta elementare - tardi, tutto sommato. Eppure la mia carriera di lettrice ci avrebbe messo ancora un anno a partire sul serio. Fu con Speciale Violante di Bianca Pitzorno che leggere divenne un bisogno quasi fisico. Faceva parte di una collana Mondadori, si chiamava "Gaia Junior" e per comprarli spendevo tutti i miei soldi - costavano un botto. Li allineavo poi sulla mia mensola, quella strappata coi denti facendo posto tra i libri dei miei. A casa mia librerie e mensole coi libri stavano ovunque, pure in garage, in pratica ogni cm di muro veniva usato e, quando son finiti, i miei hanno semplicemente comprato un'altra casa. Per dire.
Ogni volta che avevo i soldi per comprarne uno nuovo passavo ore ed ore in libreria per sceglierlo, e la scelta era sempre un'agonia. Poi lo leggevo tipo in due giorni, volando tra le righe, come fosse un sacchetto di dolci - io pure coi dolci non avevo misura. Ero una binge-reader, già allora. Poi, quando il libro era finito mi spiaceva tantissimo. E allora lo rileggevo. Quei libri li sapevo a memoria alla fine. E per anni ho avuto questa abitudine: ogni sera prima di andare a letto. quando non avevo un libro iniziato, ne sceglievo uno dalla mia mensola, lo aprivo ad una pagina a caso e ripartivo a leggere da lì.
Ovviamente non mi servivano tanti soldi per leggere, con una casa piena di libri, ed ho letto tantissimi classici che trovavo in giro. Inoltre feci allora la mia prima tessera della biblioteca. La biblioteca dei Ragazzi del mio paese era una stanzuccia piantonata da un obiettore di coscienza che aveva l'aria di annoiarsi a morte, ma meglio di niente.
La Pitzorno è stata in assoluto la voce narrante della mia pre-adolescenza. Avendola scoperta tardi, lessi allora persino i suoi libri pensati per i più piccoli. Mi è tornato in mente questo ricordo vivissimo: un sabato d'inverno della mia prima media ero riuscita a procurarmi La bambina col falcone. Pioveva ed era uno dei primi giorni di freddo ed io pensai tornando a casa da scuola: che bello, oggi mi metto in poltrona e lo leggo! (Mi ricordo persino che maglione avevo, accoccolata nella poltrona).
Li ho amati tutti i suoi libri, ma Speciale Violante fu qualcosa di diverso: mi fece cominciare a scrivere. Avrei dato chissà cosa per essere una delle protagoniste, entrare proprio dentro al libro. Purtroppo  la mia vita si ostinava a svolgersi pigramente nel mio minuscolo e noiosissimo paesello, e dunque l'unico modo per averne un'altra era scriverla. Di recente mi sono accorta che ho smesso di scrivere racconti quando me ne sono andata di casa e mi son trasferita in Germania. Non avevo più bisogno di inventarmi niente.
Di leggere invece non ho smesso - ho smesso solo di allineare i libri. Ho sempre questo bisogno di tenermi leggera e sa il cielo che gran rogna sia traslocare casse e casse di libri. I libri che avevo accumulato in Germania li ho regalati quasi tutti, ricordandomi quel che mi disse un amico all'università: i libri devono girare! Lui era di quelli che li lasciava sulle panchine. In un hotel in Spagna c'era uno scaffale da cui i turisti potevano attingere lasciando a fine vacanza i libri che non volevano portarsi dietro: lessi tantissimo in quella vacanza! Trasferendomi ho poi riscoperto il piacere della biblioteca (in Germania mi era pressoché preclusa per ragioni linguistiche). Per tutto il resto c'è il kindle: un clic e in due secondi qualsiasi libro che voglio, nella lingua che voglio, è con me, nello spazio di pochi cm e pochi grammi. Il mio scaffale è virtuale ed è sempre con me.
Oggi è stato il grande giorno di #ioleggoperché. Peccato non essere in Italia e poter partecipare un po' di più. Ad ogni modo, sono stata al mio bookclub ieri e oggi in biblioteca con Kiki. Intorno a me erano davvero in tanti a leggere: bambini, teenagers, pensionati, genitori in congedo (le ore son quelle del lavoro). Fuori c'era pure un bel sole e tutta quella gente che sfogliava libri e se li portava sulla terrazza assieme ad una tazza di caffè mi è sembrata una cosa stupenda. C'è speranza per il mondo, Kiki! Le ho detto, sulla via di casa.










lunedì 20 aprile 2015

#ioleggoperché 10

Quando sono arrivata in città, non conoscevo nessuno. Le prime amicizie sono nate tramite un corso di svedese a pagamento, dove per magia si sono trovate nella stessa classe molte persone con età e storie simili. Per tutti noi la prioritÀ nemero uno era l'integrazione linguistica. A detta di chiunque ci abbia incontrato, è raro vedere persone imparare la lingua svedese con la velocità che noi abbiamo mostrato. Eppure, per quanto alto il livello di un corso, l'integrazione linguistica è altra cosa. E nella spasmodica ricerca di modi sempre nuovi e più efficaci di imparare la lingua, piantare le nostre nuove radici e uscire dalla bolla, ad una di noi, Anna-dai-capelli-rossi, venne in mente di fondare un bookclub.

I membri del nostro bookclub sono per lo più donne, ma c'è stato anche un uomo per un po'. Sono di varie età e nazionalità. Hanno in comune di amare la lettura e di considerarla il miglior mezzo per conoscere un paese. Perché il modo con cui le persone si esprimono e quello che raccontano sono pezzi fondamentali del puzzle. Per questa ragione, la prima ed unica regola del bookclub è che si legge solo letteratura svedese - senza aver nulla contro l'encomiabile opera dei traduttori, qualcosa si perde sempre per strada.
E se è vero che leggere è un fantastico modo per imparare una lingua, è vero anche il viceversa: imparare una lingua straniera in più ti rende accessibili nuovi percorsi letterari che magari altrimenti non avresti fatto, o ti sarebbero stati preclusi. Infatti non tuttu i libri vengono tradotti in tutte le lingue, e l'interesse italiano rispetto alla letteratura svedese pare al momento piuttosto limitato al popolarissimo filone giallo.

Il mio bookclub gioca ed ha giocato un ruolo centrale nella mia vita di qua. In un paese dove mi mancavano tutti i riferimenti, sociali e culturali, ha rappresentato un bellissimo modo per non sentirmi sola, e non dico solo in termini pratici, nel senso di aver qualcuno con cui andare a prendere un caffè. I nostri incontri settimanali sono qualcosa di più: leggere insieme, confrontarsi, cercare insieme la risposta alle domande che una pagina scritta può far sorgere. Senza questo ci avremmo messo molto ma molto di più a sentirci a casa.

Oggi, leggendo che l'ultima tornata del gioco di #ioleggoperché organizzato dalla 'povna avrebbe avuto come tema la lettura, ho pensato proprio a noi, alle fantastiche persone che ho conosciuto grazie all'amore per la lettura e ai mondi che mi si sono aperti, sia nella realtà che nella finzione. E ho pensato a "The Jane Austen Book Club". L'ho letto in inglese e dunque mi perdonerete se non ho potuto trovare la citazione in italiano. Non lo trovo un libro imperdibile, al massimo una lettura piacevole, ma vi si parla dei romanzi della Austen, che tanto hanno rappresentato per me (li ho letti circa un miolione di volte l'uno, in entrambe le lingue). Prima di leggere "The Jane Austen Book Club" non avevo mai sentito parlare di circoli di lettura e mi parve allora una idea meravigliosa. Perché ecco, ho sempre letto da sola da ragazzina, preferendo talvolta la compagnia dei libri a quella degli esseri umani, e solo da grande ho scoperto che la lettura non era necessariamente un modo per isolarsi dal mondo, bensì un modo per entrarci meglio dentro.

Ho scelto questo pezzo perché mi fa sorridere la reazione sconvolta che le donne del bookclub hanno quando scoprono che Grigg, l'unico uomo tra loro, non ha letto Orgoglio e Pregiudizio, il romanzo di Jane Austen forse più famoso e amato. Lui poi consiglierà alla protagonista la letteratura di fantascienza, da lei reputata di serie B, ma sulla quale si ricrederà. Mi fa sorridere e mi ricorda di tenere la mente e il cuore aperti, quando si tratta di libri. E mi pare stupenda l'idea della lettura come collante, come terreno di incontro e di comprensione, tra uomini e donne, giovani e vecchi, persone di lingue e nazionalità diverse.

Io leggo perché mi rende una persona migliore, sostanzialmente.

mercoledì 15 aprile 2015

please wake up and feel the love (the sinner is you)

I miei sono venuti a trovarmi. Per l'occasione ho affittato il piccolo appartamento degli ospiti che esiste nel mio complesso abitativo, a 500m da casa mia circa. Quindi la convivenza era limitata a circa 12 ore al giorno. Eppure non è stato facile lo stesso.

Era la prima volta che mio padre veniva a trovarmi in circa dieci anni di vita all'estero. Per un'intera settimana poi, un evento davvero insperato. Mia nonna era ben poco felice quando ha saputo che suo figlio si sarebbe assentato dal suo capezzale (figurato, mia nonna non è allettata, solo molto anziana) e difatti ha chiesto: ma devi proprio? Perché in fondo che bisogno c'era di lui? che gliene importa ad un uomo di un neonato? di certo io avrei al massimo avuto bisogno di mia madre.

Io non riuscivo certo a definire questa visita il risultato di un "bisogno". Se vivo lontana da nonni vari per tutto l'anno, non è una settimana a cambiarmi la vita, no? per me era più un'occasione per passare del tempo insieme, e sì, in questo senso mio padre doveva esserci, guarda un po'. Mia nonna intanto si è autoconvinta che questo imprescindibile viaggio di mio padre fosse in occasione del battesimo di Kiki - ha fatto tutto da sé. nessuno ha mai parlato di battesimi e Kiki non sarà battezzata. Si vede che altre ragioni per mio padre di incontrare sua nipote non ne vedeva.

lunedì 13 aprile 2015

nobody said it was easy

Non ho mai pensato che un giorno avrei corso il rischio di avere un mommy-blog. È che nella mia vita accade ben poco che non riguardi la scimmietta urlatrice. Non ho poi, peraltro, nemmeno la pretesa di dire niente di nuovo, ché lo so bene che ci sono passati tutti. E dunque, nelle poche volte che potrei avere pure tempo di scrivere e la voglia di narrare di questi giorni, finisce che mi sento pure noiosissima. Orbene, in futuro cercheremo di fare di meglio, a sto giro vi beccate la storia dell'allergia al latte vaccino