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giovedì 26 febbraio 2015

And if you're asking me when I'll say it starts at the end

Ieri mi ha chiamata Birgitta, l'ostetrica che mi ha aiutato a partorire. Qui è la prassi avere un colloquio post-parto, a qualche giorno di distanza, durante il quale si può ripercorrere quello che è accaduto e le scelte che sono state fatte. Sono molto grata di aver incontrato Birgitta, nonostante fosse alle soglie della pensione e mi aspettassi da lei quell'atteggiamento da insegnate di educazione fisica alla piantala di frignare! (ok, non vogliatemene per questa generalizzazione, è che la mia prof di ed fisica era solita urlarci che eravamo delle fallite che non avrebbero mai concluso niente nella vita se avevamo paura di fare una capriola). Invece Birgitta era proprio la persona che mi ci voleva:  calma, serena, decisa e molto sicura di sé, così che non ho avuto paura anche quando in sottofondo si sentivano frasi un poco spaventevoli. Nulla di grave, non ho avuto un parto traumatico, ma nemmeno del tutto facile, e mi rendo conto che se avessi incontrato persone diverse avrebbe facilmente potuto finire in cesareo di urgenza. E invece ne ho addirittura un bel ricordo. Al punto che udite udite, se potessi sceglierei di rivivere il parto piuttosto che la gravidanza.

E questo significa che "ne ho fatta di strada" come mi disse un'altra ostetrica, Karin, quella del programma speciale di supporto che mesi fa mi ha ascoltato parlare per un'ora seduta in una delle sale parto dove poi avrei partorito. Karin mi ha aiutato a scrivere la mia "lettera", aggiunta poi diligentemente nel mio file, dove elencavo le mie paure e i miei desideri e come pensavo che il personale potesse aiutarmi al meglio. Per tutta la durata del travaglio, ogni volta che entrava una nuova infermiera o un'altra dottoressa, sia Birgitta che Marie (l'ostetrica del primo turno) si assicuravano che avessero letto il mio file e la mia lettera. In quelle ore ho parlato molto sia con Marie che Birgitta e penso che parlare con loro mi abbia aiutato a rimanere concentrata e calma. Speravo davvero di incontrare qualcuno con cui riuscire a collaborare al meglio, e così è stato. Sono infinitamente grata ad entrambe.

Sono anche infinitamente grata a Danne per esserci stato. Fino a pochi mesi fa avrei forse preferito essere sola, ed è stata solo la questione della lingua, inizialmente, a farmi cambiare idea (e in effetti come ho detto ne avevo ben d'onde!). In realtà il suo ruolo andava ben oltre questo. Fondamnentale è stao il momento in cui ero talmente sorpresa da quanto funzionasse il gas esilarante che ho dubitato di voler fare un'epidurale, Follia, pura, lo so bene, ma lo avevo istruito preventivamente. Verrà un momento, gli avevo detto, in cui mi metterò in testa di volercela o potercela fare senza, tu fammi desistere, ok? E così è stato.

Siamo rimasti in quella camera-parto per tutta la durata del travaglio e fino a due ore dopo la nascita di Kiki, Lì ci hanno lasciato soli a riprenderci prima di portarci su un carrello una fantastica colazione per due, che abbiamo mangiato con calma mentre Kiki riposava vicino a noi avvolta in una coperta. È stato un momento molto bello e pure surreale, tanto era stridente il confronto con quello che era avvenuto in quella stessa stanza solo poco tempo prima. Sono grata per aver avuto la chance di vivere questa esperienza in questo modo. Da soli, ma circondati di umanità e professionalità.

Adesso mi guardo indietro e mi rendo conto che gli ultimi mesi sono stati davvero duri per me, e che forse rientro nella casistica della depressione pre-parto. Che è una cosa vera, anche se meno conosciuta di quella post-parto. Ha ragioni diverse e sospetto che chi soffre dell'una non soffra della seconda e viceversa (ma fnon ne so abbastanza per pronunciarmi). Mi ha aiutato molto che mi fosse stata messa a disposizione, gratuitamente persino, una psicologa specializzata, Emma, che mi ha incontrato un paio di volte e mi ha fatto parlare di quello che mi spaventava. Avevo il sospetto che ci avrei messo mesi a sentire di amare mia figlia: ho letto che capita e sospettavo che capiti a quelle come me. Emmat mi ha detto di lasciar fare, lasciare che le cose mi accadessero, senza sentirmi in colpa per tutti quei frangenti in cui, probabilmente, non avrei sentito esattamente quello che gli altri si aspettavano.  Anche per questo, queste due settimane di "isolamento" famigliare erano necessarie. E invece incontrare Kiki è stato come prendere una botta in testa. Ancora una volta, niente va come te lo immagini, e la vita è piena di sorprese.

sabato 21 febbraio 2015

A family's born

Kiki ha gli occhi blu e pochissimi capelli, biondi secondo sua madre, scuri secondo la questura. Kiki ha le mani e i piedi di suo padre, il viso di sua madre e una discreta personalità. Con grande sollievo di tutti ha mancato il giorno di San Valentino, ché a noi un compleanno da spartire con la più sciropposa delle feste non comandate non sembrava una buona idea.

Kiki è arrivata dopo nove mesi di attesa e cinque giorni di ritardo, giorni di dolorosa impazienza, durante i quali sua mamma scagliava anatemi contro tutti i simpaticoni che le chedevano quotidianamente come mai ancora niente bebè. Soprattutto, giorni di avvisaglie dolorose, sufficienti a tenere tutti svegli per tre notti di fila e a giustificare quotidiane telefonate al centralino ostetrico. Risposta, invariabile: troppo presto.
Al sabato sera, era stato il papà a prendere il telefono in mano, sotto minaccia. "Parlaci tu e dì loro che se mi dicono ancora di mettermi sotto la doccia per me possono anche andare a fanculo". Dunque era arrivato il via libera ad andare almeno per un monitoraggio e per la somministrazione di un sonnifero. La borsa in auto "per scrupolo", tanto era generale il consenso sul fatto che un ricovero era prematuro. E invece niente sonnifero e una camera per il parto era stata allestita in fretta.

Kiki sarebbe arrivata 14 ore dopo. Una lunga serie di certezze granitiche si era nel frattempo sbriciolata. E una lunga serie di ostetriche, infermiere e ginecologhe si era avvicendata. La mamma di Kiki di quelle 14 ore si ricorda tutto, sia messo agli atti. Si ricorda soprattutto il momento in cui Kiki, solo malamente tamponata, le è stata messa sul petto, calda e umida com'era. L'infermiera aveva spento solo allora la pompa del sistema del gas esilarante e il silenzio era tornato nella stanza, con grande contrasto con il rumore, le grida e il panico di soli pochi istanti prima, Nel corso delle due ore precedenti la mamma di Kiki aveva perso l'uso dello svedese, in quel momento pure l'inglese era venuto meno:  nessuno dei presenti aveva quindi  potuto capir nulla di quel che si sono dette in quel primo faccia a faccia.

Il papà di Kiki solo allora si era seduto, lentamente, sulla vicina poltrona. Niente da dichiarare? gli avevano chiesto. "È un po' emozionante" aveva risposto lui, secondo il classico understatement scandinavo.

Solo dopo qualche minuto, quando l'asciugamano caldo era stato sollevato e la bambina era stata presa perché le fosse tagliato il cordone ombelicale, veniva reso evidente a tutti, genitori e astanti che Kiki aveva visto bene di dare il suo benvenuto al mondo facendo la cacca tutta addosso a sua madre.

Piano piano tutte le ostetriche, le infermiere e le ginecologhe si erano poi eclissate e solo loro tre erano rimasti in quella stanza dove nel frattempo era entrata la luce del sole. In silenzio, con il sottofondo del ticchettare dell'orologio e i loro respiri.
Finché dal letto dove ancora giaceva,  la mamma di Kiki si era rivolta con un gran sorriso al papà, ancora accasciato sulla poltrona:

"Can you believe it? the little fucker pooped on me!"
"I know! Isn't she something"

martedì 3 febbraio 2015

Mixed signals


Mormon preacher: in the afterlife you will be reunited with your family 
and will spend eternity with them!

Stephen Fry: but what if you've been good?


Se c'è un argomento sul quale le differenze culturali cui sono esposta si fanno sentire di più, c'è il modo di concepire i rapporti famigliari. Di seguito solo alcuni esempi.

AmicaGreca: quando il bambino nascerà, tua madre starà con voi minimo un mese, no?  (come no)

CognataTedesca: i miei sono venuti su a conoscere mia figlia quando aveva due mesi, prima temevano di disturbare (ahahaahah).

Fratello: ma tutti i miei amici all'estero fanno venire le famiglie qualche giorno prima della data presunta del parto, e restano minimo un paio di settimane! (ah beh se lo fanno tutti i tuoi amici)

Mamma: ma io non voglio certo aspettare Marzo, io conto di venir su a Febbraio. (contaci)

Mamma2: ok, aspettiamo dopo che è nato a prenotare, ma poi pensavo che verrò tipo una settimana ogni mese...(e poi c'era la marmotta che confezionava la cioccolata...)

Suocera, via email, a mio marito: se hai un minuto chiama, io non oso perché ho paura di trovarvi in un momentaccio, manca solo una settimana, potrebbe nascere da un momento all'altro...

Io (basita) a mio marito: Ma non pensa che se il momento si avvicina le manderesti un messaggio per avvertirla?

Danne:  No, mi ha solo chiesto se per favore non aspettiamo troppi giorni a dirle che è nato...

lunedì 26 gennaio 2015

A B C D can I bring my friend to tea?

Fai ogni giorno qualcosa che ti spaventa, diceva quello. Esci dalla tua comfort zone, dicono altri.

La mia comfort zone pare essersi notevolemnte ristretta, ultimamente. Sì, in parte per via della gravidanza e come negarlo, persino fisicamente ormai son scomoda per definizione. Ma anche psicologicamente, perché non vivo benissimo la condizione di essere molto molto visibile. Visibile in modo sconvolgente, se mi pare si girino a guardarmi pure i passanti che in Svezia di solito non ti si filano manco di striscio. E immagino sia solo nella mia testa, ma secondo me pensano: oddio poveraccia ma come fa a camminare? Non che questo ti garantisca ti facciano passare alla cassa, eh.

E insomma io mi seppellirei volentieri in casa, lo ammetto. E invece questa settimana mi sono forzata: sono uscita per vedere gente quasi ogni giorno. Non è stato facile. Sono un po' stanca di rispondere ai soliti commenti sconvolti sulla mia stazza, alle frasi più o meno apertamente preoccupate sul parto e a quelle su come farò a prendermi cura di tutto senza aver mia madre qui. Sia chiaro, queste non sono frasi che verrebbero mai da svedesi, perché loro tendono a non far domande o commenti diretti e soprattutto danno per scontato che la mamma lontana non rappresenti il minimo problema, però le mie amiche sono soprattutto straniere come me, e più giovani e senza figli, quindi tendono a passarmi parecchie delle loro normalissime preoccupazioni. Quelle che avrei anche io al posto loro...solo che preferirei non me le ricordassero.

Fatto da Crudelia, ovviamente
A volte poi penso che si fanno commenti per paura di sembrare "antipatiche" a non farli, perché alle donne in attesa si pensa faccia piacere essere al centro dell'attenzione...lo avrò fatto certamente, a suo tempo. Il problema è che per carattere io detesto essere al centro dell'attenzione. Per me è tortura.

E dunque la mia baby shower era decisamente fuori dalla mia comfort zone...
È stato un po' uno shock vedere che persone che conosco davvero da poco avessero fatto così tanto solo per me.

Non solo i regali, strepitosi, che mi hanno messo in imbarazzo perché io non riesco a pensare di ricevere regali in generale...ma tutto quello che era stato organizzato. C'era una princesstorta decorata splendidamente, veri scones inglesi con il tè, piccoli body e calzini a decorare la stanza, un cesto pieno di cose bellissime e perfino una vera diaper cake come quelle viste nei film. E una serie di quiz e giochi a premi da fare tutti insieme. E pensate: avevano evitato proprio il gioco che temevo, quello della cioccolata sciolta nei pannolini, segno che dopotutto mi conoscono bene anche loro! Tant'è che non hanno esagerato nemmeno col rosa...È stato un pomeriggio davvero piacevole e sono tornata a casa col magone per la paura di non essere riuscita ad esprimere sufficiente gratitudine.

Stasera rifletto quindi su come le nostre paure possano davvero limitarci. La comfort zone è comoda per definizione...ma fuori può esserci davvero tanto che le nostre paure o le nostre fobie ci impediscono di raggiungere. È davvero facile convincersi di star bene anche senza, solo per non mettersi in discussione!

venerdì 23 gennaio 2015

one two three four can I have a little more?

Dicono: ci avrai la nesting syndrome e starai lì a pulir casa nei minimi dettagli, a preparare il nido, a decorare la nursery con le paperelle, a canticchiare "lalalù lalalù" seduta su una sedia a dondolo con le mani incrociate placidamente sulla pancia...Maddeché, come si dice. Qui si è irrimediabilmente cialtroni.

E anche se qualche tentativo di metter le cose in sesto lo facciamo, e Danne prende due settimane di ferie dopo natale apposta per finire il capitolo "restauro appartamento" proprio per il rotto della cuffia, ecco che qualche imprevisto ci risprofonda nel caos. Nel caso specifico: la lavatrice che tira le cuoia proprio il giorno in cui Danne rientra al lavoro. Pavimenti allagati, puzza di cane bagnato, montagna di panni da lavare, vari elettrodomestici in giro per casa in attesa delle loro finali collocazioni e la lettiera dei gatti temporaneamente in soggiorno causa rinnovo locali. Bei momenti.

Ecco, lì la flemma della cialtrona "take it easy" vacilla e l'istinto della foresta da qualche parte cerca di emergere e farsi sentire. "Così non va!" ho sbottato infine. "Cavolo, non solo la cameretta è una discarica e non ci si entra senza sbucciarsi un malleolo (snoccolarsi, avrebbe detto mia nonna, che di queste cose era un' habitué), adesso questo! Non saremo mai pronti! E posso partorire da un momento all'altro!" Insomma, già di mio ho l'umore di un velociraptor, poi gli ormoni o il nesting o quel che è, son stati giorni duri. Tutto finito grazie al cielo, ai cognati pronti all'uso, a internet dove si possono comprare lavatrici pronta consegna con pochi semplici click e pure farsi portar via la vecchia.

A riprova che facciamo grandi passi avanti, ho persino preparato la celebre borsa. Quella circa la quale le ostetriche di qua dicono "beh alla fine l'unica cosa indispensabile è la carta di identità, tutto il resto se volete lo trovate qui" e che per un qualche mistero della fisica pesa comunque due quintali. Ho addirittura comprato 4 CD di musica per yoga e meditazione, perché qui ti dicono di portarti la tua musica preferita, ma io avevo il dubbio che la mia playlist per il jogging mi potesse dare in quel frangente degli istinti omicidi. Non sono affatto sicura che la musica pling plang sia poi meglio, in quel senso, ma che ne so? una si prepara a tutte le evenienze. Mi è rimasto impresso un commento in un forum: una tizia ancora si ricordava con angoscia il suo parto perché lo staff medico aveva scelto come sottofondo musicale Gigi D'Alessio. E insomma con questo ben in mente, ho messo in borsa il lettore mp3.

Fatto il fattibile, resta l'appuntamento di domenica con la mia baby shower. Che no, non è una tradizione svedese. Sarà una vera baby shower di ispirazione nord-americana, visto che è organizzata da una mia amica canadese e in generale dal mio book club. Non so bene cosa aspettarmi: nei film e nelle serie TV si vedono cose semplicemente terrificanti. Ho molta molta paura.

giovedì 15 gennaio 2015

a day in the life

Quando ero piccola mio padre lavorava in una vecchia fabbrica di non so cosa, dismessa e riadattata a contenere laboratori di ricerca, nel bel mezzo della città. Era una specie di immenso labirinto pieno di scale, corridoi e strane piccole finestre che lo rendevano globalmente molto buio come edificio. C'era un'officina dove si costruivano strani pezzi di metallo e di vetro, fondamentali per complicati esperimenti, ma anche oggetti molto profani, per favolosi divertissement, e vi regnava un globale menefreghismo per le regole di sicurezza. Se avete mai conosciuto dei vecchi scienziati, quelli per dire che fumavano mentre buttavano un occhio alle sintesi in corso sotto cappa, saprete che c'era ben poco che potesse spaventarli.

Per me bambina era fantastico passarvi del tempo. Lì imparai ad usare un computer col mouse. In vetreria il mastro vetraio creava per me bellissime ampolline. Soppalchi, dislivelli, rampe, passaggi segreti. Nell'ufficio di mio padre c'era una foto di me e mio fratello all'asilo, infilata nella cornice polverosa di una vetrina. In seguito, quando ormai facevo la studente pendolare, ci passavo a volte quando avevo scuola al pomeriggio, per farmi offrire il pranzo da mio padre, al bar dell'angolo, e mai abbiamo parlato tanto come in quel periodo, mentre masticando una focaccia al crudo mi lamentavo della scuola. E poi all'università a volte usavo il suo ufficio come appoggio per studiare nelle ore di buco, perché le lezioni erano tutte nei dintorni e lui in pratica viveva in laboratorio. E ci andavo per cambiarmi d'abito, specie i calzini bagnati dei giorni pioggia, un classico. Vi tenevo parcheggiata la mia bici, la vecchia graziella rugginosa di mia mamma, l'unico tipo di bici che era possibile legare in giro, perché le parole le porta via il vento e le biciclette, beh, i livornesi.

Per anni e anni si parlò del trasloco che avrebbe portato i laboratori fuori dal centro città ma, come sempre in questi casi, la data slittava di anno in anno, tanto che smisi di credere sarebbe mai accaduto. E così mi colse un po' di sorpresa quando accadde, nel 2001. E mio padre fu l'ultimo a decidersi, lui che odia i cambiamenti e non vedeva proprio come lo spostarsi in un bell'edificio moderno e costoso potesse mai significare un progresso per la ricerca. I suoi strambi strumenti ci stavano benone, nella fabbrica buia dove nessuno rompeva le scatole con leggi e normative. Ma insomma, alla fine dovette cedere pure lui. E quel giorno che il trasloco delle sue cose doveva finalmente avvenire, mi chiamò inalberato e frettoloso perché andassi subito a prendere la mia bici.

Non so bene che cosa stessi facendo né perché quella telefonata mi scombinò tanto i piani, mi ricordo che fui costretta ad andare prima a casa del Fidanzato per lasciare il mio zaino coi libri e a far tutto di fretta. Ero nel suo ingresso e mi muovevo frenetica inanellando parole, incavolata con mio padre, mentre il Fidanzato cercava di interrompermi per dire di un aereo che aveva preso in pieno una delle torri. Io dissi solo "ma che idiota" e senza un pensiero mollai la borsa e mi lanciai di corsa per le strade cittadine. Avevo ai piedi le mie nuovissime New Balance che erano di moda quell'anno, e così correvo leggera sui pavimenti sconnessi schivando signore col cane, biciclette e motorini. Alla vecchia fabbrica trovai mio padre in mezzo agli scatoloni, nel garage. Ci scambiammo due parole al volo, lui era di pessimo umore e oltretutto non si sentiva bene, ed entrambi avevamo da fare. Ci pensai solo sulla strada che feci a ritroso sferragliando su e giù dai marciapiedi, che non avevo detto addio alla vecchia fabbrica con tanta della mia infanzia dentro.

Dunque tornai a casa del Fidanzato, dove da allora avrei parcheggiato la graziella. Avevo il fiatone quando lui mi aprì la porta e mi infilai dritta in bagno. Solo dopo, quando finalmente calma lo raggiunsi in cucina, gli chiesi: ma cosa dicevi dell'aereo? E lui muto mi indicò lo schermo della piccola tele sul frigo, dove scorrevano le immagini della CNN e le torri gemelle fumavano entrambe. Le vedemmo crollare, in silenzio.

E poi era ora di tornare a casa, il mio solito infinito viaggio da pendolare, quello che facevo ogni maledetto giorno. Era così surreale persino star sull'autobus quella sera. Metà dei passeggeri sapeva e cercava invano di spiegare all'altra metà quello che era accaduto. Ma come lo spieghi. E soprattutto, cosa ne sapevamo. Il giorno dopo rimasi a casa, e così anche mio padre, che aveva la febbre alta. Io studiavo al tavolo mentre lui sul divano avvolto nella coperta si ubriacava di ultim'ora. Ad un certo punto mi disse: si stanno muovendo verso l'Afghanistan.

Nel corso dei mesi successivi, a mio padre fu diagnosticata una rara malattia autoimmune della quale non sapevamo niente. Cominciammo a sentir parlare di Al Queida. Mio padre e i suoi colleghi trovarono una nuova dimensione lavorativa, più normalizzata e rispettosa, e anche meno romantica e creativa.

Nel corso degli anni successivi, imparammo a convivere con le piccole e grandi conseguenze di una malattia dal lentissimo ma inesorabile decorso. Ci abituammo all'ineluttabilità del terrorismo. Io mi trovai a bazzicare il centro di ricerca per lavoro.

Una volta, molto tempo dopo, passai davanti all'edificio sorto al posto della fabbrica - i muri lisci, le belle finestre, niente vegetazione selvaggia e aura di mistero.  Tutto completamente diverso. Mi sforzai per qualche minuto, caparbiamente, di ricordare com'era.

E anche com'erano il mondo e la vita di prima. 

venerdì 9 gennaio 2015

quand on n'a pas d'arguments, on tire

Dopo tanto covare, perché a me la rabbia ammutolisce, provo a spiegare perché ieri mi è parso si sia toccata una nuova vetta d'orrore.

Perché dopo una bomba alla stazione continueremo a prendere treni, pur piangendo, pur con paura, perché non ci sono altre possibilità e la vita va avanti, è sopravvivenza, mica eroismo, è quello che evidentemente fanno quelli che vivono in certi luoghi dove certe cose sono frequenti. E dopo che un giornalista d'assalto è stato freddato per aver scritto o indagato su qualcosa di scomodo, ci sarà un altro giornalista innamorato della verità che indagherà a sua volta su quella morte, e che farà venir fuori la storia. Ci sarà la potenza dell'indignazione, ovviamente, e il desiderio di celebrare il coraggio, l'orgoglio per le proprie idee.

Ma essere uccisi per una battuta, è una cosa un po' diversa. Fare battute e vignette difficilmente passa per eroismo, tanto che qualcuno pure dice che se la son cercata. Fare battute e vignette difficilmente passa per sopravvivenza. E dunque ho paura, più di sempre, che questo attentato sia andato più a segno di tutti, e che oggi siamo tutti Charlie, ok, ma da domani forse prima di fare una battuta su certi argomenti ci si penserà due volte. Non per vigliaccheria, che pure sarebbe umana e non certo condannabile. per lo meno non da me, ma per oggettiva mancanza di voglia di ridere. Che mica si può ridere per forza, a comando, di tutto. Oggi già c'era chi chiedeva a quelli del Vernacoliere "avanti su, fate una vignetta anche voi, non avrete mica paura?"

E allora la mia reazione oggi, è stata quella di tornare a cercare vignette e video satirici in cui siano stati presi di mira i fondamentalismi. Solo poche settimane fa John Cleese infatti diceva: i fondamentalismi sono intrinsecamente ridicoli. Per questo sono perfetto materiale di satira, perché sono l'emanazione di una ovvia mancanza di intelligenza che porta a prendere le cose alla lettera. Purtroppo, per questo stesso motivo, ridere dei fondamentalisti, e degli stupidi, chiunque siano, è anche pericoloso.

Continuiamo a ridere, oltre alla rabbia, ai dibattiti, alla solidarietà per chi non c'entra niente e ci finisce in mezzo, oltre ai banner e ai necessari propositi di investimenti in educazione, istruzione, tolleranza, continuiamo a ridere di "loro". E quando dico loro intendo gli stupidi. Sia quelli che hanno fin troppa facilità a reperire un mitra, purtroppo, sia quelli che magari questa non ce l'hanno ma invocano comunque censure, querele e pene di morte. E ti chiedi se per caso, ce lo avessero lì a portata di mano pure loro, e nulla da perdere, non lo imbraccerebbero eccome.